Una vendetta terribile è ancora più dolce - Lee Savino - E-Book

Una vendetta terribile è ancora più dolce E-Book

Lee Savino

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Beschreibung

«Mi avevano detto che avrei potuto scegliere la mia ricompensa. E io ho scelto te».

Era un compito semplice: andare a un matrimonio e uccidere lo sposo. 

Ma poi ho visto la sposa, avvolta in una montagna di raso bianco, con il velo di pizzo macchiato da schizzi di sangue. 

Anziché fuggire via urlando come il resto degli invitati, sollevò il mento e mi fissò con una scintilla di sfida negli occhi scuri. In quel momento, ho sentito un guizzo d’emozione attraversare il gelo del mio cuore, avvolto dalle tenebre. 

Poi mi ha sparato. E allora ho capito... che dovevo farla mia. 

La Vendetta è Mia è un dark romance autoconclusivo riservato a un pubblico adulto, con protagonista un sicario divorato dall’ossessione, una donna in cerca di vendetta e… un lieto fine.

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Veröffentlichungsjahr: 2025

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UNA VENDETTA TERRIBILE È ANCORA PIÙ DOLCE

LE SPOSE DELLA MAFIA

LIBRO 2

LEE SAVINO

INDICE

BONUS GRATUITE

Una vendetta terribile è ancora più dolce

Avvertenze sui contenuti

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

Capitolo 9

Capitolo 10

Capitolo 11

Capitolo 12

Capitolo 13

Capitolo 14

Capitolo 15

Capitolo 16

Capitolo 17

BONUS GRATUITE

Altri romanzi di Lee Savino

Sull’autrice

Copyright del testo

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LA BELLA E I BOSCAIOLI

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La Bella e i Boscaioli

Dopo quest’ultima stagione di taglio del bosco, chiuderò con il sesso. Per… un certo numero di ragioni.

Ma prima di ciò, devo finire un lavoretto che mi fa guadagnare diecimila dollari più vitto e alloggio per ‘intrattenere’ 8 boscaioli. Otto tipi forti e robusti alla Paul Bunyan, abbastanza grossi da spezzarmi in due.

C’è Lincoln, il capo, il tipo severo e taciturno...

Jagger, praticamente il sosia di Kurt Cobain, con un animo musicale e le movenze da rockstar...

Elon e Oren, due gemelli rossi che condividono tutto...

Saint, il genio silenzioso con un mostro nei calzoni…

Roy e Tommy, che si accontentano di guardare...

E poi c’è Mason, che mi odia e non vuol dire perché, ma nelle notti che toccano a lui cerca di farmi morire di piacere.

Mi possiedono completamente: corpo, mente e orgasmi.

Ma quando scoprono il mio segreto ‒ il motivo per cui mi nascondo al mondo ‒, tutto cambia.

UNA VENDETTA TERRIBILE È ANCORA PIÙ DOLCE

«Mi avevano detto che avrei potuto scegliere la mia ricompensa. E io ho scelto te».

Era un compito semplice: andare a un matrimonio e uccidere lo sposo.

Ma poi ho visto la sposa, avvolta in una montagna di raso bianco, con il velo di pizzo macchiato da schizzi di sangue.

Anziché fuggire via urlando come il resto degli invitati, sollevò il mento e mi fissò con una scintilla di sfida negli occhi scuri. In quel momento, ho sentito un guizzo d’emozione attraversare il gelo del mio cuore, avvolto dalle tenebre.

Poi mi ha sparato. E allora ho capito... che dovevo farla mia.

La Vendetta è Mia è un dark romance autoconclusivo riservato a un pubblico adulto, con protagonista un sicario divorato dall’ossessione, una donna in cerca di vendetta e… un lieto fine.

AVVERTENZE SUI CONTENUTI

Questo romanzo contiene tematiche sensibili e scene esplicite non adatte a un pubblico impressionabile. Tra gli elementi presenti si segnalano: omicidio, morte di un genitore amato (nel passato), rapimento e seduzione, consenso assente o ambiguo, deprivazione sensoriale e tortura, prigionia in gabbia, giochi con coltelli e sangue, pratiche sessuali di natura anale, decapitazione.

1

Lula

L’aria sull’altare della chiesa è opprimente, appesantita da decenni di sermoni domenicali. Sa di prediche pompose e preghiere rimaste inascoltate, con un retrogusto di detergente per mobili al limone, così stantio da risultare rancido. Gli unici suoni sono gli occasionali scricchiolii delle panche di legno, su cui gli invitati spostano impazienti il peso nel tentativo di trovare una posizione più comoda, accompagnando il movimento con qualche colpo di tosse.

Anch’io mi muovo, dondolandomi da un piede all’altro sotto la gonna del mio abito da sposa, un crimine contro il mondo della moda. I tacchi bianchi, satinati e vistosi, mi pizzicano i piedi, e il tappeto su cui mi trovo, un tempo di un rosso intenso, è ormai scolorito in un rosa anemico, troppo sottile per attutire alcunché. Per fortuna, come vuole la tradizione, c’è il velo a nascondere il mio broncio perenne.

Accanto a me c’è David, il mio sposo. Una leggera spolverata di forfora gli punteggia le spalle del completo scuro, mentre le narici, incrostate da un velo biancastro, tradiscono il vizio della cocaina che spera di tenere segreto. Ogni due secondi mi lancia un’occhiata con la coda dell’occhio, come per accertarsi che io sia ancora accanto a lui. Poi, quando si rende conto che non sono svanita, sbatte le palpebre e i suoi smorti occhi castani si illuminano come se non riuscisse a credere alla propria fortuna. Per lui, io sono la personificazione della donna ideale: sinuosa, elegante, misurata . . . e irrimediabilmente lontana, lontanissima, dalla sua portata. Non solo disposta, ma addirittura insistente nel volerlo. Una creatura mitologica, come un unicorno.

Attenti, potrei sparire con un battito di ciglia!

Se la fortuna mi assiste, tutti gli invitati si staranno chiedendo come sia riuscito a conquistarmi, e non quanto sia stato frettoloso il nostro fidanzamento, né perché il lato della sposa sia completamente vuoto.

Le note dell’organo si spengono con un suono simile a quello di una fisarmonica che rotola giù per le scale.

Il prete si schiarisce la gola. «Carissimi», pronuncia poi con voce solenne. La sua alitosi è talmente pungente che riesco a sentirla persino da qui.

È stata Eunice, la prozia di David, nonché unica parente in vita, a prenotare la sala. Per ragioni di praticità le ho lasciato pianificare ogni cosa, tranne l’abito. Il velo che indosso lo ha ripescato dal magazzino, e per il bouquet ha ordinato delle peonie: le avevo detto che sono allergica alle peonie. Dunque, le possibilità sono due: o non le importa affatto, oppure l’ha fatto di proposito. Non gliela conto giusta, né io né questo matrimonio.

Per essere un fossile, Eunice è piuttosto sveglia. Ha fiutato la truffa, ne sono certa, ma ormai il suo pronipote è cotto a puntino. Per lui, io sono il grande amore della sua vita. Ho venduto così bene l’immagine di una vergine docile e perdutamente innamorata che mi stupisco di me stessa. Meriterei un premio alla recitazione per come fingo che il suo tocco non mi faccia accapponare la pelle.

Quando Eunice mi lancia uno sguardo torvo dal primo banco, mi immobilizzo all’istante, fino a sembrare un manichino in una vetrina di un atelier da sposa, avvolto in un abbraccio di bianco. Il vestito, almeno, l’ho scelto io: ampio, ingombrante, metri di crinolina che graffiano la pelle e pizzi ruvidi che prudono. Perfetto per il mio piano.

Il prete, intanto, continua a blaterare di amore eterno, fedeltà e di tutte quelle cose che non hanno nulla a che vedere con questo matrimonio. Vorrei dirgli di darsi una mossa: prima mi sposerò, prima potrò drogare lo sposo e andare a caccia della preda che desidero davvero. Stephanos.

Siamo a metà della cerimonia più noiosa del mondo quando il rumore secco delle porte che sbattono riecheggia dal foyer fino all’altare. Il prete si interrompe, si schiarisce la gola e rimane in silenzio nel tentativo di recuperare il filo del discorso. Le panche scricchiolano mentre gli ospiti si voltano, incuriositi, per scoprire quale sia la fonte del disagio.

Qualcuno è arrivato in ritardo? Continuo a fissare il prete, ignorando l’interruzione. È solo quando anche David si gira e si acciglia, col viso già diafano che impallidisce ulteriormente, che mi volto anch’io.

Un uomo sta avanzando lungo la navata, con passo silenzioso e misurato. Indossa un completo scuro e il sorriso tagliente di una vipera. I capelli, biondo platino, sono tagliati cortissimi; sotto gli zigomi marcati, le ombre scavano solchi netti. L’abito impeccabile cela un paio di spalle larghe e un fisico possente e atletico.

Un brivido mi percorre la schiena. I suoi lineamenti sono tanto perfetti da far male solo a guardarli. A giudicare da modo in cui le donne tra i banchi trattengono il fiato, non sono l’unica a pensarlo. Ma potrei essere l’unica ad aver notato la curva feroce del suo sorriso e il luccichio febbrile nei suoi occhi. Non sembra felice, ma famelico, quasi trepidante.

Il mio istinto è stato temprato da una vita trascorsa accanto a uomini pericolosi, e ora mi suggerisce che quest’uomo appartiene alla loro stessa razza.

La chiesa è silenziosa, l’unico suono a riempirla è la fiammella incerta di una candela che si spegne nel suo candelabro. Eunice ha rivolto al ritardatario il suo sguardo torvo, mentre le labbra sono serrate con tale ferocia da scolorirsi. Chiunque sia quest’uomo, la prozia disapprova lui, o la sua interruzione, o entrambe le cose.

Forse è il testimone? Avanza verso l’altare a falcate larghe e decise, come una tempesta imminente all’orizzonte.

E più si avvicina, più la sua figura diventa imponente. È più alto di David, che già torreggia su di me.

Lo sconosciuto non mi degna nemmeno di uno sguardo, invece si avvicina con movimenti eleganti a David, che si lecca nervosamente le labbra, senza trovare nulla da dire.

Il nuovo arrivato mormora: «Stefanos porge i suoi saluti». Poi, con grazia studiata, lo attira in un abbraccio. Il braccio destro si chiude intorno alle spalle di David; il sinistro si piega tra i loro corpi.

All’improvviso, David sobbalza in avanti, il corpo scosso da uno spasmo violento mentre un rantolo rauco gli sfugge dalle labbra dischiuse. L’intruso si allontana con eleganza, indietreggiando di un passo. Fra i completi scuri, del metallo brilla fugace.

David si piega su se stesso, e dal petto gli si riversa un grottesco fiotto di rosso vivido. Il liquido denso, quasi del colore del ketchup, schizza sul mio velo, macchiando il raso bianco del mio abito con goccioline scarlatte.

L’intruso si scosta di lato, il sorriso tagliente, quasi divertito, ancora sulle labbra. David crolla al suolo con un tonfo sordo, soffocando nel suo stesso sangue.

Mi fischiano le orecchie. Sento qualcuno gridare, poi solo urla terrorizzate e un impacciato affrettarsi tra le file di banchi. La Bibbia del cappellano cade con un tonfo sul tappeto antiquato. Le scarpe del prete sembrano mute mentre se la dà a gambe, abbandonandomi come unica testimone della luce che si spegne, lenta, negli occhi di David.

Sottili schizzi scarlatti gli punteggiano il volto cadaverico, la camicia è zuppa di sangue. Il coltello lo ha colpito dritto al cuore. Non è un colpo che si improvvisa: ci vuole forza per spingere una lama attraverso le costole e il pericardio, fino al muscolo vitale e pulsante. E quest’uomo lo ha fatto con la disinvoltura di chi abbraccia un amico per fargli gli auguri nel giorno delle sue nozze.

Nozze che non ci saranno più, a quanto pare. Gli invitati sono svaniti, fuggiti da quella che hanno buona ragione di credere sia stata una ripicca della malavita. Un sapore metallico mi tinge la bocca, lo stomaco vuoto si contorce. Il tonfo delle porte che si chiudono riecheggia fino a svanire, mentre io me ne sto in piedi qui, davanti all’altare, con l’abito macchiato del sangue del mio promesso sposo, che muore ai miei piedi così come muore il mio piano di vendetta.

E ora come farò ad avvicinarmi a Stephanos? David era la via più diretta che avevo a disposizione. A meno che...

Stephanos porge i suoi saluti.

È stato lui, è stato Stephanos a commissionare questo omicidio. Ho studiato i membri d’élite della sua gang, ma non ricordo questo sicario dagli occhi di ghiaccio.

Mi volto verso di lui in un fruscio di raso.

Da così vicino, la sua è una bellezza tagliente, d’impatto. È bello come è bello un coltello ben affilato, come una Sig Sauer o un caccia F-22 Raptor: magnifico e micidiale.

L’assassino non ha ancora guardato verso di me, nemmeno una volta. Per lui, potrei anche essere un oggetto qualunque sull’altare, magari un candelabro o forse il corporale steso sotto il calice, tanta è l’attenzione che mi ha rivolto finora. Se avesse voluto eliminare me, se fossi stata io l’obiettivo, a quest’ora avrebbe già fatto la sua mossa.

Giusto?

La lieve curva compiaciuta delle sue labbra mi racconta che quest’uomo adora uccidere, che ama il brivido della caccia. Ogni fibra del mio corpo mi urla di scegliere: fuggire o attaccare.

L’adrenalina mi inonda le vene. Le dita fremono, pronte ad allungarsi verso un’arma. Eppure, costringo ogni parte del mio corpo a restare ferma, in attesa di fare la mia scelta. Più passano i secondi, più informazioni riesco a raccogliere per espandere le alternative che ho a disposizione.

Quando finalmente l’assassino alza lo sguardo su di me, i suoi occhi blu si soffermano, per un istante appena, sulle mie labbra. Le ho truccate di un rosso vivo, una tonalità abbastanza intensa da non restare nascosta sotto quello stupido velo. Sposta lo sguardo sul mio corpo, esaminando attentamente l’abito sporco e il pesante velo che nasconde i miei lineamenti come nebbia. Sul suo volto, però, non scorgo alcun lampo di memoria.

Se il sicario non mi conosce, allora non vede altro che una sposa attonita, in piedi sopra il cadavere del suo amato, troppo scioccata per urlare? Probabilmente è vero: dovrei fuggire, o almeno piangere. Ho passato così tanto tempo a calcolare la mia prossima parte che ho dimenticato di recitare la mia parte.

Eppure, quegli occhi artici mi congelano sul posto. Quando l’uomo inclina la testa di lato, per un attimo mi aspetto che parli.

Invece non lo fa, anzi si accovaccia a esaminare gli occhi del cadavere alla ricerca di un barlume di vita mentre, con crudele disinvoltura, pulisce la lama sulla gamba dello smoking di David. Poi si alza, mi rivolge un sorriso e se ne va, ripercorrendo lo stesso percorso da cui è arrivato.

La pozza del sangue di David ha ormai raggiunto i miei piedi. Indietreggio di un passo mentre cerco di raccogliere e riordinare le emozioni che si affollano dentro di me: orrore, fastidio, una calma che assomiglia troppo alla rassegnazione.

Lancio il bouquet di peonie sul banco più vicino con un gesto sprezzante, raccolgo la gonna dell’abito e mi dirigo verso l’ingresso della chiesa, non il retro: non voglio finire intrappolata nella matassa degli amici di David, né della sua unica parente, nessuno dei quali ha avuto la forza necessaria per restare saldo.

David era il mio unico modo per arrivare a Stephanos, l’uomo che speravo che si sarebbe presentato alle nozze, così avrei potuto ucciderlo durante il ricevimento. In alternativa, avrei trascorso la luna di miele a inventarmi una trappola che avrei fatto scattare in seguito.

Ora mi servirà ben più della fortuna per riuscire ad avvicinarmi di nuovo così tanto. Il mio piano è compromesso, quindi ho bisogno di un nuovo aggancio. E presto, immediatamente, prima che mio cugino Royal scopra dove mi trovo: ora c’è lui a capo della famiglia Regis, e non ha mai approvato la mia crociata personale.

Stephanos porge i suoi saluti.

Ironia della sorte, la pista migliore che ho a disposizione è proprio il sicario biondo. Rabbrividisco al solo pensarlo. Quello sguardo penetrante, incorniciato da un’energia implacabile,così bello e così freddo.

Mi sfioro il petto e stringo automaticamente la piccola collana che porto al collo: la miniatura di una spada che riposa tra i miei seni. Tocco con le labbra il pomo dell’impugnatura in un silenzioso gesto propiziatorio, poi sistemo il ciondolo al suo posto.

Esco dalla chiesa con passo deciso, pronta a chiamare un taxi che mi porti in un rifugio sicuro, dove possa cambiarmi d’abito e concedermi un bicchiere di whiskey mentre rivedo la mia strategia. Sposare David avrebbe dovuto segnare l’inizio della fine. Ora sono tornata al punto di partenza, vestita come una dannata sposa in fuga.

Una sposa in fuga e coperta di schizzi di sangue.

Fanculo la mia vita.

Ho appena il tempo di fare pochi passi oltre l’ingresso, quando due braccia mi afferrano alle spalle e mi immobilizzano in una stretta possente. Intravedo un guizzo metallico e, in un gesto levigato dall’abitudine, l’aggressore porta un coltello oltre il corpetto imbrattato di rosso, fermando la lama all’altezza della mia gola.

«Non così in fretta, bellezza», sussurra roco il sicario al mio orecchio. «Tu vieni con me».

2

Victor

Tra le mie braccia, la sposa è un fagotto caldo, sebbene non del tutto consenziente. Trascina i piedi, ma non oppone resistenza mentre la sollevo e la adagio sui sedili posteriori dell’auto in attesa. L’incarico includeva anche un autista, ma c’è un pannello divisorio a separarci dall’abitacolo anteriore: questo significa che disporrò della massima privacy per giocare con il mio nuovo giocattolino.

La sposa si sistema accanto a me, riempiendo l’auto con una montagna di raso bianco. Una donna nel giorno del suo matrimonio dovrebbe incarnare amore, innocenza, purezza e tutte le altre cose che mi sono estranee, tutto ciò che il mondo ha sempre negato a un uomo senz’anima come me.

Ma ora questa donna è finita nelle mie grinfie. Il sangue si riscalda e mi ribolle nelle vene, così devo impormi di calmarmi, di restare concentrato e disinvolto. Lei è un premio raro, un trofeo da godermi il più a lungo possibile.

Quando l’auto si allontana dal marciapiede, la schiena della sposa sobbalza contro il sedile. Il frenetico movimento del suo petto fa increspare la sottile catenina d’argento che le orna il collo. La collana ha attirato la mia attenzione già in chiesa per l’insolito ciondolo: una piccola arma, troppo lunga per essere un pugnale, troppo corta per una spada. Una lama vecchio stile.

Allungo un dito per sfiorare la punta della lama, affilata quanto quella di uno stuzzicadenti, e mi capita di sfiorarle anche la pelle. La pelle d’oca le affiora sul petto e, da sotto il velo, un lieve sibilo accompagna il respiro del mio premio.

Non le sono indifferente. La sua timida reazione è come un drappo rosso sangue scosso davanti a un toro. L’adrenalina mi scorre impetuosa nelle vene, la mia virilità pulsa, i palmi mi prudono per l’intensa voglia di scartare il mio regalo.

Afferro l’orlo del velo e lo sollevo. I miei movimenti sono lenti e delicati, quasi cerimoniosi, come una parodia beffarda del gesto proprio di uno sposo. E, ancora una volta, mi spiazza: non si oppone, non mi scaccia la mano a schiaffi. Resta immobile, il petto che si solleva più veloce nel corpetto stretto.

Ha gli occhi scuri più incantevoli che abbia mai visto, lo sguardo morbido come velluto. È una bellezza d’impatto, più che graziosa, con la linea della mandibola affusolata ma decisa, il naso sottile e affilato come una lama. Il trucco è perfetto e leggero, a eccezione di quelle labbra rosso sangue, non un solo capello fuori posto nell’acconciatura impeccabile. Per essere stata testimone di un accoltellamento e vittima di un rapimento, è la personificazione della calma.

Vengo pervaso dalla voglia di mandarla in pezzi. Ho ucciso il suo sposo davanti ai suoi occhi, ma non le è sfuggito nemmeno un gemito. All’inizio credevo fosse per lo shock, ma poi è rimasta tranquilla.

Chi è il mio ostaggio?

Ho condotto le dovute ricerche sul matrimonio, certo, ma mi sono concentrato soprattutto sulla pianta della chiesa. Il bersaglio era un civile, un signor nessuno, così come, almeno in apparenza, anche la sua futura moglie, circondata da invitati altrettanto insignificanti.

Ma questa donna, con quel minuscolo coltello appeso al collo, è molto più di ciò che lascia intendere.

Mi rilasso sul sedile per darle la possibilità di parlare per prima, mentre l’auto svolta in un vicolo e inizia a serpeggiare tra le strade della città, diretta verso est.

«Perché?», domanda, finalmente.

Inclino la testa di lato. «Perché cosa?».

«Perché l’hai ucciso?».

«Era solo un incarico, niente di personale». Un incarico piuttosto deludente, a dire il vero, visto che il bersaglio non ha nemmeno provato a reagire.

La sposa soffoca una risata. «Una coltellata al cuore? Sarebbe stato più semplice con un proiettile».

Le mie sopracciglia si sollevano in un moto di sorpresa che non riesco a trattenere completamente. A ogni secondo che passa, non fa che confermarsi un enigma. È pericolosa quanto me? Lo spero: conquistarla sarà una sfida deliziosa.

«Preferisco una lama», rispondo. «Così è più intimo, più rispettoso». Accarezzo la fodera della giacca, nel punto dove riposa al sicuro il mio coltello preferito.

«Quindi sei uno psicopatico».

Una risata inaspettata mi scuote il petto. «Lo dici come se fosse un insulto».

«Suppongo che nel tuo campo possa tornare utile».

«Il mio campo?», chiedo.

«Sei un sicario: prima hai detto che non era niente di personale». La sua voce tradisce un fremito di impazienza, come se sapesse benissimo che sto facendo il vago di proposito.

Mi aspettavo di dover affrontare una scenata isterica. Immaginavo che si sarebbe dimenata in preda al panico, con il trucco sciolto dalle lacrime e la pelle arrossata. Persino una principessa della mafia, al posto suo, avrebbe perso la calma e si sarebbe lanciata in minacce e suppliche pur di salvarsi la vita.

Le sue reazioni sono inaspettatamente controllate e, proprio per questo, infinitamente più godibili.

«E tu?», le domando. «Ho ucciso il tuo sposo davanti ai tuoi occhi».

«Sono sotto shock», risponde. Non sembra: ha lo stesso tono di voce che avrebbe avuto se avessi interrotto il suo pranzo.

Che aspetto avrebbe col rossetto sbavato dai miei baci e i capelli in disordine?

Presto lo scoprirò.

Sento una stretta all’inguine al solo pensiero. Il mostro dentro di me ruggisce, irrequieto, pronto a errare senza catene, ma lo terrò al guinzaglio ancora per un po’. La mia preda è vicina, proprio accanto a me, ma è ancora diffidente. E io la voglio viva, focosa e combattiva, mossa dalla stessa brama che io provo per lei.

Mi sono sempre chiesto che sapore avesse una sposa nel giorno del suo matrimonio, come sarebbe toccarla, divorarla, farla gemere.

Il mio lavoro mi ha sempre offerto tanti piaceri perversi, ma questo non l’ho ancora sperimentato.

Ora, invece, ne ho la possibilità. E il fatto che questa sposa possa odiarmi non fa che tentarmi ancor di più.

La sedurrò in quella che avrebbe dovuto essere la sua prima notte di nozze, poco dopo aver ucciso il suo promesso sposo.

E farò in modo che le piaccia.

Quando il velo le scivola sulla fronte, lei fa per rimetterlo a posto. Prima che possa farlo, però, le scosto la mano e lentamente, con attenzione, inizio a rimuovere ogni forcina, una alla volta, sostenendo il suo sguardo.

Alla terza forcina, lei distoglie lo sguardo, voltandosi verso il finestrino, ma il rossore che le tinge la pelle olivastra delle guance non è trucco.

Una reazione, finalmente.

Le tolgo il velo dalla testa, abbasso il finestrino dal mio lato e lascio che il vento mi strappi di mano il sottile tessuto bianco che svolazza via danzando sulla scia dell’auto come un fantasma. «Così va meglio?», le chiedo.

«Molto meglio».

Mi avvicino a lei sul sedile, occupando più spazio del dovuto. La sposa mi fulmina con un’occhiata tagliente. Io sollevo il mento, sfidandola a parlare.

Per un lungo istante, l’aria tra noi si fa densa, elettrica, così carica di tensione che quasi crepita. Vorrei sbatterla sul sedile e possederla proprio adesso. Solo anni di ferrea disciplina e costante controllo dei miei impulsi più selvaggi mi impediscono di cedere a all’attrazione primitiva che, in sua presenza, mi accelera il battito.

A giudicare dalla pelle d’oca che le sta affiorando sui deliziosi monti del suo seno, costretto nel corpetto bianco, sono abbastanza sicuro che anche lei stia provando qualcosa di simile. Forse è solo paura ma, per chi come me ha fatto della morte la sua professione, il terrore può rappresentare uno strumento utile: ha il potere di farti amare o odiare, oppure entrambe le cose contemporaneamente. La cosa migliore in assoluto è che il corpo umano scambia facilmente i sintomi fisici della paura, come il respiro corto e il battito accelerato, per eccitazione.

«Come ti chiami?», chiedo infine.

Stringe le labbra in una linea ostinata prima di rispondere: «Vera. Tu?».

Inclino la testa di lato, valutando se dirglielo. «Vuoi saperlo sul serio?».

Le lascio soppesare tutte le implicazioni. Qualunque persona assennata sa che, se un rapitore ti rivela il suo volto e il suo nome, le probabilità che tu viva abbastanza da riferirlo a qualcuno si riducono drasticamente.

E anche lei lo sa. Esita, si lecca le labbra mentre riflette a fondo. La vista della sua lingua è una coltellata di eccitazione nel profondo. Mi sposto sul sedile, a disagio, per cambiare posizione e alleviare la pressione dei pantaloni sull’evidente erezione che cresce a vista d’occhio.

«Sì», risponde infine, e così firma la sua condanna. La mia eccitazione è una coltre rossa che si alza e mi ottenebra la mente, simile alla sete di sangue che mi travolge quando uccido una preda.

Non riesco a trattenere il sorriso crudele che mi torce le labbra mentre le mormoro la mia risposta: «Victor».

La osservo annuire appena, ancora cauta, composta proprio come lo era sull’altare, quando l’ho notata per la prima volta, quando lo sposo era già a terra, morto, gli invitati fuggiti, e lei mi stava davanti, in silenzio, senza urlare né piangere, inespressiva. Eppure, anche allora, sono riuscito a percepire gli ingranaggi della sua mente che giravano sotto il velo.

Se solo potessi aprirle la testa a metà, rivelare i suoi pensieri...Ma non è certo questo il momento di tirare fuori il coltello. Per aprirla, dovrò usare altre armi a mia disposizione: le mie parole, le mie labbra.

Il mio uccello.

«Non mi hai ancora detto perché lo hai ucciso», dice all’improvviso.

«Chi? Il tuo sposo? È una faccenda tra lui e Stephanos. Io sono solo il messo».

«Doveva proprio succedere nel bel mezzo del matrimonio?».

«Mi è stato ordinato di farlo in pubblico, di mettere su uno spettacolo che fungesse da lezione a chiunque pensi di poter fregare soldi alla mafia greca».

«Idiota», mormora, e capisco che non ce l’ha con me. Solo uno stupido penserebbe di poter sottrarre denaro a Stephanos.

«È questo il modo di parlare del tuo promesso sposo?».

Si morde un labbro rosso mentre pondera. «Non siamo stati insieme a lungo», ammette.

Questo spiega l’assenza di disperazione. La mia sfida di seduzione è appena diventata cento volte più semplice. «Allora non c’è di che. Per averti salvata, intendo. Sai come dice il detto: “Chi si sposa in fretta. . .”».

Scuote la testa, evitando il mio sguardo.

«Questo abito non ti rappresenta», mormoro. Mi concedo la libertà di accarezzarle il corpetto con un dito che, una volta in cima, le sfiora il seno. Mi fulmina come se volesse mordermi.

Vorrei che lo facesse.

«Vai sempre in giro armata?», le chiedo con un sorriso sghembo sulle labbra, mentre giocherello con il pendente della sua collana.

«Sempre», risponde.

Procedo con l’esplorazione del suo corpo, nel tentativo di testarne le reazioni. L’abito è davvero orrendo. Deve trattarsi di un vestito tramandato, un capo antico. Per quale altro motivo avrebbe scelto volutamente di indossare una cosa simile? Starebbe meglio con un’armatura, qualcosa di elegante e argenteo, dall’aria moderna.

Qualcosa di degno del pugnale che le pende dalla gola.

L’auto raggiunge uno stop e, dopo una brevissima pausa, riprende la sua corsa. La regola più importante, quando si abbandona una scena del crimine, è non infrangere alcuna legge. Dovrò parlare con Stephanos riguardo al suo protocollo di fuga. Non è certo un boss noto per la sua disciplina: anzi, è un miracolo che sia riuscito a mantenere il suo territorio così a lungo.

«Dove stiamo andando?».