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Anno 1856, durante i lavori di manutenzione del tetto di un monastero romano viene ritrovata una pergamena contenente un messaggio scritto da un figlio alla propria madre risalente al 1646 il quale fa riferimento a un anello di Pietro trafugato e nascosto in un paese toscano. Il tenente Luigi De Santis, della gendarmeria pontificia, viene incaricato di redigere un rapporto sul ritrovamento e immediatamente scatta l’interessamento delle alte gerarchie della chiesa poiché si tratterebbe di una presunta reliquia dell’apostolo Pietro che i pontefici stanno cercando segretamente da secoli. Si scoprono negli archivi i documenti che riferiscono di uno strano furto di un anello, avvenuto nel 1565 durante i lavori di costruzione della basilica di San Pietro. Oggetto che poi misteriosamente scompare e ricomparirà, una ventina d’anni dopo, a seguito dell’incontro casuale tra il famoso avvocato romano, di origini toscane, Alessandro Falciani e una ragazza di umili origini, Gigetta, che ne è in possesso e sta tentando inutilmente di venderlo. Papa Pio IX in persona, tramite il segretario di stato, cardinale Antonelli, condurranno le faticose indagini ma il pontefice si trova in grande difficoltà perché il suo regno è minacciato dall’espansionismo sabaudo e circolano da tempo teorie filosofiche che rischiano di minare la credibilità stessa della chiesa cattolica. Il cardinale Antonelli ha una figlia segreta, Laura, che vive sotto la tutela del gran maestro della Massoneria romana e lei si innamora del tenente De Santis. Amore che sarà ricambiato dall’ufficiale ma osteggiato dal suo vero padre, intanto le indagini, condotte in segreto, saranno ostacolate e subiranno depistaggi. Un romanzo da leggere tutto d’un fiato in cui si intrecciano appassionate storie d’amore e violenti scontri tra poteri forti.
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Veröffentlichungsjahr: 2017
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L’anello scomparso
Romanzo
Don Claudio batté i piedi in terra ormai intirizziti dal freddo. Aveva celebrato la prima messa in fretta perché l’aria gelida di quel mattino di fine novembre rendeva difficile assistere a lungo alla funzione in chiesa. Con le spalle ai fedeli, quasi tutti contadini raccolti in preghiera prima di recarsi al lavoro nei campi, riscaldava le mani con il proprio fiato nascondendole agli occhi altrui, ma i pesanti paramenti sacri non bastavano a impedirgli di tremare. Con un certo sollievo benedisse il popolo e concluse con il tradizionale “Ite, missa est”.
I fedeli uscirono in fretta e lui si tolse le vesti in sagrestia, poi si diresse in canonica, dove si scaldò al fuoco e preparò una tazza d’orzo bollente che sorseggiò, sbriciolandoci dentro un po’ di pane abbrustolito. Don Claudio aveva appena compiuto trentadue anni ed era sacerdote da circa dieci. Dopo il seminario e l’ordinazione sacerdotale aveva svolto la missione di viceparroco, per un paio d’anni, in una chiesa di Arezzo finché il vescovo lo nominò parroco di Lecchi, un piccolo paese del Chianti senese, ai margini estremi della diocesi aretina. Quel freddo mattino di novembre del 1856 ripensava al giorno in cui arrivò a Lecchi, un paese di poveri contadini a lui completamente sconosciuto. Accettò con obbedienza il nuovo incarico, anche se con malavoglia; il vescovo lo rassicurò che si sarebbe trattata di una destinazione provvisoria, ma intanto erano trascorsi otto anni e lui si era abituato a vivere lì senza sapere per quanto tempo ancora dovesse restarci, sembrava che ad Arezzo si fossero dimenticati di lui.
I paesani lo amavano per i suoi modi semplici; nonostante fosse una persona molto colta e istruita non dava mai sfoggio della sua cultura, poiché gli abitanti del luogo erano quasi tutti analfabeti e non voleva prevalere su loro ma, nei momenti liberi, si rinchiudeva volentieri nel suo studio a leggere libri di ogni genere.
Prese un libro dallo scaffale e lo portò con sé in cucina dove ardeva il fuoco del focolare. Lo studio era troppo freddo per godersi la lettura, perciò si sedette su una vecchia seggiola davanti al fuoco. Sfogliava con attenzione il libro sulla vita e le opere di San Filippo Neri quando, improvvisamente, sentì bussare alla porta. La aprì e scorse un ragazzo di circa sedici anni, grassottello, con i capelli rossicci e il volto lentigginoso, che timidamente teneva in mano il cappello da contadino.
“ Che cosa vuoi figliolo?” Il prete lo scrutò interrogativamente negli occhi e il ragazzo arrossì. Era analfabeta e cercava di mettere faticosamente insieme le parole ma non riusciva a esprimersi.
“ Ti è capitato qualcosa?” Insistette don Claudio notando immediatamente il suo stato di agitazione.
“ Venite signor parroco, mia nonna sta morendo e bisogna darle l’olio”.
Il sacerdote comprese e annuì con la testa.
“ Aspettami qui, vengo subito”. Andò a prendere il vasetto con l’olio santo, la stola e il crocifisso che teneva custoditi in una borsa nera di cuoio sempre pronta all’uso. Poi indossò un pesante mantello di lana e si mise lo zucchetto nero in testa.
“ Accompagnami, svelto, dove abitate?” In quel momento non ricordava dove vivesse la famiglia del ragazzo sebbene conoscesse tutti in paese.
Il giovane pronunciò il nome di un podere a circa un’ora di cammino. Don Claudio non aveva voglia di uscire di casa con quel gelo ma si rassegnò ai suoi doveri sacerdotali. Il giovane lo precedeva a passo svelto e lui lo seguiva tenendo in mano la borsa.
Il podere si trovava in prossimità di un crinale che guardava la valle. Don Claudio notò un cavallo e un calesse nell’aia e riconobbe il medico condotto di Gaiole che usciva dall’umile casa colonica con la borsa degli strumenti in mano. Il medico, scuro in volto, salutò il parroco con un cenno del capo.
“ Si tratta di un caso di polmonite, don Claudio, purtroppo non c’è più nulla da fare. Tornerò nel pomeriggio per scrivere il certificato di morte perché adesso ho altri pazienti da visitare; chiedo scusa ma vado di fretta”. Parlò con voce bassa per non farsi sentire poi salì sul calesse e, con un colpo di redini, spronò il cavallo e si allontanò rapidamente mentre due uomini sulla quarantina, calvi, con la barba lunga e il volto scavato, attendevano il prete con il cappello in mano ai piedi delle scale che conducevano all’interno del casolare.
“ Salve figlioli, fatemi strada per favore”. Salutò don Claudio a bassa voce e loro fecero cenno di sì con il capo.
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