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Un intrigante intreccio di storie vere, storie toccanti di donne la cui vita tuona di domande e di segnali che le spingono quasi brutalmente a rinascere riappropriandosi di sè stesse e del proprio potere personale.
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Veröffentlichungsjahr: 2023
INTRODUZIONE
Da Emily a Giselda e-mail n°1
Da Giselda a Emily e-mail n°2
Da Emily a Giselda e-mail n°3
Da Giselda a Emily e-mail n°4
Da Emily a Giselda-mail n°5
Da Giselda a Emily e-mail n°6
Da Emily a Giselda e-mail n°7
Da Giselda a Emily e-mail n°8
Da Emily a Giselda e-mail n°9
Da Giselda a Emily e-mail n°10
Da Emily a Giselda e-mail n°11
Da Giselda a Emily e-mail n°12
"La situazione"
"Essere" semplicemente.
"Una donna è semplicemente una donna" diceva Emily alzando gli occhi al cielo, "non dovrebbe coltivare in seno il desiderio di essere altro!"
Mentre lo faceva il suo sguardo s'inspessiva e s'inaspriva, diventava più nero, quasi tagliente. Era difficile, oserei dire impossibile, guardare quella donna negli occhi senza essere pervasi da un turbine, un moto violento di qualcosa difficile da spiegare, una forza che la si può trovare in un bosco guardando le chiome degli alberi mosse da un feroce vento, nel mare guardando i movimenti acrobatici che fa l'acqua scontrandosi con una scogliera. Faceva paura e allo stesso tempo rapiva tutto quello che si trovava, soffermandosi un solo istante nei suoi occhi nero pece.
Emily era una donna proveniente da una famiglia piuttosto ricca e colta, dalle basi culturali abbastanza solide e moderne, ma soprattutto, una famiglia in cui ci si era tanto adoperati negli anni, malgrado le contraddizioni umane e le difficoltà di quel tempo, per conservare vivi i “valori”, ripulendosi pian piano da tutti i fronzoli eccessivi della vanità, delle strutture sociali, e da quant'altro c'è al mondo capace di ostacolare la sacrosanta verità dei comportamenti dell'anima. Tutti, nella famiglia di Emily, ognuno a suo modo, si erano notevolmente emancipati da vecchi retaggi culturali che si imponevano nella vita di ognuno rendendo falsa e ipocrita la loro esistenza, lavorando duramente per essere riconosciuti nella loro semplicità esistenziale, più che per la loro ricchezza materiale.
Emily era una donna sul cui volto era scritta la forza. Quell'elemento a cui siamo soliti pensare attraverso gesta di aggressività e prepotenza, talvolta di violenza e sopraffazione. Ma la sua forza era del tutto diversa; era un'innata energia che lei stessa non spiegava a sé stessa. Era un insieme di gesta che lei compiva senza il benché minimo ausilio di razionalità. Uno strepitoso impulso, il suo. Quando si dice “natura”.
E allora mia cara, le rispondeva Giselda, perché vivo così male il mio essere semplicemente una donna?
Perché dopo un'allegra cena in compagnia, se mi ritrovo a sparecchiar da sola la tavola dove tutti abbiam cenato, io poi, mi sento rodere dentro talmente tanto, che non posso proprio evitare di sentire l'impeto di una cavalleria nel mio petto, e di schiantare uno ad uno, piena di consapevolezza, i piatti contro al muro?
Sono forse io inadatta a tutto questo?
Questa fu l'ultima cosa che la ragazza disse alla sua amica prima di un rapido e triste saluto. Ma la loro relazione, nata casualmente com'è casuale il posarsi di una foglia naufraga nel vento, che giunge in un dato luogo, con naturale delicatezza, continuò, ebbe un seguito attraverso profonde e disarmanti lettere che le due amiche si scrissero con puntualità assoluta, quasi come se quello fosse stato l'appuntamento più importante per entrambe. Più di una messa per un credente o di un incontro con lo psicanalista per un miscredente.
Giselda era nata in un piccolo paesino di provincia in una semplice modesta famiglia di contadini, cresciuta in una di quella che si definirebbe la classica famiglia del Sud, dove tutto è ben definito, ogni cosa sta al posto suo, i ruoli sono stabiliti da un preciso ordine gerarchico, secondo quella che per detta di sua nonna era “la divisione dei compiti”, dove la donna combatteva in casa occupandosi di tutte le mansioni domestiche, dei figli, degli animali, della campagna ecc... e l'uomo combatteva fuori procurandosi di che vivere per la famiglia, di che riscaldarsi, prendendo le decisioni più importanti e proteggendo socialmente la famiglia, l'onore.
L'incontro tra le due donne era avvenuto in ospedale. Erano state messe nella stessa stanza, e si trovavano ricoverate lì in quel posto per un controllo di routine su una patologia comune. La routine, l'abitudine... bisognerebbe porre un certo accento su queste parole, sebbene sia più che abituale, non farlo affatto.
Ogni anno trascorrevano due o tre giorni a fare prelievi, esami e quant'altro ci fosse da fare, stando sotto osservazione a causa di una rara malattia autoimmune, cui erano entrambe affette da diversi anni. Ma questa volta accadde qualcosa di unico e raro come la patologia per cui erano là.
Da sguardi profondi (anche se intrisi di dolore), sorrisi e parole gentili, piccole attenzioni che crebbero secondo dopo secondo, pomeriggi passati a farsi intime confidenze per ammazzare la noia in un grigio ospedale di un grigio mondo, ad esclusione dell'orario di visita però, sia chiaro, dove Giselda fingeva spudoratamente di non conoscere affatto Emily in presenza dei suoi familiari, nacque una profonda amicizia, basata su un reale e vero bisogno, sulla sincerità cruda e assoluta, sullo scioglimento di grossi nodi che stringevano forte il cuore di entrambe.
Fu di estrema importanza l'intuizione di Emily sullo stridente grido di dolore che Giselda portava nei suoi occhi neri e lucenti, faticosamente visibili sotto la frangia, anch'essa nera, liscia e setosa, sempre come appena piastrata.
Disegno d'asilo "la mia mamma".
Forse, tesoro mio, le scrisse Emily nella sua prima lettera, il tuo è solo senso d'ingiustizia e la rabbia che anima tutti i tuoi gesti è solo l'inconfondibile consapevolezza di ciò.
Sebbene la rabbia non è mai da alimentare e può risultare corrosiva per chi la concepisce, quel genere di rabbia, amica mia, io la definirei un sacro e santo sentimento cui dar vita, ogni volta. Spacca tutto, ogni singolo piatto, ogni singolo bicchiere, ogni piccola o grande cosa che ti faccia sentire prigioniera in un ruolo che mai ti cucisti addosso.
Perché tornando a noi mia cara amica, una donna è semplicemente una donna e non dovrebbe avere in seno altro che coltivare questo.
Quel che tu mi dici cara, è molto lontano dall'essere veramente una donna ma ne fa parte al tempo stesso in questa società.
Questo è il ruolo che ti han cucito addosso e da queste parti se nasci con occhi grandi e belli, labbra carnose, tratti armoniosi e una vagina, vieni quasi automaticamente incastrata in quel vestito, anche se per nulla ti si addice.
Ti viene insegnato a star tranquilla, buona e soprattutto composta, a curare l'immagine, il proprio aspetto fisico, il comportamento adatto ad ogni circostanza non tanto per sé stessi quanto per gli altri. Devi saper fare tante cose in casa, faccende di ogni genere per poi essere genericamente definita casalinga, perché sia chiaro, il termine casalinga, trascendendo brutalmente l'evidente fatto che essa possiede svariate competenze e specializzazioni, equivale in senso intrinseco allo star a casa e non far niente. Insomma povera nata donna, ti vengono trasmesse tutte cose che spesso, anzi oserei dire il più delle volte, son molto lontane dall'antico mondo femminile in cui ogni attività domestica e non, era legata concretamente al proprio sostentamento, sono modi per meglio finanziare l'industria ed il consumo, come per esempio: per le tue pulizie, utilizza il miglior aspirapolvere che c'è in commercio meglio se col wattaggio maggiore e quindi consumi più alti, perché aspira meglio; pulisci casa con ogni genere di intruglio chimico che ti propinano attraverso pubblicità televisive nei tuoi pomeriggi di vuoto e solitudine a cui subdolamente, in nome di una promessa d'amore, sei stata ridotta. Ancora... diventa cuoca o pasticcera ma rigorosamente con l'utilizzo di un Bimby o qualsiasi altro robot elettrico. E poi stampini, pirottini, attrezzini vari del tutto estranei al saper montare burro o albumi a regola d'arte, stira bene tutti i tuoi indumenti affinché chi ti vede, ti attribuisca l'etichetta dell'ordine e della pulizia, e ti associ ad una persona per bene, attenta, e perché no anche laboriosa, elemento indispensabile per aggiudicarsi un buon marito. Insomma lava, ma non tanto per essere veramente pulita, quanto più per apparire pulita e camuffare il più possibile il tuo vero odore, affinché non si abbia traccia alcuna di chi tu sia veramente. Stira, ma non per te, bensì solo per apparire stirata, disciplinata, che farebbe rima anche con domata, ma lasciamo perdere, per esser certi che tu abbia come assoluta priorità, il nascondere le grinze della vita che impellente e spesso irruenta, incombe su di noi facendoci sentire il bisogno di movimento. Fin da bambina ti dicono di essere ordinata, infiocchettata, coi capelli pettinati e raccolti, di non stropicciarti troppo quando giochi, di imparare a cucinare piuttosto che imparare ad arrampicarti su un albero, questo non sta bene e quell'altro sì, ma a qualcuno è mai venuto in mente di chiedersi il perché di tutto ciò?
A te cara amica è capitato di chiederti come mai ci han cresciute tutte col mito di Cenerentola?
Solo per il gran ballo! Tutto questo. Tutta questa operosa e troppo spesso affannosa vita di cose da imparare per apparire molto più che essere, solo per il debutto finale, per l'illusione di sentirsi realizzate in qualcosa... il gran ballo, il matrimonio?
Momento in cui passi da una condizione di speranza, lavorando per un sogno, ad un totale e lento sfatamento di quel sogno. Forse adesso bella Giselda mi dirai che sono un po' eccessiva, e lo so bene, ma in realtà dentro di te sai che ho fatto centro! Questo non è nemmeno l'inizio di un percorso fatto soprattutto di analisi critica dei dettagli culturali del nostro tempo. Perché se vuoi comprendere il tuo dolore, la tua inquietudine, devi partire sempre da te, dalla tua infanzia, dalla rielaborazione di ciò che ti è stato trasmesso nel percorso educativo da genitori, parenti, amici, insegnanti. É questo che ti ha indotta a sopportare le relazioni, il vedere i tuoi genitori sopportarsi.
Ancora questo che ti ha impedito di amare profondamente tuo figlio, il crescere in una famiglia unita nella forma, ma priva d'amore nella sostanza. E ancora questo cara che ti ha imposto di non mandare visceralmente "a 'fanculo" chiunque ti soffocasse col suo essere.
Il modo in cui sei stata cresciuta ed educata inibisce più di tutto il tuo presente, il tuo “volo”, cara amica.
Disegno d'asilo "La mia mamma"
Ma io proprio non capisco, mia bella amica rivoluzionaria, noi donne cresciamo senza farci troppe domande, almeno qui, vedi me e le mie amiche in paese, tutto è sempre andato bene così. Pare che non ci sia affatto il bisogno di farsi delle domande, quando qualcosa è duro o amaro ci si risponde che la vita è fatta così e si va avanti. Sento le donne adulte, sai quelle anziane, col volto segnato dalle esperienze e dalla malinconia, dire spesso frasi di estrema rassegnazione sul mondo e sulla la vita.
L'altro giorno un fatto accaduto mentre ero in giardino fu spunto di riflessione per me. Una bambina disse “signora”, rivolgendosi alla sua vicina di casa, moglie del maresciallo del paese e subito la sorellina piccola ribatté “ma non è la signora, è la mamma del maresciallo” al che la donna che stava ascoltando, sorrise e disse “se fossi stata sua mamma, sai quante botte gli avrei dato?”
Bene, la cosa è finita così, col sorriso sulle labbra, e andrebbe lasciata lì, cosi, ma io non potetti scacciare quel pensiero che affiorò alla mente... ti rendi conto Emily, pensi a quel che c'è dietro una frase così? Odio. Odio represso e rivelato solo con l'ironia di una replica tagliente fatta ad una bambina. Odio probabilmente represso
