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Aninu è la storia di una prostituta sacra dell'isola vulcanica di Santorini prima della grande eruzione del XVII secolo a.C. che ha cancellato la civiltà minoica "nello spazio di un giorno e di una notte tremenda", come ci riferisce Platone nel Timeo riferendola alla mitica Atlantide. Le vicende narrate in questo romanzo, la cui protagonista, fondando una comunità ideale di vita chiamata Thera e facendosi tutt'una con la tragica fine della sua amata isola, si presentano come eventi fondativi della cultura occidentale. In Aninu, la descrizione dei luoghi, la rappresentazione dei costumi, la rievocazione delle credenze e dei miti delle popolazioni toccate dalle vicende narrate sono frutto di una meticolosa ricerca archeologica su ciò che sappiamo di questo misterioso popolo che vanta, come antenati, gli abitanti della più antica città del mondo, Çatal, nell'odierna Turchia, oggi dichiarata patrimonio dell'umanità, e come discendenti le mirabili popolazioni della Grecia classica. La storia di Aninu e della sua isola, unitamente alle vicissitudini degli altri protagonisti, offrono al lettore l'occasione per rivisitare, e in qualche modo per rivivere, gli aspetti meno conosciuti o ancora abitati dal mistero delle multiformi civiltà che si sono affacciate sul Mediterraneo, inesauribile mare delle meraviglie.
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Veröffentlichungsjahr: 2012
Colophon
Tutti i diritti riservati
Copyright ©2012 Oltre edizioni
ISBN 978-88-97264-16-3
Titolo originale dell’opera:
Aninu
di Oliviero Arzuffi
Collana * edeia * diretta da Angelo Gaccione
Prima edizione ottobre 2012
L'autore: Oliviero Arzuffi
Oliviero Arzuffi è nato in provincia di Bergamo. Docente di letteratura italiana e consulente editoriale presso importanti realtà istituzionali è autore di numerosi testi riguardanti tematiche sociali. Tra i più conosciuti: Emarginazione A-Z; Alla ricerca dell'utopia; Oltre le sbarre; Poesia della vita. Oltre ai saggi di natura sociale è autore di Armaghedon (trilogia drammatica) e di Le cose ultime (Escaton), premio speciale della giuria a Stresa nel 1998.
Note bibliografiche
Poesia della vita, con A.Bazzari, ed. S.Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2006
Don Carlo Gnocchi. “Dio è tutto qui”. Lettere di una vita, Mondadori 2005
Armaghedon. Trilogia per il terzo millennio, Nuove scritture, Milano 1992
Il bambino condiviso: proposte per l’affidamento familiare, Comune di Bergamo, 1988
Oltre le sbarre: anatomia di un Comitato, Amministrazione Provinciale di Bergamo, 1986
Alla ricerca dell’utopia: esperienze di inserimento, Ed. Walk Over, 1985
Emarginazione A - Z, Piemme, 1991
Escaton, Edizioni Ancora, 1999
Il vento ci ha raccolti, San Paolo Edizioni, 2008
I
Aninu se ne stava accovacciata per ore sulla riva del piccolo lago, con il corpo asciutto e snello che si rifletteva nello specchio d'acqua. Gli occhi attenti a scrutare la vita che pullulava dentro il grande stagno acuivano il dolore per un figlio mai avuto, per una vita tutta sua inesorabilmente negata. Allora si accarezzava il ventre lasciandosi invadere dal rimpianto nella solitudine di quell'altipiano e scrutava la scura montagna davanti a sé come aspettando da lei una risposta. Provava attrazione e paura insieme per quel picco ferrigno che si elevava sopra le colline circostanti e incombeva come un'alta torre su quell'isola dalle scogliere impervie. Quel monte le ricordava la storia scritta sulle tavole di argilla conservate nel santuario della dea. In quella memoria sigillata nella terra, si narrava di come i loro padri fossero sfuggiti miracolosamente alla furia di un vulcano al tempo che abitavano nella piccola Asia1. Erano scampati al disastro perché si trovavano a commerciare in terre lontane quando il tremendo Argeo2 aveva reso carbone ogni forma di vita con il suo fiato maligno e seppellito sotto una montagna di ceneri la loro città con tutti gli abitanti rimasti. I pochi superstiti avevano poi preso la via del mare ed erano stati sbattuti da una tempesta su quell'isola circolare dalla pendici fertilissime e dal clima mite chiamata Strongyle3. Sbarcati fortunosamente dove il mare penetrava come una lingua nella terraferma, avevano cacciato i nativi dalle rare zone pianeggianti, costringendoli ad insediarsi tra le alture per allevare pecore, inseguire le capre e badare ai maiali. Molti di essi poi li avevano ridotti in schiavitù per estrarre i metalli che abbondavano sull'isola o per spaccare pietre nelle cave. Altri li avevano convinti, dietro misero compenso, a procurare alla città il legname per allestire le navi o per intagliare i ricchi arredi delle case. Avevano infine costretto non pochi a starsene per sempre lontani da Therassos4, la città che avevano fondato, per meglio custodire i boschi e coltivare le viti che prosperavano sulle pendici basse di quell'universo.
Mentre scrutava attentamente il profilo dell'alta montagna ripensando a questo lontano passato, Aninu fu presa da un sussulto d'angoscia: le pareva di riconoscere nella forma affusolata dei fianchi, nella cima tronca e nello spoglio paesaggio della parte alta il terribile vulcano dei padri. Ma il monte, per fortuna, non aveva mai dato segni di vita e se ne stava immobile e quieto, eretto come un tronco rinsecchito tra la trasparenza azzurra del cielo e l'opaco cobalto del mare.
Il sole scendeva sull'orizzonte e colorava con faville tremolanti la baia dalle pareti a strapiombo che si apriva come un grembo verso occidente. L'insenatura, ampia e circolare, offriva un porto sicuro alle navi della flotta quando urlava il Meltemi5 o quando i rozzi abitanti della rocca di Atene6 tentavano l'arrembaggio delle navi ricolme di pregiate mercanzie. Quei barbari non poche volte avevano osato avvicinarsi alla costa, con le loro primitive imbarcazioni, per sfidare la flotta della città e per farsi beffe degli insediamenti non protetti dell'isola, allontanandosi precipitosamente non appena qualche vela quadrata con l'ascia bipenne in mostra fosse apparsa doppiando il promontorio. Spesso quella rada dalla stretta imboccatura nascondeva l'intera flotta di Cnosso7 pronta, dietro ricco compenso, a lanciarsi alla conquista delle altre isole dell'arcipelago o a raggiungere Ilion8, dove si narrava che gli uomini montassero degli stupendi quadrupedi più veloci del vento e usassero lame di un metallo sconosciuto che tagliava persino il bronzo.
Persino l'inespugnabile Millawanda9 si era lasciata soggiogare da Therassos, così che le coste della vicina Asia erano diventate il suo emporio verso oriente. Una volta, un convoglio pieno di merci proveniente da Ugarit10 venne sequestrato dalla Marina della città e costretto ad infilarsi dentro quella baia. Ma poiché quegli infidi e testardi mercanti non volevano intendere ragioni sul riscatto da pagare, tutta la flottiglia venne spinta contro l'alta costa e affondata, equipaggi compresi, con massi scagliati dalla sommità delle rupi basaltiche.
Dall'alto del pianoro, Aninu guardava la rada fiammeggiante e la grande città di Therassos, che si affacciava a nord sul rotondo dirupo, mentre a sud si distendeva fino al mare di Creta. Aveva mura possenti la città, ma solo rivolte ad oriente, perché ad occidente c'era un grande arsenale che si incuneava nella terraferma a difenderla e scogliere a picco su tutto il promontorio limitrofo. Le case che vedeva da lassù sembravano alti massi squadrati dai più diversi colori che si addossavano l'uno all'altro, senza ordine apparente né simmetria. A tratti si aprivano, nel dedalo delle viuzze, spazi vuoti adibiti a piazze e mercati, pullulanti di gente di razze diverse e di ogni provenienza. Poche le aree verdi, ma su tutti i tetti terrazze fiorite terrazze fiorite comunicanti tra di loro in una specie di città aerea, senza l'obbligo per gli abitanti di dover scendere nelle strade quando erano presi dalla voglia di incontrarsi o di scannarsi in santa pace. Avevano preso dagli antenati quel modo di costruire, perché desideravano vedere il cielo, quando uscivano dalle case, e guardare la terra dall'alto, quando abbassavano lo sguardo. Aninu pure questo aveva scoperto rovistando nei recessi più nascosti del santuario della dea dal nome segreto, e se lo teneva amorevolmente custodito nella memoria, quasi a voler preservare, con quel remotissimo passato, anche la sua dignità di donna calpestata. Era infatti stata costretta dalle sacerdotesse ad esercitare la prostituzione sacra a causa della sua sterilità, segno di maledizione e presagio di sventura per il suo popolo. Per lo stesso motivo, anche suo marito, ricco armatore della vicina isola di Melo11, l'aveva abbandonata. Così lei si era dovuta piegare al volere di quelle donne sacre che imperavano su quell'isola, in barba ai ricchi mercanti che invano contendevano loro il potere con la ricchezza e in spregio al volere della popolazione, tutta occupata a trovare il modo di campare con la minor fatica possibile e con il maggior agio godibile, mediante lo sfruttamento dei marinai stranieri ridotti in schiavitù, dei contadini affamati, dei pastori analfabeti e dei vilipesi porcai sparsi nei numerosi insediamenti dell'isola.
Questa arroganza era sorta nella popolazione dopo che lo sconsiderato re di Cnosso aveva avuto la sciagurata idea di assoggettarla a tributo e di imporre una guarnigione militare per controllare la baia circolare. Saputo dell'intento, gli abitanti di Strongyle trattennero gli ambasciatori cretesi distraendoli con processioni, danze con il toro, musica e divertimenti di ogni genere, mentre la flotta di Therassos, piombata di notte sul porto di Amnissos nei pressi di Cnosso e sua principale base navale, ne aveva bloccato l'entrata incendiando la maggior parte della flotta. E per essere più convincente, quella soldataglia aveva devastato gli arsenali e assediato la stessa reggia. Il sovrano dovette cedere a tanta furia e sottoscrivere un trattato che lasciava a Therassos le isole del nord, la Grecia e alcuni porti dell'Asia più vicina12, riservando a Creta il commercio con l'Egitto, le colonie della Tirrenia13, le città dell'Asia più lontana14 e le isole orientali del Mediterraneo. A suggello di questo patto, venne aggiunta alla scure, emblema del primato di Cnosso sulle città confederate, un'altra identica lama sull'opposta banda, a significare l'equivalente potenza di Therassos. Fu così che l'ascia, trasformata in bipenne e divenuta simbolo del nuovo regno, venne issata sulle porte delle città conquistate, conficcata sugli altari sacrificali presenti in ogni angolo della dominazione e scolpita sui pilastri delle leggi. E perché Creta non dimenticasse mai più che la dea di Strongyle era anche la protettrice della guerra e madre di tutti gli altri dei, le sacerdotesse di Therassos avevano imposto ai re cretesi, chiamati Minosse, l'obbligo di invocare la loro terribile dea prima di ogni atto di culto verso altre divinità e costretto le isole dell'Egeo al sacrificio di un bambino durante la festa di inizio della primavera. Da quel momento anche il nome dell'isola mutò. Davanti alla meraviglia delle nazioni, l’antica Strongyle divenne Kallisti: isola della bellezza, della vittoria e dello stupore.
Aninu riandava con la mente a queste lontane vicende mentre scendeva dall'altopiano delle sorgenti calde, che gli isolani avevano ben incanalato in una capillare rete idrica sotterranea per ripulire continuamente Therassos e riscaldarla nelle notti d'inverno, e si intristiva al pensiero che quel paradiso in terra si stesse trasformando nel regno della paura. Arrivata davanti alla monumentale porta, si fermò per un istante a guardarla e fu presa da un moto di rabbia, invasa da un sentimento di ribellione. La prostituta sacra non poteva varcare quella soglia ed entrare in città. Doveva dimorare esclusivamente nel complesso templare, sull'altura sacra fuori dalle mura, a completa disposizione degli stranieri che intendessero, a pagamento, godere dell'intimità con la dea. Il decreto del Collegio delle sacerdotesse era perentorio e senza possibilità di deroga.
L'imbrunire si annunciava ormai dietro l'erto massiccio di roccia che faceva da confine alle due pianure coltivate e da spartiacque ai dolci declivi ricamati di pampini e trapuntati di croco. Dopo aver sospirato a lungo, Aninu si avviò con la testa china e il cuore ferito su per il sentiero della collina.
1 Anatolia, attuale Turchia, chiamata nell'antichità anche "piccola Asia", rispetto alla "grande Asia" degli imperi mesopotamici.
2 Vulcano Erciyes Dagi in Cappadocia, odierna Turchia.
3 Isola rotonda: nome preistorico dell'attuale Santorini (Thira per i greci). Collocata in un punto strategico per il commercio del Mediterraneo, grazie anche alla sua singolare baia interna circolare di origine vulcanica, Santorini fa parte, con le isole di Melo, Kea, Amorgo, Paro, Naxos, Io, Sifno, Serifo, Folegandro, Anafi ed altre più piccole dell'arcipelago della Cicladi, nel mar Egeo. Nell’età del bronzo appartenne alla civiltà cicladica, assorbita poi da quella minoica.
4 Nome minoico della città che sta venendo alla luce a Santorini, presso il sito di Akrotiri, ancora quasi interamente sepolta sotto le ceneri vulcaniche. Era la capitale dell'isola e sembra contasse diverse migliaia di abitanti nell'età del bronzo.
5 Vento estivo del mar Egeo.
6 Gli Athinai: tribù dell'Attica antica facenti capo alla roccaforte di Atene.
7 Capitale dell'impero minoico, situata sulla sponda nord di Creta, a poca distanza dal mare. Per lungo tempo alleata, ma insieme anche antagonista, di Santorini.
8 Nome di Troia nell'età del bronzo, da cui Iliade, titolo del poema omerico.
9 Antichissimo nome di Mileto, poi colonia greca, situata sulla costa occidentale dell'attuale Turchia.
10 Antichissima ed importante città costiera della Siria, cuore della cultura semitica.
11 Isola delle Cicladi.
12 Attuale Turchia.
13 Primo nome conosciuto della penisola italica.
14 Regioni situate tra il Tigri e l'Eufrate, nell'attuale Siria, Iraq e Iran.
II
– Tu credi? Non penso che te lo lasceranno fare. A quelle serviresti ancora come prostituta, non certo come maestra. E poi… sei pericolosa: sai troppe cose, soprattutto quelle che non dovresti conoscere. Hai messo il naso negli archivi proibiti senza il loro consenso. Non lo sanno ancora, per fortuna. Ma temo che, prima o poi, lo scopriranno e te la faranno pagare!
– Io le lascerò scritte quelle cose, perché tutti sappiano!
– Ah sì? Si può quasi solo dipingere in questo dannato paese, lo sai o no! E solamente nelle abitazioni private e unicamente quelle cose del presente che fanno grande e famosa la capitale. Therassos solo conta, non le altre città o chi ci ha preceduto: non l'hai ancora capito?
– Io le racconterò ugualmente, Lem!
– Perché ti vuoi rovinare?
Così le aveva risposto Lem, mentre se la stringeva al petto. Poi le sue mani ruvide di artigiano cominciarono ad accarezzare quel corpo femminile che gli giaceva accanto. Voleva sollecitare la passione quella mattina, ma non vi riusciva. Cercava di possederla, ma lei gli sfuggiva come un'ombra. Quel corpo era tutto per lui, perché l'anima di quella donna passava proprio per quelle gambe, quelle braccia, quel seno e quella testa. E quando Aninu gli parlava di salvezza, lui l'abbracciava da dietro e se la lisciava tutta sussurrandole all'orecchio:
– Io non so di che cosa tu stia parlando: io ho soltanto questa cosa qui! – e la palpava dalla cima dei capelli alla punta dei piedi.
Aninu era lì, distesa sul letto, ma il suo cuore sembrava lontano e la mente tutta assorbita in un solo, divorante pensiero: tramandare la storia del suo popolo ai giovani di Kallisti. Raccontare loro di come erano vissuti i loro padri e quali le loro traversie e le usanze antiche che li avevano aiutati a sopravvivere, vivere e fatti grandi prima di approdare su quell'isola. Un viaggio nella memoria negata, perché le parole scolpite sul pilastro delle leggi a garanzia di tutti, ora usate solo per il tornaconto di qualcuno, acquistassero la verità delle origini. Ma il ricordare era fortemente avversato dai potenti della città, che mandavano i loro figli ad imparare a leggere e a scrivere a Festo1, prima del rito di passaggio, e se qualcuno eccelleva per capacità, ad istruirsi ad Avaris2, in Egitto, dove stavano scritte le storie di tutte le popolazioni della terra, ad eccezione di quella di Therassos.
Anche Lem sapeva scrivere, ma soprattutto far di conto. Proveniva da Megiddo3, un'antichissima e contrastata piazzaforte cananea4 presso la quale il faraone d'Egitto e il sovrano dell'Assiria si scontravano spesso e volentieri in battaglie più o meno simboliche, per provare poi il gusto di fare la pace sulla pelle dei ricchi babilonesi o per sbranare qualche lembo di terra agli indifesi Hurriti5. Di professione carpentiere, a Sidone6 aveva imparato il calcolo e alcune lingue, ma soprattutto si era ben addentrato nelle malizie del commercio. Udito da alcuni marinai di passaggio storie mirabolanti su Creta e i suoi abitanti, si era imbarcato su un convoglio diretto a Cydonia7, per cercar fortuna. Lì era stato notato da Batto, un mercante di Therassos che vi aveva un emporio di tessuti.
Lem infatti non passava inosservato: vestiva in modo un po' stravagante, con abiti lunghi e in mano teneva sempre un robusto bastone leggermente ricurvo alla sommità. Anche la sua barba era lunga, non curata come presso i babilonesi, ma lasciata incolta e un poco fluente. Le ciocche dei capelli gli scendevano a riccioli sulle spalle, immancabilmente coperte da un mantello sfrangiato. Diceva di essere discendente di un venerando uomo proveniente dal regno di Mari8, che si era inoltrato nella pericolosa ed accidentata regione del Giordano9 in cerca di una terra "promessa a lui e alla sua discendenza" da un dio sconosciuto che gli aveva parlato. Lem però si era stancato presto di correr dietro a un dio che non interveniva, non parlava, non sentiva e non si faceva vedere e, invece di una terra "piena di benedizioni", si era accontentato di una più comoda sistemazione nella pianura di Esdrelon10 prima, e di un tugurio a Sidone poi, dove sognava un'altra ben più consistente e tintinnante promessa.
Batto l'aveva adocchiato mentre cambiava velocemente le monete davanti alla banchina del porto, restituendo un terzo in meno del dovuto ai frettolosi e distratti passanti. L'aveva poi osservato far da mediatore tra i venditori di passaggio facendosi pagare con gli scarti delle merci, che rivendeva a caro prezzo agli sprovveduti abitanti dell'interno di Creta. Ponderata bene l'astuzia dell'uomo e considerata la convenienza ad averlo al suo servizio, lo aveva preso con sé, e fu la sua fortuna. Infatti Lem, vista sui bancali della bottega di Batto la porpora di Therassos, subito aveva mandato un convoglio pieno di tessuti di quel colore a Faro, un'isoletta piazzata davanti alla foce del Nilo, e presto l'Egitto si vestì di rosso, mentre la nascente Tiro11, che sulla porpora ci campava, pianse per la sopraggiunta miseria. Traslocato da Cydonia a Kallisti al seguito di Batto, si accorse che i micenei12 si erano invaghiti del marmo di Paro. Comprò senza indugi da quell'isola vicina grandi massi di quel bianchissimo sasso e li inviò, a piccoli luccicanti pezzi, ma a costi salatissimi, alle numerose città degli argivi13, che impararono presto ad usarlo per i fregi delle dimore più importanti. Saputo che i Tirreni14 utilizzavano ancora la pietra per le armi e gli utensili, fece estrarre ossidiana, dacite, basalti e pomice dalle miniere che bucavano l'isola a settentrione e li riversò sugli approdi sgangherati di quel lontano continente. Infine rivolse il suo interesse all'oro di Amorgo15 e all'argento di Laurion16, e Kallisti divenne la più importante gioielleria del regno. Grazie ai proventi di questi astuti affari, Batto sedette potentissimo nella Consorteria dei mercanti di Therassos, mentre Lem comprò per sé un lungo e sottile lembo di terra che, dalle pendici della montagna, scendeva fino davanti al grande faraglione. E così, tagliata ad est l'isola in due, si faceva pagare il pedaggio da nord e da sud.
Non più giovane e preso dall'uggia per un vuoto del cuore che mai gli era riuscito di colmare, era salito un giorno al santuario della dea con il proposito di ricavarci qualcosa da quella superstizione che aveva "occupato" l'intero regno. Al pozzo delle abluzioni aveva incontrato una piccola donna dalle movenze sicure e dallo sguardo penetrante, che stava attingendo l'acqua per il rito della Grande Madre. Aninu, per la verità, non aveva inizialmente notato l'avanzarsi dell'uomo, compresa com'era dai neofiti che uscivano dal penetrale recitando lunghe preghiere e si dirigevano, con lo sguardo trasognato e il perizoma sventolato come una bandiera, verso la sala dell'altare per l'ultimo atto. Così se l'era trovato improvvisamente a fianco, mentre allungava il suo ricurvo bastone sul secchio dell'acqua appena sbucato dal profondo pozzo. Si guardarono negli occhi, si piacquero e si dissero un sì dentro. Da quel momento la solitudine per i due fu solo un ricordo.
– Perché sei così testarda? Sembra che tu debba salvare il mondo, e da chi poi?
– Da chi lo vorrebbe cancellare.
– Siamo alle solite, Aninu: la tua sta diventando una fissazione! Ti ho portato via dal tempio per strapparti dalle mani di quelle megere e ti ho portato quassù, perché tu dimenticassi e fossi felice con me!
– Lo sono, Lem, ma… non riesco a non pensare a cosa ne sarà della nostra gente… domani.
– Domani… domani… Il domani penserà a se stesso: cosa ti manca, Aninu?
– Niente… niente, per la verità. Tu mi hai restituito la dignità e la stima portandomi via dal santuario e non so come ringraziarti, ma quando incrocio lo sguardo dei nostri ragazzi mi spavento. Hanno gli occhi spenti, privi di gioia. Sembra che non ci sia più vita in loro. Vagano come cani randagi e prendono a calci, incupiti e rabbiosi, qualunque cosa capiti loro tra i piedi. Li ho visti trascinarsi ubriachi lungo la banchina del porto farneticando e scagliarsi sui pacifici passanti solo per il gusto di picchiarli, per mostrare la loro forza ed esibire la loro impunità. Occorre fare qualcosa Lem: sono i nostri figli! Chi restituirà loro l'amore per la vita?
– Hanno buon tempo: loro non si spaccano certo le ossa per guadagnarsi la vita, e… niente fatica!
– Certo, hanno tutto, fuorché l'essenziale.
– E sarebbe?
– Il futuro, Lem! Manca loro una ragione per sognare e un luogo dove poggiare saldamente i piedi. Non sanno cosa è costato, ai loro padri e a noi, questo presente chiuso e ovattato dove i giorni si succedono sempre uguali. Mentre gli anni che passano sono scanditi dalla festa della primavera, dalle cerimonie di iniziazione alla vita adulta, dalla sacra regata, dalle purificazioni pubbliche e dall'orgia privata. Per i più piccoli di loro ogni inizio della navigazione è segnato dal terrore di venir sgozzato sulle corna sacrali del tempio. È un brivido che ossessiona i loro genitori per tutto l'anno. Loro stessi si chiedono: toccherà a me, questa volta?
– Ma è la nostra religione che lo esige.
– No! Così hanno voluto Tirasia e le altre. Non era così, al principio!
– Come?
– Sì, Lem. Sta scritto: tu vivrai per la terra, perché essa possa generare, e non invece: tu morirai per la terra. La terra è madre, non un'assassina avida di sangue! Questo ce lo hanno fatto credere loro. Sta scritto: renderai onore al sole, perché da lui dipendono la vita e le cose buone che sono sotto il cielo. E non invece: sacrificherai al sole, perché il calore non cessi e la luce non venga meno e il buio non scenda su tutta la terra. Sta scritto: cercherai ciò che sta dietro il sole, perché il tuo vagare sulla terra non sia senza meta e tu sia felice. Sta scritto: ognuno abbia di che vivere e rispetti le leggi che sono state donate dagli dei agli antenati, perché nessuno resti nudo e privo di sostentamento, e a nessuno sia dato di uccidere impunemente. Su quelle tavole, sta scritto, tu…
– Basta! Tu non devi sapere queste cose. Tu non le sai… vero? Le dici così… tanto per dire… no?
Così urlando le tappò la bocca e se la strinse forte tra le braccia fin quasi a soffocarla. Un abbraccio che stava a metà tra la protezione e la paura. Voleva sentirla vicino perché l'amava molto, ma anche farla tacere, perché quelle parole erano come frecce al suo cuore. L'uomo voleva disperatamente aggrapparsi al suo passato per guardare con fiducia al futuro. Desiderava infatti non udire quelle prescrizioni che, divenute straniere a Kallisti, significavano guerra aperta con la casta delle sacerdotesse per chi le avesse anche solo ricordate. Il solo pensiero della perdita di tutto quanto era riuscito a conquistare con tanta fatica e in tutti quegli anni gli risultava insopportabile.
Si alzò di scatto dal letto, uscì sul tetto fiorito e guardò in basso.
Vedeva il mare infrangersi lontano sul litorale e il faraglione emergere dall'acqua come un gigante appena risvegliato dal sonno: un dente biancastro che rompeva l'azzurro intenso dell'acqua, battuto da ogni parte dalle onde che scivolavano sulla spiaggia poco distante. Si volse alla sua destra e considerò con disappunto il lungo massiccio di roccia che gli impediva la vista di Therassos. Alzando gli occhi, si compiacque invece del fitto bosco che si inerpicava alle sue spalle, sovrastato dalla cima della montagna, così incombente su quell'abitato da impedire la vista del cielo.
Poi abbassò lo sguardo per scrutare le altre costruzioni vicine, meno grandi e lussuose della sua, ma sempre ben curate e racchiuse da una cinta di mura che le costringeva ad alzarsi fino a tre piani. Troppi infatti i nuovi arrivati dagli altri insediamenti dell'isola e i profughi di Therassos, spinti lì dal disordine e dalla prepotenza. E lui non aveva saputo dire di no. Così, quello sputo di paese che Lem aveva comprato da Batto a saldo di un grosso affare commissionatogli dalla Consorteria, grazie ai proventi del pedaggio, alla fertile pianura sottostante e al lavoro che non mancava, era diventato ormai una città e si affacciava sui casolari sparsi che scendevano fino alla spiaggia.
– E mi sapresti dire – gridò dal terrazzo verso la camera – cosa mai vorresti fare?
– Prendere le tavole dal santuario e portarle qui.
– Sei impazzita?
– Affatto: è solamente una questione di giustizia!
– Già: così questa nostra pellaccia varrebbe meno di uno sputo, dopo.
– Ma salveremo Kallisti e tutto il regno.
– Bella consolazione, quando si è morti!
– Non è detto.
– Non siamo ancora attrezzati per fare i prodigi e io non sono figlio di Zeus, e… neppure… un maggiorente di rilievo a Therassos.
– Ma un uomo degno di questo nome, sì.
– Sono un uomo in ricerca, non un suicida!
– Fa differenza?
Lem non rispose alla provocazione di Aninu. Dentro di sé però cominciò a stramaledire il momento in cui si era innamorato di quella donna. E tanto più si rodeva, quanto meno ragioni riusciva a trovare per darle torto e schivare così le sue pericolose proposte. Aveva paura, tuttavia non voleva smentire la meritata fama di uomo duro e deciso: uno che mai si sarebbe fatto mettere i piedi in testa, men che meno da quelle furie travestite da donne che abitavano il palazzo nella parte alta della città. E non si sarebbe piegato neppure alle pretese del re di Cnosso. Aveva inoltre imponenti mezzi economici che gli consentivano agio e potenza sufficienti per tener testa alle pressioni delle varie consorterie e vantava una strettissima amicizia con Batto, ormai divenuto il più influente personaggio di Therassos, dopo Tirasia naturalmente. Possedeva infine una piccola flotta e molti dipendenti, pronti ad ogni suo comando in ogni parte dell'arcipelago.
– E… come vorresti fare?
– Non lo so.
– Ho un cattivo presentimento, Aninu. E poi, se vuoi proprio saperla tutta, non riesco a comprendere la ragione vera di questo tuo proposito.
– Tu hai abbandonato il tuo dio perché era troppo assente e lontano, – rispose Aninu – mentre io invece odio la dea di quest'isola, perché troppo invadente ed ha il volto crudele delle sacerdotesse e la prepotenza del sangue che spargono.
– Devo parlarne con Batto – mugugnò Lem tra sé. E si ritirò nella stanza, con la donna che si era già riappisolata tra i colori sfavillanti delle pareti e sotto lo sguardo dei due delfini giocherelloni effigiati sul soffitto.
1 Una delle più importanti città minoiche, posta sul versante meridionale di Creta presso la pianura di Mesara. Festo, con le città di Cydonia, Gournià, Dikte, Tilisso, Mallia, Mochlos, Zakro, Scheria, Amnissos situate su Creta, unitamente alle città cicladiche di Therassos, Phylacopi, Paroikia, Ayia ( Kea), Minoa e ai numerosi empori sparsi in tutto il Mediterraneo, rappresentavano il "nerbo" della potenza minoica (2500-1400 a.C).
2 Antica capitale dell'Egitto sotto la dominazione degli Hyksos.
3 Importante città del bronzo antico in Palestina. Situata nei pressi della pianura di Esdrelon e biblicamente più conosciuta con il nome di Armaghedòn.
4 Antico nome della regione comprendente la Palestina, il Libano, l'attuale Stato di Israele, parte della Siria e della Giordania. Gli abitanti di questa regione erano chiamati cananei.
5 Popolazione stanziata nel nord della Mesopotamia.
6 Città portuale del Libano. Sidone e le vicine Tiro e Biblo erano importanti centri commerciali nell'età del bronzo, ma ancor più lo saranno nelle età successive.
7 Emporio commerciale minoico sulla costa settentrionale di Creta, oggi Chania.
8 Piccolo regno durato millenni, sviluppatosi sul medio corso dell'Eufrate, nella Siria sud-orientale.
9 Il più importante fiume della Palestina, che nasce alle falde del monte Hermon e sfocia nel Mar Morto.
10 Pianura palestinese, vicina all'attuale Jaffa.
11 Città costiera del Libano, con Sidone e Biblo, ebbe un grande sviluppo sotto i Fenici.
12 Abitanti di Micene, antica capitale del Peloponneso, in Grecia. Micene, con le città di Tirinto, Argo, Pilo ed Atene daranno origine alla civiltà micenea, che soppianterà quella minoica nel XV secolo a.C.
13 Termine derivato dalla città di Argo nel Pelopponeso (Grecia). Nell'antichità spesso stava ad indicare genericamente gli abitanti della Grecia.
14 Nome delle popolazioni italiche nell'età del bronzo.
15 Isola delle Cicladi.
16 Insediamento neolitico sulla costa orientale dell'Attica, in Grecia, famoso per le miniere d'argento.
III
Tirasia stava ritta sulla soglia, con il mento sollevato e lo sguardo altero. I suoi seni sporgevano dal corpetto azzurro come due protuberanze e ondeggiavano ad ogni movimento del corpo. Con un piccolo braciere spargeva incenso in ogni direzione, inondando di fumo l'ampio cortile centrale prima dell'entrata del toro, unico giocoliere in quella tragedia. Gli occhi scuri si infossavano in un viso pieno e le guance dipinte di rosso rendevano ancora più tondeggiante il cranio rapato a chiazze, tra le quali spuntavano lunghe ciocche di capelli, divenute trecce ricciolute in prossimità della schiena. Dall'alto della scalinata controllava le movenze delle compagne che salivano, con la testa, il petto e il volto conciati allo stesso modo, per gli alti gradini che portavano dritti alla sala del sacrificio. Dal cortile si intravedeva un altare, ornato da corna sacrali, troneggiare nella penombra del vano, inviolabile dai profani. Fiori di croco erano sparsi dovunque, dentro e fuori da quel sacrario.
Le giovani sacerdotesse portavano lunghe e candide vesti, abbellite da merletti multicolori e larghe sopragonne drappeggiate, che davano loro un che di leggiadro e di brioso, in stridente contrasto con la solennità del rito e la terribilità dell'atto che stavano per compiere. Incedevano lente, in doppia fila e innalzavano un canto a più voci che alternava toni acuti a lunghe cantilene. Al centro, un bambino, nudo e con un serto in capo, era condotto per mano da due di loro che lo guardavano con un misto di tenerezza e ferocia.
Era l'inizio della primavera, il tempo che segnava l'avvio dei commerci e preannunciava la raccolta delle messi. Il sangue del bambino sgozzato doveva propiziare, anche per quell'anno, la fecondità dei campi e la buona navigazione.
Batto se ne stava sul lato destro del porticato, insieme a Lem e ai più illustri personaggi della città. Sul loggiato, a sinistra dell'entrata, sedevano il Capitano del porto, gli inviati delle città confederate e il rappresentante di Cnosso. La popolazione di Therassos sostava invece fuori dal perimetro sacro e si accalcava nel piazzale antistante il complesso templare fino a dilungarsi nelle vie circostanti. In silenzio e sia pur atterriti davanti all'evento, tutti si erano rassegnati ad un'usanza che sentivano iniqua, ma che non osavano contrastare. Da sempre si erano dovuti abituare all'idea che uno dei loro figli potesse essere sgozzato, così, per cerimonia. Chi aveva tentato di ribellarsi a questa tradizione aveva dovuto pentirsene amaramente. Infatti quei temerari che ci avevano provato erano stati calefatti vivi sul ponte di una nave militare. Altri, che avevano solamente messo in discussione l'abominevole usanza, erano stati trascinati al largo su una zattera senza remi, infilati tra i due scogli a sud dell'isola, e lasciati lì a godersi la violenza del Grecale, quando il mare si gonfia e ulula la sua rabbia contro il vento contrario. Nessuno di loro era tornato da quel supplizio a raccontare agli altri come se l'era cavata, tanto che a Kallisti "dondolare tra i due scogli" era diventato un modo di dire comune a significare la morte per annegamento.
Ma c'era un altro sistema che la grande sacerdotessa aveva inaugurato e consolidato nel tempo per tenere in pugno l'intera cittadinanza. Sapendo molto bene come la paura, alimentata con atti di terrore ripetuti e di crescente intensità, conduca gli uomini a subire qualunque imposizione e ad accettare il delitto del potente come un atto di giustizia, Tirasia aveva diviso la capitale e l'intera isola in zone ben definite, affidandone una a ciascuna delle sacerdotesse perché vi esercitassero quello che lei amava chiamare "l'esercizio della sorellanza", compito consistente nello spingere gli abitanti alla denuncia dei possibili ribelli e dei dissenzienti, ottenuta mediante velate minacce o palesi blandizie.
Le sacerdotesse si erano anche arrogate il diritto di entrare a piacimento nelle case del settore a loro affidato, per controllare che non ci fossero irregolarità nell'applicazione delle loro deliberazioni e che nessuno degli abitanti avesse pronunciato parole che suonassero disapprovazione o critica all'ordinamento vigente. Per meglio ricordare queste proibizioni, avevano anche stabilito che al piano terreno di ogni casa ci fosse un luogo adibito all'adorazione dell'immagine dell'innominabile ed onnipresente dea.
Il Collegio delle Vergini, l'organismo che riuniva le sacerdotesse, era riuscito persino a far credere agli isolani che qualunque trasgressione, anzi qualunque parola avesse osato turbare l'ordine da loro costituito sarebbe stata punita dalla dea fino alle più lontane generazioni. E per convincere anche i più renitenti della verità dell'ira divina, Tirasia di nascosto faceva appiccare il fuoco alle abitazioni dei sospetti, trucidare i figli dei denunciati, storpiare i nipoti dei condannati. Incidenti "casuali" e disgrazie, tanto più singolari quanto più riconducibili alla supposta volontà della dea, erano diventati, per il Collegio, non occasionali strumenti di dominio. L'effetto di questo criminale agire fu che, in Therassos, onde evitare un sacrilegio che avrebbe procurato malefici ai singoli e danni al benessere di tutti, vigeva la regola del sospetto reciproco anche tra gli stessi congiunti. Così la sfiducia, ingenerata ad arte, alimentava un sottile malessere che corrodeva negli abitanti la facoltà di giudizio e paralizzava ogni capacità di scelta che non fosse l'accondiscendenza a ciò che era stato impartito con la dolcezza della menzogna o con la durezza del ricatto.
C'erano solamente le numerose e sguaiate feste, allestite con sfarzo e meticolosità, ad alleviare per un poco il morso della paura e ad indirizzare il residuo desiderio dei cittadini verso il solo piacere, sapendo, Tirasia, che la dissolutezza dei sudditi si imparenta assai bene con l'assolutezza del potere.
Per non lasciare però i giovani senza un qualche futuro appetibile e per incrementare il loro spirito combattivo del quale intendeva avvalersi, il Collegio aveva ultimamente dato una forte spinta al commercio sottraendolo al controllo della Consorteria, così che ognuno dei nuovi arrivati alla mercatura esercitava senza scrupoli un mestiere ritenuto da sempre sacro in tutto il regno.
Ma la violazione delle comuni regole anche in queste attività nobilissime, aveva incrementato in questi nuovi mercanti una mentalità da rapina tale da far loro ritenere lecito tutto ciò che si potesse tradurre in arricchimento immediato e in ostentazione di potenza, secondo l'esempio che veniva dall'alto.
Anche il grande sacrificio era diventato un docile strumento di pressione e di ricatto nelle mani di Tirasia, avendo ella fatto credere alla popolazione che spettava alla grande sacerdotessa scegliere il bambino da sacrificare ogni anno, secondo quanto comandavano le leggi degli antenati, ma che mai erano state rese pubbliche. Così che tutti temevano per il figlio o per il nipote, senza poter rivendicare per sé alcun diritto di rifiuto. Per garantirsi che nessuno ficcasse il naso in quelle maledette tavole ben custodite nel santuario, Tirasia aveva promosso l'insegnamento pubblico delle operazioni contabili e incoraggiato i maggiorenti più ambiziosi ad intraprenderne la conoscenza mediante sostanziose esenzioni fiscali e forti incentivi, così da ampliare i loro commerci d'oltremare. Perciò, i più dotati tra di loro, con la scusa di una migliore conoscenza nell'arte del commercio, venivano spediti in Egitto ad imparare quella scrittura lontana, che nulla aveva a che fare con la storia di Therassos e che usavano spesso come lingua corrente anche quando ritornavano a Kallisti.
Negli ultimi anni, proprio per rafforzare la rimozione della propria storia, il Collegio aveva imposto la trasmissione solo orale della tradizione e varato norme sempre più complesse per riorganizzare la vita collettiva, nel tentativo di regolamentare la forsennata frenesia di cambiamenti che aveva invaso la popolazione e mantenere contemporaneamente saldo il suo potere. Questo desiderio di rivolgimenti continui nei modi di vita era indotto negli abitanti sia dal continuo confronto con i costumi dei popoli d'oltremare, sia dalla complessità di una città che non aveva né un governo autorevole né ordinamenti chiari.
Ad accelerare questa confusione, ci si erano messi anche i più potenti armatori di Therassos, i quali, costantemente a contatto con altre popolazioni per via dei porti ed essendo essi stessi per lo più di origine straniera, si misero in testa di porre rimedio al disordine pensando di far proprio il meglio delle culture conosciute. Così, vuoi per ragioni di borsa, vuoi per magnanimità di vedute, vuoi per quella conciliante tolleranza riconducibile alla convinzione che non esiste verità alcuna al mondo, si misero a diffondere stili di vita babilonesi, a patrocinare il canto miceneo, a sviluppare le tecniche vasali del vicino oriente e ad usare la pittura murale di Creta. Queste arti però riguardavano miti e storie di altre popolazioni, che gli abitanti di Kallisti non potevano assimilare se non per gli aspetti curiosi e stupefacenti che trovavano in esse e riproducevano per il solo godimento estetico.
Tanta liberalità nei costumi e tanto fervore di novità certamente giovavano molto all'estensione dei mercati, ma nuocevano all'identità collettiva. E proprio questo era l'obiettivo delle sacerdotesse, perché da questa manovrata confusione e da questo oblio traevano ricchezza, prestigio e potere.
Il bambino era ormai arrivato con lo sguardo stralunato in cima alla gradinata e sostava davanti all'ingresso della grande sala del sacrificio. La pozione fattagli bere prima della cerimonia lo aveva reso totalmente remissivo. Non ci fu infatti alcun accenno di ribellione da parte sua né grida di disperazione. Tirasia si fece avanti tra una nuvola di incenso. Lo abbracciò, lo prese per mano, lo portò all'interno del grande vano, lo fece stendere delicatamente sull'altare e uscì di nuovo sulla soglia. Al cospetto della folla silenziosa, estrasse dalla fascia che le avvolgeva il ventre un pugnale d'oro, lo alzò verso il cielo e gridò, in modo che tutti la sentissero bene:
– Grande Madre, a te questo dono. L'offerta che ci chiedi da sempre ora noi la rinnoviamo, in segno del nostro patto e in obbedienza alla tua volontà. Che le madri di questo popolo possano generare. Le greggi siano feconde. La terra dia frutti abbondanti. Il mare non ci sia nemico e la tua città regni sul mondo. Madre nostra, proteggi questa tua isola, da sempre a te consacrata. Che il sangue innocente di questo fanciullo lavi ogni macchia del tuo popolo e allontani ogni empietà da noi. A te la potenza e la lode per sempre. A noi la tua benevolenza e la tua protezione per quest'anno.
Poi rientrò nella sala delle corna sacrali, facendosi precedere dalle altre sacerdotesse che tenevano tra le mani l'incenso e i fiori di croco. Quando il fumo dell'incenso impedì la vista a chi stava fuori, il sacrificio venne consumato. Non si udì alcun grido, né lamento, né si intravide alcun movimento scomposto in quelle ombre che trasparivano dalla luce delle lampade, resa crepuscolare dal fumo. Dopo qualche tempo una sacerdotessa uscì dalla soglia. Portava tra le mani un bacile pieno di sangue ancora caldo. Lo mostrò al popolo, scese la gradinata e lo sparse per terra al centro del cortile del palazzo, nella direzione dei quattro punti cardinali. Poi rientrò nella sala del sacrificio, mentre le lampade venivano spente una per una, fino a lasciare nell'ombra tutto il grande vano, con l'altare al centro grondante di sangue e coperto da un bianco lenzuolo.
Quando Tirasia uscì, seguita in processione dalle altre, e tutte quelle sacre vergini si furono sedute su scranni di pietra ai lati dell'entrata, i corni suonarono a lungo e i tori con i giocolieri vennero fatti entrare nel cortile. La danza dei giovani acrobati in mezzo ai tori scatenati e i loro salti sulle groppe di quegli animali eccitati dalle grida si protrassero fino al tramonto. Quando il Collegio si ritirò, i tori vennero uccisi e tutti sciamarono lentamente da quel santuario, per ritornare alle loro case e alle abituali faccende, ragionando dei possibili guadagni per le recenti rotte commerciali appena aperte dal Capitano del porto.
IV
– Spogliati!
– Davanti alla grande sacerdotessa?
– Devo forse pregarti?
– Non accetto ordini, da nessuno!
– Già, ma i benefici, sì!
– Da Batto, non da te!
– Da Batto? – riprese Tirasia, guardandolo con ironia, – C'è forse qualcosa che Batto possiede in questo regno che non dipenda da me o che a me non lo debba? Anche quella lingua di terra che tu ora occupi da padrone l'ho consegnata io al tuo amico, perché te la desse in beneficio.
– No, ti sbagli, l'ho comprata in moneta sonante.
– Comprata? – scoppiò in una risata Tirasia – E bravo il mio Batto, è riuscito persino ad imbrogliare il suo più leale servitore vendendogli una terra che era già sua, per mio decreto! Grande amico, Batto… non è vero?
L'uomo fece una smorfia di disappunto mentre piantava i suoi occhi in quelli di Tirasia. Non si aspettava una simile rivelazione su un uomo che considerava un fratello. Non riusciva a credere che Batto, suo protettore e fidatissimo, lo avesse turlupinato vendendogli una terra non sua. O la donna che gli stava davanti mentiva, oppure tanta era l'insidia in quella città che neppure degli amici più cari ci si poteva più fidare. Ogni cosa sembrava infatti non esser mai del tutto vera in quel mondo, e ciò induceva ognuno a diffidare, per regola, di tutti e a sentirsi solo e indifeso di fronte a tutto.
– Adesso vieni qui... – gli sussurrò Tirasia, avvinghiandolo con le braccia per strusciarselo contro il corpo. La donna era solo per metà vestita, con una lunga tunica trattenuta malamente sulla spalla sinistra da una fibula d'oro, mentre il lato destro scoperto mostrava il profilo di un corpo prosperoso ma non flaccido. La voce di Tirasia si era fatta irriconoscibile, così come i suoi gesti, normalmente bruschi ed arroganti, si erano trasformati in tentativi di abbracci melliflui ed avvolgenti.
Ora non appariva più la grande sacerdotessa, l'indiscussa autorità di Kallisti, ma una volgare ruffiana che gli si strofinava contro per sedurlo. Questo imprevisto capovolgimento di atteggiamenti aveva sconvolto Lem, che era stato convocato lì, in quel solenne palazzo, da quella donna potente e terribile per discutere dei rapporti, mai molto cordiali, tra la capitale e la città da lui fondata.
Si aspettava uno scontro, duro certamente, sui confini, sui guadagni e sui poteri. Invece si trovava davanti una Tirasia che gli mostrava tutta la sua fragilità di donna. Ciò la rendeva più seducente di Aninu, ma meno affascinante di lei, perché il suo sguardo, ora languido ora lascivo ora supplichevole ora calcolatore, a tratti faceva trasparire un baleno di ferocia che gli raggelava il sangue nelle vene.
– Ti ho sempre desiderato, – gli sussurrò all'orecchio – fin dalla prima volta che ti ho visto approdare su quest'isola. Ecco un uomo, mi sono detta. Finalmente un uomo, tra tanti eunuchi, ripugnanti servi e pagliacci scodinzolanti che gironzolano su Kallisti e appestano il regno. Ti ho lasciato fare, aspettando che tu crescessi sul tuo fazzoletto di terra come una quercia, perché tu diventassi degno di stare al mio fianco. Adesso sei come un sovrano nella tua nuova città dove fai ciò che vuoi. Tu devi regnare con me e nessuno ci potrà più fermare!
Poi, con la voce che tutti conoscevano, aggiunse:
– Con te al fianco, anche Cnosso cadrà in nostro potere e persino l'Egitto ci pagherà il tributo!
– Sono troppo vecchio per queste cose… Io mi intendo solo di commerci, non di regni.
– Ma non per un figlio, Lem. Un figlio tutto nostro… per questa città che diventerà il cuore del mondo. Insieme daremo vita ad una stirpe immortale di re – gli sussurrò quasi supplichevole, stringendolo tra le braccia che fremevano per una spasmodica attesa.
Lem, scosso dall'imprevista richiesta, l'allontanò bruscamente da sé e si avviò verso la porta senza nulla rispondere.
Tirasia lo inseguì fin nell'atrio cercando di trattenerlo.
– Saremo felici, noi... io farò tutto ciò che vorrai… tutto ciò che mi chiederai!
– Non posso… credimi non posso – le rispose l'uomo, con un tono di voce incrinato dall'emozione e come impaurito da una proposta che mai si sarebbe aspettato.
– Perché? – chiese Tirasia rabbiosamente.
– Il mio cuore è altrove.
– La puttana! – gridò adirata la donna – La puttana che ti ho messo a fianco… per spiarti… e controllare che…
Lem si fermò di colpo, non la lasciò finire di parlare, la prese per le braccia e scotendola:
– No! Non è vero: Aninu non è una spia! – le urlò in faccia, con due occhi furibondi.
– Sì, quella prostituta ti ha stregato. Ma… sempre strumento di controllo per il Collegio è… nonostante tutto… a tua insaputa, stupido e ingenuo cananeo! Ti sei innamorato di una donna che è giaciuta con i peggiori maschi dell'intera Therassos. – disse ridendo sguaiatamente – Una meretrice che ha raccattato lo sperma dei vagabondi di mezzo mondo… e meno male per lei che è sterile come la sabbia del deserto. Sai che dicono di te qui in città? Il bastone di Lem è nel culo di una volgare bagascia che se lo mena dove vuole: una splendida fine per l'astuto fondatore di un regno!
Al sentire quegli insulti e quelle insinuazioni, che mescolavano sottili menzogne con possibili verità, Lem perse il controllo di sé. Scaraventò a terra Tirasia, le strappò le vestì e la possedette con rabbia, senza piacere e senza passione, per esercitare su di lei una vendetta e per infliggerle il giusto castigo. Tremende erano quelle parole che degradavano Aninu al ruolo di turpe cagna da postribolo e insidiosa ruffiana di corte, mentre riducevano lui ad uno stupido burattino.
Alla donna però non sembrò ripugnante quel modo di congiungersi e, pur sanguinante dal pube, rimase a terra stordita e come persa in un deliquio dal quale sembrava non volersi riavere.
Dopo numerosi assalti su quel corpo che fremeva e si contorceva, dopo morsi anche rabbiosi su una bocca che non gridava e tra braccia che non stringevano, Lem si alzò constatando con stupore l'illibatezza della donna. Come impaurito per il sacrilegio compiuto su una persona considerata sacra, se ne fuggì verso l'angiporto in preda ad un oscuro senso di colpa.
