La Donna del Lago - Claudio Cantore - E-Book

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Claudio Cantore

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Beschreibung

Il diario di una donna che, diplomatasi in giurisprudenza, si trova, per conto dell'ONU a fare da osservatrice nell'esperimento dei Tribunali del Perdono voluti da Nelson Mandela per la riappacificazione del Sud Africa.
L’Ubuntu, questa filosofia africana, basata sul perdono e sulla dignità dell’uomo, è in netto contrasto con il senso di Giustizia base della nostra giurisdizione. Quando nel 1995, si è chiuso il capitolo Apartheid del Sudafrica ed è stato liberato Nelson Mandela, dopo 27 anni di carcere, la popolazione nera era sul punto d’innescare una guerra civile contro l’odiato uomo bianco. Nella cultura Bantu esiste un concetto che ha un valore maggiore della vendetta: la consolazione della vittima.  Da qui l’istituzione dei Tribunali del Perdono: le vittime si presentano e raccontano tutto quello che hanno patito e fanno i nomi dei loro carnefici; questi sono obbligati a presentarsi e a confessare, raccontando per filo e per segno quali crimini hanno commesso e come. Ammettendo le colpe, non saranno puniti in nessun modo. Così si ottiene che nessuno possa negare la verità di quei fatti. L’esperienza si è conclusa nel 1998 e ha dato i risultati aspettati, ora il Sudafrica è una Rainbow Nation, dove bianchi, neri, meticci, indiani e mille altre razze vivono in comunione e rispettandosi. Questo romanzo ci racconta come sono andati i fatti attraverso gli occhi di una ragazza italiana, neo laureata in Giurisprudenza che ha vissuto i tre anni della rivoluzione come componente di una commissione ONU in Sudafrica.

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Veröffentlichungsjahr: 2019

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DANIELA FASSONE e CLAUDIO CANTORE

Diario di una vita spericolata e vissuta intensamente

LA DONNA DEL LAGO

«La libertà è una fiamma che nessuno può spegnere. In tutto il mondo ci sono uomini e donne che la faranno sempre ardere.

Anche a costo della vita».

Nelson Mandela

“Ricordare è forse il modo più tormentoso di dimenticare

e forse il modo più gradevole di lenire questo tormento”

(E. Fried, 1988)

…e mentre scrivi,non ti accorgiche stai piangendo finché senti le lacrime che scendono e ti cadono bagnando il tuo foglio bianco.

INCIPIT

“Che disastro!

La tavernetta è tutta in disordine, ma oggi è una giornata speciale… Specialissima!

Oggi, sabato 13 maggio 2017, la mia Paoletta ha compiuto i suoi sedici anni.

Con gli amici ha festeggiato e ora mi trovo piatti di plastica sporchi di torta, bicchieri con fondo di coca cola.

Annusando bene qui c’è anche qualcos’altro… e che mi ero raccomandata: niente superalcolici!

Dai, non devo arrabbiarmi; sedici anni vengono una volta sola.

Poi domani Francesca, la signora che viene tre volte la settimana per darmi una mano in casa, anziché stirare, le chiederò di fare la pulizia di tutta la tavernetta”.

Mettendo a posto i regali, mi soffermo sui bigliettini cercando di capire il linguaggio dei giovani, i loro messaggi:

“T. A. T. V. T. B. …ma cosa hai capito?!?!

TANTI AUGURI TESTA VUOTA TUTTA BACATA”.

“Oggi per il cielo è un giorno triste, perché questo stesso giorno di … (16) anni fa ha perso una stella, la stella + bella e splendente… ha perso TE!!!

Buon Compleanno a una persona tanto speciale”.

“Tanti auguri… che tu possa passare una favolosa giornata. I miei complimenti per essere arrivata a questa data con l'intelligenza e la bellezza che hai.

Buon Compleanno!”.

“Il tempo passa veloce per tutti… scorre via come acqua di sorgente… tu sorridi!

Goditi questa giornata e tutti gli altri giorni della vita!

Buon Compleanno!”.

“Oggi è nata una stella… auguri Paoletta, sei la cosa più bella che io abbia mai avuto…

Ti voglio bene e non smetterò mai di farlo…”.

“Quest’ultimo è di Matteo, me ne ha parlato Paoletta più volte…

‘Matteo di qua, Matteo di là’. Come mamma devo preoccuparmi!” Pensavo che forse era anche un po’ di gelosia materna.

“È che lui è già grande, diciotto anni compiuti da oltre sei mesi e con la sua fiammante 500L.

Solo che non mi devo impensierire; mi hanno detto che sarebbero andati tutti insieme a mangiare una pizza, però se hanno bevuto…

Devo iniziare a impensierirmi?

Già, cuore di mamma…”

Non ci pensai più su e mi misi a lavorare per togliere quel disastro.

Iniziai con un sacco nero a raccogliere tutti i piatti e bicchieri, bottiglie vuote, forchettine, coltelli di plastica.

“Meno male che è quasi tutto materiale usa e getta, quindi tutto nell’indifferenziato; con questa mania della separazione sono più i sacchi da portare nei cassonetti che altro, ma dicono che così diamo una mano a salvaguardare l’ambiente e il materiale riciclabile viene mandato nelle Aziende che lo recuperano.

Toniamo a noi: bisognerà passare lo straccio per terra, qui è tutto appiccicoso.

Anche sul sofà! Accidenti che guaio, adesso dovrò far lavare tutte le fodere… su, non perdiamoci d’animo e cominciamo”.

Nello smontare il divano trovai una confezione curiosamente sospetta.

La raccolsi: era il contenitore di un preservativo.

“Ma va?” pensai tra me.

“Buon sangue non mente, come abbiano fatto ad usarlo in quel marasma di gente è un bel mistero”.

Allora mi venne un dubbio, andai nel bagno a controllare.

In effetti, c’è stato un tentativo di pulizia ma io ho visto degli indumenti macchiati di rosso, la mia Paoletta ha superato l’ostacolo. Proprio nel giorno del suo compleanno.

“Accidenti! Ci vuole una sigaretta”.

Nervosamente apro il pacchetto rigido della mia marca preferita, la solita immagine raccapricciante che dovrebbe convincerci a non fumare, e l’accesi, aspirando la prima boccata.

“Ora che faccio? Le dovrò fare una ramanzina e farle fare una visita ginecologica; dovrò farle anche prescrivere la pillola, nessuna maternità indesiderata!”.

Ne parlerò anche con Michele, in modo da essere entrambi informati, i figli adolescenziali sono il problema più difficile da risolvere”.

Apro la finestra per far uscire il fumo e guardo il sole ormai calante. Nell’imbrunire l’astro si va a nascondere dietro la corolla delle montagne; il lago di fronte a me raccoglie riflessi argentati.

La superficie è piatta. Solo alcune imbarcazioni a vela tagliano quella quiete, ma il poco vento non le sta spingendo veloci. Sulla sponda opposta un motoscafo trascina uno sciatore d’acqua che fa alte colonne di spuma.

Il mio lago è un lago “strano” perché non ha emissari né immissari; due fiumi gli scorrono accanto, ma nessuno dei due cerca di entrarci e vicino c’è un suo fratello, molto più piccolo e riserva naturalistica totale.

Guardarlo, vedere le sue acque mi dà pace e tranquillità, facendo emergere i ricordi della mia vita.

D’un tratto mi parve di scorgere un uccello che, sul bagnasciuga, si puliva le penne; la mia amica Graziella è una grande esperta di fauna e flora lacustri; lei, che da oltre vent’anni lavora alla casa del Parco Naturalistico, mi raccontò che, proprio l’anno scorso, era stato avvistato il Falaropo Beccolargo, uno speciale volatile che assomiglia a un piccolo gabbiano, con l’estremità del capo nera.

In estate vive nei paesi nordici, ma d’inverno migra nell’Africa Occidentale e si spinge anche fino al Sudafrica.

Graziella mi volle porre l’accento proprio su quel paese, perché sapeva che, per me, era molto importante.

Un momento fondamentale della mia vita.

Il Falaropo Beccolargo è raro vederlo in questo lago: lo raccontò un giorno Claudio, il direttore del Parco Naturalistico di Avigliana con il quale condividiamo la passione della montagna. Lui è un grande esperto ed è sempre un enorme piacere ascoltarlo.

Una sera a cena, al ristorante Domus, Claudio, con Graziella e i relativi consorti, ci disse che proprio sulla spiaggia di quel locale era stato avvistato l’ultima volta nel 1972.

Ora, quell’ultimo avvistamento era un fatto molto più che eccezionale, perché riabilitava le acque del lago dopo il massiccio intervento ecologico di ripulitura fatto a seguito dello sfacelo degli anni sessanta, che aveva reso questo specchio d’acqua tra i più inquinati d’Italia.

Claudio disse: «Il Falaropo rimane a pochi metri dalla riva fino al tramonto, mangiando freneticamente per tutto il tempo. Probabilmente era fuori rotta perché in genere migrano attraverso la Francia. Per fortuna questo esemplare ha trovato il Lago Grande per una sosta rigeneratrice».

Si sentiva, mentre parlava, dell’orgoglio per il lavoro che stava facendo e i frutti di quest’impegno: le acque erano molto più pulite, un turismo dolce si stava riaffacciando e si costruivano percorsi per passeggiate rispettose dell’ambiente.

Forse fu proprio quella discussione che mi fece pensare al “Beccolargo” e al lontano Sudafrica.

Certo la mia è stata una vita felice, avventurosa e importante; forse potrei scrivere un diario!

“E perché no?” pensai!

Finita la sigaretta, dimenticando i mille lavori che avevo ancora da fare, decisi seduta stante d’iniziare a scrivere.

Presi il mio portatile, stranamente era con la batteria carica, così non dovetti collegarmi con l’alimentatore e iniziai subito.

Aprendo il programma Word, il primo ostacolo era il titolo… Come superarlo?

Mi sono ispirata al mio cantautore preferito: Vasco Rossi, il pezzo in cui canta della sua voglia di una vita spericolata… Fu così che ebbi l’intuizione.

IL DIARIO

Avigliana, 13 maggio 2017

Diario di una vita spericolata e vissuta intensamente

Lo schermo bianco e il cursore lampeggiante m’intimorivano, era la prima volta che mi approcciavo a scrivere una mia memoria, ma la voglia di raccontare era tanta e quindi… da dove iniziare?

Ovviamente dal principio!

Era l’inizio dell’estate del ‘94, prometteva una bella stagione, ero riuscita ad avere l’abilitazione d’assistenza bagnanti e istruttrice nuoto; avevo deciso che, dopo una settimana di riposo a Bardonecchia, mi sarei preparata per una vacanza/lavoro a Riccione, presso un’ex colonia Enel, oggi riadattata a casa vacanze.

Stavano giusto cercando un responsabile per l’assistenza bagnanti più impropriamente chiamato “bagnino”. Io avevo dato disponibilità a una cooperativa che gestiva la sicurezza delle spiagge riccionesi e loro mi avevano selezionata per quel lavoro. Ero l’archetipo di bagnina che ogni uomo sperava d’incontrare, tipo “Pamela Anderson” della serie di Bay Watch Hawaii, con un costume attillato rosso, e ottimamente prosperosa; potevo sicuramente concorrere con quell’attrice.

A Bardonecchia non sarei andata da sola, ma in compagnia di Elisabetta, la mia compagna di scuola dai tempi delle superiori e, allora, dell’università. Avevamo condiviso quasi tutto, ma eravamo caratterialmente molto differenti: lei sempre morigerata e in difficoltà con i rappresentanti dell’altro sesso; io, invece, ero spregiudicata, con tanta voglia di esplorare e conoscere quell’altra parte di cielo.

Avevo già avuto un paio di storie importanti, ma non ero ancora andata a letto con quegli spasimanti; non che fossi vergine, tutt’altro! A diciotto anni era una rarità per i miei tempi, come lo è ancora adesso, a pensarci bene.

La mia illibatezza era andata perduta durante una vacanza con i miei genitori nella bellissima Grecia, con un aitante ragazzo locale di carnagione olivastra, un po’ più anziano e navigato. Non parlava l’italiano se non qualche parola imparata dalle trasmissioni RAI che si captavano via etere.

Comunicavamo soprattutto in inglese, anche se entrambi non avevamo una piena dimestichezza della lingua britannica, ma quell’esperienza fu così frizzante da poterla considerare indimenticabile, proprio da prima volta!

Era bello, un tipo che ricordava il Kōstas Geōrgakīs, il giovane greco che si era immolato, pochi anni prima, per protestare contro la dittatura dei Colonnelli che, a cavallo degli anni ‘60 e ‘70, comandava in Grecia. Quei governanti militari anticomunisti erano saliti al potere con un colpo di Stato.

Kōstas si trovava in esilio in Italia e il suo gesto estremo, darsi fuoco e bruciare vivo, fu compiuto a Genova.

Fu una sorta di Jan Pàlach, ma molto meno famoso.

Certo, la prima volta tra l’emozione, il fastidio e l’inesperienza non ho assaporato pienamente quello che il corpo mi regalava, ma l’immagine di quel bellissimo fisico scolpito dal mare e dal lavoro, di quella dolcezza esotica ed erotica mi hanno regalato la prima e più bella esperienza della mia vita.

Lo facemmo sul peschereccio del padre, dentro il porto, di sera. Il rollio della nave, gli odori forti del mare, la scomodità, ma anche il piacere che nacque da quel rapporto, hanno coronato quei momenti.

Invece ora, finalmente, una vacanza tranquilla; tra lo studio di Giurisprudenza e le attività fisiche, mi ero molto stressata.

Avevo anche terminato il corso di Pronto Intervento presso la Croce Rossa Italiana, con ottimi risultati. L’avevo fatto un po’ per gioco, ma anche per capire se avevo le qualità adatte ad approcciarmi a quel mondo di scienza medica e di soccorso.

Così, preparato lo zaino, Elisabetta e io prendemmo il treno in direzione Bardonecchia; mio padre ci aveva accompagnato con la sua Fiat Marea familiare direttamente alla stazione di Avigliana. Lui era un gran fumatore e teneva la macchina come se fosse una camera a gas, con un gigantesco posacenere al posto dei tappetini. Fu così che ci trovammo entrambe intrise del fumo che ci portammo addosso fino allo scompartimento del treno.

Io non amavo troppo il tabacco, anzi non iniziai a fumare fin dopo il matrimonio, ma mi piaceva molto che l’odore del fumo di mio padre s’impregnasse nei miei tessuti, nei capelli e sulla pelle. Non sapevo il perché, forse per mantenere forte il legame.

Sapevo che lo stress del lavoro e il fumo erano una minaccia per la sua vita e lo temevo. Io gli ricordavo in continuazione che doveva smettere di fumare, che doveva volersi bene, ma che farci: testone com’era, mi rispondeva con un’alzata di spalle.

Il suo stesso carattere però si era rinsaldato nella doppia elica genetica del mio DNA, anch’ io ero molto caparbia.

Arrivati a destinazione, in alta valle, si assaporava immediatamente l’aria pungente di montagna. Con lo zaino a spalla scendemmo dal treno.

Elisabetta era diventata un’esplosione di vitalità, molto ciarliera forse per contrastare la sua timidezza. Aveva dei bellissimi capelli biondi lunghi e lisci, una bocca piccola con labbra ben segnate, un bel naso leggermente spigoloso, due guance rotonde, fronte alta e due occhi marroni con puntini scintillanti d’oro. Mi aveva confidato che in quella vacanza voleva togliersi ogni remora, ogni dubbio sull’altro sesso. Ci saremmo certamente divertite molto!

Anch’io ero libera da impegni sentimentali. Federico, con cui avevo condiviso un grande amore durato per circa due anni, era ormai alle spalle; avevamo due caratteri molto diversi, anche se l’attrazione a pelle ti scombussola e la chimica ti fa fare cose che non vorresti o neppure immagineresti.

Federico si era radicato fortemente nel mio cuore e volevo togliermelo, c’eravamo già “mollati” diverse volte, tuttavia la nostra storia continuava e riprendeva più viva a ogni incontro, ma era sempre come un fuoco di paglia.

Quella volta decisi di troncare definitivamente; dichiarai a me stessa che non dovevo più sperare, era un rapporto sterile, basato solo su un desiderio fisico, ma non seguito dalla testa né dal cuore, altrimenti saremmo diventati una coppia fissa. Non era ancora giunto per me il momento d’impegnarmi, la mia vita era ancora piena di situazioni da esplorare.

Quella vacanza, oltre a un riposo mentale, aveva anche l’obiettivo di farmelo dimenticare.

I miei genitori avevano un micro alloggio, proprio su via Medail, comodissimo per le passeggiate, seppure un po’ distante dalle piste da sci, un problema che di certo non si presentava in estate.

Immaginavo di trovarlo molto in disordine; mio fratello l’aveva utilizzato tutto il mese prima e l’aveva sicuramente lasciato come un porcile, com’era solito fare!

Tuttavia, quella volta la situazione era abbastanza passabile.

L’appartamento non era così in disordine, sebbene la presenza di un uomo fosse palpabile in ogni dove e di roba sporca se ne trovasse ovunque.

Così il primo giorno passò in mezzo a scope, stracci da passare per terra e pulizie per far tornare decente l’abitazione.

La sera eravamo distrutte, tanto che neppure uscimmo, anche se la vita, nella via di sotto, era attiva e pulsante, al punto da sembrare un invito per una passeggiata, appello da noi gentilmente declinato.

Decidemmo che era meglio riposarci, il giorno dopo eravamo intenzionate di farci una lunga camminata. Con l’attrezzatura adatta volevamo salire fino a 1.800 metri a Chalet Chesal, dove sapevo che Piero, un mio ex istruttore di sci, aveva aperto un piccolo ristorante; lì avremmo pranzato e poi avremmo trascorso una bella giornata al sole da dedicare alla prima abbronzatura.

Non uscimmo, ma dovevamo pure cenare e il frigo era, ovviamente, vuoto. Decidemmo di farci portare due pizze direttamente a casa. Così terminò il nostro primo giorno di vacanza. Eravamo stanche, ma soddisfatte.

Nonostante la faticaccia continuammo per diverse ore a parlare delle nostre vite e dei progetti futuri.

Anche Elisabetta stava studiando Giurisprudenza con me ed eravamo abbastanza allineate negli esami dati. A fine anno avremmo dovuto già prepararci per la Tesi.

Lei non amava troppo l’avvocatura, era più predisposta a una pratica notarile, ma si sa che quello è un mondo chiuso, una casta che si tramanda di generazione in generazione; entrarne a far parte era una missione molto dura, ma la costanza e la tenacia di Elisabetta erano così forti che ci sarebbe riuscita.

Oggi ha un bello studio con arredamento antico in via Garibaldi a Torino; è soddisfatta e ben sistemata. Solo nella vita sentimentale non è stata fortunata, si è sposata e dopo due anni ha divorziato, il che potrebbe sembrare una mia iettatura, ma vi assicuro di no!

Ora è un bel partito, ma si è creata una nomea intorno che genera timore. Il rischio di restare sola con la sua professione è sempre più reale.

Io, invece, avevo in mente proprio l’avvocatura. Non avevo ancora pensato alla Tesi, tuttavia qualche idea in proposito l’avevo.

Ero rimasta affascinata dalla figura di un avvocato polacco d’origine ebraica, un certo Lemkin, che era scampato alla follia nazista, ma aveva perso una quarantina di suoi familiari; egli fu il primo a usare la parola “genocidio”, non solo per gli Ebrei, ma anche per le tante stragi fatte, in particolare contro gli Armeni. Poi vi erano i fermenti nel Sudafrica dell’Apartheid.

Iniziavo a pensare di poter lavorare sulla teoria del Perdono applicata come possibilità ai processi riparatori nelle nazioni colpite da feroci dittature.

Il giorno seguente, sveglia alle sette. Elisabetta si lamentava protestando, dicendo che lei era in vacanza, ma non avevamo tempo da perdere: non eravamo molto in forma e quindi l’ascesa poteva essere più dura del previsto.

Calzoni, calzettoni e maglia a maniche corte, ma con un maglioncino nello zaino. Una barretta di cioccolato, una bottiglia d’acqua e creme varie contro le scottature per una prima abbronzatura della stagione; scarponcini comodi, e via!

Raggiunta la zona degl’impianti di risalita, che sembravano dei fantasmi, alti e fermi, prendemmo la strada sterrata, ben curata, che porta alla pista da sci chiamata Biancaneve e i Sette Nani, fino a giungere all’inizio del sentiero pedonale numero sei, ottimamente segnalato.

A Bardonecchia il turista è molto ben coccolato.

Da quel punto iniziava veramente la salita, terminata la quale arrivammo alla pista chiamata Clos, poi l’arrampicata diventò più dolce.

Io sapevo che avremmo dovuto superare un ruscello e seguirlo fino a un casotto che fungeva da presa di captazione per l’acquedotto; da quel punto si vedeva il palo n.5 della seggiovia del Melezet.

L’erba verde ci circondava, così come il grigio misto al bianco delle montagne. A un tratto, un cerbiatto in lontananza ci osservava e incontrammo anche delle marmotte che ci attraversarono la via, fuggendo impaurite.

Abbiamo provato a fotografarle, ma non era facile: erano veloci e timorose. Dovevamo stare ben nascoste, sperando che qualcuno non passasse in quel momento. Il silenzio regnava sovrano e, urlando contro le montagne, l’eco delle nostre voci riecheggiava nella valle. L’odore di pini era così intenso da lasciarci stordite: un profumo indimenticabile.

Dopo qualche appostamento strategico, siamo riuscite a fotografare una marmottina, uno scatto davvero sudato. L’odore, misto a quello del sottobosco e dei funghi, ci avvolgeva insieme agli altri aromi.

Si ricordano con più facilità gite come quella, per il contatto con la natura, la flora e la fauna, ed ero sicura che, anche negli anni, tutto si sarebbe conservato nei miei ricordi d’innamorata della montagna.

Non importa se il tempo passa, la mente ha il pregio di mantenere indelebili le sensazioni vissute le prime volte, le prime scoperte, in quell’età in cui ogni giorno è vissuto come quello della piccola marmotta che esplorava curiosa.

Il ruscello da superare era arduo e a piccoli tratti ancora gelato, abbiamo saltellato sulle pietre e siamo arrivate sull’altra sponda.

Elisabetta era scivolata leggermente, ma alla fine ce l’avevamo fatta.

Seguimmo a fatica il corso del ruscello in mezzo alla fitta boscaglia. Il sentiero era sempre più ripido.

Il grande prato che si affacciò doveva essere superato zig zagando, tanto era pronunciata l’ascesa, fino a raggiungere la pineta e a quel punto saremmo arrivate alla fermata intermedia della seggiovia.

Eravamo ormai oltre metà percorso e non erano ancora le 10,30.

«Un’ottima media di camminata» dissi con il poco fiato che conservavo a Elisabetta, la quale si arrestò senza dire nulla e muovendo le mani pareva dire “niente… niente!”, piegandosi ed appoggiando i palmi sulle ginocchia per fermarsi un momento a riprendere il fiato

«Su! Forza che siamo già a metà strada…» dissi per rincuorarla.

Ricordo che Elisabetta protestava ancora per la levataccia e per la stanchezza.

Decidemmo di fermarci qualche minuto; l’affaticamento si sentiva e io avevo una scarpa che mi puntava un po’ sul dorso del piede. Non volevo rischiare l’abrasione che mi avrebbe potuto compromettere la salita e, forse, le gite dei giorni seguenti.

Sedute su un pianoro naturale ricoperto di aghi di pino, da cui spuntava un’erbetta verde alla ricerca del primo sole per la propria clorofilla, ci mangiammo una mezza barretta di cioccolato, così per compensare la caduta degli zuccheri, ufficialmente, ma soprattutto per la nostra stramaledetta golosità!

Il prossimo obiettivo era la pista invernale di Wood Park e poi anche lì a zig zag sul costone per raggiungere il palo n.15 della seggiovia.

A quel punto io sapevo che avremmo intercettato un sentiero che ci avrebbe portato su una carreggiabile ben curata; quella era la strada che ci conduceva direttamente allo Chalet. Incontrammo ancora l’imboccatura della Valle Stretta. Si vedevano anche le prime case di Chesal. Incrociammo finalmente la pista di sci e la relativa seggiovia che, costeggiandola, ci permise di raggiungere il tanto sospirato Chalet.

Eravamo in tempo. Qualche minuto prima di mezzogiorno. La cucina era aperta e mi fiondai direttamente dentro alla ricerca di Piero.

Era là che si stava preparando e vedendomi fece il suo caldo sorriso che ricordavo quando, da bambina, m’insegnava come passare da destra a sinistra caricando il peso sullo sci esterno.

«Ciao Piero, come stai?».

«Non ci posso credere, Lia…è tanto che non venivi a trovarmi!».

Era un omaccione di oltre un quintale di peso ed io parevo mingherlina al suo confronto.

Cominciò a farmi volteggiare per aria, in un abbraccio simpatico e caloroso. Finita quella cerimonia, vedendo Elisabetta mi disse:

«Non mi presenti la tua amica?».

«Certo! Scusami, lei è Elisabetta».

Elisabetta era tutta arrossita, forse per l’emozione o per la gran fatica della salita.

«Che piacere, Elisabetta» disse mostrando i suoi denti non tutti ben allineati, da perfetto montanaro, contenuti in un caldo sorriso.

«Cosa ci fai qui?» disse Piero voltandosi verso di me.

«Sono venuta a trovarti, chiaro, vado matta per le prelibatezze del luogo e poi questa salita ci ha reso affamate».

«Sei salita dalla Sette Nani?» Mi chiese evidenziando lo stupore.

«Certo! Una salita faticosa, ma piacevole».

«Sai, adesso hanno aperto una strada che quasi ci raggiunge» disse Piero «e termina a un chilometro da qui, ma non ci sono dislivelli, una passeggiata per cittadini che vengono a rimpinzarsi. Così loro sono contenti della breve camminata, hanno respirato aria buona e mangiato genuino».

«…E tu gli alleggerisci il portafoglio» dissi ironicamente.

«…Ma dai! Sono loro che si lasciano spennare. Oggi sei fortunata, ho un paio di tavoli liberi, vedrai quante persone. Servirò voi due da regine…».

«Come vanno gli studi?» riprese Piero con fare di buon padre di famiglia.

«Bene, sto pensando a ciò che farò in futuro, forse l’avvocato, ma non voglio ancora anticipare nulla».

«Dai, non fare la misteriosa… e la tua amica cosa vuole fare in futuro?».

«Il notaio e sono certa che ci riuscirà» anticipai così la risposta di Elisabetta.

«Venite dentro, voi due, sarete stanchissime».

«Sì! E affamate».

Elisabetta aveva ancora gli scarponcini bagnati a causa dello scivolone nel torrente e aveva bisogno di cambiarsi e stare al caldo.

Rivedere Piero mi aveva suscitato ricordi inaspettati, le gite con mamma e papà, i primi tentativi d’imparare a sciare, insieme a mio fratello che era molto più abile di me.

Piero era per me un punto di riferimento, una roccia solida come le sue montagne, per riuscire a imparare tutto di quei posti meravigliosi, ma infidi.

«La montagna è traditrice, fai attenzione», mi ripeteva sempre.

Era di poche parole, un vero montanaro, ma esperto di neve e rocce come pochi.

Tutte le calorie smaltite durante la salita ci furono integrate con relativi interessi dal pranzo preparato: una polenta con lepre al “civet”, una toma di montagna che profumava di erba fresca e infine un dolce al cioccolato affogato letteralmente in uno zabajone caldo.

Piero non faceva differenza tra estate e inverno e le calorie erano elargite a piene mani.

Il primo pomeriggio passò a riposare sotto il sole, una bella abbronzatura in topless. Per evitare le scottature, a 1.800 metri il sole picchia forte, c’eravamo cosparse di crema abbronzante.

Verso le 15,30 era ora di rientrare, ad aspettare oltre avremmo rischiato poi di camminare all’inverso e senza sole la temperatura, nonostante fosse d’estate, si abbassava. Per fortuna, ma anche per un calcolo preventivo, c’eravamo portate una maglia a maniche lunghe.

Nessun incontro o nuova conoscenza maschile, ma per quelli c’era ancora la sera e le lunghe vasche di via Medail.

Rientrammo prima delle 19, una doccia veloce e un cambio d’abbigliamento. La sera cenammo per conto nostro e poi scendemmo in strada per prendere un caffè. C’erano molti ragazzi che scherzavano e si rincorrevano, ma nessuno che ci guardava. Poi ci trovammo in mezzo a un gruppo di motociclisti amici di mio fratello, tra cui Aldo che mi riconobbe subito.

Sapevo di essergli sempre piaciuta!

Si avvicinarono per fare un po’ di conversazione.

Subito ci proposero un giro in moto con loro fino a Susa per bere qualcosa al bar della piazza e poi rientrare. Andammo in appartamento a cambiarci e ci ritrovammo con il gruppo di motociclisti.

Con Aldo mi trovavo bene a parlare, ma non m’interessava.

Il percorso in moto, non previsto, mi fece venire freddo, anche se l’aria diventava più calda scendendo.

Aldo mi raccontò della sua ex fidanzata, di come le cose erano finite tra loro. Lei era una ragazza chiusa, di poche parole. Lui aveva bisogno di molti più stimoli, mentre lei cercava, chiaramente, il matrimonio, cosa che Aldo mal sopportava.

Le sue parole lasciavano trasparire che avrebbe voluto uscire con me, che ero più “cittadina”, e sicuramente con un’altra personalità.

Purtroppo per lui, io non ricambiavo tutte quelle attenzioni, volevo solo passare una serata tra amici con Elisabetta.

Se all’andata mi tenevo stretta a lui, puntando il mio seno sulla sua schiena, dopo quel discorso e quelle avances mi tenni ben distante e aggrappata ai maniglioni della moto, non volevo dare ad Aldo false indicazioni o speranze, lui non era il mio tipo.

Per oggi basta, sono soddisfatta di come riesco scrivere le mie esperienze, ho deciso: ogni giorno un pezzetto!

Accidenti, la casa mi aspetta, devo finire di pulire e poi pensare alla cena; ma no, in fondo è anche la mia festa, oltre che quella di Paoletta, e quindi un’ottima occasione per farmi invitare dal mio amore a cena, anche solo una pizza, ma non sul lago, questa volta a Giaveno per una superpizza ai funghi porcini.

Avigliana, 14 Maggio 2017, Domenica sera…

Diario di una vita spericolata e vissuta intensamente

Oggi è stata una bella giornata, un’arrampicata sopra Giaveno, fino alla punta dell’Aquila. Questa è una montagna delle Alpi Cozie alta oltre duemila metri, situata tra la Val Sangone e la Val Chisone; “contesa” tra i comuni di Giaveno e di Pinasca, entrambi in Provincia di Torino. Sul Colle dell'Aquila sorge una cappella dedicata alla Madonna della Pace, inaugurata nel 1926, l’ho letto su una targa apposta all’interno, durante la nostra visita.

Molto carina! Ora, finiti i miei compiti di mamma e casalinga, mi trovo sola con il computer acceso. Tutt’oggi ho ricordato e ora voglio mettere in ordine le mie memorie.

Rientrate in casa, dopo la passeggiata motoristica e ancora qualche momento con quegli amici, ebbi subito una sorpresa: suonava il telefono. Nessuno, oltre i miei stretti familiari, sapeva che ero qui, non avevo avvertito alcuno, proprio perché volevo un po’ di tranquillità. Tuttavia, il telefono squillava.

Non poteva che essere uno della mia famiglia, mio fratello certo che no, papà neppure, sempre così preso dai suoi problemi lavorativi che spesso non sapeva nemmeno che giorno fosse. Non restava che la mamma, doveva essere qualcosa d’importante perché lei non mi chiamava per chiedere come stavo, sapeva che ero gelosa della mia privacy e se mi stava cercando, era veramente per qualcosa d’importante.

«Pronto, ciao mamma come stai?» Anticipai la sua voce tanto ero certa che fosse lei.

«Ciao Lia, come facevi sapere che ero io? Forse il telefono suona in modo diverso quando chiama la mamma?».

«No, è che nessuno sapeva che ero qui e solo qualcuno della famiglia mi poteva chiamare, pa’ è sempre preso dal lavoro e certo non mi cercherebbe, Paolo men che meno…».

«Hai sempre ragione tu, hai il pensiero chiaro».

«Dimmi! A che devo questa telefonata? Tutti bene, spero».

«Sì, tutti bene, è che hanno chiamato dal Comitato CRI di Giaveno per dirmi che hai passato il turno per il corso di soccorritrice che hai fatto».

«Ma dai, sai che non mi ricordavo neppure più questa scadenza?».

«Loro si sono ricordati e mi hanno detto che se vuoi il posto di soccorritrice è tuo… purché inizi a lavorare già da lunedì mattina!».

«Lunedì? Ma oggi è venerdì e ho fatto solo tre giorni di vacanza di cui due a pulire il lerciume di Paolo».

«Conosco benissimo la situazione, esattamente come suo padre…» disse mamma con un grande sospiro, poi, però, continuò: «Sono stati chiari, anzi… Se ti presenti lunedì e firmi il contratto, ti assumono in pianta stabile per sei mesi».

“Sei mesi…” pensai “mi farebbero proprio comodo quelle sei mensilità. Niente più ristrettezze, posso concentrarmi in pieno sulla Tesi e arrivare alla laurea”.

«Ok, digli che rientro subito e lunedì mattina mi presento al Comitato con i documenti e firmo il contratto».

«Certo!».

«Ancora un favore, mi fai fare in Comune un Certificato di Residenza? Quello che ho è scaduto e il sabato, all’anagrafe, so che lavorano mezza giornata».

«Certo!».

«Grazie Ma’, sei preziosa».

«Per il… Certificato?» rispose scherzando.

«No, ma per il fatto che esisti… smack!».

«Chiamami quando prendete il treno che vengo ad Avigliana ad aspettarvi».

«Certo. Grazie ancora mamma!».

Parlai con Elisabetta spiegandole che il Comitato CRI aveva deciso di assumere, con un contratto di sei mesi, le prime tre persone che avevano ottenuto il miglior punteggio al corso di Soccorritore tenutosi l’anno scorso. Io ero tra quelle; dovevo immediatamente presentarmi per il contratto.

Con grande rammarico di entrambe per la vacanza sfumata, decidemmo di prendere il treno della domenica mattina, partenza alle 10,30 e arrivo ad Avigliana entro le 11,30; la mamma sarebbe venuta a prenderci alla stazione e così finiva la breve avventura di Bardonecchia: pulizie e solo il ricordo di una fugace passeggiata.

Con lo zaino a spalla, io ed Elisabetta salimmo sul convoglio. Avevo voglia di capire e partecipare a quella mia prima esperienza lavorativa per la quale avevo fatto un corso di oltre un mese.

Il lunedì mattina io fui la prima a presentarmi nell’ufficio d’economato e personale dove mi proposero immediatamente di sottoscrivere il contratto per l’assunzione. L’accordo era che il giorno seguente avrei preso l’incarico alle ore 7,15 del mattino.

«All’inizio è così, poi i turni saranno a rotazione, la Croce Rossa deve garantire il servizio d’emergenza sulle 24 ore». Mi disse la solerte impiegata che conosceva molto bene la vita e lo spirito del gruppo.

Puntualissima, mi presentai alla sede e conobbi l’ambiente non più dalla parte della stagista, ma da quella dell’operatrice, anche se ancora inesperta.

Conobbi Giuseppe, il factotum, e con Marta, un’amica conosciuta nel corso di preparazione, ci misero al centralino. C’insegnarono la procedura con cui dovevamo rispondere.

Non era proprio quello che speravo, ma il sapore dell’emergenza era nell’aria, tra gli odori forti dei disinfettanti, il calore e l’illuminazione intensi, tipici degli ambienti in cui è necessario intervenire subito per salvare una vita.

Per prendere confidenza con il lavoro, Giuseppe ci spiegava come rispondere e cercare di farsi dare più informazioni possibili, simulando la telefonata. Mi ricordo che al corso mi avevano detto che, più è chiara la situazione ai soccorritori, più si evitano degli errori. A volte basta che manchi una banale medicina e si mette a forte rischio la vita della persona soccorsa.

Dopo poche ore d’affiancamento eravamo diventate esperte di codici e intrattenimenti psicologici, ma non era per quello che mi ero tuffata in quell’esperienza: io volevo aiutare chi stava male; a Marta, invece, la figura della centralinista non dispiaceva.

La sede doveva garantire la presenza continua di tre squadre complete di equipaggi composti da un autista e due soccorritori.

Io avevo la patente d’emergenza, ma la prima settimana mi avevano tenuta bloccata al telefono.

Dovevo adattarmi e poi sarebbe veramente cominciata la mia avventura.

Per tutta la settimana stavo ad ascoltare i resoconti degli interventi, vedevo i movimenti, capivo le mosse ma non potevo intervenire: era una sofferenza.

Fu al terzo giorno che lo incontrai.

Non l’avevo ancora visto perché si era preso tre giorni di vacanza, corrispondenti proprio ai miei primi tre giorni lavorativi e neppure l’avevo ancora incrociato, perché aveva iniziato il turno un’ora prima di me ed era subito uscito per un’emergenza. Alle 10,14 è rientrata l’unità due e alla guida c’era una persona che non conoscevo. Appena parcheggiata l’ambulanza, egli scese con fare atletico dal posto di guida.

Lo vidi così per la prima volta.

Colpo di fulmine!

Mi apparve in tutta la sua bellezza: alto, biondo, ben fatto, viso allungato e mascella squadrata e due occhi marini. In seguito scoprii ed apprezzai anche altre sue doti o abilità, ancora sconosciute, ma anche le sue perversioni.

Si presentò subito al centralino, perché io ero la novità; mi disse di chiamarsi Gianmaria, ma il suo nome di battaglia era Dumbo.

«Dumbo l’elefante volante di Walt Disney o il nuovo super aereo della Boeing?» gli chiesi subito, mal celando i miei occhi che si fecero dolci al suo sguardo.

«L’aereo si chiama Jumbo e non Dumbo, è solo un’assonanza» mi disse in modo quasi sgarbato, ma poi pensai a quante altre volte aveva dovuto ripeterlo.

Si tolse il berretto e vidi le sue orecchie delicatamente a sventola, forse era quello il suo difetto che gli donava quel bell’appellativo?

Lui, leggendomi nel pensiero, si avvicinò alla mia faccia. Vicinissimo quasi a baciarmi e poi disse un “Sì” deciso, forte, ma molto sensuale, che mi fece nascere i brividi dentro.

Quell’affermazione era il regalo più bello di tutta la giornata.

Fu una notte tra sogno e fantasia; sentivo che Gianmaria sarebbe diventato qualcosa d’importante per me. Quel suo “Sì” aveva invaso la stanza del mio cuore, anche se era un semplice sì.

Ebbi dei sogni travolgenti e al medesimo tempo oscuri; forse per la paura di non conoscere quella sua anima che sentivo così terribilmente vicina e dominatrice.

Passò una settimana, lo vedevo arrivare, era come un mitico dio greco, perfetto in ogni sua forma; mi guardava con i suoi occhi penetranti, ma pareva che io non esistessi; o partiva in emergenza e quindi restavo in ansia nell’attesa del rientro della “sua” ambulanza. Oppure, con gli altri equipaggi, si chiudeva nella saletta adibita a cucina e io, che dovevo sorvegliare il centralino, potevo avventurarmi da loro solo per pochi secondi.

Quando il suo sguardo incrociava il mio, il suo sorriso si apriva, sentivo il tremolio nello stomaco, ma subito dopo lui, come se si accorgesse di fare un errore, guardava da un’altra parte o scherzava con il compagno o, peggio, con la compagna accanto.

Ero invisibile… Ma lo ero veramente?

Eppure ero la novità del gruppo e quasi tutti gli altri autisti e infermieri soccorritori scherzavano ed ammiccavano con me e poi la mia presenza fisica non era poi così da sottovalutare.

Dopo una settimana di centralino, mi affidarono un primo incarico di soccorritrice. La squadra era composta di un autista e due soccorritori. Con la mia solita sfortuna mi toccò la squadra in cui non c’era Gianmaria.

“Ma alla fine mi capiterà…” pensavo.

Un paio di giorni infernali e poi…

Quel giorno, guardando i turni, vidi che mi avevano assegnata a lui… un tuffo al cuore… finalmente!

Ero solita portarmi in sede i libri dell’università, il lavoro di soccorritrice aveva molti tempi d’attesa e io lo consideravo solo un lavoro provvisorio che mi doveva aiutare a raggiungere la meta ambita: la Giurisprudenza.

Principe del foro, piena d’ideali e aspettative.

Quel giorno ero troppo eccitata, non potevo leggere nulla, la mia mente era altrove.

Gianmaria arrivò e, dopo aver consultato il tabellone, mi cercò con gli occhi. Mi trovò là ad aspettarlo. Non mi parlò, si avvicinò senza smettere di guardarmi negli occhi e capii finalmente che esistevo anche per lui.

Si avvicinò e inaspettatamente mi baciò sulla guancia, un bacio discreto, innocente, ma io sentivo la guancia ardere, come se un tizzone di legno incandescente fosse stato tolto dal fuoco e posto sul mio volto. Misi immediatamente la mano sul viso e vidi il suo disappunto, allora gli dissi:

«No! Non voglio che voli via nell’aria questo bacio» e lui rise, un riso infantile, ma che celava finalmente che c’era qualcosa, qualcosa anche per me.

Mi prese la mano e mi portò in cucina per un caffè.

«Ma è la tua prima uscita?» mi chiese.

«No, sono uscita già tre volte con Roby e Andrea: un infartuato e due incidenti».

«Roberto è un bravo autista…».

«Dicono che tu sia il migliore» dissi quasi arrossendo.

«Qui non è Indianapolis, non c’è competizione, dobbiamo solo salvare vite e riportare i mezzi di soccorso a casa integri».

«Sì, lo so. Al corso ci hanno istruite bene; sai che sono uscita con il punteggio più alto?».

«Sì, ho letto, a pari merito con Marta».

“Che nervoso…” pensai. Marta aveva copiato da me il compito scritto e tuttavia sapeva meglio ingraziarsi i commissari, così che alla fine avevamo ottenuto effettivamente lo stesso punteggio.

«Certo Marta è molto… brava», lo dissi a denti stretti e certamente Gianmaria intuì qualcosa.

Quella conversazione, però, non mi distolse dallo stato di benessere in cui mi sentivo e, sebbene mi sembrasse di restare in balia di qualcosa di unico, al tempo stesso ero timorosa.

Mi sentivo svuotata e senza idee; lui era insieme a me e il mondo si era fermato. Ero nel pallone e non capivo più nulla.

Proprio io, che dovevo sempre essere al centro dell’universo, così fiera ed orgogliosa di me.

Ero perfino arrabbiata con me stessa: sempre padrona dei miei sentimenti e gelosa delle mie idee, ben progettate per la costruzione del mio futuro, ero in quel momento in balia di Gianmaria.

Ero inciampata? …O forse solo innamorata?

Gianmaria però pareva esitare a farmi la corte, era premuroso e gentile, ma distaccato, mentre io invece ero bloccata e non riuscivo a fare nulla… Aspettavo!

Sentivo che qualcosa doveva succedere, ma non succedeva.

Lui era gentile, ma freddo.

Adesso vado a dormire, sono molto stanca anche della giornata trascorsa, ma lo scrivere della mia vita mi sta appassionando molto. Ogni sera voglio dedicare due o tre ore a questo mio diario.

Avigliana, 15 maggio 2017

Diario di una vita spericolata e vissuta intensamente

Stasera ho abbastanza tempo e voglio descrivere un fatto che mi ha sconvolto, mettendo a rischio anche la mia stessa vita.

Il nostro rapporto, però, stentava, non vi erano molte occasioni per vederci e in quelle poche non c’erano particolari momenti d’enfasi. Non riuscivo a capire che cos’ero per Gianmaria; tante attenzioni, ma mi sentivo molto un “soprammobile”.

Poi successe che una mattina, mentre facevamo coppia insieme, eravamo all’inizio turno e le due altre unità erano già fuori, giunse una richiesta d’intervento urgente.

Enzo, il nostro secondo soccorritore, non si era ancora presentato; capitava spesso che qualcuno fosse in ritardo, ma con tre equipaggi si usciva sempre al completo: quella era un’emergenza e fummo costretti a una uscita sott’organico.

«Allora andiamo? Te la senti anche senza Enzo?» Mi chiese Gianmaria, subito dopo aver preso visione della nuova emergenza.

«Beh! Certo che sì, se tu mi stai vicino e mi controlli… Sai, sono una alle prime armi e potrei sbagliare».

«Tranquilla, sono un autista, ma anche un soccorritore e ti tengo d’occhio… molto volentieri!».

Fu proprio quel “molto volentieri” che annullò i miei dubbi, c’era lui che mi controllava, che mi guardava, che cosa “diavolo” mi poteva accadere?

La chiamata era stata fatta da un passante che aveva udito dei lamenti e diceva che una donna era stata ferita e picchiata, ma non c’erano state date altre indicazioni; i Carabinieri non erano ancora arrivati e quindi ci trovammo a essere i primi a giungere sul posto segnalato. Via radio eravamo stati avvertiti che la volante sarebbe arrivata al più presto.

Arrivammo con le sirene spiegate a un cascinale tra Orbassano e Rivalta, in quella piana, dove si è combattuto un conflitto nel diciassettesimo secolo, sanguinosissimo ed inutile: la battaglia della Marsaglia.

Non era tempo di reminiscenze storiche e dovevamo prepararci al peggio.

Un paio di persone che erano ad attenderci sul cancello d’ingresso ci dissero che avevano sentito delle urla di donna, qualcuno sosteneva di aver udito anche degli spari, ma in quel momento non ci facemmo caso.

Entrammo nell’aia del cascinale tagliando il lucchetto con robuste cesoie che Gianmaria aveva a bordo e parcheggiammo l’ambulanza di fronte all’ingresso; misi a terra la lettiga con tutta l’attrezzatura di medicazione e c’infilammo nella porta principale. Non era chiusa a chiave. Sentivamo un rantolio provenire dalla stanza accanto; nell’ingresso si vedeva una confusione inconsueta, soprammobili rotti e sedie a terra, come se ci fosse stata una furibonda colluttazione.

Nella cucina trovammo una donna a terra, con tanto sangue sul viso e sul pavimento.

Da un primo controllo mi pareva la rottura del setto nasale, ma aveva anche gli occhi gonfi e un taglio sulla testa dal quale fuoriusciva altro sangue.

Presi il materiale per tamponare mentre Gianmaria abbassava la barella per poterla caricare. Riuscii a far cessare l’emorragia, ponemmo la donna sulla lettiga, la legai e Gianmaria si avviò verso la porta trascinando la portantina.

Io esitai un attimo e tornai a vedere se nel corridoio c’era qualcos’altro; era un androne buio e non vedevo nulla. A un certo punto sentii Gianmaria che mi chiamava, decisi di andare verso di lui per aiutarlo a caricare la ferita e mi girai per tornare indietro.

Nella semioscurità vidi una figura maestosa bloccarmi l’uscita. Non vedevo bene per la poca luce, tutte le tapparelle delle camere erano state abbassate tranne quella della cucina, dove avevamo trovato la donna.

Mi trovai di fronte una persona alta, un uomo sulla cinquantina, parecchio trasandato, di chiare origini meridionali.

Dalla poca luce che filtrava, vedevo chiaramente che era armato di una pistola. Si avvicinò e mi dette un forte manrovescio con la mano libera. Caddi rovinosamente a terra battendo il braccio, poi mi sollevò con una forza che a me parve sovrumana e si fece scudo prendendomi alle spalle, puntandomi sul collo la fredda e metallica canna della pistola.

Urlava a Gianmaria di uscire e portare fuori la donna che, nel frattempo, si stava riprendendo.

Gianmaria, spingendo la barella, uscì sul cortile, mise in sicurezza la donna e cercò di rientrare, voleva intervenire in mio aiuto, ma l’omaccione disse di andarsene, puntando l’arma verso di lui e tenendomi il collo stretto con il gomito.

«Vai via che ti ammazzo, vi ammazzo entrambi» disse l’energumeno.

Io che mi ero ripresa iniziavo a intuire cosa stava succedendo: ero ostaggio di qualcuno e non sapevo chi fosse. L’avevo visto di sfuggita, ma poi tutto era diventato buio; ora era dietro di me, mi teneva stretta per le mani al punto da farmi male e urlava frasi senza senso.

Vidi, dalla porta aperta, Gian che stava chiedendo aiuto con la radio portatile e spingeva ancora più lontano la barella, avvicinandosi all’autoambulanza. Poi la porta si chiuse, restò il buio del corridoio e io, prigioniera di quel pazzo.

Seppi in seguito che Gianmaria chiamò i Carabinieri e si era posto dietro l’uscio per intavolare una trattativa, ma non servì a nulla: l’uomo mi spostò nella cucina e la porta venne chiusa dall’interno.

Il mio carceriere intanto continuava a parlarmi in modo concitato; io cercavo di non perdere la testa e mantenere la calma in quella situazione.

Iniziai dicendo che ero solo una soccorritrice della Croce Rossa, non ero armata né pericolosa e che eravamo venuti, io e il mio compagno Gianmaria, ad aiutarlo.

Egli continuava a dire che tutti lo volevano morto, ma lui avrebbe venduto cara la pelle.

Urlò a Gianmaria di allontanarsi e di andare nel cortile, in una zona dove potesse vederlo; sempre tenendomi stretta per le mani, si avvicinò alla finestra.

Riuscivo a vederlo anch’io, Gianmaria, nel centro del cortile che guardava verso la casa con grande apprensione.

Io cercavo di parlare con voce calma dicendo che nessuno lo voleva morto e lui rispose che c’erano dei sicari mandati là per ucciderlo: aveva fatto uno sgarro a dei mafiosi e questi lo volevano morto.

Io dissi: «Ma… siamo arrivati con l’ambulanza a sirene spiegate e non abbiamo incontrato nessuno, tra poco arriverà una pattuglia di Carabinieri… C’era stata segnalata una donna ferita, e così ho trovato quella poveretta, ma le ferite non sono gravi… Si salverà. Lei non ha ancora fatto nulla d’irreparabile… Si fermi prima che sia troppo tardi!».

«Quella donna è mia moglie e si è concessa a un camorrista, quella puttana… Per questo l’ho dovuta punire». Dicendo ciò, tolse la pistola dal mio collo. «Adesso devo solo vendicarmi su di lui».

«Non vale la pena distruggere una vita, perché così distrugge anche la propria».

«Non ho più nulla per cui vivere, per cui valga la pena di vivere!»

«La vita è un dono che non sappiamo apprezzare, tuttavia non la dobbiamo sprecare».

A quelle parole sentii che la morsa alle mani si stava allentando e quindi pensai di continuare a parlare con dolcezza, ma decisa a farlo ragionare.

Vidi che aveva una ferita sulla mano sinistra e perdeva sangue, allora proposi di curarlo; avevo ancora la borsa a terra e con un bendaggio avrei potuto, in pochi minuti, far cessare quel sanguinamento.

Con molta titubanza mi lasciò fare e, mentre lo bendavo, continuavo a parlare, chiedendogli il perché di quel comportamento. Capii che era mezzo ubriaco: i fumi dell’alcool si stavano lentamente diradando.

“Anche lui si starà rendendo conto della situazione” pensai.

Gli dissi che la moglie aveva delle ferite lievi e che non ci sarebbero state troppe complicazioni, doveva però non fare più nessuna sciocchezza.

Mi rendevo conto che, parola dopo parola, la tensione andava calando. Posò addirittura la pistola su un tavolo di fianco, l’aveva in ogni modo a portata di mano, mentre io stavo finendo di bendare la mano ferita.

Parlai ancora, chiedendogli che cosa volesse fare, ma in realtà non lo lasciavo mai parlare né pensare, io gli suggerivo la risposta; ormai era questione di poco e avrebbe ceduto, ma di colpo l’aria fu squarciata da una sirena in arrivo. Guardando fuori si vedeva finalmente arrivare la pattuglia dei Carabinieri a gran velocità, un evento che lo mise nuovamente in allarme.

«Puttana! Volevi fregarmi, ma i “tuoi amici Caramba” hanno fregato te, adesso tu la pagherai, la pagherà chiunque entri da quella porta…».

Così dicendo mi allungò un secondo manrovescio che però riuscii a schivare e allora lo afferrai sulla mano ferita, stringendogliela il più forte possibile!

In tal modo il dolore lo distrasse, portandosi il braccio verso il petto in modo istintivo e protettivo.

Quell’atto mi permise di uscire dalla sua presa, prendere la pistola depositata sul tavolo e gettarla verso la finestra che era chiusa; il vetro al contatto di quel pesante oggetto si frantumò e fu anche un chiaro segnale alle persone che stavano fuori.

L’uomo ora era disarmato!

Poi con un rapido movimento mi misi a correre verso la porta, che era però sbarrata.

Stranamente, in quel caos d’avvenimenti, il mio aguzzino non ebbe reazioni, si sedette per terra e si mise a piangere. Fortunatamente per me le chiavi erano nella porta e riuscii ad aprirla in modo da agevolare l’ingresso di due Carabinieri che immediatamente bloccarono l’uomo.

Ormai non ero più in pericolo. Sentivo il lamento dell’uomo: piangeva e diceva che mai, mai mi avrebbe fatto del male.

Gianmaria corse immediatamente verso di me e mi abbracciò; ero con le mani macchiate di sangue, ma non era mio. Mi baciò, mi strinse a sé e da quel momento capii quanto ero importante per lui.

Arrivarono la nostra seconda ambulanza e un’altra pattuglia di Carabinieri chiamati come rinforzo. Una fitta selva di lampeggianti blu aveva infine invaso quel cortile, dove normalmente regnava la quiete e, a parte qualche mezzo agricolo, non si era mai visto un traffico così intenso e caotico.

In quel momento sentii le forze mancarmi, intorno a me il buio.

La tensione si era allentata e quasi svenni, Gianmaria mi prese in braccio e mi posò su un divano, ricordo bene che era di color rosso, ma io vedevo gli occhi di lui vicinissimi ai miei, non più segnati dall’apprensione.

Mi fissava come se fossi una gemma rarissima.

Io volevo alzarmi, ma lui mi disse di rimanere sdraiata ancora alcuni istanti su quel divano. Nella stanza era come se fossimo soli, nonostante il viavai di poliziotti e soccorritori.

Io guardavo gli occhi azzurri di Gianmaria e mi sentivo trapassare l’anima. A un tratto si avvicinò ancora di più e mi strinse a sé, iniziando a baciarmi.

Erano baci all’apparenza innocenti, sulle guance, sul naso, sulla fronte, ma io li sentivo bruciare, segnando la mia pelle.

Quel suo agire non faceva altro che crescere in me una gran voglia di baciarlo, ma lui continuava, simile a un torturatore, con quel rito di baci quasi innocenti.

Forse era la mia anima troppo giovane e materialista che non riusciva a cogliere l’affetto nascosto in quei gesti teneri.

I Carabinieri mi chiesero se volessi essere trasportata in ospedale per un controllo, ma io dissi che stavo bene. C’invitarono in caserma per le deposizioni di rito: si dovevano mettere su carta quanto era successo.

Nel frattempo, sull’altra ambulanza, si caricò la donna ferita che fu, finalmente, trasportata in ospedale e un altro autista si preoccupò di riportare in sede il nostro mezzo. Il mio assalitore fu arrestato e portato via dalla seconda pattuglia.

Passammo due ore in caserma spiegando come si erano svolti i fatti. Un solerte Appuntato trascrisse il verbale e alla fine, sotto la mia firma, c’era l’autografo di Gianmaria, il mio Dumbo salvatore.

Mi diedero alcuni giorni di permesso che trascorsi a casa. Tanti amici vennero a trovarmi, compresi alcuni giornalisti. La notizia aveva invaso le cronache non soltanto dei giornali locali, ma c’era stato anche un passaggio televisivo sulla rete nazionale.

Una settimana dopo, rientrando in sede, presi le consegne per i trasporti prenotati.

Combinazione ero di nuovo in coppia con Gianmaria, avevamo un ritiro all’AVIS per il mattino e poi un trasporto piuttosto lontano, a Novara, per cui avremmo trascorso gran parte del pomeriggio insieme.

Io ero felice e lo stesso Gian non mascherava più la sua contentezza di passare tutto quel tempo insieme, anche perché erano le prime uscite che facevamo dopo l’incidente. In sede eravamo sempre attorniati da gente che chiedeva a me come stavo e voleva l’ennesimo resoconto dei fatti.

A noi mancava l’aria!

In tarda mattinata andammo a caricare la signora che aveva prenotato il trasporto in una casa di cura novarese. Era allettata, quindi la legammo alla barella per evitare sobbalzi che potevano farla cadere e io mi sedetti dietro con lei.

Dumbo guidava e io mi immaginavo già il rientro, vicino a lui.

Poco dopo che eravamo partiti, la trasportata si addormentò. Io fino a quel momento avevo cercato di mantenere viva la conversazione. Sovente guardavo dal finestrino di comunicazione con l’abitacolo di guida per contemplarlo e pensarlo al mio fianco. Sentivo il suo buon profumo, vedevo i suoi capelli biondi, lucidi come il sole, e avevo voglia di accarezzarli e baciarli. Ero sognante quando una voce mi riportò alla realtà:

«Toccali pure se vuoi, a me non dà fastidio, anzi!».

“Come cavolo fa! Mi legge nel pensiero?” pensai, ma non dissi nulla.

Era incredibile il feeling che già ci legava, anche se sentivo che c’era ancora qualcosa che non andava. Cominciavo a prendere consapevolezza di quanto lui mi desiderasse; compresi con chiarezza che sarebbe diventato il mio “uomo”, la persona che avrebbe condizionato e messo in carreggiata la mia vita.

Dopo circa tre ore giungemmo a destinazione, eravamo nei dintorni di Novara.

Prima di riprendere la via del ritorno, siccome non avevamo ancora fatto la pausa di mezzogiorno, decidemmo di pranzare.

Il paesino era molto caratteristico, io lo conoscevo solo come cartello autostradale di un’anonima uscita, ma non ero mai stata a visitarlo.

Trovammo una bella trattoria familiare e pulita. Lui prese il menù fisso, completo di dolce, e io un’ottima frittura di pesce con insalata.

Mangiava tantissimo ed era magro, la tipica persona che ti faceva venire il nervoso nel vederlo desinare.

Glielo dissi. Lui, per contro, mi spiegò che non era questione di metabolismo, ma dell’attività fisica che lo manteneva in forma, la sua cosiddetta ginnastica da camera e non da palestra!

Intesi una chiara allusione all’atto sessuale, francamente poco attinente al corteggiamento che mi aspettavo: “…Una vera faccia tosta”.

Non contento di quella goliardata aggiunse:

«Vuoi allenarti con me?».

«Mi farebbe molto onore: un personal trainer come te non si trova facilmente!» dissi sorridendo.

Ci conoscevamo da pochissimo e mi dava un certo imbarazzo, ma era tutto così naturale, come se fossimo vecchi amici. L’incidente che era capitato lo aveva molto scosso, si sentiva in colpa per non aver capito la situazione e avermi lasciato sola con quel pazzo. Me lo disse:

«Sarei morto con te, se ti fosse capitato qualcosa».

«Ma dai, ci conoscevamo appena» gli risposi e lui disse che sentiva qualcosa che già ci legava.

Al ritorno io mi sedetti al suo fianco.

Il sedile dell’ambulanza era a posto unico, una specie di divano, così, a un certo punto, mi ritrovai attaccata a lui.

Mi appoggiò la mano sulla sua gamba e l’accarezzava dolcemente, mai cadendo nel volgare, era un dolce coccolare che mi fece venire i brividi.

Il ritorno fu piacevole e lo utilizzammo per conoscerci meglio, parlando in continuazione, cioè ero io che, per la maggior parte del tempo, parlavo. Gianmaria guidava e ascoltava, ma lo vedevo felice mentre seguiva con attenzione i miei discorsi.

Rientrati in sede, non ci fu più un attimo di pace.

Cinque incidenti impegnarono tutte le squadre, noi restammo ancora a disposizione senza nuove uscite.

Infine, stanchi morti, ci salutammo e andammo a casa a riposare.

Adesso basta, anch’io vado a dormire.

Avigliana, 16 maggio 2017

Diario di una vita spericolata e vissuta intensamente

 

Oggi ho riflettuto molto su questa parte di storia, del rapporto malato con Gianmaria, ero molto restia se scrivere e descriverlo completamente, ma poi ho pensato che fosse meglio essere chiari e non nascondere nulla, il lettore potrà così ben comprendere il mio difficile convivere con una simile persona.

 

 

Quel giovedì mattina, Gian aveva gli occhi che brillavano, sintomo evidente di un forte disagio. Gli chiesi che cosa gli era successo e lui mi disse che quella era una sera particolare, perché era l’anniversario della morte della sua mamma.

«Vuoi venire in birreria con me a festeggiare?».

«Festeggiare la ricorrenza della morte di tua madre? Ma sei matto?» E lui mi disse che il giorno del funerale andò in birreria per onorare una promessa che le aveva fatto quando era ancora in vita.

Gianmaria era già orfano di padre e la perdita della madre era stata una forte sofferenza.

La donna, per scacciare il dolore della morte, un giorno gli fece promettere:

«Quando morirò, niente piagnistei; vai con i tuoi amici in birreria e divertiti, ma fai un brindisi per il mio viaggio, e ripetilo sempre ad ogni ricorrenza, per ricordarti di me».

«E così ogni anno festeggio come mi ha chiesto. Ci terrei tanto che tu venissi con me».

Così accettai.

Alle 17 e 30, a fine turno, ci salutammo e io andai a casa per prepararmi.

La mia camera, come sempre, sembrava un campo di battaglia: il pavimento, il letto, la scrivania e i davanzali, tutto pieno di vestiti, le porte dell’armadio spalancate con pile di vestiti debordanti.

In genere, però, ero organizzatissima.

“Pantaloni” decisi, era il mio indumento preferito ma quelli che avevo non mi piacevano. Cercavo qualcosa che rispondesse al mio desiderio, ma trovavo sempre gonne e a me non soddisfacevano, amavo solo i jeans.

Nell’armadio avevo tutto appaiato. Ogni completo aveva i suoi accessori, la borsa corrispondente e le scarpe.

Dovevo solo decidere quale tailleur indossare.

Invece quella sera continuavo a cambiarmi e non ero mai contenta; il tempo passava e dovevo decidermi.

Optai, costretta, per una gonna nera abbondantemente sopra il ginocchio, un po’ sportiva, un pullover rosso con un’ampia scollatura a “V” e scarpe con il tacco alto. Sotto, nulla, neppure il reggiseno.

Ci siamo dati appuntamento nella vecchia piazza di fronte al lavatoio ormai in disuso. Ritardai giusto cinque minuti per evitare che credesse nella mia bramosia d’incontrarci… Lui, però, non c’era. Mi sedetti su una panchina e quasi subito due mani mi si pararono sugli occhi:

«Indovina chi è?» disse una voce che avrei riconosciuto tra mille.

“Che tonto” pensai “Ma chi vuoi che sia?” stavo per rispondere quando quella voce continuò:

«Aspetta, non dire niente che potrebbe comprometterti, ti do un altro indizio».

Mi baciò lievemente sul collo, quasi la carezza di un petalo di rosa, provocandomi una scarica di brividi che percorse tutta la schiena.

Stetti al gioco: mi piaceva! Gli dissi che non ero sicura, non avevo ancora capito chi fosse; e poi, con gli occhi così coperti, avrebbe potuto essere chiunque.

Mi posò sul collo un altro indizio!

Ok, era troppo per quella giovane serata… Chissà cosa sarebbe successo dopo aver bevuto delle birre.

Io non bevevo normalmente alcolici: primo perché non mi piacevano troppo; inoltre, essendo una sportiva, non bevevo per principio. Tuttavia, sentivo che quella sera mi sarei ubriacata pur di cadere fra le sue braccia.

«Dove mi porti?» chiesi quando finalmente salimmo in macchina.

«Ma ovviamente alla John Lennon!»

Era una birreria ai piedi del Castello di Rivoli, un po’ isolata ma carina e di moda.

Arrivammo ed era già piena.

Era un posto molto ricercato. Non trovammo neppure un posto libero.

Amareggiati, stavamo per andarcene, quando un ragazzo si alzò dal tavolo e si mise a urlare il nome di Gianmaria.

Vidi il sorriso accendersi sulle sue labbra, mentre io ero disorientata, non sapevo chi era quell’intruso.

Non saremmo stati più soli… cavolo!

Era addirittura il suo migliore amico: Angelo, con tutta la combriccola, una decina di ragazzi e ragazze discretamente simpatici ma che, in quell’occasione, avrei cancellato dalla faccia della terra.

«Dai che, se ci stringiamo, due posti li facciamo uscire…» disse Angelo con un sorriso a trentadue denti.

Qualcuno azzardò il motivetto di “Aggiungi un posto a tavola”. Il mio sguardo fulminante sfidò il novello cantore a continuare quella litania.

Io ordinai una bibita, volevo avere la situazione sotto controllo, evitando così di mettere in imbarazzo Gianmaria.

A un certo punto iniziammo a fare un gioco con le carte, una noia terribile… Bisognava a turno contare in senso orario da 1 a 10 girando le carte. Quando il numero pronunciato corrispondeva alla carta girata dal mazzo, si cercava di coprire con la mano le carte girate per prenderne il possesso: ovviamente vinceva il più veloce e attento.

Gianmaria era al mio fianco. I numeri scorrevano… 1, 2, 3. Arrivato il mio turno, dovevo dire il numero corrispondente a sette e girare la carta del mazzo. A un tratto, sentii la mano di Gianmaria accarezzarmi la gamba. Il cuore perse un colpo e dalla bocca non mi uscì nulla.

Tutti erano in attesa del mio numero e del gesto che non arrivava, allora mi guardarono e scoppiarono a ridere.

Gianmaria sbatté la mano libera sul mazzo di carte per coprirlo e la fortuna volle che il numero sette che dovevo pronunciare corrispondesse esattamente a un sette di cuori che fu girato dal mazzo. Tutti furono distratti da quella mossa e si ricominciò a giocare.

Mi voltai verso di lui e, in quell'istante, i nostri sguardi infuocati si incrociarono.

Poi la sua mano, che si era fermata ma non allontanata, si rimise ad accarezzarmi, salendo lentamente, ma con arditezza, più in alto.

La cosa mi piaceva ma non volevo cedere così facilmente. Mi alzai di scatto invocando a gran voce il bagno e mi allontanai.

Poiché ormai mi ero alzata, usai la toilette sul serio. Uscendo, me lo trovai davanti nell’antibagno. Mi serrò contro il muro e iniziò a baciarmi il viso senza mai toccare le labbra.

“È la sua tecnica per farmi impazzire?” mi domandai.

La sua mano mi accarezzò un po’ tutta e poi, di colpo, lui si staccò da me, accompagnandomi nuovamente in sala.

La sensazione che provai fu incredibile: lo volevo, ma sul più bello era come essere finita con il sedere a terra, scaricata e beffata.

“Che bastardo!” pensai “La pagherai cara!”

Lui sembrava divertito e non capivo il perché.