Ultima notte in Oltrepò - Alessandro Reali - E-Book

Ultima notte in Oltrepò E-Book

Alessandro Reali

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Beschreibung

Trame oscure e raccappriccianti si intrecciano intorno a una efferata esecuzione a Pavia. Intanto, a Fortunago, incantevole borgo, perla dell'Oltrepò Pavese, il mistero aleggia sulla scomparsa del conte Simeone di Oramala. Sambuco e Dell'Oro, incaricati dagli amici del conte di far luce sul caso, respireranno atmosfere gravide di intrighi e sospetti che rimbalzano tra le colline dell'Oltrepò, Voghera e Pavia, come le palline impazzite di un flipper diabolico. E Sambuco si ritrova a fare i conti con il suo cuore che, inaspettatamente, riprende a palpitare

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Veröffentlichungsjahr: 2016

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Table of Contents
PROLOGO
UNO
DUE
TRE
QUATTRO
CINQUE
SEI
SETTE
OTTO
NOVE
DIECI
UNDICI
DODICI
TREDICI
QUATTORDICI
QUINDICI
SEDICI
DICIASSETTE
DICIOTTO
DICIANNOVE
VENTI
VENTUNO
VENTIDUE
VENTITRÉ
EPILOGO
L’Autore

Il nostro indirizzo internet è:

http://www.frillieditori.com

[email protected]

Impaginazione

Michela Volpe

copyright © 2015 Fratelli Frilli Editori

Via Priaruggia 31/1, Genova – Tel. 010.3074224; 010.3772846

isbn 978 88 6943 156 2

I personaggi e le vicende narrate sono frutto della fantasia dell’autore. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Alessandro Reali

Ultima notte in Olptrepò.

La quinta indagine di Sambuco & Dell’Oro

Fratelli Frilli Editori

A mia madre

...Siamo tutti irripetibili

nelle nostre piccolezze,

nelle nostre misere umanità...

Gastone Moschin

PROLOGO

Le nuvole basse si addensavano sul borgo, pallide, come lingue di nebbia fluttuanti tra le caratteristiche case di pietra. Il bosco di olmi, sulla collina di Stefanago, per un momento ignorata dalla bruma, assumeva riflessi argentati. In basso, lungo la strada declinante verso Borgoratto Mormorolo, i vigneti non si vedevano più. Ma in alto, prima del sentiero della Rocca, il campanile della chiesa di San Giorgio sbucava contro un lembo di cielo terso.

La terra era umida. Il fogliame, sul sentiero, putrido. Un’aureola di sole al tramonto, da occidente, lambiva la villa degli Oramala, imponente in fondo al vialetto, tra gli abeti rossi, i ginepri e il boschetto di betulle dalla corteccia bianca, raccolte in un angolo a proteggere un patio ligneo piuttosto malandato.

Un cane abbaiò, oltre il cancello di ferro battuto.

Un uomo, giaccone cerato, sbucò dal grigiore morbido del viottolo lastricato in porfido, avanzando verso la villa. Il capo leggermente chino, le mani incrociate dietro la schiena.

Il golden retriever di nome Oro gli corse incontro, riconoscendolo come il suo unico padrone: il conte Simeone Oramala, ultimo erede del ramo del Pizzo Fiorito dei marchesi di Malaspina, dinastia che affondava le proprie radici tra storie e leggende risalenti all’Alto Medioevo, tempo di spartizioni territoriali sanguinose, ascese e cadute altrettanto repentine, titoli nobiliari acquisiti, spesso, senza tante buone maniere, tra le potenti famiglie degli Sforza, Dal Verme, Riario, Botta e Malaspina.

Il conte Simeone amava sottolineare, compiaciuto, durante le discussioni con il professor Giulio Borghi, che il suo ramo discendeva proprio da Obizzo Malaspina, pronipote di Oberto, marchese di Liguria, che aveva ricevuto in dono Fortunago nel 1164 da Federico Barbarossa. Fortuna? Acqua? La leggenda vuole che il futuro San Ponzo, guardiano di un gregge, transitando in paese, avesse piantato il bastone nella terra e da lì ne fosse sgorgata la sorgente che ancora esiste.

Aveva da poco compiuto sessanta anni, decisamente ben portati, e quasi interamente vissuti in collina, tra i suoi vigneti, le grandi proprietà nelle valli tra Cavagnago e Borgoratto, fino a Borgo Priolo, Casteggio e Torrazza Coste, in quel magnifico triangolo verde, sulla riva destra del Po pavese, con i picchi del monte Penice e del monte Lesima, incuneato a lambire le province di Piacenza, Genova e Alessandria.

Oltre agli interessi economici relativi alla produzione del vino e del foraggio, sia sulle alture intorno a Fortunago – dove i venti primaverili favorivano quel tipo di agricoltura – sia nella pianura tra Voghera e Tortona, delegati all’enologo Bruno Mori, detto il Sivori, il conte di Oramala aveva un’altra grande passione: la storia patria e soprattutto locale, che studiava col piglio entusiasta dell’eterno dilettante, eccitandosi come un fanciullo nella ricostruzione dettagliata di grandi battaglie con plastici enormi che componeva in una vecchia scuderia adiacente la villa, sito di culto dedicato esclusivamente al modellismo.

Altro motivo che lo teneva legato, senza rimpianti, al suo territorio era l’incidente – una caduta da cavallo al maneggio di Sant’Eusebio – che aveva costretto sua moglie Licia Gastaldi Pessani su una sedia a rotelle. In realtà, oltre alla tragica evidenza del fatto, poteva anche trattarsi di una scusa. Fondamentalmente al conte non piaceva viaggiare. Per questo, appena poteva, “cedeva” gli spostamenti per motivi di lavoro (negli ultimi tempi avevano aperto un fronte enologico molto interessante sul mercato canadese) al Sivori, oppure a Renato “Tato” Montagna, figlio del suo defunto fattore. Trentenne ben piazzato, il Montagna era definito semplicemente “il figlio del conte” dai valligiani, facendo riferimento alla passata relazione tra l’Oramala e la bella Carolina Trivi vedova Montagna, dal fisico “felliniano” e di notevole cultura, poco incline alla vita familiare e totalmente coinvolta dal suo lavoro nella galleria d’arte – dono del conte Simeone – in via Bidone a Voghera, a due passi da piazza Duomo.

Licia Gastaldi Pessani era al corrente delle dicerie che circolavano sul conto di suo marito e di Carolina Trivi ma, per ovvi motivi, non ne parlava mai. Sapeva anche che Simeone era molto sensibile, oltre che alle grandi battaglie della storia, anche a quelle che si consumavano tra le lenzuola. Inoltre, la sua invalidità l’aveva proiettata in una sorta di mondo fatato (sua sorella sosteneva che Licia era predisposta, fin da bambina, a quel genere di riflessioni) popolato dagli adorati animali, i gatti Dea e Lucifero, il coniglio bianco Pandora e il bassotto nero focato Lord, tutti accuditi con le dovute attenzioni da Guglielmo ed Eleonora, i domestici, marito e moglie, che da tanti anni prestavano servizio presso gli Oramala. Ai suoi animali e alle leggende delle colline, Licia, con inesauribile passione, dedicava fiabe da lei stessa illustrate che il marito e la sorella provvedevano a far pubblicare da un raffinato editore milanese, specializzato appunto nella realizzazione di libri per l’infanzia. Ai rari ospiti che riceveva Licia amava raccontare di essersi ispirata alla scrittrice pavese del XVIII secolo Costanza Pessani, iscritta all’Accademia degli Affidati, nonché pastorella d’Arcadia con il nome di Amarilli Penea (la moglie del conte usava questo pseudonimo per firmare i suoi acquerelli naïf). Non c’erano riscontri precisi sull’esistenza, vera o presunta, della scrittrice, ma a Licia l’idea garbava molto, anche per ciò che aveva letto, nei volumi di storia locale nella biblioteca del marito, sull’Accademia degli Affidati, che avevano per simbolo lo stellino, un uccello, e per protagonisti professori universitari assai galanti e goderecci, cavalieri, alti prelati, abatini, vescovi, cardinali, dame, damigelle e, appunto, poetesse arcadiche.

Veniamo ora alla sorella di Licia, Marzia Gastaldi Pessani, di una bellezza fuori dal tempo, che anni prima Simeone d’Oramala paragonava a un dipinto Belle Epoque del livornese Vittorio Corcos, raffigurante una splendida ragazza, sofisticata quanto annoiata, con occhi profondi e misteriosi come uccelli migratori, seduta su una panchina in atteggiamento, inusuale per l’epoca, con le gambe accavallate e una mano a reggere il mento.

Dall’incidente della sorella, Marzia, giorno dopo giorno, si era sostituita a lei come autentica padrona di casa. Accudiva Licia con affetto sincero, prodigandosi nella diffusione dei suoi libri e, allo stesso tempo, “gestiva” il conte, dopo averlo per alcuni mesi molto amato, come si conviene a una seconda moglie, e ormai da tanti anni riservandogli l’affetto esclusivo di una sorella, mantenendo sempre in perfetto equilibrio il curioso ménage familiare.

Di questi argomenti, in casa, non si parlava mai. Si conoscevano e ciò era sufficiente. A nulla sarebbe servito commentare. Un intelligente tacito accordo, agevolato dalle ottime condizioni economiche e dall'affetto sincero, preservava l’ambiente sano e privo di ripicche e contrasti.

Ma ritorniamo al conte di Oramala, accolto sul cancello dallo scodinzolante Oro che, ogni sera, l’aspettava di ritorno dall’abituale passeggiata.

Cosa c’era di strano nel suo comportamento? Apparentemente nulla. Un uomo da alcuni definito fin troppo buono e un po’ vanesio, dedito da sempre alle sue passioni e ai piaceri della vita. In che cosa tradiva il nervosismo o, meglio, l’ansia che lo turbava da più di mezz’ora?

Marzia, da una finestra del secondo piano, osservava, sfumata nella sera azzurrina, la sua figura snella ma non ne percepiva l’esitazione e il passo incerto. Aspettava solo che rientrasse in casa, come di consueto, più o meno alla stessa ora, dopo l’abituale passeggiata al bar dell’albergo La Pineta, dove incontrava il Sivori, più giovane d’una decina d’anni, e altri amici di vecchia data: l'avvocato Gaslotti, il dottor Sclavi e il professor Borghi, compagno di studi ai tempi del liceo. Con quest’ultimo, rimasto vedovo da poco, condivideva, in particolare, la passione per la storia medioevale, confermata dagli scritti pubblicati su Dante e Petrarca, quelli relativi alla diocesi di Tortona e da un volume sulle origini di Fortunacum, risalenti, stando ai dati riportati su un antico documento, a circa la metà del X secolo.

Il conte, dunque, puntò i piedi, accarezzò il cane distrattamente, respirando l’afrore umido del pelo biondiccio, si voltò verso il cancello appena varcato con gli occhi torturati da un pensiero cocente, mentre un ciuffo di capelli, di solito ben pettinati all’indietro, cadeva come una foglia argentata sulla fronte sudata.

Finalmente prese una decisione.

Ritornò sui suoi passi, con un gesto rabbioso, stizzito, che non apparteneva al suo repertorio. Si chiuse il cancello alle spalle incamminandosi rapido sul selciato umido.

E sparì nel nulla.

UNO

Olga, ucraina, trentaquattro anni e fisico mozzafiato, uscì dal bagno e sciolse i capelli, biondi e arruffati. Sorrideva compiaciuta allo specchio, indifferente al suo ospite nella stanza accanto.

Tato Montagna la osservava con lo sguardo beffardo delle serate migliori. Le gote paonazze del buontempone, gli occhi rapaci dallo sguardo sornione della gente di collina.

In mano, una lattina di birra rossa appena aperta.

Lei si voltò, ammiccando languida, assorbita dal gioco che conosceva a memoria.

Da dodici anni in Italia. I genitori morti in circostanze misteriose, un fratello, Petro, scappato sei anni dopo di lei, da Kiev, e dopo molte traversie giunto a Rozzano, dove aveva imbastito buoni affari e si era ritagliato uno spazio illegale nei traffici della “movida milanese”.

Olga di Kiev, dunque, bellissima, atletica, dagli occhi color azzurro cenere, con un passato da fotomodella, a Milano, con aspirazioni da stilista, prima di sposare un viticoltore di Broni, conosciuto a una fiera dove era stata assunta come hostess. Il matrimonio era fallito ma, grazie alle frequentazioni del marito aveva conosciuto Tato Montagna, simpatico viveur, gourmand, viticoltore pure lui, appassionato di jazz e benestante.

Tato si alzò, stirandosi, lasciando che i bottoni in madreperla premessero contro la stoffa della camicia bianca, tesa grazie al suo cospicuo giro vita. Si avvicinò sorprendendola alle spalle. Il motivetto erotico che si ripeteva spesso, tra loro due, nell’appartamento che offriva su un lato un’ampia vista di piazza Meardi fino all’imbocco di via Emilia. La baciò sul collo da cigno, sottile e pallido, elegante. Annusò il profumo della sua pelle di alabastro. Da buon intenditore preferiva l’odore naturale di una bella donna, non mascherato da essenze mistificatrici. Respirò tra i capelli, chiudendo gli occhi, premendo contro la schiena magra la pancia gonfia. Infilò lentamente una mano sotto la gonna nera, giocò con le dita tozze intorno al sesso, spingendo col basso ventre verso di lei che, come una molla, si voltò per rifilargli uno schiaffo, sorridendo gelida, prima di omaggiarlo con un bacio profondo e determinato, mescolando il suo gusto di caramella all’eucalipto a quello di Tato, amaro per via della birra appena scolata.

Lo spinse via e slacciò la gonna, lasciandola cadere sul pavimento. Non portava mutandine, come sempre, quando iniziavano a giocare. A lui piaceva pensarla così. Non si faceva troppi problemi per accontentarlo. Era un uomo interessante, ricco e divertente, mica come suo marito, un campagnolo, concentrato esclusivamente sul suo lavoro e fanatico risparmiatore. Lei, appena arrivata in Italia, aveva grandi sogni. La moda, la televisione, magari il cinema. Col passare degli anni si era accorta che, dopo tante esperienze, conveniva relegare l’istinto in un canto e scoprirsi filosofa pragmatica, approfittando delle migliori opportunità che, maturando, si affacciano sempre più rare. Per questo si era sposata. Per paura di invecchiare senza più i mezzi per realizzare qualche cosa di buono, duraturo e positivo. In Ucraina non aveva praticamente più nessuno. Suo fratello le voleva bene ma, lo sapeva, viveva quanto meno ai margini della legge, un giorno tra le stelle e un giorno nella polvere.

Per un certo periodo, dopo il matrimonio, aveva aspirato a fare la brava moglie e futura madre di qualche bel bambino che avrebbe osservato crescere tra i filari delle proprietà del marito, a Montù Beccaria. Ma i figli non erano arrivati, e Tato...

Tato era un ragazzo davvero simpatico, addirittura un burlone, per gli amici del Caffè Teatro di Voghera. Orgogliosamente single e di gusti raffinati. All’anagrafe figlio del fattore degli Oramala di Fortunago, morto prematuramente in un incidente stradale nel ’95, dopo una cena tra soli uomini al rinomato Pino di Montescano, storico ristorante di Mario Musoni ma, a tutti gli effetti, rampollo del conte. In modo più o meno discreto, Simeone di Oramala aveva sempre sostenuto economicamente sua madre (l’eccentrica appassionata d’arte), permettendo al ragazzo di studiare all’Istituto Agrario “Gallini” di Voghera, prima di accoglierlo nelle aziende vitivinicole di famiglia, come uno zio affettuoso avrebbe fatto con il nipote prediletto.

Questo atteggiamento, velatamente, non convinceva del tutto il Sivori (soprannome ereditato dal padre, contadino di Costa Cavalieri, la cui somiglianza con il famoso calciatore del passato era impressionante) l’enologo che, agli intimi, confidava che Tato, ragazzo senza dubbio di buon cuore, possedeva, per fortuna stemperati, tutti i difetti di quello che risultava suo padre all’anagrafe. Il fattore Montagna era, infatti, un uomo esageratamente godereccio che, prima di farsi assumere, con gesto pietoso tipico dell’Oramala (ex compagno di classe, nonché amante di sua moglie), aveva provveduto a scialacquare le fortune di suo padre, proprietario di una bella cascina e tanti terreni, coltivati a grano ed erba medica, tra Codevilla e Retorbido, a ridosso delle colline.

Mentre facevano l’amore il cellulare di Tato vibrò, sul comodino. Lui allungò una mano e lo spense, senza guardare, concentrato sui seni a punta di Olga, che gli svettavano sugli occhi, risultando nell’attimo molto più interessanti delle colline che, comunque, tanto amava.

Più tardi uscirono in strada, come una qualsiasi coppia di innamorati. Faceva fresco e il cielo di novembre, stranamente limpido, tremava di stelle. Voghera recava ancora qualche traccia di vita. Pensarono di fare due passi fino alla galleria d’arte di Carolina Trivi, dove a quell’ora, quasi ogni sera, si radunava lo sparuto circolo degli intellettuali dell’antica Iria, capitanati dal professor Martinelli, celebre autore di novelle piccanti e polemista curioso e insaziabile, sempre disposto a gettarsi in ogni tipo di discussione, pur di soddisfare il suo narcisismo mica troppo latente.

Carolina era donna di mondo. Sessant’anni da spettacolo, originale e indifferente alle critiche che certa “Voghera bene” le riservava da molti anni, più o meno da quando aveva aperto, con il contributo del conte, la galleria d’arte di via Bidone.

I fidanzati comunque optarono, forse proprio per evitare la combriccola degli intellettuali, che Tato trovava noiosissimi, per un aperitivo in un bar di piazza Duomo. Due calici di Cruasé di Torrazza Coste, tartine al gorgonzola, scaglie di grana lodigiano e un piatto di affettati tra cui spiccava una pancetta strepitosa, di fronte alla quale Tato, amico del gestore, non poté trattenersi. Un altro piatto. Questa volta scelsero un Buttafuoco di Montù Beccaria che andò a innaffiare, nel piatto goloso di Tato, pure una fetta di gorgonzola naturale.

Tornati in piazza Duomo si ritrovarono in una Voghera semideserta. Come quasi tutte le sere, all’ora di cena, la città sembrava spegnersi. Anche in via Emilia le serrande venivano abbassate e, in centro, l’unico locale aperto era gestito dagli ultimi arrivati: i cinesi. Le periferie brulicavano di trafficanti e dalla stazione, a frotte, sbucavano le prostitute che andavano a battere sulla strada verso Montebello.

Tato e Olga raggiunsero il Tuareg nero parcheggiato nel cortile della vecchia caserma. Tato accese una sigaretta, avviò il motore e inserì nel lettore un CD con Oscar Peterson al piano e Prez Lester Young al sax. La sua musica preferita, il jazz. Imprevedibile come la vita, (diceva sua madre, antica collezionista di vinili swing) se uno sapeva prestare attenzione alle minime sfumature, dando il giusto peso ai dettagli, quei colori spesso trascurati che, per i più attenti, facevano proprio la differenza.

Partirono, soddisfatti di ciò che erano e di quello che possedevano, diretti verso il rinomato ristorante Selvatico di Rivanazzano.

DUE

Goran, il Macedone, ladro spacciatore e pappone, gliel’aveva combinata troppo grossa, questa volta: una partita di cocaina non pagata. Sfumata nel nulla. Sparita. Quindicimila euro e tanta strizza, la consapevolezza di rischiare parecchio e relative notti insonni, tutto gettato nel cesso, come roba di poco valore.

Selmo Dell’Oro non aveva nessuna voglia di scherzare, quel mattino, in una Pavia piuttosto sveglia e soleggiata che gli dava il voltastomaco. Ripensava all’intrigo che aveva messo in piedi con Kocis, lo Zingaro, obeso che bazzicava i campi nomadi tra Pavia e l’interland milanese. L’affare era buono e valeva la pena. Cocaina spacciata all’ingrosso, dal capoluogo meneghino sulle ricche piazze di Vigevano e Pavia. Selmo era l’uomo giusto, navigato e coraggioso e non del tutto compromesso, da utilizzare come intermediario e servire a Goran il Macedone la possibilità di smerciare ai piccoli trafficanti, per lo più ragazzetti marocchini che s’appostavano negli angoli scuri di città (ne avevano appena arrestato un paio persino in piazza della Vittoria) o nei boschetti di robinie della campagna, tra San Genesio e Landriano, dove i clienti sostavano un attimo, senza scendere dall’auto: pagare in fretta, ritirare la merce e sgommare via, su quelle stradine grigie e dissestate che svanivano tra i campi brulli.

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