3,49 €
La sera del 10 giugno 1940 la notizia che l’Italia è entrata in guerra fa riaffiorare in due anziani coniugi di un paesino friulano il ricordo degli eventi accaduti nel corso del conflitto del 1915-1918. L’uomo, uscito dalla guerra con la mente devastata, rivive il drammatico episodio che, nel corso della seconda battaglia dell’Isonzo (18 luglio-3 agosto.1915), lo ha profondamente e irrimediabilmente segnato. La moglie, invece, per spiegare al nipotino il motivo per cui suo nonno è impazzito in guerra, narra gli eventi accaduti in quel periodo e in particolar modo nel 1915, anno in cui il territorio del paesino fu interessato dal passaggio di soldati provenienti da ogni parte d’Italia.
Das E-Book können Sie in Legimi-Apps oder einer beliebigen App lesen, die das folgende Format unterstützen:
Veröffentlichungsjahr: 2017
Nel primo centenario dell’entrata in guerra dell’Italia mi pareva opportuno, se non doveroso, dedicare qualche parola non tanto a quel terribile evento che fu il primo conflitto mondiale, quanto alla povera gente che vi rimase, suo malgrado, coinvolta.
L’occasione mi è stata fornita da un concorso letterario bandito da un Comune friulano nel cui territorio, alle 22:30 del 23 maggio 1915, due uomini della Guardia di Finanza spararono il primo colpo di fucile contro dei genieri austriaci che volevano minare un ponte.
L’idea di scrivere una storia ambientata in quel periodo ha subito trovato, in me, terreno fertile, visto che da tempo andavo meditando di dar vita a una narrazione con lo scopo di rendere a mio modo omaggio alle sfortunate generazioni chiamate a sacrificare la loro vita per le ciniche scelte e decisioni di carattere geopolitico di chi allora si trovava al governo. È noto, infatti, che il 26 aprile 1915 a Londra venne stipulato un patto segreto con cui l’Italia si impegnava a entrare in guerra a fianco dell’Intesa (Gran Bretagna, Francia, Russia) in cambio di compensi territoriali (Trentino, Tirolo del Sud o Alto Adige, Trieste, Gorizia, Istria e Dalmazia).
Quindi, al di là di pochi intellettuali interventisti animati da ideali patriottici e antiaustriaci, la gran massa della popolazione italiana andò in guerra solo perché glielo ordinava lo Stato, con la fatalistica rassegnazione di chi è abituato a ubbidire senza fare domande.
Ciò non toglie, tuttavia, che i nostri soldati (in maggioranza contadini che poco o nulla sapevano di “Patria” e “Sacri confini”) non si comportassero da eroi, sui campi di battaglia. Il fatto, però, è che l’esperienza da essi vissuta al fronte fu spaventosa e devastante e che questa tragedia costò al Paese 651.000 militari caduti, 589.000 vittime civili e 947.000 tra feriti, mutilati e invalidi. E che i costi maggiori, in termini di vite spezzate o rovinate, li sostennero le classi più umili e deboli.
Alla luce di tali considerazioni, allora, ho voluto costruire una storia che, al di là della narrazione di eventi legati alla sfera dell’immaginazione, dia un’idea di ciò che è stato il primo conflitto mondiale per chi lo ha vissuto sulla sua pelle.
Pordenone, 1° maggio 2015
Dalle case del paese, quella sera del 10 giugno 1940, non si sentiva provenire un alito di vita. L’atmosfera cupa e greve che incombeva minacciosa ovunque era penetrata, serpeggiando insidiosamente tra vie e vicoli, al loro interno, togliendo alle famiglie che le abitavano la tranquillità di quel particolare e atteso momento della giornata consacrato al riposo nell’intimità delle mura domestiche. La consueta parca, ma festosa, cena che ne riuniva i membri attorno alla tavola, con un sentimento di soddisfazione misto a gratitudine, stavolta veniva consumata quasi in silenzio ovunque.
Nei volti di ciascuno si poteva scorgere un’espressione mesta e intimidita, che nelle donne assumeva le tinte della preoccupazione e dell’angoscia. Perfino i bambini, la cui vivacità tendeva ad aumentare in tale occasione, tanto che sovente i genitori dovevano riprenderli, se ne stavano mogi e spauriti. I più piccoli cercavano rifugio tra le braccia delle madri, stringendosi al loro seno con viso e voce piagnucolosi. E in risposta ricevevano una stretta convulsa accompagnata da qualche singhiozzo o lacrima disperatamente repressi e interminabili carezze che, per la loro ruvidità ed enfasi, assomigliavano a una scarica di piccoli schiaffi.
In quelle madri che si premevano contro il petto i figioletti pareva di rivedere uno di quei dipinti raffiguranti la strage degli innocenti, tanta era l’ansia feroce che le pervadeva. Era come se davanti a sé avessero le rapaci mani dei soldati di Erode protese a ghermire le loro creature.
Di tanto in tanto, tra un vagito e un piagnisteo, si sentiva una voce di donna che intonava una nenia o una cantilena, ma in esse non si avvertiva il solito tono calmo e rassicurante che aveva il potere di conciliare il sonno ai piccoli.
Un altro particolare, quella sera, colpiva all’interno delle case: l’assenza di uomini; fatta eccezione di quelli più vecchi, i quali sedevano come sempre a capotavola o, se la cena era terminata, vicino al focolare alla cui catena pendeva il calderone con l’acqua calda per lavare le stoviglie, fumando pensosamente la pipa o attendendo a qualche piccola incombenza. Nel tardo pomeriggio squadre di camicie nere -certe facce di Giuda mai viste prima da quelle parti- avevano battuto in lungo e in largo centri abitati e campagne, costringendo a salire sui loro camion tutti gli uomini che incontravano. Di lì a poco, avevano detto, il Duce avrebbe rivolto agli Italiani un importantissimo discorso. Nessuno poteva esimersi dall’ascoltarlo. Per questo erano stati individuati dei punti di raccolta nei quali si sarebbe potuta ascoltare la sua voce via radio. Gli uomini del paese e dei suoi dintorni furono trasportati presso un’osteria munita di radio. Lì, alle diciotto in punto, essi avrebbero udito, contemporaneamente a milioni di persone, la voce di Benito Mussolini.
Tuttavia, nonostante l’aura di mistero che avvolgeva quell’importante discorso, ognuno nel suo cuore ne indovinava, con crescente sgomento, il contenuto. Nessuno, infatti, in quelle contrade, ignorava quanto stava avvenendo da qualche tempo a quella parte. Ciò che si era cercato di tenere segreto alla maggior parte degli Italiani, in quella zona di confine era trapelata e da giorni era oggetto di furtivi e frettolosi discorsi. Pertanto, quando la gracchiante voce alla radio gridò che era venuta “l’ora delle decisioni irrevocabili”, non fu la sorpresa a colpire quella gente, ma un moto di rabbia e allo stesso tempo di angoscia. Ecco, dunque, la straordinaria notizia che ciascuno avrebbe recato ai propri cari, quella sera. Proprio una bella notizia, non c’era che dire. Il mesto ritorno si compì a piedi, perché le camicie nere, euforiche e avvinazzate, erano risalite sugli automezzi e se ne erano andate cantando a squarciagola i loro bellicosi inni.
La casa di Giovanni Bernardis, classe 1905, si trovava fuori dall’abitato, immersa nella ridente campagna distesa tra il paese e Palmanova. Egli ci viveva insieme alla moglie, ai tre figli e agli anziani genitori. Si era sposato con Rosina, di due anni più giovane, nel 1926. Andrea, il loro figlio maggiore, era un fanciulletto magro e allampanato di circa otto anni che assomigliava moltissimo alla madre. Di lei aveva il viso lungo e ovale, il naso sottile e lievemente pronunciato e due stupendi occhi di un azzurro chiaro e luminoso come quello del cielo mattutino dopo una nottata ventosa. La corporatura, i capelli lisci e castani tendenti al fulvo e la pelle rossiccia, invece, li aveva ereditati dal nonno paterno. Angela, una vispa bambina di sei anni e mezzo, nei lineamenti del viso tondeggiante e massiccio, in mezzo al quale spiccavano due occhi scuri e penetranti sovrastati da ciglia folte e nere come i capelli, un naso diritto e una bocca carnosa e ben modellata, era il ritratto del padre. Tuttavia della madre aveva il fisico snello e la statura non molto alta. Michele o “piçul Micjêl”, come veniva affettuosamente chiamato, era l’ultimo arrivato: un paffuto e roseo bambolotto di sedici mesi con due occhioni azzurri e i capelli biondi come quelli del nonno di Cormòns, padre di Rosina.
Lesen Sie weiter in der vollständigen Ausgabe!
Lesen Sie weiter in der vollständigen Ausgabe!
Lesen Sie weiter in der vollständigen Ausgabe!
Lesen Sie weiter in der vollständigen Ausgabe!
Lesen Sie weiter in der vollständigen Ausgabe!
Lesen Sie weiter in der vollständigen Ausgabe!
Lesen Sie weiter in der vollständigen Ausgabe!
Lesen Sie weiter in der vollständigen Ausgabe!
Lesen Sie weiter in der vollständigen Ausgabe!
