Non contate su di me - Antonio Schiena - E-Book

Non contate su di me E-Book

Antonio Schiena

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Beschreibung

Primo è un ragazzo solitario e riservato. Nei momenti più bui della sua vita, si è sempre affidato alla scrittura per sfogarsi e andare avanti. Un giorno però ritrova una lettera scritta dal padre, prima che morisse, e le sue certezze si sgretolano. Deluso da tutto, afferra i suoi appunti e sale sul tetto del palazzo per farne un falò. Qui incontra Futura, una ragazza dall’aria ingenua e indifesa che, in piedi sul parapetto, sta per gettarsi di sotto. Primo non ha la vocazione dell’eroe, anzi il cinismo che lo contraddistingue lo porta a scrollare le spalle di fronte a quella scena, proseguendo nell’intento di bruciare gli scritti che per anni ha custodito nella sua stanza. Futura però aspettava solo qualcuno a cui aggrapparsi. Inizia così a essere una presenza fissa nella vita di Primo, che invece non vuole alcun legame con lei e deve barcamenarsi fra uno strano sentimento non corrisposto per D e il coinquilino, Elia, che si sta lentamente distruggendo a causa del vortice malato in cui il suo compagno Riccardo lo sta trascinando. Quando, una notte, Primo e Futura troveranno il corpo senza vita di una giovane ragazza, Primo capirà che rimanere uniti è l’unica possibilità per affrontare la vicenda e che è arrivato il tempo di agire.

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Veröffentlichungsjahr: 2017

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Ähnliche


Tavola dei Contenuti (TOC)
Collana Ombre
Antonio Schiena
Non contate su di me
PROLOGO
ATTO PRIMO
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
INTERVALLO 1
PRIMO ED ELIA
ATTO SECONDO
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
ELIA E RICCARDO
ATTO TERZO
INTERVALLO 2
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
INTERVALLO 3
PRIMO E LA SUA FAMIGLIA
ATTO QUARTO
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
EPILOGO
Ringraziamenti

CollanaOmbre 

Non contate su di me di Antonio Schiena Collana: Ombre Genere: Commedia nera ISBN: 9788898036974 PRIMA EDIZIONE Dicembre 2016 ©2016 Watson edizioni - Tutti i diritti riservati Editing e cura redazionale: Arianna Rossi Illustrazione: Tithi Luadthong Creazione digitale: Simona Ferruggia Watson edizioni, via Pescosolido, 102 - 00158 Roma www.watsonedizioni.it [email protected]

Antonio Schiena

Non contate su di me

Watson edizioni 

Si va così, perché il passato è lì davanti e la tua vita è quel che senti e che nessuno ruberà.“Così si va”, Roberto Vecchioni.

 PROLOGO

«Allora è vero che la felicità esiste!» disse la ragazza, sorridendo tra sé e sé, mentre accarezzava con le mani la fotografia leggermente usurata dal tempo di un bambino in salopette. «È arrivato il mio momento.» In effetti di ricordi felici ne aveva ben pochi. Abitava in un appartamento con ragazze che non conosceva e che probabilmente non la stimavano, lavorava saltuariamente facendo cose che non le piacevano e non le permettevano di vivere serenamente e aveva del tutto sciolto i rapporti con i suoi genitori. Lasciò la foto sul comodino e si alzò per affacciarsi dalla finestra. Era buio. Il suo rapporto con il buio era sempre stato litigioso. Da piccola ne aveva paura, da adolescente aveva imparato a nascondercisi per mascherare i suoi pianti, adesso era fonte interminabile di dubbi. Più di una notte si era addormentata sperando che il sonno si sarebbe protratto il più a lungo possibile. Il buio che però aveva davanti adesso non la spaventava, non sentiva alcun timore nei suoi confronti. Il calendario alla parete era rimasto indietro di mesi. Non era solita consultarlo, non vedendo nell’avanzare del tempo nulla di buono. Adesso però si sentiva carica. Strappò via due fogli, soddisfatta. Mancavano due mesi a Natale. Aveva sempre provato invidia per quelli che riuscivano a vivere quella festa con lo stesso spirito che si vede nei film, con le canzoncine, i dolci, i regali e i vestiti rossi. Doveva essere bello quel Natale lì. «Me lo merito» si disse, poi andò a distendersi sul letto e prese di nuovo la fotografia e la strinse a sé. «Quest’anno sarà Natale anche per noi.» E sorrise, del tutto ignara che per lei dicembre non sarebbe mai arrivato.

1

Quando ti accorgi che tutto ciò che hai fatto nella vita è stato completamente inutile hai due possibilità: sbarazzarti del tuo passato e ripartire da zero o gettarti dal tetto di un palazzo di otto piani. Primo stava salendo sul tetto di un palazzo di otto piani per fare la prima delle due cose, e per questo aveva con sé un bel malloppo di fogli. La prima volta che Primo ha scritto aveva sei anni. Da quel momento non ha più smesso. Ha scritto quando era solo, quando non riusciva a prendere sonno, quando rimaneva senza appetito. Ha scritto quando era felice e quando era triste, quando fuori c’era il sole e quando diluviava. Ha scritto per distrarsi, per fuggire in un altro mondo, per nascondersi dalla realtà e per dare vita a ciò che pensava. Ha scritto di giorno e di notte, sotto le coperte e sul banco di scuola mentre gli insegnanti spiegavano cose che non gli interessavano. Ha scritto quando si è innamorato e quando ha capito che l’amore rende deboli, quando gli amici non lo invitavano alle feste di compleanno e quando si è accorto che stava diventando grande. Quel giorno per la prima volta capì quanto tutto quello scrivere fosse stato inutile, così aprì uno scatolone nascosto sotto la scrivania e arraffò tutti i fogli che riusciva a tenere in mano. Alcuni erano bianchissimi, altri molto ingialliti con il solco della penna ormai sbiadito, tutti pieni di parole che non gli erano servite a niente. Uscì dall’appartamento e si chiuse la porta alle spalle. Al di là del finestrone sul pianerottolo si estendeva il buio intenso di quella notte di novembre. Salì le scale fino all’ultimo piano, affrontò l’ultima rampa con un accenno di fiatone e finì sul terrazzo condominiale. La porticina arrugginita era aperta, le antenne creavano un disordine fastidioso e il richiamo alla sporcizia era inevitabile per via dei topi che si inseguivano sul pavimento incrostato. L’aria pungente penetrò in fretta sotto gli abiti sgualciti che indossava in casa e quel freddo improvviso gli fece capire che stava facendo la cosa giusta. Forse avrebbe dovuto curare con più attenzione i dettagli. Quello che stava per fare avrebbe segnato per sempre la sua vita, associare una svolta a quell’abbigliamento o al luogo che lo circondava poteva non essere di buon auspicio. Non era mai salito fin lassù. Sì, sapeva che esisteva un tetto a cui era possibile accedere, ma non aveva mai sentito il bisogno di saperne di più. Il cielo era buio, ma le luci della città delineavano in maniera chiara le sagome dei palazzi che lo circondavano. Tutti alti, squadrati, invasi da antenne e da qualche lenzuolo lasciato ad asciugare. Aveva trascorso l’intera infanzia col desiderio di scappare dal paesino che l’aveva visto nascere e ora casa sua era quell’angolo di città in cui non riusciva a trovare niente di bello. Allontanò lo sguardo dall’orizzonte e tornò a concentrarsi sui fogli che aveva in mano. Tergiversare non l’avrebbe aiutato. Era lì solo perché aveva bisogno di liberarsi di quelle che non erano altro che pagine e pagine di tradimento. Perché dalla scrittura lui era stato tradito. Gli era stato detto che l’avrebbe salvato, l’avrebbe aiutato, ma lei si era sempre fatta i cazzi suoi. Alla sua sinistra intravide una vecchia griglia per barbecue in acciaio. Primo si avvicinò, adagiò uno dei fogli all’interno e con l’accendino che aveva in tasca gli diede fuoco. Le parole sparirono lentamente, bruciate e svuotate da ogni significato, per perdersi per sempre. Insieme al foglio, stava bruciando una parte di sé che non avrebbe più potuto recuperare in nessun modo. Vedendo il fuoco, Primo provò un leggero bruciore, più mentale che fisico, come se una miccia nella nuca si fosse accesa, ma non gli diede peso. Era abituato a non dare peso alle sensazioni prettamente emotive. Quando la fiamma si spense, del foglio non era rimasto più nulla. Primo non riuscì a decifrare la sensazione che stava provando. Prese un altro foglio e continuò l’esecuzione. «Ehi tu, che stai facendo?» La voce acuta e fastidiosa che ruppe il silenzio apparteneva a una ragazza nascosta nell’ombra. Primo non riusciva a scorgere gli abiti che indossava né il suo taglio di capelli, tantomeno il colore dei suoi occhi, ma una cosa era chiara: la ragazza era in piedi, in bilico, sul parapetto di cemento che circondava quel terrazzo. Sotto si allargava il vuoto. Tra sbarazzarsi del passato e gettarsi nel vuoto, lei doveva aver scelto la seconda opzione. «Perdonami» fece Primo, senza distrarsi troppo. «Non ci metterò molto. Darò meno fastidio possibile. Fai come se non ci fossi.» La ragazza spalancò le braccia, come per accertarsi che lui l’avesse effettivamente notata. «Stavo per suicidarmi.» Primo adagiò un altro paio di fogli sul fuoco. «Scusa. È la prima volta che salgo qui su» rispose, più per prendere tempo che perché sapesse effettivamente cosa dire. Non ha mai parlato troppo, Primo, forse anche per questo ha lasciato che la sua fiducia si aggrappasse così tanto alla scrittura. Ogni volta che aveva a che fare con gli altri non sapeva come comportarsi, che parole usare, che atteggiamento mostrare. Si sentiva a disagio, come se qualsiasi scelta avesse fatto si sarebbe comunque rivelata sbagliata. «Fai come se io non ci fossi» tornò a ripetere, provando a convincere se stesso che non stesse accadendo nulla. Lei scese giù dal parapetto e gli si avvicinò. Aveva capelli nerissimi, lunghi, e occhi di un azzurro eccessivamente chiaro. «Sei venuto qui per impedirmi di farlo, vero? Sei venuto qui apposta per non farmi buttare di sotto? Tu sai chi sono io, ma tu chi sei?» «Io non ho idea di chi tu sia e in questo momento ci sono poche cose al mondo che mi interessano meno» e portò un altro foglio sul fuoco, facendone scaturire una grossa fiamma. «Se devi buttarti, fallo senza badare a me.» «Cosa sono?» domando lei ignorandolo. «Fogli?» «No, sono scarpe. Scarpe piatte, bianche, rettangolari e piuttosto fragili.» «Ma ci sono delle scritte sopra? E le stai bruciando? Sei pazzo?» «Non credo sia un tuo problema.» «Certo che lo è, dal momento che sei qui perché qualcuno ti ha mandato per evitare che io mi buttassi di sotto.» Primo la guardò perplesso. «Non so esattamente se mi stai prendendo in giro o se hai semplicemente qualche rotella fuori posto, ma te lo ripeto educatamente: non sono qui per te.» «Non è una coincidenza se mi hai scovato nonostante mi trovi sul tetto di un condominio qualsiasi. Chi ti ha mandato?» Forse il fumo gli stava dando alla testa e forse si era lasciato prendere troppo dalla situazione, ma Primo davvero non riusciva a credere che quella conversazione potesse essere reale. «Non… non mi ha mandato nessuno.» «Silenzio» fece lei posandogli la mano sulla bocca. La mano aveva un profumo intenso, di frutta, forse fragola, ma troppo dolce. Forse le aveva lavate con uno di quei saponi che usano i bambini convinti che più intenso è l’odore, più le mani sono pulite. «Se non sei stato mandato da nessuno allora sei a rischio anche tu. Non gridare. Potrebbero sentirti.» «Di chi stai parlando?» «Di quelli che mi stanno seguendo» rispose lei guardandosi furtivamente intorno. «È notte ed è buio.» «Non ti sfugge niente.» «Per loro è facilissimo nascondersi e non farsi vedere a quest’ora.» Primo intanto continuava a bruciare i suoi scritti, cercando di non badare alla voce della ragazza che diventava sempre più flebile e ansimante. «Anche io scrivevo, sai? Mi faceva sentire bene. Io però non distruggerei mai le cose che ho scritto. A casa sono piena di diari. Qualche volta ti faccio leggere qualcosa e mi dici cosa ne pensi. Sono curiosa di avere il parere di uno scrittore vero.» «Io non sono uno scrittore.» «Ah, scusami. Avevo frainteso. Pensavo stessi bruciando i tuoi scritti. Hai l’aria di chi avrebbe voglia di un altro bicchiere di vodka ma non vuole ubriacarsi. È un problema quand’è così, vero? E poi nei tuoi occhi c’è una storia, si vede. Insomma, mi sembravi proprio uno scrittore. Strano, in genere non sbaglio.» Primo a quel punto si alzò, gettò i fogli rimanenti sul fuoco tutti insieme, lasciando perdere il rituale della cerimonia a cui aveva dato vita qualche minuto prima, e posò una mano sulla spalla della ragazza. «Buona fortuna.» «Buona fortuna per cosa? Allora vedi che sai qualcosa che io non so? Cosa mi nascondi?» «Era un augurio generale» disse Primo sospirando. «Non so, ma ho come l’impressione che ti servirà.» «Io mi chiamo Futura, tu?» Primo la guardò. Il fuoco, alimentato dal malloppo di fogli, adesso ardeva allegro, illuminando la zona circostante. La luce arancione, alle spalle di Futura, la trasformò in un’indefinita sagoma nera. Forse stava tremando, o forse era il ballo del fuoco a dare quell’impressione, ma sembrava inquieta. Aveva bisogno di aiuto, era chiaro, e stava implicitamente chiedendo a Primo di offrirle il suo, ma se c’era una cosa che aveva capito di sé, era che non era fatto per aiutare nemmeno se stesso, figuriamoci gli altri. Si voltò senza rispondere e si avviò verso la porta che l’avrebbe condotto alla scalinata interna del condominio, fino al terzo piano dove c’era l’appartamento in cui aveva trascorso la notte. «Voglio solo sapere il nome del ragazzo che mi ha salvato la vita» mormorò Futura. «Non ti ho salvato da niente. Se volevi davvero buttarti e non l’hai fatto solo a causa mia, mi sa che la vita te l’ho rovinata.»

2

Il gran marasma che alla fine della giornata lo avrebbe condotto sul tetto iniziò quella mattina per un motivo ben preciso. Primo era riemerso dal sonno con la bocca impastata e una sete feroce. La testa gli pesava e il sonno gli sussurrava di continuare a tenere gli occhi chiusi, ma lui aveva bisogno di bere. La gola era secca e la saliva talmente calda e densa da non riuscire a inghiottirla, con l’alito intriso di puzza di scelte sbagliate fatte la sera prima. Si alzò lentamente dal letto e il buio iniziò a dissolversi mostrandogli la camera in cui aveva dormito. Non era la sua stanza. No, si era fermato a casa di suo padre. Portava le chiavi sempre con sé e quando gli capitava di alzare troppo il gomito in zona, ne approfittava. Giunto davanti al frigo lo aprì, afferrò una bottiglia d’acqua naturale e, dopo aver risputato il primo sorso nel lavandino, la trangugiò fino all’ultima goccia. Già si sentiva meglio. La testa gli girava leggermente e lo stomaco era in subbuglio, eppure era certo di non aver bevuto chissà quanto. Una volta riusciva a reggere molto meglio l’alcol, ora gli bastava un bicchiere di troppo per giocarsi almeno metà della giornata successiva per riprendersi. Intanto l’acqua continuava ad essere un fedele amico e ora, per provare davvero a tornare in vita, aveva solo bisogno di un caffè. La cucina era piccola, piena di troppi mobili inutili e rovinati dall’usura e dal tempo. Preparò la moka con gesti rapidi e sicuri. Nell’attesa che il caffè uscisse, si guardò intorno. Nonostante fossero passati mesi dalla sua morte, l’ombra di suo padre era ancora lì, in ogni dettaglio: la carta da parati impregnata di alcol, le bottiglie sparse per terra, sulla lavagna di sughero una cartolina inviata al signor Carlo. Era così che tutti chiamavano suo padre: il signor Carlo. Dopotutto per molti anni era stato una persona perbene e un genitore impeccabile, ma il tempo non era stato un suo grande amico. Invecchiando aveva avuto la meglio il suo lato burbero, indisponente e antipatico. Frequentava abitualmente molti posti, ma non aveva mai legato con nessuno. Pranzava ogni giorno in un localino gestito da due ragazzi e non aveva mai imparato i loro nomi, eppure li minacciava quotidianamente che non sarebbe più tornato se non si fossero decisi a servirgli una pasta non scotta. Loro continuavano a cuocerla più del dovuto, ma senza riuscire mai a spingere il signor Carlo a cambiare locale. Quando si trovava in ascensore con qualcuno sbuffava ogni tre secondi, in maniera profonda e costante, esattamente come faceva durante le riunioni di condominio, a cui non mancava mai. Ogni domenica andava a messa, si sedeva nell’ultima fila e grugniva. Durante l’omelia ripeteva spesso espressioni tipo “Certo, come no”, “Sarebbe bello fosse così, eh?”, “Quanto vi piace semplificarvi la vita credendo nelle favole”. Un paio di volte Don Ugo gli aveva chiesto di non tornare più durante la messa per evitare quelle situazioni imbarazzanti, ma il signor Carlo lo aveva sempre ignorato. Primo pensava che se Don Ugo invece di cacciarlo gli avesse offerto un po’ di aiuto, forse lo avrebbe accettato, ma non era mai successo. E ogni domenica tornava lì, a grugnire. Alla sua morte, nessuno pianse. Nemmeno Primo, che pure era suo figlio. Non perché odiasse suo padre, ma perché gli rimproverava troppe cose. Per via delle loro divergenze, che invece di risolversi si erano inasprite, Primo, una volta diventato maggiorenne, si era trovato un lavoretto senza pretese ed era andato via di casa, lasciandolo solo e il padre non solo non l’aveva fermato, ma non gli aveva neppure mai chiesto scusa per tutto quello che era successo. Il tempo per rimediare si era esaurito in fretta ed era impossibile ignorare la sensazione che non ci avesse mai provato davvero. Qualche mese prima, il signor Carlo era morto soffocato dal suo stesso vomito dopo aver scolato l’ennesima bottiglia di Jack Daniel’s. Il modo più coerente con cui potesse concludere la propria vita. Il caffè era uscito. Primo lo versò in una tazzina e soffiò delicatamente. Da quando suo padre se n’era andato non aveva toccato niente lì dentro, se non il letto della stanza degli ospiti. Non aveva toccato niente perché non aveva mai sentito sua quella casa e non ci avrebbe mai vissuto, ma forse era arrivato il momento di fare ordine e metterla in affitto. Finito il caffè, lasciò la tazzina nel lavandino e prese un sacco di plastica. Le bottiglie per terra erano impolverate, quasi non emanavano più puzza di alcol, ed era arrivato il momento di gettarle via. La stanza dove aveva vissuto il signor Carlo era ancora intatta. Primo ci entrò per aprire la finestra nella speranza che l’odore dello stile di vita di suo padre svanisse, ma ormai bisognava pensare a qualcosa di più drastico, specialmente se l’idea era quella di affittare la casa. Forse si sarebbe dovuto decidere a togliere la carta da parati e dare una bella imbiancata, e a buttare via i vestiti o, se non altro, a portarli in lavanderia insieme alle coperte del letto. Il lenzuolo era ai piedi del letto a due piazze, arricciato, il coprimaterasso era sfilato da un angolo e i tre cuscini erano tutti irrimediabilmente ingialliti al centro. Dopo un lungo sospiro, Primo si avvicinò e strattonò via il lenzuolo, buttandolo a terra, poi tirò il coprimaterasso e infine aggiunse sul mucchio anche i tre cuscini. Il suo pensiero era di chiudere tutto dentro il lenzuolo, che avrebbe legato tipo sacco dell’immondizia per andare a buttarlo, ma dalla fodera di uno dei cuscini cadde un pezzo di carta con un messaggio chiaro. La scrittura era in stampatello e la grafia era chiaramente quella del padre. “Mostrare a Primo la scatola viola”. «Oh santo cielo» esclamò Primo fra sé e sé. «Mi sembra di essere finito in un libraccio di serie C.» Rilesse il biglietto. Non sapeva cosa fosse la scatola viola, ma per istinto, forse guidato dai troppi libracci di serie C letti, aprì l’armadio del padre, ritrovandosi travolto da un odore misto di stantio e umidità che lo obbligò a tapparsi il naso. In alto c’erano delle scatole. Prese una sedia, ci salì e iniziò a escluderle per colore, lanciandole sul mucchio che ormai era in terra. Una era verde, due grigie, poi ce n’era una trasparente. In fondo ne era rimasta una bianca. La prese direttamente solo per aggiungerla al mucchio. Quando era ormai a terra si accorse però che sul coperchio era disegnato uno strumento musicale simile a un violino, probabilmente una viola, appunto. «Ci mancava il gioco enigmistico da terza elementare. Nemmeno da morto riesce a conservare un briciolo di dignità.» Nella scatola c’erano tre fotografie. Erano tutte foto di lui da piccolo. C’era uno scatto della famiglia al suo battesimo: com’erano sorridenti lì, sua madre e suo padre. In un’altra foto Primo aveva più o meno l’età per frequentare i primi anni delle elementari, era disteso a letto di casa con un fazzoletto bagnato sulla testa e sua madre gli teneva la manina, mentre sorrideva con tutta la sua forza al fotografo. La terza fotografia Primo la ricordava bene: un passante l’aveva scattata a lui e a suo padre sotto un imponente ulivo. Quel giorno il signor Carlo, per regalargli qualcosa che andasse oltre il tempo, lo aveva portato a piantare un ulivo. Nella foto però Primo era incupito, grigio, in netto contrasto con l’entusiasmo sul volto di suo padre. Tornò a chiedersi cosa stesse facendo sua madre mentre loro piantavano quell’ulivo, esattamente come se lo chiese nel momento dello scatto. Insieme a queste foto, anche una lunga lettera. Anche quella lettera era scritta da suo padre ed era indirizzata inequivocabilmente a lui. Dopo le prime righe, Primo sentì il bisogno di sedersi. La lettera era lunga. Era pesante. Scavava a fondo e bruciava, bruciava così tanto che anche l’aria sembrava infuocata. Le parole iniziarono a vorticargli nello stomaco e si mischiarono ai residui di alcol, la testa prese a tamburellare talmente forte che dovette chiudere gli occhi, i fogli che aveva in mano presero a pesare troppo per riuscire a reggerli ancora. Trascorse il resto della giornata a rileggere quella lettera e a chiedersi il perché. Era tardo pomeriggio quando tornò nella stanza degli ospiti in cui aveva trascorso la notte. Il padre l’aveva sempre lasciata libera per lui, se mai avesse deciso di trasferirsi nuovamente lì, ma Primo si era sempre limitato a usarla come una sorta di sgabuzzino, così tutte le cose che diventavano di troppo, ma che non aveva intenzione di gettare via, le riponeva lì. Sotto la scrivania c’era uno scatolone pieno di una bella quantità di quaderni e appunti scritti negli anni. Rilesse anche quelli. Si sentì stupido, infantile, ingenuo. Aveva usato quelle parole per difendersi da qualcosa di cui in realtà non sapeva niente. Si era nascosto dietro un’intelligenza che l’aveva solo illuso di aver trovato la giusta via di fuga. In frigo trovò una bottiglia di vodka. Ne aveva appena bevuto un bicchiere tutto d’un fiato quando l’unica cosa da fare gli apparve chiara nella mente. Arraffò tutti quei fogli, prese un accendino e salì sul tetto.

Lesen Sie weiter in der vollständigen Ausgabe!

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