Asti ceneri sepolte - Fabrizio Borgio - E-Book
SONDERANGEBOT

Asti ceneri sepolte E-Book

Fabrizio Borgio

0,0
5,99 €
Niedrigster Preis in 30 Tagen: 5,99 €

oder
-100%
Sammeln Sie Punkte in unserem Gutscheinprogramm und kaufen Sie E-Books und Hörbücher mit bis zu 100% Rabatt.

Mehr erfahren.
Beschreibung

Un’afosa sera d’estate: un’esplosione sconvolge Asti. L’incendio conseguente distrugge la APES azienda specializzata nello stoccaggio di rifiuti; nella tragedia perdono la vita due dipendenti. Contemporaneamente in un incidente avvenuto poco distante dal luogo del disastro,muore un motociclista mentre l’autista di un SUV finisce in coma. Entrambe le vittime si scoprono essere titolari della stessa azienda distrutta dall’incendio. La medesima sera, l’investigatore privato Giorgio Martinengo prende servizio come soccorritore della Croce Rossa e il suo migliore amico, il chimico Paolo Marchese, membro dell’ARPA Piemonte, deve intervenire per monitorare il potenziale pericolo d’inquinamento ambientale derivato dall’incendio,perché la funerea e irreale colonna di fumo nero come la pece che ascende al cielo della piccola città piemontese non sembra solo carta che brucia. Inizia così una lunga notte insonne, durante la quale Giorgio Martinengo si ritroverà a ricomporre un mosaico di fatti e persone in una sarabanda di morte che coinvolgerà i personaggi più inaspettati. Un vortice di faccendieri, corrotti ed ecomafie nel quale Martinengo, vittima di una insopprimibile brama di sapere, sarà coinvolto nonostante il suo inedito ruolo.

Das E-Book können Sie in Legimi-Apps oder einer beliebigen App lesen, die das folgende Format unterstützen:

EPUB

Veröffentlichungsjahr: 2016

Bewertungen
0,0
0
0
0
0
0
Mehr Informationen
Mehr Informationen
Legimi prüft nicht, ob Rezensionen von Nutzern stammen, die den betreffenden Titel tatsächlich gekauft oder gelesen/gehört haben. Wir entfernen aber gefälschte Rezensionen.



Table of Contents
Prologo
Venerdì 24 luglio, h. 20.08
h. 20.12
Capitolo primo
Venerdì 24 luglio h.19:30
h. 20:21
h 21:30
h 22:05
h.22:52
h.23:14
h.23:45
h.24:00
Capitolo secondo
h 00:18
h 00:28
h 01:03
h.01:41
Capitolo terzo
h.01:55
h.2:10
h.2:43
h.02:55
h. 03:20
h.3:42
h.03:57
h.03:50

Il nostro indirizzo internet è:

http://www.frillieditori.com

[email protected]

Impaginazione

Michela Volpe

copyright © 2015 Fratelli Frilli Editori

Via Priaruggia 31/1, Genova – Tel. 010.3074224; 010.3772846

isbn 978-88-6943-168-5

La storia è vagamente ispirata a un incendio doloso scoppiato in un magazzino nella città di Asti, l’estate del 1997. Ogni altro riferimento a fatti e persone realmente esistenti invece è da considerarsi involontario e casuale.

Fabrizio Borgio

Asti ceneri sepolte

Un’altra indagine

dell’investigatore Martinengo

Fratelli Frilli Editori

A Marco Frilli

I roghi non illuminano le tenebre.

Stanislaw Jerzy Lec

Prologo

Ogni brace morente creava sul pavimento il suo fantasma.

Edgar Allan Poe

Venerdì 24 luglio, h. 20.08

Ci fu un boato, fragoroso nella cupa sera d’estate, e urla lamentose di sirene che propagavano l’allarme nell’aria spessa e poi una colonna di fumo greve e denso come catrame che appesantiva ancora di più il cielo basso, schiacciato sopra Asti.

Era l’ora dei rientri in un torrido venerdì e l’esplosione sembrò coricarsi sulle strade, sovrapponendosi al frastuono del traffico. File di veicoli che si allungavano lungo i corsi e avanzavano lente tra colpi di clacson, frenate improvvise e improperi esclamati nel chiuso climatizzato degli abitacoli. Da corso Don Minzoni a corso Torino, il consueto fluire dei mezzi si era bloccato e, come un’arteria ostruita, il corpo della città aveva incominciato una graduale ma inarrestabile sofferenza; la fragilità del mondo moderno mostrava così tutta la sua desolata concretezza.

C’era stato un incidente alla rotonda che immetteva in viale Don Alfredo Bianco; uno scontro drammatico e sanguinoso, che donò a quella fine giornata altro caos alla catastrofe che si stava diffondendo.

Rottami e frammenti sparsi di una motocicletta ingombravano l’asfalto della rotonda e un SUV dal frontale disfatto giaceva di traverso sull’imbocco in direzione del cimitero. Diversi automobilisti si erano arrestati di fronte allo sfacelo, erano scesi dai loro mezzi, le quattro frecce attivate, e armati di cellulari scattavano foto o telefonavano mentre altri sostavano nervosi, assistendo al dipanarsi della tragedia. Lì vicino, un corpo inerme e scomposto giaceva davanti a una casa dai doccioni in stile gotico.

Su tutto, la nube nera e compatta che continuava a spingersi su, nell’imbrunire afoso, coprendo la città con una cappa acre e fuligginosa.

h. 20.12

A sirene spiegate, la prima partenza dei Vigili del Fuoco lasciò la caserma in via Monsignor Marello, seguita a ruota da una “botte” d’appoggio. I due camion rombarono per le strade della città surriscaldata mentre il fumo proseguiva la sua ascesa con una lentezza maestosa. Il cielo aveva assunto una colorazione di piombo e nell’aria si cominciava ad avvertire un odore acido. Poco dietro la corsa dei mezzi antincendio, seguiva un’auto pattuglia della Polizia, uscita dalla Questura in corso XXV Aprile. Il concerto delle sirene, lo sfavillare blu dei lampeggianti che abbagliavano le facciate di case e palazzi, attirava sguardi appannati, come il pubblico svogliato di uno spettacolo all’aperto trovava qualcosa d’interessante durante un’esecuzione noiosa.

Il capo servizio a bordo dell’APS Alberto Rambaldi strinse gli occhi chiari man mano che si avvicinava al luogo dell’incendio. Fisico asciutto, capelli prematuramente incanutiti; nonostante l’avanzare dell’età era pienamente operativo e sentiva ancora le scosse d’adrenalina percorrerlo tutto quando la sirena del suo mezzo urlava nella corsa.

L’incendio interessava un magazzino di carta; una struttura ubicata nei pressi del cimitero. L’APS, scendendo lungo corso XXV aprile, in direzione corso Torino, decelerò per affrontare la curva attorno alla rotonda dell’Esselunga in un acuto stridio di ruote. Il fumo dell’incendio, un tentacolo di carbone che spandeva fuliggine sporca e unta sui tetti di Asti, ascendeva silenzioso nell’aria. Rambaldi sporse le labbra sottili in un’espressione dubbiosa e crucciata. Tutto quel nero profondo e spugnoso non lo convinceva, perché semplice carta non poteva bruciare così.

Imboccarono corso Torino. Nell’abitacolo le vibrazioni del pavé facevano fremere uomini e attrezzature; davanti a loro le auto accostavano con urgenza, incalzate dalla sirena e dalle possenti strombazzate del clacson. Rambaldi sentiva già il sudore colargli lungo la schiena, sotto la tenuta di NOMEX; si volse verso i ragazzi della squadra e indicò bombole e respiratori, poi urlò per sovrastare la sirena: «Auto protettori pronti!». Ritornò a guardare davanti a sé dove corso Torino finiva e s’immetteva in corso Don Minzoni. L’APS affrontò la seconda ampia rotonda, la sirena che chiamava strada assordando il corso accelerò poi frenò fino a un arresto improvviso, davanti alla coda di auto ferme. Alcune macchine salirono sul marciapiede per dare maggior spazio ai pompieri; Rambaldi, proteso in avanti, contro il parabrezza, vide l’incidente e imprecò calando un pugno sul cruscotto. Alle sue spalle, altre sirene, altri lampeggianti mentre l’incendio proseguiva la sua rabbiosa distruzione.

Capitolo primo

Il fuoco è un simbolo naturale di vita e passione,

sebbene sia l’unico elemento nel quale nulla possa davvero vivere.

Susanne K. Langer

Venerdì 24 luglio h.19:30

Giorgio Martinengo parcheggiò il vecchio Rover nello spiazzo dirimpetto alla sede della Croce Rossa astigiana, in via Ugo Foscolo. Nelle orecchie aveva ancora le note melliflue e vibranti di Pat Metheny che con l’esecuzione live di The way up l’aveva accompagnato fino in città.

La sera era calda e umida, con uno stchonf soffocante che sembrava chiudere tutta la città sotto il coperchio di una pentola a pressione. Il cielo era cupo, buio in direzione di Torino, e un odore minerale come di rame e di ozono annunciava un temporale estivo di quelli tanto bruschi e violenti quanto brevi e inutili. Respirò a pieni polmoni quell’aria umida alla ricerca di una frescura che si faceva attendere da tanto tempo e prelevò il borsone dal bagagliaio. Aveva passato il pomeriggio a ripulire le coste di casa sua, su al Bricco Cornajàss. Sentiva ancora nelle braccia il vibrare del decespugliatore e sulla pelle l’aroma dell’erba falciata. Giorgio faceva l’investigatore privato ma abitava in campagna e perciò la sua professione non lo esonerava dalla terra.

Chiuse il fuoristrada, caricò in spalla il borsone e attraversò la strada dirigendosi verso la struttura, segnalata da una grossa insegna circolare illuminata.

Prestava servizio come soccorritore da svariati anni, una forma di volontariato piuttosto specifica e impegnativa che Giorgio svolgeva con la consueta minuziosa competenza e convinta passione. Gli impegni lavorativi non gli permettevano una frequentazione assidua ma compensava onorando le oltre cento ore annue di servizio dando disponibilità nei fine settimana, assicurando la copertura di tre turni per volta.

Salutò il centralinista dal finestrone sopra la rampa d’uscita delle ambulanze e s’infilò nei locali del 118.

Il freddo piacevole e traditore dell’aria condizionata lo accolse donandogli brividi lungo le braccia e le gambe. Giorgio portava bermuda color cachi, sandali e un camiciotto di cotone leggero; i capelli di un castano dorato dal sole di collina erano corti e spettinati e la barba era lunga di una settimana, perché aveva l’abitudine di radersi con calma e lentezza solo la domenica mattina. Normalmente aveva un colorito pallido ma i lavori all’aperto gli avevano acceso il volto di un rossore vivido.

Salutò i volontari che ciondolavano nella sala comune e si diresse al piano di sopra per cambiarsi. Indossò rapido l’uniforme rossa: pantaloni, polo e scarponcini poi ridiscese per firmare il registro e andare a salutare i colleghi di turno. Il team leader riconosciuto della base era un uomo ancora giovane, bruno, magro, dallo sguardo pungente e la parlata adrenalinica; si chiamava Piero Gai. Giorgio lo conosceva da quando aveva iniziato a prestare servizio per la Croce Rossa e con lui, aveva condiviso numerosi turni. Piero era impegnato in una conversazione riguardante i protocolli che gestivano l’utilizzo della sirena con l’autista del turno precedente. Alle sue spalle, seduto e intento a cercare di leggere un libro, Vittorio, l’altro membro dell’ambulanza di base che con Piero e Giorgio completava l’equipaggio; un ragazzo dinoccolato con i capelli rasati e un paio di occhiali dalla montatura di metallo. Quando riconobbe Martinengo, sfilò gli occhiali, chiuse il libro, lo ripose in un borsello posato al suo fianco e si alzò per salutarlo. Si strinsero la mano e Giorgio indicò il borsello con un cenno del mento, l’altro fece spallucce: «Tentavo di leggere un saggio di Marc Augé sulla percezione del tempo.»

«Tentavi neh?»

Vittorio osservò in tralice Piero, che stava ponendo l’accento sulla correttezza delle sue affermazioni sfogliando una circolare presa dal centralino. La sua voce copriva i mugolii d’assenso dell’altro. Infine l’autista annuì convinto e se la filò scendendo di corsa le scale. Giorgio sollevò la mano verso il capo e Piero sventolò i fogli senza smettere di parlare. «Con un verde i lampeggianti senza sirena non sono previsti dal protocollo d’emergenza del 118 Piemonte...»

Intanto Alpha 1, l’ambulanza medicalizzata di turno, era appena rientrata e la professionale di servizio, l’infermiera Raffaella Bortolato riempì il centralino con la sua voce squillante. Era una giovane solare, pingue e soda come una sensuale contadina d’altri tempi, folti e morbidi capelli castani le ornavano il volto con onde pesanti. Le guance erano paffute e rubizze, sapevano di campagna e sole fragrante; un piercing luccicava sul sopracciglio sinistro.

«Ciao Raffaella,» salutò Giorgio.

Lei sgranò gli occhi e sorrise come se avesse appena scartato un regalo. «Ciao George!»

Buttò la giacca della divisa sullo schienale di una sedia e gli andò incontro, abbracciandolo e schiacciandogli due sonori baci sulle guance.

«Ogni tanto ti rifai vivo neh? Vagabònd!»

Giorgio allargò le braccia in segno di resa. «Travàj travàj travàj... Ma ora sono qua e mi sorbite per tutto il fine settimana»

«Fantastico ragazzo. Sei con noi?»

«Base.» E indicò i due compagni di squadra.

Raffaella si sbracciò a salutarli e ritornò a lui: «Fa lo stesso. Vieni che ti offro un caffè...»

Indicò il distributore in sala comune e lo accompagnò attraversando il corridoio con ampie falcate. Il tessuto sintetico della divisa frusciava piacevolmente fra le natiche e le cosce toniche. L’infermiera pescò la chiavetta da una delle molteplici tasche e selezionò il caffè; nel frattempo raggiunsero la sala gli altri membri dell’equipaggio di Alpha1, impegnati in una discussione dai toni astrusi.

«L’uso dell’ossigeno terapeutico andrebbe regolato con più moderazione.» Il soccorritore che aveva esordito era un uomo di mezz’età, pelato e robusto, che si era appena seduto sul divano.

«Quando sei in emergenza, non si può andare troppo per il sottile. Se il paziente ha saturazione bassa, mettigli l’ossigeno a manetta.»il collega era molto più giovane, i capelli a spazzola e nella voce il fervore di chi sente il peso e l’orgoglio di una vera e propria missione. Giorgio sorbì un paio di sorsate calde e amare e inarcò le sopracciglia in direzione di Raffaella. Lei gli strizzò un occhio e si rivolse ai due uomini.

«Cos’è successo?» domandò Piero facendo capolino. La ghiotta possibilità di una complessa questione a carattere tecnico l’aveva richiamato, come l’istinto della caccia in un bracco.

«Discutevamo sul caso di prima,» rispose il giovane. Giorgio si appoggiò al distributore. «Cos’era?»

«Un giallo 03 kilo,» rispose pronto l’altro.

Giorgio riassunse mentalmente; il codice, giallo era un’urgenza, 03 indicava una patologia respiratoria in atto e l’iniziale ICAO “Kilo” ovvero la lettera K indicava che il paziente era a casa propria. Annuì. Aveva poche occasioni di conoscere i suoi colleghi di Croce Rossa. Il giovane doveva essere uno degli ultimi acquisti, fresco di corso e anche un po’ tronfio delle nozioni acquisite. Giorgio gettò via il bicchierino vuoto e si avvicinò prendendo una seggiola. « E quindi?»

«L’uso dell’ossigeno...» iniziò a dire Vittorio ma Raffaella gli posò premurosa una mano sul braccio e il gesto arrestò l’intervento del soccorritore.

L’altro si avvicinò, deciso a sostenere la sua tesi: «Un uomo di sessantacinque anni, sovrappeso e con problemi cardiaci, affetto da insufficienza respiratoria cronica. Aveva la saturazione sotto gli ottanta. Lo mettiamo in barella e su Alpha gli diamo ossigeno. Luca apre e gli spara subito dieci litri al minuto...»

Martinengo girò la seggiola e ci si mise cavalcioni, incrociando le braccia sul bordo dello schienale. Nella mente stava correndo alle nozioni del corso e a quelle aggiuntive che aveva approfondito per proprio conto ai tempi del suo tirocinio come soccorritore 118.

Era più forte di lui: quando si approcciava a un nuovo campo, doveva scavare, conoscere, rimpinzarsi di nozioni e arricchirsi di un quadro il più possibile vasto ed esaustivo.

Era goloso di conoscenza.

Alla vigilia dell’esame finale, quello del così detto III step, era andato a trovare medici amici per sottoporre loro quesiti e dubbi ricorrenti. Infine al corso era uscito con il punteggio massimo senza sfoderare neanche la metà delle competenze che aveva voluto apprendere.

Il soccorritore più anziano scuoteva il capo mentre selezionava una lattina di tè freddo. «Il paziente era broncopneumopatico, se andava in ipossiemia, rischiava anche il coma ipercapnico».

Luca il giovane aggrottò la fronte. «Cos’è?»

«Un aumento nel sangue di anidride carbonica,» rispose Martinengo che girò il capo verso Raffaella per chiederle una silenziosa conferma. Lei avvalorò l’esattezza della spiegazione con un cenno e un mugolio mentre leggeva qualcosa sul suo cellulare. Piero, con le mani in tasca, sembrava stranamente aver perso interesse per la questione e ora sfogliava un modulo con espressione concentrata; alle sue spalle si era avvicinato Vittorio e quando lo vide, gli indicò la rimessa delle ambulanze: «Andiamo a fare la check-list...».

Giorgio disse loro che li avrebbe raggiunti subito e si concentrò di nuovo sui due di Alpha1.

Il collega che aveva sollevato il problema si accomodò meglio sul divanetto e continuò a esporre la sua tesi: «Con una correzione troppo brusca dell’ipossiemia tramite l’ossigeno viene a mancare lo stimolo respiratorio e così, mentre tu sei convinto di fare il salvatore del mondo, ti puoi ritrovare il paziente bradipnoico, con rischio di apnea se non d’arresto respiratorio.»

Luca rimase in silenzio, meditando sull’esposizione del collega. Il dubbio gli disegnava ombre di perplessità sul volto tondo e una luce preoccupata luccicava negli occhi, grandi e castani. Guardò Giorgio che pensieroso si accarezzava la peluria attorno al mento.

«Davvero?» balbettò. Il ragazzo aveva l’irruenza entusiasta dei vent’anni, pronta a spararlo tra le stelle ma come spesso capitava, ogni mina sulle sue certezze gli procurava botte da orbi.

«Dipende,» rispose Giorgio. Il tema era molto specifico e il collega di Alpha1 aveva parecchi anni di ambulanza sulle spalle. «Dunque... il paziente che avete soccorso era broncopneumopatico. Non mi stupisce che sia andato in crisi respiratoria con lo stchonf di questi giorni. Immagino fosse molto basso di saturazione...»

«Sotto gli ottanta. Settantacinque circa,» precisò Luca.

Martinengo si girò di nuovo verso Raffaella che si era allontanata per parlare al telefono. Scrollò le spalle. «Dopo chiediamo conferma alla professionale ma se l’insufficienza era acuta, il paziente era comunque a rischio ipossiemia, in questi casi la somministrazione di ossigeno ad alti flussi si considera necessaria. Comunque sia sparargli ossigeno a dieci litri al minuto per il tempo della percorrenza del tragitto da casa all’ospedale non credo sia influente. Quanto ci avete impiegato?»

«Dieci minuti circa,» rispose il ragazzo.

«Allora non vedo problemi...» concluse Martinengo sorridendo incoraggiante. Luca sospirò, poi guardò il compagno sul divano. Il soccorritore annuiva piano, sorseggiando il suo tè e accavallando le gambe. Giorgio immaginò che il ragazzo vedesse nell’altro una sorta di mentore, una figura paterna che lo accompagnava e consigliava lungo la via perigliosa del soccorso sanitario. Immaginò anche che il giovane non doveva avere un grande rapporto con la figura paterna se ne ricercava una anche in Croce Rossa. Forse ne era privo.

Provò una simpatia istintiva nei suoi confronti, dettata da una specie di solidarietà istigata dal fatto che lui aveva tranciato ogni rapporto con suo padre da anni e che non riusciva, ripensandoci, nemmeno a ricordare l’ultima volta che l’aveva visto, al punto di averne un’immagine viziata ancora dalla sua memoria più adolescenziale.

Martinengo si alzò dalla seggiola e si avvicinò all’altro soccorritore. «Complimenti, una preparazione professionale notevole.»

«Anche tu non scherzi.»

«Oh, io sono solo un curioso. Un gran curioso di tutto. Autodidatta della vita.»

«Anch’io. Mi chiamo Giacomo Rasero,» allungò la mano e Giorgio gliela strinse presentandosi a sua volta. Giacomo posò la lattina vuota e indirizzò un cenno col mento a Luca, concentrato sullo schermo del suo cellulare.

«Non volevo metterlo in imbarazzo. È un gran bravo ragazzo, entusiasta, eccitato. Indossa l’uniforme e si trasforma. Volevo solo dimostrargli che ogni protocollo che applichiamo ha sempre un rovescio, potenziale e pericoloso. Che non esistono procedure perfette.»

«Vero.»

«E non volevo che Piero lo stordisse per delle ore.»

Giorgio rise e si rialzò.

«Piero in fondo ha mantenuto la medesima passione, anche se c’è un guado di almeno vent’anni tra lui e il ragazzo.»

Aveva una voglia improvvisa di patatine. Lanciò una prima occhiata a Raffaella, che stava regalando una risata argentina al telefono, e una seconda al distributore.

Appariva algido così illuminato da bianche luci al neon. Giorgio infilò una mano in tasca a soppesare la moneta.

Lo squillo dal telefono del centralino fece levare le teste dei presenti quasi in contemporanea. La voce del centralinista si propagò lungo il corridoio e le stanze attigue. « «Croce Rossa Asti... Sì. Sì...»

Giorgio fece capolino e vide il collega che scriveva velocemente sul foglio d’intervento.

«Rosso 01 Sierra...»

Alle spalle di Martinengo, l’infermiera aveva interrotto la sua allegra telefonata, occhi gravi e labbra serrate. Schioccò due volte le dita indirizzandosi a Giacomo che si alzò dal divano e afferrò la giacca, Luca lo imitò avviandosi giù alla rimessa dei mezzi.

«Un brutto incidente all’imbocco di viale Bianco, verso il cimitero, due coinvolti»riassunse l’uomo al telefono; lei afferrò il foglio appena compilato, diede una pacca a Giorgio e si fiondò al piano sottostante.

«Brüt afé,» commentò lui.

Si appoggiò al davanzale del finestrone e sotto vide Alpha1 emergere dal seminterrato e squassare la quiete estiva con la sua sirena.

«Inizia il fine settimana...» osservò il centralinista. Giorgio ne convenne e si girò per ritornare al distributore ma il telefono squillò di nuovo «Croce Rossa Asti...»

Giorgio si arrestò. Vide di nuovo l’addetto scrivere sul foglio d’intervento. «Strada Faletti? Giallo 19 Papa...»

Martinengo prese la sua giacca e la indossò; mentre tirava su la chiusura lampo, il centralinista gli passava il foglio e terminava la chiamata con la centrale 118 di Alessandria: «Ok ti do la partenza subito...» poi lo guardò un po’ nervoso: «Un incendio alla APES!»

Giorgio si fiondò di sotto, attraversò la rimessa e vide Piero che stava già mettendo in moto.

«Giallo 19 papa,» gli urlò saltando a bordo nel retro.

h. 20:21

I Vigili urbani avevano deviato il traffico lungo corso Don Minzoni. I mezzi che arrivavano dalla stazione ferroviaria invertivano attorno alla grossa rotonda di fronte a Piazza Amendola, in prossimità di uno stabilimento alimentare; i provenienti da corso Torino prendevano quella dell’omonima piazza, così, in breve, il luogo dell’incidente era stato sgombrato. Gli automobilisti che avevano assistito al sinistro erano stati invitati a spostare i loro veicoli parcheggiandoli nello spiazzo adiacente alla sede dell’ASP e i camion dei Vigili del Fuoco avevano proseguito la loro corsa in direzione dell’incendio. Quasi in contemporanea, era arrivata l’ambulanza per soccorrere i coinvolti nell’incidente e minuti dopo una seconda, che oltrepassò i resti della moto e del grosso fuoristrada ammaccato e sbilenco. Inerme giaceva davanti a un ristorante cinese, dove una famiglia vociante commentava, incomprensibile, l’accaduto.

L’aria diventava man mano più fosca e scura, il fumo dell’incend [...]