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In BadAss Breakfast the author stages, with the witty contrivance of running a B&B, a series of vivid portraits of extraordinary characters. Strong, independent figures with daring lives, at times dramatic and amusing, in perfect adherence to the shameless attitude of confidence defined by the American slang expression that gives the book its title. The hotel setting allows the novel to unfold through the formula of gradual comings and goings and growing confidence over time, making each protagonist more familiar, each tale more plausible, each anecdote more convincing.
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Veröffentlichungsjahr: 2025
Fulmicotone
Virginia Bettinelli
© SIAE N. 2012003999
In copertina Vittorio Bettinelli in discesa libera con lo skateboard dal Flathorse (1979).
Elaborazione grafica copertina realizzata da Studiofabbro, Maniago (PN).
Both life and art involve pain and to write honestly is worth whatever conflicts this causes, including estrangement from friends and relatives. P. Donleavy went so far as to say that unless at least three people sue you after the publication of your first novel, you haven’t been honest enough.
Edizione digitale: gennaio 2014
ISBN: 9788868856922
Edizione digitale realizzata da Simplicissimus Book Farm srl
Al Brother
Even though I was sitting on the top of the world
I was still looking beyond
Sir Edmund Hilary Mount Everest Nepal
Occhi impiastricciati di mascara
Ecco, un bicchiere in più di rum da Cuba invecchiato 23 años e la mente parte fuori dai binari, cerco di semplificarmi la vita, ripenso alla scrittura di Kafka o del poeta Rimbaud e rivolgendo a voi il pensiero, “Maestri, io a voi m’inchino”, non sono che una cacchetta di mosca dimenticata sul bordo del davanzale, rinsecchita dal sole.
Ma il fatto è che io ho una storia in pugno che mi frulla in testa e non riesce ad uscire perché dalla testa al braccio al foglio questa cosa si perde, allora ho tolto la barriera e ho deciso di far scorrere e rifluire i pensieri, i ricordi frantumati. Ricordi esplosi in brevi racconti. Se ripenso al primo libro che davvero mi ha coinvolto e che ho divorato poco più che bambina, questo è stato “Il bar sotto il mare” di Stefano Benni, brevi storie strampalate raccontate da altrettanti personaggi sfasati.
Ecco il 23 años ha buttato giù la barriera di cemento e la diga è straripata. Gli occhi impiastricciati di mascara non sono causati dal pianto o dalla stanchezza; no, no, sono il risultato di risate fragorose accompagnate da lacrime di gioia: storia ti ho in pugno, ti tengo per le palle e non ti mollo.
Non c’è niente di speciale, non c’è niente di eclatante o romantico, c’è solo umanità nient’altro che passaggi sulla terra scanditi dal banale ticchettio della vita quotidiana unici e irripetibili, soffi di esistenze.
Non c’è copia che renda il valore dell’originale.
Scrivimi un libro dicevo a mio padre, se non posso fare le mie cazzo di esperienze; così leggo la tua di vita e la mia la passo seduta sul divano a leggere la tua.
Ma non è così. Ognuno fa il suo, ma è fondamentale sapere che ognuno ha bisogno degli altri per muoversi in avanti. Un articolo sbiadito su una rivista frivola mi ha fatto riflettere: “You need the others to keep you going”. Eccomi lì attaccata al traino di persone strane che col loro bagaglio aumentano il mio. Come se le piccole esperienze di ognuno fossero una piccola parte fondamentale del contenuto della mia valigia personale e più vai avanti, più questa valigia si riempie di cocci, di frantumi… e più pesante diventa, più carica la ritrovo di un’infinita iride di colori smaglianti nella loro unicità. Le sfumature argentee delle squame di una trota che nuotando riflette i bagliori luccicanti del sole, ora tutto m’è chiaro Sir, come un lago senza fango Sir, come un cielo di montagna sempre blu.
Ci sono vite incasinate che non riescono mai a sciogliere quei nodi che si son formati ancor prima del cordone ombelicale.
Vite tristi, un po’ sfigate, per le quali la ruota sembra non girare mai. Vite incazzate, vite traballanti, vite corte e spezzate che però hanno dato vita a loro volta.
Vorrei raccontare di mio padre, anche se io a scrivere non sono mai stata un granché.
Un caro amico un giorno mi disse che scrivere di lui sarebbe stata per me un’esperienza catartica; a me quando lo disse venne subito in mente il comico di Zelig e mi scappò da ridere, ma la verità è che io ne ho bisogno. Mio padre l’ho disprezzato, odiato, apprezzato ed amato con una sequenza di stadi ossimorici fino a star male; con la dolcezza e l’amarezza che ricoprono le esistenze di tutti. Pulp quanto basta a far passare la voglia di mangiare, ma allo stesso tempo di abbuffarsi e vomitare e ancora ingollarsi di delizie. Catartico significa purificatorio, liberatorio. Il metodo catartico, in psicoanalisi, è quello basato sulla rievocazione dei traumi vissuti. Non intendo piangermi addosso o scrivere un romanzo avventuroso, comico o strappalacrime, ma raccontare una storia come la conosco e l’ho vissuta io.
E dai fumi del rum rinsavisco con gli occhi impiastricciati di mascara.
PRIMA DELLA NASCITA
Think outside the box
Johnny Chopper
Johnny Chopper era un ragazzo nato in una famiglia borghese benestante, con lo sguardo struggente e grandi desideri che mai portava a termine per il semplice fatto che non aveva mai dovuto far fatica, uno che appena aveva il culetto arrossato, la mamma lo seguiva con la cremina per strofinargli il buchetto stropicciato. A Johnny Chopper però piaceva pensare d’essere un rivoluzionario, un comunista sfasciacazzo con idee radicali e lottare per il popolo e per sentirsi realizzato all’interno dei suoi panni da fighetto travestito da sbandato, si ficcava nelle situazioni più disparate e frequentava persone ai limiti della società, come mio padre.
Johnny era un bel ragazzo alto e magro con i capelli lunghi che i genitori avrebbero voluto tagliare, ma che lui con piglio capriccioso pretendeva di tenere in testa lisci e morbidi di balsamo, sempre selvaggi come quelli di una star che frequentava lo Studio 54. Giubbotto in pelle scamosciata con le frange quasi lunghe come quelle del cantate degli Who, molto alternative, cool.
Faccia pulita, dita affusolate e bianche che han lavorato poco, il Sig. Chopper era soprannominato così perché guidava un Chopper fiammante color arancio tramonto della Patagonia, con le forcelle talmente lunghe da informicolare le mani appena le appoggiavi sulle manopole lassù in cima. Possedeva una moto simile a Capitan America sulla scia di Easy Rider, solo per pochi privilegiati. Una moto alleggerita da parafanghi, lucette inutili, sedile collocato a qualche centimetro sul livello del terreno, cromata a specchio nei dettagli strutturali. Quei predellini posizionati talmente avanti che toccava mettere scarpe con un pò di zeppa per riuscire a schiacciarli, ci si doveva spalmare le balle come fossero nutella sul piccolo serbatoio a forma di goccia. Un gioiellino, insomma, per gli appassionati del genere.
Partiva, scorazzava, studiava poi mollava, lavorava e poi mollava e tornava a casa sempre.
Johnny aveva cercato di farla finita, più per mostrarsi nudo nel suo osceno egocentrismo che per portare a compimento questo progetto estremo. Agonizzante nel suo dolce far nulla e nel vuoto pneumatico della scarna quotidianità con poco da realizzare, ma tanto tempo per pensare.
Lesen Sie weiter in der vollständigen Ausgabe!
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