Beschreibung

Franziska, una separazione sofferta alle spalle, guarda verso il mare. Sotto un cielo gonfio di pioggia nuota una ragazza dai lunghi capelli argentati, semvra una sirena. Nache Angiolina Maria la osserva dal suo terrazzo, e quando la vede scomparire tra le onde, avverte la polizia. Ma nessuno crede a una donna anziana che passa il tempo a battagliare con demoni e fantasmi. A Grado è appena arrivata Maddalena Degrassi, il nuovo commissario. Ha un amore perduto oltre confine e un superiore che non vede di buon occhio una donna a capo delle indagini.

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Questo romanzo è un’opera di fantasia. I nomi, i personaggi e gli eventi descritti sono frutto dell’immaginazione dell’autrice o sono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone realmente esistenti o esistite è puramente casuale.

Titolo originale: Grado im Regen ©2016 Emons Verlag GmbH Tutti i diritti riservati Prima edizione italiana: giugno 2018 Impaginazione: César Satz& Grafik GmbH, Colonia Elaborazione ebook: CPI Books GmbH, LeckISBN 978-3-96041-443-8

Distribuito da Emons Italia S.r.l. Via Amedeo Avogadro 62 00146 Romawww.emonsedizioni.it

Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non può essere copiato, riprodotto, trasferito, distribuito, noleggiato, licenziato o trasmesso in pubblico, o utilizzato in alcun altro modo ad eccezione di quanto è stato specificamente autorizzato dall’editore, ai termini e alle condizioni alle quali è stato acquistato o da quanto esplicitamente previsto dalla legge applicabile. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata di questo testo così come l’alterazione delle informazioni elettroniche sul regime dei diritti costituisce una violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla Legge 633/1941 e successive modifiche.

Questo ebook non potrà in alcun modo essere oggetto di scambio, commercio, prestito, rivendita, acquisto rateale o altrimenti diffuso senza il preventivo consenso scritto dell’editore. In caso di consenso, tale ebook non potrà avere alcuna forma diversa da quella in cui l’opera è stata pubblicata e le condizioni incluse alla presente dovranno essere imposte anche al fruitore successivo.

ANDREA NAGELE

Grado sotto la pioggia

Dedico questo giallo alla mia amica Ursula e a Franco, il mio amico gradese.

Prologo

“Tutti giù! Faccia a terra e mani dietro la testa!” Teneva la pistola con entrambe le mani. Il viso immobile, la voce chiara. “Dai, Paperina!” la incitò con uno scatto del mento. “Le vecchie alla cassa devono tirare fuori i soldi.”

Se la situazione non fosse stata così grave, sarebbe scoppiata a ridere. Soffocò una risatina isterica e tossicchiò.

“Controllati,” le sibilò Paperino.

Nel piccolo ufficio postale era calato il silenzio. Si distingueva il minimo rumore, perfino il ronzio di una mosca sul vetro della finestra. Le due donne allo sportello tremavano di paura. Il postino era sdraiato a terra con le mani intrecciate sulla nuca. Così come l’operaio con la tuta blu.

L’obiettivo era stato scelto con grande cura. Avevano perlustrato la zona in lungo e in largo, studiando ogni singolo dettaglio. Quando finalmente avevano trovato il posto che faceva al caso loro, si erano abbandonati all’euforia, con urla di gioia e il volume dell’autoradio al massimo. L’ufficio postale era solo a pochi chilometri dal confine. Le risuonavano ancora nelle orecchie le parole di Paperino: “Poi andiamo in Austria e ci facciamo una bella vacanza in montagna.”

Non capiva mai se scherzasse o dicesse sul serio. In fondo però non era un problema, perché lui aveva tutto sotto controllo. In qualunque situazione. Lo ammirava. Sperava soltanto che la tenesse con sé. Non riusciva a immaginare la sua vita senza di lui. Se non le avesse dato le pillole rosa, adesso non ce l’avrebbe fatta. Ma Paperino sapeva cosa era bene per lei. Di lui poteva fidarsi.

Sopra la porta era installata una videocamera di sorveglianza, ma non se ne preoccuparono. Le immagini avrebbero mostrato solo Paperino e Paperina che prendevano i dollari per zio Paperone. Anche se qualcuno faceva scattare l’allarme, avevano tutto il tempo di fuggire. La prima stazione di polizia era a oltre dieci chilometri di distanza. Avevano ripassato il piano una miriade di volte.

Erano soltanto in due, niente zavorre inutili. Un giorno avrebbero avuto un figlio, forse più di uno. Prima però lei doveva smettere con il metadone. La mattina quando beveva il succo di frutta si sentiva frastornata, e i pensieri le si accavallavano nella testa. Per Paperino era diverso. La coca lo rendeva più forte, più rapido e più lucido.

“Muoviti!” le gridò, e lei corse alla cassa.

La più anziana delle due donne le consegnò con mano tremante una mazzetta di banconote. Aveva la fronte imperlata di sudore, il viso cereo.

Paperina avvertì un moto di compassione. Poi arrivò la paura.

Paperino non doveva accorgersi né dell’una né dell’altra.

“Anche le monete e tutti i soldi che hai nel cassetto. Sbrigati.”

Non avrebbe mai creduto che la sua voce potesse essere così dura. Era infuriata con quella stupida vecchia. Non capiva che il tempo passava in fretta?

Ogni secondo era fondamentale.

Mentre prendeva i soldi, all’improvviso sentì una mano sulla maschera e sobbalzò. Si ritrovò il corpo avvinghiato in una morsa, non riusciva a respirare.

“Lasciala subito!”

Ma non la lasciò. Due braccia blu le attanagliavano il torace, stringendo sempre più forte. Iniziò a vedere minuscoli punti luminosi che danzavano davanti a lei.

Il postino disteso sul pavimento aveva abbassato le mani e si era voltato. “Liese, l’allarme!”

Paperino gli sferrò un calcio in faccia, gli occhiali rotondi volarono in aria. Una colluttazione, spinte e strattoni.

Poi un botto.

Le braccia mollarono la presa. Lei respirò di nuovo. Qualcosa di rosso le esplose davanti agli occhi. Adesso la stanza era piena di voci e colori, e l’operaio con la tuta blu era di nuovo a terra. Dove doveva stare.

Una ciocca di capelli biondi le ricadeva a un lato della maschera come un festone dimenticato.

A un tratto il becco giallo acceso di Paperino le coprì la visuale del mare rosso e blu.

“Forza, andiamo via! Prendi lo zaino con le monete, io ho le banconote. Svelta, datti una mossa o ti lascio qui!”

Ma Anette non voleva restare sola per niente al mondo, e corse dietro a Rolf più veloce che poté.

Lunedì

1

Franziska si affacciò alla ringhiera. Sotto di lei il mare plumbeo spumeggiava contro gli scogli aguzzi, spruzzando fiocchi di schiuma biancastra sulle rocce. Il fragore del temporale si confondeva con il monotono ronzio nelle orecchie.

I fischi e i sibili che sentiva in testa si erano manifestati per la prima volta poco dopo la separazione da Tommaso.

“Acufeni, dipendono dallo stress,” aveva detto il dottor Beltrame il giorno precedente nel suo ambulatorio, osservandola attentamente da sotto le folte sopracciglia.

“Ma io non sono stressata,” aveva replicato lei, incerta.

“Signora Francesca, una separazione è senz’altro una fonte di stress, in questo caso emotivo. Inoltre,” aveva aggiunto, “dovremmo fare le analisi del sangue. La vedo un po’ pallida, ha l’aria sbattuta.”

E va bene, allora era stressata.

Come faceva il dottor Beltrame a sapere che aveva rotto con Tommaso?

Preoccupato, il medico le aveva fissato una visita all’ospedale di Monfalcone.

Si era alzato un vento freddo che le mandava sul viso i lunghi capelli lisci. Franziska rabbrividì e si strinse la pashmina rosa sulle spalle magre. Gocce di pioggia portate dalle raffiche le sferzavano le guance.

Rientrò in fretta in casa e chiuse la portafinestra del balcone.

Nell’ampio salotto mancava l’aria. I suoceri avevano comprato l’appartamento negli anni Settanta, arredandolo secondo la moda di quei tempi, e da allora Tommaso non aveva cambiato una virgola. Il legno scuro e la pesante tappezzeria nocciola davano all’ambiente un aspetto cupo.

Franziska si avvicinò alle candele sparse qua e là, raddrizzò gli stoppini e li accese uno dopo l’altro con un fiammifero. Le luci morbide e tremolanti disegnavano cerchi sul soffitto, avvolgendo la stanza in un chiarore accogliente.

Era il momento giusto per un aperitivo.

Franziska tirò fuori dal frigo la bottiglia di Friulano e l’Aperol. Con Tommaso beveva sempre qualcosa prima di cena.

Versò il vino bianco e il liquido rosso arancio in un calice arrotondato, aggiunse acqua gassata e sorrise con nostalgia ripensando al giorno in cui avevano comprato il grosso frigorifero americano. Erano due anni che ne sognava uno così, ma non lo aveva mai detto. Dopo un violento litigio, Tommaso l’aveva portata in un elegante negozio di elettrodomestici vicino Udine. Si era diretto con passo deciso verso il mastodonte in acciaio. “Prendiamo questo. Quando ce lo consegnate?”

“Come facevi a saperlo?”

“Ti ho sempre letto nel pensiero, tesoro.” L’aveva stretta tra le braccia. “Ti prego, perdonami. Non succederà più. Cambierò, te lo prometto.”

Franziska ricordava ancora lo stupore e la felicità che aveva provato. Gli aveva creduto, lo aveva perdonato e poi, come molte altre volte, lui l’aveva delusa di nuovo.

Si scostò una ciocca di capelli dal viso e la fermò dietro l’orecchio. Si asciugò gli occhi, tagliò una sottile fetta di limone e la fissò sul bordo del bicchiere. Le tornò in mente il brasato di coniglio al Borgogna con le olive nere e lo scalogno caramellato che aveva mangiato un paio di settimane prima con Bibiana e Fabrizio in una piccola trattoria sul Carso, e iniziò a brontolarle lo stomaco. Voleva bene ai due amici, anche se fingevano di non sapere cos’era successo. A Grado ormai l’avevano capito tutti.

Sospirando, si raggomitolò tra i soffici cuscini del divano. La pioggia batteva sui vetri e scivolava in sottili fili scintillanti. In lontananza si vedevano le luci delle navi da crociera che passavano all’orizzonte.

Franziska bevve un lungo sorso di Spritz, e nello stesso istante il telefono suonò facendola trasalire.

“Ciao, Francesca.” La voce profonda di Tommaso era vicinissima al suo orecchio. “Posso invitarti a cena giovedì?”

“Non lo so. Ecco… credo che non sia una buona idea.”

“Ho voglia di vederti, mi manchi.” Ora la voce di Tommaso aveva quel tono caldo a cui era così difficile resistere.

“Dovevi pensarci prima. Ho bisogno di tempo, devo fare chiarezza su molte cose.”

“Significa che abbiamo ancora una possibilità? Ti prego, parliamone a cena da Gianni. Ho prenotato per le nove.”

A quanto pareva era sicurissimo che lei avrebbe accettato. Contrariata, Franziska corrugò la fronte alta. “Va bene, ci troviamo lì,” cedette infine.

Chiuse la chiamata e bevve un altro sorso. Nonostante il condizionatore, in casa si soffocava. Prese un ombrello pieghevole nero dal guardaroba nell’ingresso, si infilò gli stivali di gomma verdi con i fiori gialli e uscì sul balcone sotto la pioggia. L’appartamento era al terzo piano di un alto edificio grigio sasso sul lungomare, riconoscibile anche da lontano. La forma arcuata delle due facciate concave gli conferiva un aspetto inconfondibile.

Il temporale aveva rinfrescato l’aria. Era carica di profumi, e Franziska sentì il sapore della salsedine sulle labbra. Guardando giù, ebbe l’impressione di scorgere ancora una volta la testa di una donna, i capelli chiari che fluttuavano a pelo dell’acqua. Si alzava e si abbassava, spariva, riaffiorava di nuovo e cercava di avanzare verso la scultura in acciaio dei delfini.

Quella scena si ripeteva tutte le sere. Una sirena sospinta dalle onde che lottava contro la corrente, le lunghe ciocche argentate che guizzavano come serpenti. Franziska però non aveva mai visto nessuno entrare in acqua dagli scogli sotto il suo balcone. Doveva essere una delle boe gialle che galleggiavano al largo.

Le piaceva l’idea di una sirena che ogni sera nuotava verso la riva, tentava invano di arrampicarsi sulle rocce e poi veniva trascinata indietro.

Franziska sorrise, inclinò l’ombrello e sollevò il viso verso la pioggia. L’immagine di Tommaso le si insinuò di nuovo davanti agli occhi chiusi. Tommaso che le baciava le lacrime sulle ciglia. Credette quasi di sentire le sue labbra sfiorarle le palpebre, tanto era intenso il ricordo. Spalancò di scatto gli occhi, si passò le mani sulle guance bagnate e gettò un ultimo sguardo al mare agitato.

La sirena non c’era più.

Tornata in casa, Franziska scosse la testa, si sfilò gli stivali e li mise accanto alla portafinestra. Poi zampettò scalza fino al bagno e si strofinò i capelli con un grande asciugamano morbido. Fissò la propria immagine riflessa nello specchio e inarcò le sopracciglia. A vedersi così, spettinata, pallida e con la fronte corrugata, le sembrò di non essere reale. Come se non fosse nel film giusto.

“E in effetti è così,” mormorò. “Sono finita in un posto che non è il mio. In un paese straniero, in una casa estranea, in una vita sbagliata.”

Decise di non starsene più con le mani in mano, fece una doccia veloce, indossò un paio di jeans e una maglia leggera e uscì. Due passi le avrebbero fatto bene.

Appena mise piede sul pianerottolo, la porta dell’ascensore si aprì come per incanto. Quando entrò nella cabina, la giovane donna appoggiata alla parete posteriore non alzò la testa. Non ricambiò nemmeno il suo saluto, continuando a tenere gli occhi fissi sul pavimento.

Era scortese, ma bella. Aveva un fermaglio iridescente a forma di farfalla appuntato tra i lunghi capelli biondo argento che le scendevano sulle spalle come un velo scintillante. Era più bassa di Franziska, il corpo minuto avvolto in un pareo colorato.

L’ascensore si fermò, e la sconosciuta le passò davanti in fretta. Nella cabina rimase una penetrante fragranza floreale. Franziska si diede un’occhiata allo specchio e quello che vide non le piacque. Mentre attraversava il portone si disse che probabilmente la ragazza abitava in uno degli appartamenti affittati durante i mesi estivi.

Fuori la accolse una folata di aria umida. Aveva l’odore degli aghi di pino sparsi a terra. La strada era piena di gente. Franziska adorava passeggiare di sera per la città vecchia con i suoi vicoli tortuosi. Il rumore del mare vicino sovrastava il fischio che sentiva nelle orecchie, dandole un gradevole sollievo.

“Ciao, bella,” la salutò una voce familiare strappandola dai suoi pensieri. Stefano le stampò un bacio sulla guancia tirandola dentro il suo bar. “Un Cynar caldo?”

Le piaceva, quel liquore dal sapore di carciofo che scaldava lo stomaco. La madre di Tommaso glielo aveva preparato la prima volta in una giornata di pioggia e vento, e da allora Franziska lo chiamava “l’amaro della bufera”.

“Meglio di no. Prendo una camomilla.”

“Una camomilla?” Stefano storse la bocca. “Non sei mica malata.”

“Non lo so.”

Lui la guardò dritto negli occhi. “Cioè?”

Franziska si strinse nelle spalle, leggermente a disagio, e senza volerlo gli raccontò cosa la preoccupava. “Lo sai com’è fatto il dottor Beltrame, di sicuro non è niente…”

“In che senso? Cosa non è niente? Non tenermi sulle spine, Francesca.”

“Mi ha fissato una visita in ospedale. Mi spedisce a Monfalcone per farmi succhiare il sangue dai vampiri.”

Stefano, di nuovo al suo posto dietro al banco, era fermo davanti a lei. “Cosa c’è che non va?” Si era tolto gli occhiali con la montatura nera.

“Ultimamente non sono in forma. Mi fischiano le orecchie, mi sanguina il naso e mi copro di lividi solo a sfiorarmi.”

Stefano si passò le mani tra i capelli folti. “Non promette bene,” commentò serio osservandola con attenzione.

“Adesso non esagerare,” protestò Franziska con una risata nervosa. “Non è una tragedia. Vedrai, non morirò.”

“Non c’è nulla da ridere, non è uno scherzo. Tommaso cosa dice?”

Per un attimo Franziska si sentì come una bambina sgridata. “Che c’entra lui? Non sono affari suoi,” ribatté in tono più brusco di quanto avesse voluto.

“Calmati. Allora davvero non è nulla di grave, se hai ancora tutta questa energia.”

Franziska salì sullo sgabello e guardò stupita Stefano che buttava la camomilla e prendeva una bottiglia panciuta da una delle mensole alle sue spalle.

“Questa sì che è roba buona.”

Franziska scosse la testa.

“Niente storie.” Stefano riempì a metà due bicchieri da cognac. “Salute.”

“Cin cin.” Franziska bevve un lungo sorso di liquido ambrato e tossì. “Ma cos’è?” esclamò con le lacrime agli occhi.

“Brandy stravecchio della migliore qualità.”

Un piacevole calore si diffuse lentamente nel suo corpo, e Franziska iniziò a rilassarsi. Si era sentita strana per tutto il giorno. Solo ora che ne aveva parlato con Stefano capì di essere turbata per l’appuntamento della mattina dopo.

“Stefano…” iniziò, ma appena lui alzò gli occhi aggiunse in fretta: “No, niente.”

Lui non insistette e cominciò a mettere i bicchieri nella lavastoviglie. Franziska si accorse che il brandy le stava dando alla testa. Stefano era proprio bello, stabilì seguendo con lo sguardo i suoi movimenti. Anche se aveva solo quarant’anni, i suoi capelli erano già brizzolati e pieni di ritrose ingestibili che non si lasciavano domare. Gli occhiali severi accentuavano i lineamenti marcati. Indossava esclusivamente jeans neri e sopra qualcosa di grigio, bianco o a righe bianche e azzurre. Una volta Tommaso le aveva detto che Stefano era troppo pigro per scegliersi i vestiti da solo, perciò ci pensava il fratello Daniele, che aveva il negozio di abbigliamento accanto al bar. Una bella fortuna per lui.

“Perché mi guardi così?” domandò.

“Facevo un paragone fra te e Tommaso.”

“Ah.” Stefano passò l’indice sul rubinetto in acciaio. “E reggo il confronto?”

“Non intendevo quello,” borbottò Franziska. Il discorso stava prendendo una brutta piega.

“Allora che genere di paragone era?” la incalzò lui con un sorrisetto compiaciuto.

Franziska scese dallo sgabello e le cedettero le gambe. Stefano, che l’aveva raggiunta, scattò in avanti e la sorresse in tempo.

“Accidenti se era forte, la tua roba buona.”

Lui la accompagnò alla porta. “Domani, dopo l’ospedale, passi? Voglio sapere com’è andata,” disse prima di salutarla.

“Vedremo,” restò sul vago Franziska, e uscì.

2

Angelina Maria Cecon non era neanche lontanamente bella come la figlia. Anche lei si chiamava Angelina, ma non le somigliava. La madre era un metro e sessanta e piuttosto robusta, invece la ragazza, dall’alto del suo metro e ottanta, era di una bellezza struggente, nonché un’attrice famosa.

Anche se viveva a Roma da anni, ogni notte faceva visita ad Angelina Maria. Non importava quanto fossero affascinanti gli uomini che la invitavano a cena, non contava quanto fossero lontani i set delle riprese, niente poteva impedire ad Angelina di ritornare a casa.

L’anziana donna appoggiò la tempia sulla mano rugosa e sospirò malinconica. Sperava con tutto il cuore di non doversi ricoverare di nuovo a Trieste. Respirava con affanno, e la tremenda confusione che aveva in testa aumentava ogni giorno di più. Forse perché non prendeva regolarmente le medicine?

Ma quando lo faceva tutto intorno a lei diventava grigio e freddo. I medici le avevano detto che le compresse potevano guarirla. All’inizio ci aveva creduto. Senza i farmaci, però, i suoi sogni avevano colori più vivi. Le piaceva diventare una cosa sola con le immagini calde e variopinte. In quei momenti non aveva nulla da temere. Tuttavia, se si lasciava trasportare troppo a lungo, i sogni finivano per inghiottirla. Di colpo, ciò che era stato allegro e vivace appariva nero e minaccioso. Ogni tanto, come adesso, non si raccapezzava più. Le cose si confondevano in un’unica massa indistinta, e lei doveva stare attenta a non sprofondare in quella palude.

Aveva perso il conto di tutte le volte che era stata in clinica.

Si alzò con difficoltà e andò ai fornelli strascicando i piedi. Un tè caldo con molto zucchero era quello che ci voleva. L’avrebbe aiutata a liberare la mente dai brutti pensieri.

Fuori diluviava, la pioggia batteva sui vetri delle finestre. Come quell’orribile notte.

Angelina Maria sentì un brivido in tutto il corpo, e il ricordo improvviso la riempì di inquietudine. Quando mise il grosso bricco sul fuoco, le tremava la mano. Mentre aspettava che l’acqua iniziasse a bollire, aprì la portafinestra e inspirò profondamente l’aria salmastra che entrava dal terrazzo.

“Se si affogasse solo in mare,” sussurrò fissando le onde che si rincorrevano.

Ormai era troppo tardi e il temporale troppo forte per le sirene. Da un po’ di tempo, verso sera, ne vedeva una nuotare davanti a casa sua. Sempre al crepuscolo, mai prima e mai dopo, quando la luce oscillava indecisa tra il giorno e la notte. Giocava come un giovane delfino, cavalcava le creste spumeggianti, si immergeva nelle profondità dei flutti impetuosi.

Quel giorno Angelina Maria si era persa lo spettacolo. Guardò la superficie scura mescolata al grigiore della pioggia. Al largo, alcune luci sfavillanti ballavano su e giù.

“Anime perdute,” disse piano, e tornò ai fornelli, invasa da un senso di angoscia. Pregava che la paura non le si attorcigliasse addosso. La lotta incessante contro i demoni e le bestie la spossava.

Versò l’acqua fumante nella tazza e osservò la bustina del tè alle erbe che si impregnava diventando sempre più pesante. Poi si sedette al tavolo e strinse la tazza rovente tra le mani. Assorta nei pensieri, si accorse solo dopo un po’ di essersi scottata i palmi. Lasciò andare la tazza, spaventata.

Una scarica elettrica la attraversò. Le fiamme minacciavano di divorarla. Trattenne il fiato in preda al terrore, perché il fuoco non strappasse i demoni dal loro sonno.

Quando il dolore lentamente si placò e nessun mostro si fu svegliato, avvicinò di nuovo la tazza con cautela. Il suo sguardo si perse nel liquido torbido. Una dopo l’altra, le immagini affiorarono dal vapore, facendola precipitare nel ricordo.

Gli occhi le si riempirono di lacrime. Non doveva rivelare il suo segreto. Tanto tempo prima lo aveva raccontato a una giovane dottoressa dell’ospedale. Ma lei non aveva capito. Da allora aveva tenuto la bocca chiusa.

Angelina Maria singhiozzò e bevve un lungo sorso di tè ancora bollente, che le bruciò le labbra screpolate.

3

Stefano non riusciva a dormire. Scaraventò il cuscino a terra in un gesto di rabbia e si sollevò di scatto mettendosi seduto sul letto. Sapeva per esperienza che in quei casi gli unici rimedi erano fare sesso o una lunga doccia bollente. Visto che al momento il primo era fuori questione, gli restava solo la via del bagno.

Sentendo il getto caldo sulla nuca iniziò a rilassarsi. Sotto lo scroscio d’acqua i muscoli contratti si sciolsero e si distesero. Stefano tirò un sospiro di sollievo. Pensò a Francesca. A essere precisi, l’aveva conosciuta prima lui di Tommaso. Il ricordo gli strappò un mezzo sorriso. Tutte le sere si presentava al bar insieme a un’amica. All’epoca non capiva ancora una parola d’italiano, e Stefano aveva avuto l’impressione che studiasse la vita di Grado. Quando si era deciso a invitarla a cena, Tommaso si era già fatto avanti.

Aprì l’acqua fredda e, appena il getto gelido gli colpì le spalle scorrendo sul petto e la schiena, si scrollò come un cane. Chiuse il rubinetto e saltò fuori dalla cabina. La pioggia continuava a battere contro la finestra del bagno, senza accennare a diminuire. Avvolto in un asciugamano, fissò il buio della notte. Il suo appartamento era al secondo piano, proprio sopra il bar, e aveva un’ampia vista che arrivava fino al canale. Gli piacevano i rumori del porto: gli scricchiolii del legno, il tintinnare delle piccole campane di bordo, il fruscio del vento tra le vele.

Mentre guardava distrattamente le gocce che scorrevano sui vetri lasciando scie sottili, si domandò cosa avesse Francesca.

Quella sera era stata strana. Stefano aveva notato già da un po’ la sua aria triste e l’insolito pallore. Prima, quando l’aveva vista così fiacca seduta sullo sgabello del bar, gli era sembrata più fragile che mai.

E se, come pareva, a Tommaso non interessava che Francesca stesse male, le sarebbe stato vicino lui.

Sul suo viso preoccupato si allargò un sorriso fiducioso. Andò in cucina e si versò una birra fredda.

Martedì

1

Laura sollevò lo zaino per la cinghia. Era troppo pieno, le segava le spalle. Con un gesto impaziente si scostò un ribelle ricciolo nero dalla fronte velata di sudore. Quel giorno non c’era il sole, ma faceva caldo lo stesso. Accelerò il passo e girò l’angolo, rischiando di sbattere contro un gruppo di turisti in anticipo sulla stagione che uscivano dall’edicola parlando a voce alta.

Laura borbottò delle scuse e proseguì in fretta. Attraversò la strada principale e si fermò a metà del ponte sul canale che collegava l’isola della Schiusa alla città. Appoggiò i gomiti al parapetto e si prese il viso tra le mani. Rimase così per un bel pezzo, a osservare il gran movimento sull’acqua sotto di lei. Da quando aveva imparato a leggere riusciva a decifrare le scritte sulle barche: Monna Lisa, Ariel, Gabbiano, Carisma, Venezia, Stella, Fortuna, Brezza di mare, Claudia, Antonella, e immaginava le storie legate a quei nomi.

In pochi minuti il cielo si era coperto di nuvoloni scuri, e l’aria era diventata pesante. Laura si riscosse dalle sue fantasie, scrutò i pini che fiancheggiavano il canale e si rimise in cammino. Avrebbe piovuto: gli aghi avevano riflessi metallici. Aveva notato spesso che il colore degli alberi cambiava in base al tempo, alle nuvole e al cielo. A volte le foglie verdi si voltavano, mostravano la faccia inferiore grigia e l’albero acquistava una luce diversa. Segno infallibile di pioggia imminente.

Passeggiò lungo un tratto del porto prima di deviare in direzione dello studio medico. Sarebbe potuta passare anche dal lungomare, ma di sicuro avrebbe incontrato Nicola, il figlio della verduraia.

Laura preferiva stare per conto suo, a fare bambole di cartapesta o leggere storie eccitanti sulle persone famose nelle riviste patinate che ogni tanto sua madre prendeva nell’albergo dove lavorava.

Abitavano in un condominio a cui si poteva accedere da due lati. Le piaceva quel caseggiato rosso ruggine, con la vernice che si sfaldava e i balconi stretti. I panni colorati stesi sui fili ad asciugare le mettevano allegria, svolazzavano e sbattevano al vento come tante bandiere.

Di fronte alla sua scuola sull’isola della Schiusa c’era la casa di riposo. A volte qualche anziano smarriva la strada e vagava senza meta nei dintorni. Alcuni non sapevano in che anno eravamo e un istante dopo dimenticavano quello che gli avevi detto. Un paio di signore con i capelli bianchi arruffati le ricordavano Angelina Maria della villa sul mare. Le faceva un po’ paura.

Quando sentì le prime gocce, Laura corse a casa. Era bello sedersi alla finestra a guardare la pioggia che batteva sui vetri. Ed era felice di aver azzeccato le previsioni.

Nelle scale aleggiava odore di muffa, vestiti non arieggiati e olio rancido. Laura saltellò sugli ultimi gradini davanti al suo appartamento. Mentre cercava le chiavi avvertì uno sgradevole formicolio nella pancia. Sua madre era stata convocata a scuola. Perché la maestra voleva parlarle? Per distrarsi, pensò ai cornetti del panificio. Con il sapore immaginario della granella di zucchero sulle labbra, aprì la porta.

2

Il viaggio in autobus fino a Monfalcone era stato faticoso. Franziska, la tempia appoggiata al finestrino, aveva cercato di dominare il malessere, ma il rapido scorrere degli arbusti le aveva acuito il giramento di testa. E nemmeno il rombo del motore era bastato a sovrastare il ronzio nelle orecchie.

Nonostante l’emicrania, il pensiero di Stefano le strappò un sorriso. Negli ultimi tempi Franziska aveva preso l’abitudine di passare da lui per chiacchierare un po’. Stefano le piaceva perché sapeva farla ridere. Dal giorno in cui si erano conosciuti li legava una confidenza particolare, che scatenava la gelosia di Tommaso. Franziska gli aveva ripetuto decine di volte che tra lei e Stefano non c’era niente, lui però cercava in ogni modo di impedirle di vederlo, e andavano al bar solo quando era proprio inevitabile.

Una cappa d’afa gravava sulla città polverosa. Se il caldo era così torrido a giugno, come sarebbe stato ad agosto?

Mentre camminava Franziska si fermò, sorpresa di avere il fiato corto. Il suo petto si sollevava e si abbassava rapidamente. Le sembrava che dentro di lei un uccello irrequieto sbattesse le ali. Inspirò a più riprese tutta l’aria che poté per liberarsi dal peso che la opprimeva. Sopra di lei si ammassarono nuvole scure e un attimo dopo caddero le prime gocce. In brevissimo tempo il cielo si scaricò, a ogni passo l’acqua le schizzava sui polpacci. Quando finalmente trovò l’entrata del policlinico, pantaloni e sandali erano fradici.

Nel corridoio spoglio, mentre aspettava impaziente il suo turno, provò un senso di solitudine. Su una panca di legno accanto a lei erano sedute tre donne di una certa età. Dovevano conoscersi bene perché erano immerse in un’animata conversazione. Nessuna di loro prestò attenzione a Franziska, sulla sua sedia di plastica bianca.

Dieci minuti dopo l’altoparlante chiamò il suo nome, e lei aprì la porta, agitata. L’ambulatorio era spazioso e odorava di prodotti chimici. Dalla finestra appannata si vedeva un lungo passaggio coperto che collegava due edifici.

Fu fatta accomodare. Un giovane medico con un neo a forma di stella sulla guancia si sedette di fronte a lei. I suoi occhi chiari la studiarono attentamente da sopra le lenti. Le parlò con gentilezza, mostrando interesse per i sintomi che gli descriveva. La sua voce era rassicurante, e Franziska si calmò.

Rispose con precisione a tutte le domande. Il sangue che durante la visita defluì dalle sue vene in una provetta dopo l’altra era di un rosso chiaro, quasi trasparente. Ma evidentemente il dottore non aveva nulla da ridire sul colore, perché continuava imperterrito a sorriderle. Al termine del prelievo dovette restare sdraiata per circa mezz’ora su un lettino, come le ordinò un energico infermiere entrato senza che lei se ne fosse accorta.

Stava quasi per appisolarsi quando una voce la riscosse bruscamente dall’inizio di un sogno. “Adesso può alzarsi, signora. Ripassi tra due ore, quando saranno pronti i primi risultati.”

Appena mise i piedi sul pavimento, la stanza cominciò a vorticarle intorno. Si aggrappò al bordo freddo del lettino, fece una serie di respiri profondi e regolari, poi si diresse lentamente alla porta misurando con cautela ogni singolo passo.

In piazzale Aldo Moro fu investita da una folata di aria umida. Aveva smesso di piovere. Dal marciapiede si alzava un vapore bianco latte. Nel frattempo i suoi capelli si erano asciugati, spirali crespe e lanose le incorniciavano il viso cereo.

Nuvole sfilacciate, vaporose come batuffoli di cotone, si muovevano veloci nel cielo velato di grigio. Franziska pensò a un film muto. L’assenza dei gabbiani con i loro versi acuti e striduli e del rapido frullare di ali bianche la disorientava. Ormai erano diventati parte integrante della sua città sul mare.

Cercò a lungo un bar nelle strade sconosciute. Quando infine ne trovò uno, si lasciò cadere esausta su una delle piccole sedie accanto al bancone. Divorò un tramezzino al tonno e bevve un’Orangina ghiacciata.

Nascosta dietro le pagine rosa del giornale e avvolta nel fruscio della carta, una confortevole sensazione di calore si diffuse dentro di lei, scalzando poco alla volta l’angoscia. Sarebbe andato tutto bene. Sicuramente la sua spossatezza era solo una conseguenza della tensione accumulata negli ultimi mesi.

Finì di sfogliare una delle riviste disseminate sui tavoli senza mettere a fuoco quello che leggeva, poi uscì per incamminarsi di nuovo verso l’ospedale.

Quando aprì la porta indietreggiò, stordita dalla calura. Nella frazione di un secondo, l’aria fresca all’interno del bar fu solo un ricordo.

E l’angoscia tornò.

O si lasciava prendere dal panico in vista dei risultati degli esami e saltava sul primo autobus per Grado o affrontava la situazione. Il sudore le imperlava la fronte, le gambe le cedevano, aveva i crampi allo stomaco. Avanzò a passi incerti lungo il marciapiede rovente finché l’edificio grigio spuntò davanti a lei nel velo di foschia. Aveva un aspetto inquietante, come un enorme monolito di cemento in mezzo al deserto.

“Così non fai altro che peggiorare le cose, ti stai suggestionando,” mormorò tra sé seduta sulla sedia di plastica, aspettando per la seconda volta il proprio turno.

Adesso era in compagnia di un ragazzo su una sedia a rotelle, che le lanciava occhiate curiose. Le tre donne non c’erano più. Di tanto in tanto un’infermiera attraversava il corridoio.

Franziska tamburellava con insistenza le dita sul bracciolo, nervosa. Smise solo quando notò lo sguardo scocciato del ragazzo davanti a lei.

Chissà se anestetizzavano ancora i pazienti con l’etere come si faceva un tempo? Le tornò in mente la caricatura nella sala d’attesa del suo dentista, in cui l’assistente teneva una boccetta di etere sotto il naso di un uomo terrorizzato, mentre il dottore si avventava sul molare del povero malcapitato con un paio di enormi tenaglie.

Aveva appena deciso di prendere un tè freddo al distributore automatico, quando la porta dell’ambulatorio si aprì e un medico piuttosto anziano chiamò il suo nome.

Esitante, Franziska si alzò dalla sedia.

3

Davanti alla tomba del padre, mentre fissava il suo nome sulla pietra grigia, Maddalena Degrassi sentì il prepotente desiderio di mettersi a urlare e sfogare il dolore per quella perdita.

Ma cosa avrebbero pensato le beghine sparse per il cimitero se avesse ceduto alla tentazione? Probabilmente che lei non era una di loro, rifletté. Quelle vecchie donne chine sulle lapidi nelle loro vestagliette da casa, nere come corvi, erano gli uccelli del malaugurio della sua infanzia.

Nonostante il forte attaccamento al Carso e a Santa Croce, il vecchio borgo di pescatori abbarbicato alla roccia a duecento e passa metri sul livello del mare, aveva sempre avvertito dentro di sé una profonda frattura che la separava dagli altri.

Suo padre alla fine si era arreso di fronte alle insistenze della figlia e l’aveva iscritta al Liceo Classico Europeo. Gli anni trascorsi a Udine avevano completamente ribaltato tutte le idee romantiche di Maddalena sulla vita in collegio, libera e indipendente. A differenza dei collegi che conosceva dai romanzi letti da bambina, quello era gestito con il pugno di ferro da un’ambiziosa direttrice. Fra i tanti compiti e il poco tempo libero a disposizione, non restava spazio né energia per le avventure e le bravate che invece, nella fantasia della ragazza, avevano un ruolo fondamentale.

Da Udine a Roma il passo era stato breve, e dopo la maturità aveva studiato per entrare in polizia. Tornava a casa solo durante le ferie.

“Papà, mio caro papà,” sussurrò con voce triste, e accarezzò con amore la lastra di pietra calda.

Le mancava così tanto, quell’uomo straordinario con i capelli grigi sempre spettinati, le mani affusolate e i luminosi occhi azzurri che le ricordavano il mare sotto Santa Croce. Con la madre, una donna severa, Maddalena non aveva mai legato molto. Ma aveva compensato con lui. E adesso era sepolto lì, nel cimitero più bello del mondo, a picco sullo sfavillio delle onde. Ogni volta che guardava quella distesa scintillante ai suoi piedi era come se lo sguardo intenso del padre le trafiggesse il cuore. Quanto avrebbe voluto stringersi a lui adesso, raccontargli dello smarrimento degli ultimi mesi e chiedergli un consiglio.

Dopo la sua morte improvvisa, avvenuta un anno prima, Maddalena aveva scoperto che lui e la madre non erano i suoi genitori biologici. Quando aveva poche settimane, era stata lasciata davanti alla loro porta una notte d’inverno durante un temporale, mezza assiderata, avvolta in uno scialle di lana grigia. Nello studio del notaio, aveva urlato disperata balzando dalla sedia ed era corsa dalla madre, che per tutto il tempo era rimasta in silenzio, pallida in viso, senza tradire alcuna emozione.

“Perché diavolo mi avete mentito per tutti questi anni? Perché nessuno mi ha mai detto nulla?”

“Tuo padre ha voluto così, piccola mia.”

“Mio padre?”

“Maddalena…” La donna che si definiva sua madre l’aveva stretta a sé in un raro slancio emotivo. “Sei sempre stata la nostra bambina, e ti abbiamo amata fin dal primo momento. Credimi, non è stato facile per noi decidere di tenertelo nascosto.”

Il notaio era uscito, lasciando piangere Maddalena tra le braccia della madre. E poco alla volta lei era venuta a sapere tutta la verità.

Allora quel suo sentirsi estranea non era dovuto soltanto a un’adolescenza difficile. Chi era davvero, da dove veniva, quali erano le sue radici?

Al suo ritorno il notaio l’aveva informata che, oltre a una somma non irrilevante di denaro, aveva ereditato la tanto amata moto del padre, una splendida Guzzi. Maddalena l’aveva usata spesso anche quando lui era ancora vivo. La madre, che tutti i giorni, mentre il marito andava e tornava da Trieste, moriva di paura, aveva scosso la testa, preoccupata.

“No, anche tu no,” aveva mormorato. “Non voglio perderti, Maddy.”

Maddalena fece un respiro profondo, si asciugò una lacrima all’angolo dell’occhio e guardò ancora una volta la rosa rosso porpora che aveva portato a suo padre. Senza voltarsi, camminò tra le file di lapidi e raggiunse l’uscita. Il vialetto era intriso d’acqua per la pioggia degli ultimi giorni, e il profumo resinoso dei cipressi si mescolava con l’odore penetrante di fiori appassiti e terra bagnata.

Attraversò il cancello in ferro battuto vicino alla chiesa, e nella sua testa i pensieri iniziarono a ruotare intorno a Franjo. Presto si sarebbero visti, e lei doveva ancora farsi una doccia e cambiarsi, era partita da Grado direttamente dopo il turno di notte. Prima però voleva concedersi un caffè macchiato e una sigaretta nell’unico bar del paese.

Scelse una delle sedie di metallo sulla piazza per godersi la pace che la circondava. Si strinse nella giacca rabbrividendo. Sul Carso soffiava un vento freddo.

Un raggio di sole penetrò il banco di nuvole grigie e fece brillare il bicchiere d’acqua sul tavolino davanti a lei. Maddalena chiuse gli occhi e sollevò il viso verso la luce, finché la sigaretta finì e il sole sparì di nuovo.

Quando poco dopo, fresca di doccia, spinse la Guzzi cromata fuori del garage, le tornarono in mente le parole di Max, un adolescente conosciuto una decina di mesi prima durante un’indagine. Era il suo debutto da commissario in carica a Grado. Il ragazzo le aveva detto serio che non sembrava una poliziotta ma una rockettara, perciò non confidava molto nelle sue capacità di ritrovare la sorella scomparsa. Non aveva tutti i torti.

Mentre lanciava la moto a velocità sostenuta nei vicoli, Maddalena si sentì libera e leggera. Si mise il casco solo sulla strada principale. Le piaceva sentire il vento nei lunghi ricci mori e si imponeva di non pensare ai pericoli in agguato e ai numerosi incidenti che era costretta a vedere nel suo lavoro.

Rimaneva sempre affascinata dalla ruvida bellezza dell’altopiano carsico. A giugno il tenero verde della primavera aveva già ceduto il passo ai toni grigio bruni dell’estate. Sfilò davanti a lillà al termine della fioritura, ad arbusti, castagni, muretti a secco e staccionate, mentre in alto scorreva la distesa infinita del cielo livido. Avevano iniziato a cadere gocce fitte e sottili, e a un incrocio in prossimità di Opicina Maddalena abbassò la visiera. Il tragitto proseguì in un paesaggio sbiadito. La pioggia scioglieva i colori come in un acquerello.

Maddalena accelerò, incurante delle cattive condizioni della strada. Il cimitero militare austro-ungarico, la deviazione per il faro della Vittoria, alberi e cespugli erano un nastro che si srotolava. Ora i muri di cinta diventavano più alti e le carreggiate più larghe. Caserme abbandonate, campeggi mezzi vuoti su entrambi i lati, e poi Opicina. Quando il tempo era bello e l’aria limpida, da lì la vista si apriva sul golfo.

Non quel giorno.

Era talmente concentrata sull’incontro con Franjo che rischiò di superare la deviazione per la Slovenia.

Come sempre quando andava da quelle parti, si ritrovò catapultata nel passato. Era per questo che aveva trovato il suo eroe in quella terra, tra i muri in pietra oltre i quali si dischiudevano campi sconfinati? Il Carso le faceva venire in mente le contee inglesi. Sì, era proprio così: Franjo era il suo Mr.Darcy. E adesso lo aveva perduto, perché lei era lontana anni luce dall’essere Elizabeth Bennet. Purtroppo.

Maddalena sentì un groppo in gola e si sforzò di ricacciare indietro le lacrime. “Ci manca solo che mi bagni anche sotto il casco,” gridò con rabbia al vento che le sferzava il viso. “Questa stramaledetta pioggia basta e avanza.”

Scese verso la frazione di Rupingrande, di fronte a lei i colli del valico di confine un tempo rigidamente sorvegliato, poi risalì verso Col con le sue pareti di roccia impervie e selvagge, e superò quella che un tempo era la dogana. Mancava poco.

Presto sarebbe arrivata da Franjo. Doveva attraversare il bosco di Dol pri Vogljah e subito dopo, all’altezza del ruscello, si vedeva già la svolta che portava alla trattoria. In realtà era la casa di famiglia. La madre di Franjo vi aveva ricavato una piccola taverna, dove chi passava di lì a piedi o in bicicletta poteva trovare prosciutto e formaggio. Era stata lei a trasmettere al figlio la passione per la cucina. Fin da bambino, il suo passatempo preferito era stato osservarla mentre trafficava ai fornelli e curiosare nelle pentole. Dopo i corsi di formazione a Lubiana e a Trieste, era tornato nel paese dove era nato, trasformando la piccola taverna in una trattoria di successo. Maddalena lo aveva conosciuto a Trieste, quando lavorava in un ristorante sul mare. Suo padre ci andava spesso durante la pausa pranzo, per mangiare una delle squisite zuppe di pesce che avevano reso celebre il locale.

Maddalena affrontò di slancio l’ultima curva e inchiodò davanti alla trattoria.

Sulla veranda incrociò Miroslav, il cameriere di Franjo, che in genere faceva il finto tonto. Lo salutò con uno sbrigativo: “Salve,” accompagnato da un cenno della testa e frugò con gli occhi dietro le sue spalle.

“Oh, ma chi abbiamo qui?” Franjo, sbucato all’improvviso sulla porta che quasi riempiva con la sua stazza, le rivolse un sorriso raggiante. “I NAS?”

Maddalena si sentì tremare le gambe. Per un attimo la sorprese che Franjo– contrariamente all’ultima volta– la accogliesse in maniera così rilassata. Il casco in mano, salì i gradini e lo raggiunse. I pantaloni da moto scricchiolavano a ogni movimento.

“No, sono della Finanza,” replicò con disinvoltura, posandogli un bacio freddo sulla guancia.

“Be’, allora venga dentro e si lasci corrompere con una cena sostanziosa.”

“Non chiedo di meglio.” Maddalena, intirizzita dal viaggio sotto la pioggia, sorrise.

Appese il casco e la giacca di pelle nera e rossa a uno degli attaccapanni all’ingresso e seguì Franjo lungo la scala di legno che conduceva al primo piano. Lì, nella sala riservata, potevano parlare in privato.

“Franjo…” iniziò tenendo gli occhi fissi sul suo torace.

Aveva quasi dimenticato quanto fosse alto. E bello. Pur non essendo bassa, Maddalena gli arrivava appena al mento.

“Prima mettiti comoda, io vado a prendere da bere e qualcosa da mangiare,” si affrettò a dire Franjo, senza lasciarle il tempo di proseguire.

Lei voleva ribattere, ma si accorse di avere fame. Inoltre era felice di quella proroga inaspettata.

Franjo tornò con un vassoio e le consegnò il cestino del pane e due calici. A Maddalena piaceva il prosecco del Carso, aveva un colore ambrato e il sapore dello champagne. Svuotò la flûte e avvertì subito l’effetto distensivo dell’alcol.

“Vacci piano.” Franjo sollevò le sopracciglia. “Altrimenti dopo non riesci più a guidare e ti tocca restare qui.” Esitò brevemente, poi aggiunse: “Non che mi dispiaccia, ma non mi sembra un’ottima idea.” Il suo tono era cambiato.

“Hmm,” borbottò imbarazzata Maddalena infilandosi in bocca un pezzetto di pane bianco con aglio ed erbe aromatiche. Dalla cucina Franjo le aveva portato anche un piatto con qualche fetta di formaggio di capra al tartufo.

“Buonissimo, come sempre.” Maddalena si batté la mano sulla pancia, soddisfatta. “Sei indubbiamente il cuoco del mio cuore.”

Franjo la guardò in tralice con quei suoi occhi scuri che formavano uno strano contrasto con i capelli chiari. Maddalena si sarebbe presa a schiaffi.

“Franjo,” disse mortificata, facendo appello a tutto il proprio coraggio. “Almeno restiamo amici. Mi dispiace. Non volevo ferirti,” deglutì. “Perdonami, ti prego.”

Franjo si piegò in avanti sul tavolo, le posò la mano sul braccio e disse con voce seria: “Maddalena, non c’è niente da perdonare. Quando mi hai tradito con Tommaso hai preso una decisione. Una decisione contro di noi.”

“Lo so perfettamente che non esistono giustificazioni per quello che ho fatto. Ma credimi, non contava nulla. È capitato.”

“È proprio questo il punto. Che è capitato anche se volevamo sposarci.”

Maddalena vide il dolore rendere gli occhi di Franjo ancora più scuri. Avrebbe voluto gettarsi tra le sue braccia, stringersi forte a lui e respirare il suo profumo unico, un misto di pepe, miele di bosco e resina. “Darei qualunque cosa per poter tornare indietro.” Si passò la mano tra i capelli e gli lanciò un’occhiata timorosa.

“Avresti dovuto pensarci prima. Ora è troppo tardi. Possibile che non ti renda conto? Volevo diventare tuo marito, non potremo mai essere amici. Tra l’altro,” la guardò allusivo, “ho sentito dire che la moglie lo ha lasciato. Adesso è libero.”

“Cazzo, Franjo, non l’hai ancora capito che di lui non m’importa nulla?”

“Sì, l’ho capito. Ma questo non cambia la situazione. Tu non sei una principessa che dopo mille peripezie sale sul suo cavallo bianco e corre dal principe. Tu sei un commissario della polizia giudiziaria che per mesi ha avuto una relazione con un uomo sposato e coinvolto nelle indagini.”

“Tommaso non era coinvolto nelle indagini. È solo il proprietario dell’albergo dove alloggiava la famiglia della bambina scomparsa. Anzi, a essere precisi, la proprietaria è la madre.” Maddalena si morse la lingua fino a farsi male, poi disse piano: “Hai ragione. Però…”

“Bene, ci siamo chiariti,” la interruppe bruscamente Franjo. “Caffè?” Era già uscito, senza attendere la sua risposta.

Maddalena ingoiò le lacrime, che premevano per uscire, e si asciugò il naso sulla manica della maglietta. Non gli avrebbe fatto il favore di piangere. A un tratto la sala odorava di chiuso. Si alzò e spalancò entrambe le finestre. Fuori il cielo era coperto di pesanti nuvole scure, sembrava che dovesse diluviare da un momento all’altro.

4

Non aveva smesso di piovere per tutto il giorno. L’aria era appiccicosa per l’umidità, e le ossa di Angelina Maria erano doloranti per la gotta e i reumatismi.

La mattina, quando la piccola era passata a consegnare i panini, non era riuscita nemmeno ad alzarsi dal letto. Peccato, le avrebbe regalato volentieri una bella conchiglia.