Nel tempo sospeso del virus, che mette in
scacco la divisione soggettiva e l'arroganza umana, le poesie di
Indirha giungono inattese. Sono poesie che tengono vivo il
desiderio e la "finitezza e incompetenza delle alternative concesse
alla specie umana" (Elvio Fachinelli)
Poesie o psicopoesie?
Con questa domanda il lettore entra nel registro
dell'immaginario lacaniano e attraversa, se ha il coraggio, il
Reale femminile.
La psicopoesia è una narrazione biografica in forma di versi.
Indirha la fa sua e trasforma in rime, sonetti, versi sciolti,
l'oscuro mistero di un corpo parlante. L'oscuro è il corpo fuori
dal controllo dall'Altro. Una donna-madre che scrive di amori,
eccessi e godimenti ancora oggi è considerata una
Narcisa. Narcisa è un marchio, che non perdona.
Nelle poesie si parla di tante piccole cose: dolore, cibo, spezie,
sapori, delusioni, frustrazioni, passioni, sesso e rabbia. La
rabbia non è distruttiva e neppure una compulsiva esposizione del
privato, pubblico e privato, corpo e mente non sono realtà
separate. La rabbia è una ferita, una corda tesa tra sé e il mondo.
La scrittura di Indirha riscrive il corpo ferito, crea una mancanza
e da questa
mancanza aspettiamo ancora molto, altri libri e
narrazioni. Le auguriamo la capacità di reinventarsi, nella
Cura della Parola, nuovi nutrimenti, affetti, un
Saperci fare con la vita o meglio con "una
infinità di vite infinitamente felici"(Pascal citato da Lacan
Seminario da Un Altro all'altro).
Silvana Rosita Leali Psicanalista del F.p.l (Forum
Psicanalitico Lacaniano) vive a Mascali in un paese etneo di
Catania. Lavora sui rapporti tra diritti umani e psicanalisi,
lingue ed emigrazioni, solitudini ed emarginazione .
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