Untar - Fabrizio Franzini - E-Book

Untar E-Book

Fabrizio Franzini

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Beschreibung

In un piccolo villaggio del nord, un pescatore decide di partire per uno dei suoi saltuari viaggi in mare.La notte che precede la partenza, però, scoppia un temporale, che per i pescatori di quei luoghi è presagio di malasorte e collera divina. Untar decide di salpare ugualmente, accompagnato dal suo primogenito Harold.Dopo un paio di giorni di ordinaria navigazione e buona pesca, i due vengono affiancati, in una notte nebbiosa, da una nave da guerra, notevolmente danneggiata e a prima vista, completamente deserta.Presto alcuni individui scivoleranno di nascosto sulla barca di Untar, allo scopo di prenderne possesso e fuggire dai loro inseguitori, tra loro un vecchio druido e un singolare soldato con una gamba sola. Il pacato pescatore si rivelerà un sanguinoso guerriero, il cui passato e le gesta sono risaputi in tutte le terre e cantate da tutti i popoli. Il mondo lo crede morto, e suo figlio è all’oscuro di tutto, ma gli uomini che occupano la barca non tarderanno a riconoscerlo. I celati segreti del suo passato riaffioreranno e i nemici che lo avevano dimenticato, torneranno a tormentarlo.

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Veröffentlichungsjahr: 2012

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Fabrizio Franzini

Capitolo 1

LA CATTIVA SORTE

La barca era ormeggiata al porticciolo di Armonvill: un piccolo villaggio situato in un’insenatura sulla costa ovest della Norvegia.

La stiva era colma di viveri, le reti e le lenze erano pronte, lo scafo era stato verniciato da poco e brillava di un blu acceso che si confondeva col colore della marea. Una capra era stata sgozzata a bordo il giorno precedente e il suo sangue aveva sporcato il ponte di un rosso vivo in modo da appagare gli dei.

Tutto era pronto, la partenza era vicina e Harold non stava nella pelle.

 – Padre, non potremmo portare con noi Antimo?

 – E chi resta a casa a prendersi cura di tua madre e tua sorella?

Dopo una lunga risata, il giovane disse:

 – Ma padre… Il nostro cane non può vegliare su di loro meglio dello zio Uncas!

 – Detto tra noi figliuolo, confido più in lui che in tuo zio, e poi i cani non vanno d’accordo con il mare.

Il ragazzo aveva quattordici anni e le sue esperienze in mare si erano sempre limitate a un giorno o due lontano da casa. Questa volta la battuta di pesca era destinata a durare almeno due settimane.

Untar viveva di pesca e durante il corso degli anni si era fatto una reputazione eccellente.

Era solito pescare lungo le coste del villaggio come tutti i pescatori, ma quando arrivava la primavera, si avventurava in mare per parecchi giorni, esplorava acque lontane, e nella maggior parte dei casi tornava con le stive stracolme di pescato.

Queste piccole avventure lo distinguevano dagli altri parchè le profonde acque che frequentavano in questi periodi, erano ricche di pesci molto più grossi e gustosi di quelli presenti lungo la costa.

Al suo ritorno era sempre accolto da una grande folla che faceva la fila per comprare il pesce di Untar.

 Questa volta avrebbe portato con sé anche il figlio primogenito, Harold.

 Ormai era cresciuto abbastanza da essere utile anche in mare aperto, era abbastanza forte da tirare le reti più’ pesanti e lottare, canna in mano, con i pesci più tenaci.

Al tramonto i preparativi per la partenza erano ultimati. Padre e figlio tornarono a casa per cenare con la famiglia.

Ad attenderli la moglie di Untar: Anita e la figlia Tania.

 – Ecco i miei pescatori! Forza; tutti a tavola, questa è l’ultima cena decente che vi godrete da qui a qualche settimana. Disse Anita con tono sarcastico, ma con un filo di malinconia che tutti nella stanza percepirono, sapeva bene che il mare e gli dei erano sempre stati generosi con suo marito, ma sapeva anche che i pericoli e le insidie delle tempeste in quella stagione non erano da sottovalutare, l’idea che per la prima volta anche suo figlio sarebbe salpato con lui la rendeva nervosa.

Tania salì in piedi sul tavolo e saltò in braccio al padre che barcollò e per poco non finì gambe all’aria.

 – Padre, quando potrò venire per mare con te come Harold?

 – Ancora qualche anno, piccola. Rispose Untar rimandando così di qualche tempo la discussione che avrebbe dovuto sostenere con la figlia, riguardo al fatto che la vita del pescatore in mare aperto non si addiceva a una donna. E comunque ci avrebbe pensato sua moglie, durante la sua assenza, a istruire la sua secondogenita su quelle che sarebbero state le sue mansioni nella vita al villaggio.

La cena era ovviamente la capra sacrificata agli dei il giorno precedente e si consumò in religioso silenzio. I pescatori sono sempre stati smodatamente superstiziosi e qualsiasi commento, affermazione o domanda fuori luogo avrebbe potuto compromettere l’intera battuta di pesca, e loro lo sapevano bene. L’unico rumore che animava la stanza, oltre a quello delle posate che scavavano nei piatti era l’incessante sbiascicare di Antimo che rosicchiava un grosso osso.

A un certo punto il fragore di un tuono ruppe il silenzio. E una pioggia scrosciante cominciò a tamburellare il soffitto.

 – Dannazione! Questa non ci voleva.

 – Fai silenzio Harold! Lo zittì suo padre.

 – Ma se il sangue della capra viene lavato via....n

 – Ti ho detto di tacere figlio!! Non offendere gli dei, se loro hanno deciso così, vuol dire che partiremo con la pioggia.

Tutti si alzarono dalla tavola, mentre Anita si prestava a sparecchiare, Untar e i suoi due figli si sedettero su un grosso tappeto di pelle di orso davanti al focolare.

Antimo girava intorno ad Anita che lavava i piatti con la speranza di ricevere qualche avanzo.

Era un cane dalle dimensioni enormi, pesava almeno sessanta chili e mangiava quanto una persona.

Tutti al villaggio lo temevano e nessuno si permetteva di entrare nella proprietà di Untar per paura di incontrarlo.

Tania abbracciava suo padre come se fosse l’ultima volta che lo vedeva, l’anno precedente era ancora più piccola ma rammentava bene quanto gli fosse mancato.

Lo sguardo di Harold era assente, la sua immaginazione lo stava portando altrove. Come sarebbero state quelle settimane su di una barca insieme con il padre? Mangiare, dormire e lavorare al suo fianco, non era mai stato così a lungo in sua compagnia.

Ogni anno all’arrivo della primavera lo vedeva partire e desiderava immensamente salire a bordo con lui.

Quel momento era arrivato, e finalmente avrebbe potuto dimostrare a lui e a tutto il villaggio che era diventato abbastanza uomo da sostenere un viaggio così impegnativo.

La cosa che più lo incuriosiva erano i luoghi che avrebbe visitato, nessuno ad Armonvill pescava così al largo dalla costa, molti anziani sostenevano che i luoghi in cui si recava Untar erano pericolosi e ostili. Il mare e gli dei non andavano sfidati in quel modo!

Secondo alcuni il pesce della baia era più che sufficiente per un umile villaggio come Armonvill.

Untar si allontanava ogni anno di più, ma tornava ogni volta con pesci più grossi e particolari. Alcuni avevano lische così grandi e resistenti da poterle usare come manici per i coltelli, altri avevano squame dai colori così diversi e brillanti che si usavano nella composizione di collane e bracciali.

Untar era pensieroso, ma non abbastanza da negare alla piccola Tania un po’ di coccole.

Anita finì di pulire le stoviglie e si unì a loro sul tappeto. Si sedette accanto al figlio e gli passò una mano fra i capelli, fissandolo dolcemente.

Anche Antimo li raggiunse e si accoccolò davanti al fuoco, riunendo la famiglia al completo.

La pioggia non sembrava cessare, ma nemmeno aumentare d’intensità. L’umore di Untar non era dei migliori, ma non lo dava a vedere, aveva sperato che gli dei lo lasciassero partire con il sereno. In passato se la pioggia cadeva alla vigilia della sua partenza, lo prendeva come cattivo presagio e rimandava il viaggio di un giorno o due, ma questa volta, non aveva nessuna intenzione di rimandare.

Aveva preparato ogni cosa in modo perfetto e non voleva tornare sulle sue decisioni.

Qualcuno bussò insistentemente alla porta.

Antimo raddrizzò le orecchie, fece qualche passo, poi si fermò con la testa alta, il petto in fuori e le gambe posteriori tese in avanti.

 – Sono Uncas! È permesso?

 – Vieni avanti cognato, sei il benvenuto.

L’atteggiamento di Antimo si addolcì, e dopo essersi fatto accarezzare l’enorme testa dallo zio Uncas, tornò ad acciambellarsi vicino ai ragazzi.

Era un uomo molto alto, dalla corporatura imponente, ma dal carattere docile e scherzoso. Aveva i capelli lunghissimi, neri come il piumaggio di un corvo e teneva spesso tra i denti un bastoncino di liquirizia, che a suo dire era il segreto del suo perenne buon umore.

Untar fece cenno al suo ospite di sedersi.

 – No grazie, sono solo di passaggio. Mi dispiace che dobbiate rimandare la partenza! Erano anni che non capitava.

Lo sguardo di moglie e figli si posò su di Untar…

 – E non capiterà nemmeno quest’anno, caro cognato. Rispose il capofamiglia in modo stranamente pacato.

Uncas lo guardò in modo molto sorpreso, poi, conoscendo il carattere deciso e irremovibile del marito di sua sorella, prestando attenzione a misurare le parole rispose:

 – Ne deduco che la partenza non è rimandata. Bene, non cercherò di persuaderti, non servirebbe a nulla! La nave è pronta?

 – Sì, è tutto a bordo, partiremo prima che sorga il sole.

 – Bene! Esclamò Uncas con grande entusiasmo. – Sarò sul molo ad aspettarvi, voglio essere lì a vedere mio nipote che parte per la sua prima avventura. Pensi di farcela Guerriero? (Questo il soprannome che lo zio aveva dato a Harold dal giorno in cui aveva steso un ragazzino prepotente, che si prendeva gioco di lui, con un colpo di bastone dritto al volto durante la festa del villaggio dell’autunno precedente).

 – Tu non sei un pescatore. Gli disse lo zio in quell’occasione. – Sei un guerriero!!

 – Certo che ce la faccio, vedrai quanti pesc….

 Untar fulminò letteralmente suo figlio con lo sguardo prima che potesse finire la frase.

Harold si accorse di quello che stava per dire e portò una mano alla bocca come per chiuderla.

 – Scusa padre.

Affermare in anticipo la buona riuscita di una giornata di pesca è per i pescatori presagio di cattiva sorte, e Untar era più preoccupato dal fato avverso che dall’ira degli dei.

 – Bevi una tazza di tisana con noi fratello? Intervenne Anita per cambiare argomento.

 – No, ti ringrazio ma devo tornare alla svelta dalla mia Anna. Le avevo detto che passavo dalla taverna a bere un boccale di birra, poi sono diventati una decina, è davvero molto tardi.

Uncas salutò affettuosamente i ragazzi e tolse il disturbo.

Nel frattempo Tania si era addormentata teneramente sulle gambe del padre, che la mise in spalla e la portò nel suo letto.

 – Anche tu dovresti andare a dormire, domattina partirete prima dell’alba! Bisbigliò Anita a suo figlio.

 – Resto alzato ancora un po’, non sono per niente stanco.

 – Domattina lo sarai, ragazzo! Lo zittì il padre di ritorno dalla camera da letto.

Harold non insistette, si rimise le scarpe, diede un bacio alla madre e andò a dormire.

Il ticchettio della pioggia e lo scoppiettare del fuoco erano gli unici rumori che si udivano.

Untar mise le braccia al collo della sua donna:

 – Eccoci qui, io e la mia signora. Lo sai che domani prenderò nostro figlio e lo porterò via per qualche tempo?

 – Lo so.

 – Non stare in pensiero, te lo riporto tutto intero.

 – Lo so.

Capitolo 2

LA PARTENZA

Harold non aveva praticamente chiuso occhio e quando suo padre andò a svegliarlo lo trovò in piedi, lavato e vestito con un grosso sacco in spalla colmo di abiti puliti.

 – E’ ora ragazzo. Vieni!

Il tavolo della cucina era apparecchiato per la colazione e sua madre stava togliendo dal fuoco un crogiuolo di latte bollente; lo versò in due ciotole in cui Harold e Untar aggiunsero alcuni pezzetti di pane secco.

 – Sei pronto Harold? Gli chiese la madre.

 – Sì, non vedo l’ora di partire.

 – Dobbiamo sbrigarci tuo zio starà sicuramente aspettandoci. Intervenne Untar.

I due si misero in spalla i sacchi e salutarono affettuosamente Anita che a stento trattenne le lacrime.

(Sapeva bene che una donna doveva mostrasi forte in quei momenti, dopotutto, sarebbero stati via solo qualche settimana).

Antimo trotterellava nervosamente intorno al tavolo, aveva percepito nell’aria la malinconia di quell’istante. Untar s’inginocchiò e gli accarezzò il dorso, si avvicinò ancora e gli sussurrò qualcosa nelle lunghe orecchie, il mastino era immobile, sembrava capire ogni parola.

La piccola Tania, invece, era ancora a dormire e nessuno si sentì di svegliarla, ci avrebbe pensato sua madre a salutargliela quando si sarebbe svegliata da lì a qualche ora.

Aveva appena smesso di piovere, ma dal sinistro rumoreggiare del cielo sembrava che dovesse riprendere da un momento all’altro.

Il porto era deserto, gli altri pescatori sarebbero salpati più tardi, tempo permettendo.

Gli unici rumori erano quelli delle onde che s’infrangevano sugli scafi delle navi e lo scricchiolio delle barche più vecchie, mosse dal vento.

Uncas era seduto sul bordo del pontile, con le gambe penzoloni e un bastoncino di liquirizia tra i denti.

Sembrava contemplare in silenzio il rumore delle onde nel buio della notte, infatti non si accorse nemmeno che alle sue spalle si erano fermati Harold e Untar:

 – Ciao zio!

Per poco Uncas non cadde in acqua dallo spavento.

 – Maledizione! Volete farmi prendere un colpo per caso?

 – Da quanto tempo sei qui cognato?

 – Da un paio d’ore, non riuscivo a dormire.

Harold stava ancora ridendo per lo spavento di suo zio, il bastoncino di liquirizia era finito in mare e galleggiava a pochi metri da lì.

Lo zio Uncas era bagnato fradicio, probabilmente la pioggia era cessata da poco; e lui l’aveva presa tutta.

 – E’ tutto pronto? Guerriero sei sicuro di non fartela sotto?

Harold guardò torvo suo zio e gli lanciò addosso il sacco di vestiti che Uncas prese al volo, anche se in modo piuttosto goffo.

 – Sei sicuro di farcela qui ad Armonvill senza di noi per qualche tempo? Rispose Harold.

 – Tutta Armonvill starà benissimo con voi due fuori dai piedi per qualche tempo.

Dopo lo scambio di battute i due si abbracciarono, e Uncas lanciò il sacco di Harold sulla barca, poi prese quello di Untar e fece altrettanto.

 – Tieni guerriero! Disse lo zio allungando un rametto di liquirizia al nipote.

 – Grazie! Harold lo mise nel taschino della camicia.

Mentre Il ragazzo percorreva la passerella per salire a bordo suo padre andava a sciogliere la cima che faceva da ormeggio.

 – Ascolta Uncas, ho già fatto tutte le raccomandazioni necessarie ad Antimo, ma se ogni tanto passassi da casa nostra ad appurarti che tutto vada bene te ne sarei grato. Scherzava Untar.

 – Malgrado tu sia più affezionato al tu orrendo cane che a me, caro cognato, io veglierò sulla tua famiglia durante la vostra assenza.

Il tono sarcastico di Uncas metteva tutti di buon umore, sarebbe stato un ottimo compagno di viaggio, un uomo che sa fare la battuta giusta al momento giusto.

Uncas non era un pescatore, ma un fabbro, il migliore del villaggio, il martello e l’incudine erano i suoi strumenti di lavoro, i suoi muscoli scolpiti lo testimoniavano. In qualche rara occasione aveva accompagnato Untar per mare, in brevi battute di pesca di un giorno o due, non si era dimostrato irresistibile con un esile canna da pesca in mano, ma per quanto riguardava i lavori di fatica come tirare su le pesanti reti colme di pesce, era efficientissimo.

Harold portò sotto coperta i grossi sacchi di abiti di cui lui e suo padre si sarebbero serviti durante il lungo viaggio, poi si sfilò le scarpe e si arrampicò sull’albero più alto per srotolare la vela maestra.

Dall’alto dell’albero notò che la pioggia caduta durante la notte aveva completamente lavato via il sangue della capra che fino alla sera prima stagnava sul ponte attirando ogni sorta d’insetto e in teoria anche la grazia e la generosità degli dei del cielo e del mare. Decise comunque di non parlarne al padre, per non innervosirlo.

Untar e Uncas si scambiavano un abbraccio e le ultime battute scherzose sul pontile, poi Untar salì a bordo e dopo aver fatto scorrere all’interno, la passerella prese un remo e lo puntò con forza al bordo del porticciolo per far allontanare la barca di qualche metro.

Non appena Harold legò le funi che fissarono la parte inferiore della vela un fioco soffio di vento gonfiò la sua tela quel tanto che bastò per far sobbalzare l’imbarcazione e allontanarla dalla nicchia in cui era ormeggiata.

Uncas si sbracciava dalla sponda salutandoli, poi si voltò e s’incamminò verso il villaggio, era quasi l’alba e la sua forgia lo attendeva.

Harold era emozionatissimo, ma si muoveva sul ponte come un marinaio esperto, l’immediato soffiare del vento nella giusta direzione gli aveva evitato la fatica di remare fino al largo e questo era un ottimo inizio.

Suo padre gli dava disposizioni dal timone come un capitano alla sua ciurma e questo lo riempiva di orgoglio.

Ormai erano abbastanza al largo per poter spiegare anche l’altra vela, leggermente più piccola della prima, gli avrebbe consentito un’andatura più spedita, sarebbero usciti dalla baia prima del sorgere del sole,come previsto.

Il mare aperto e il dondolio dell’imbarcazione dava a Harold un senso di libertà che al villaggio non riusciva a provare, la navigazione era una dote che suo padre gli aveva trasmesso fin da neonato. Ce l’aveva nel sangue.

Anche se la loro uscita si sarebbe limitata a una battuta di pesca, l’immaginazione lo portava a fantasticare su avventure colme di pericoli, combattimenti, arrembaggi, tesori nascosti e tante altre scorrerie presenti nelle lunghe storie che, gli anziani di Armonvill, narravano nelle sere d’estate, stuzzicando la fantasia dei ragazzi della sua età.

La barca di Untar era più di una semplice imbarcazione da pesca, si poteva definire una piccola nave.

Misurava venti metri di lunghezza, aveva due alberi muniti di vele, una capiente stiva e una capacità di carico più vicina alle navi da commercio che da pesca. Tuttavia Untar era in grado, vento permettendo, di governarla benissimo anche da solo.

L’aveva costruita lui stesso ad Armonvill, parecchi anni prima, con l’aiuto di Uncas, e altri amici del villaggio.

Ci volle un anno intero per ultimarla. Interamente costruita con alberi di faggio, era in assoluto la barca più maestosa di tutta Armonvill.

 Il giorno in cui fu messa in acqua l’intero villaggio festeggiò insieme alla famiglia di Untar.

 Sotto coperta, il cuore della nave, intagliata nella trave portante dello scafo l’effige di Njord, dio che comandava i venti e le piogge.

Ogni imbarcazione aveva un dio protettore, una guida da appagare con sacrifici, rune incise ovunque e riti sacri prima di ogni impresa di qualsiasi genere: dal commercio alla pesca alla guerra.

Le vele erano state cucite da Anita: moglie di Untar e sua cognata Anna. Chiodi, uncini, ancore e tutte le finiture metalliche provenivano dalla fucina di Uncas.

Sulle vele e sullo scafo era dipinto il simbolo di Untar, la testa di un orso.

Ogni famiglia aveva un simbolo, che in genere rappresentava la professione del capofamiglia, il simbolo di Uncas rappresentava due martelli da fabbro incrociati, quello di Hincoor; allevatore e macellaio era un capretto, quello di Roland: cacciatore da generazioni era una lancia che trafiggeva un cervo e così via.

Nessuno si spiegava per quale motivo Untar avesse scelto un orso per rappresentarlo, dato che tutti i pescatori avevano come simbolo un pesce, una fiocina, una barca e figure simili, lui aveva sempre evitato discussioni affermando semplicemente che gli orsi grigi erano ottimi pescatori.

Harold era al fianco del padre che governava la nave, lo osservava con immensa stima e sperava grandemente in un gesto di fiducia che gli desse l’opportunità di prendere in mano il timone e gestire la rotta.

Il sole si stava alzando all’orizzonte, il cielo era stranamente sereno e la baia di Armonvill era ormai indistinguibile alle loro spalle.

Il vento li trascinava velocemente e una leggera brezza sferzava il viso di Harold che assaporava l’odore della salsedine.

 – Vado a mettermi addosso qualcosa, comincio ad avere freddo. Prendi il timone ragazzo!

Capitolo 3

VENTO DA NORD

Era mezzodì e Untar aveva fame.

 – Che ne dici se mettiamo qualcosa sotto i denti?

 – Si padre, ho fame anch’io, vado sottocoperta.

Dopo qualche minuto Harold risalì con un fagotto in mano. Del pane, della carne essiccata, un paio di mele e un fiasco d’acqua.

Approfittarono del pranzo per sedersi qualche minuto, dopotutto erano in piedi dalla notte precedente, Untar fece i suoi complimenti al figlio: se la stava cavando bene, era un ottimo marinaio.

Harold sapeva bene che doveva dimostrare di essere un bravo pescatore almeno quanto un esperto marinaio.

 – Nel pomeriggio butteremo le reti?

 – No, prima di domani niente reti, se vuoi puoi pescare con la canna, voglio approfittare del vento per arrivare più lontano possibile

 – Che rotta pensi di prendere? Quella che hai preso nel tuo ultimo viaggiò?

 – No Harold, andremo a sud, verso le terre calde, da quelle parti il pesce si sposta in branchi molto più grandi, le nostre reti sono abbastanza capienti da riempite la stiva in tre giorni di pesca, se gli Dei ci assistono…

Harold sperava che il suo primo viaggio durasse molto di più, e si mostrò piuttosto imbronciato.

 – Credevo di navigare per settimane intere, invece con tre giorni di buona pesca saremo già di ritorno.

 – Non ho detto che torneremo fra tre giorni, ho detto che basteranno tre o quattro giorni di lavoro per riempire la stiva, nelle acque calde, ma prima bisogna arrivarci. Hai idea di dove siano?

Harold aveva già cambiato umore, non vedeva l’ora di gettare le reti e tirare a bordo quintali di pesce nostrano, magari anche qualche piccolo mostro marino, di cui gli aveva parlato lo zio Uncas, una volta.

Dei grossi pesci dal muso allungato erano affiorati a pochi metri dallo scafo, Harold non credeva ai propri occhi, non avevano nessuna paura della barca, anzi, sembravano seguirli.

Il giovane corse a prendere una lunga fiocina e proprio mentre stava scagliandola al dorso di uno di quegli enormi pesci, Untar gli afferrò il braccio.

 – Devi avere pazienza, figlio mio, non tutti i pesci vanno uccisi.

 – Ma padre! Sono giganteschi, nessuno al villaggio ha mai portato trofei simili…

Untar Tolse la fiocina dalla mano del Ragazzo e la rimise al suo posto.

 – Guardali bene Harold. Guardali con attenzione!

Il giovane scrutò quelle creature. Sembravano quasi intelligenti, nuotavano a fior d’acqua lungo il fianco della nave come se volessero scortarli nel loro viaggio.

 – Te la senti ancora di ucciderli?

 – Direi di no.

Harold chiese spiegazioni a suo padre che lo informò sulla natura di quei pesci, gli disse che erano creature semidivine, che la loro compagnia durante la navigazione era considerata dai marinai come segno di buona sorte, chiunque li uccidesse era sicuramente punito dagli dei. Il loro nome era Delfini.

L’incontro con i Delfini aveva molto emozionato Harold: se l’oceano era abitato da creature così grandi e simpatiche sicuramente ci vivevano anche esseri feroci, spietati, pesci che si potevano catturare e uccidere, magari in seguito a stremanti battaglie.

 – Se un delfino resta intrappolato in una rete come ci comportiamo?

 – Sono creature estremamente intelligenti, figlio mio, raramente si fanno catturare. Se dovesse succedere saremo costretti a tagliare la rete.

 – Esistono pesci più grandi?

Untar rise sonoramente.

 – Ci sono creature nel mare grandi due volte questa barca, ragazzo.

 – Non ci credo, tu le hai mai viste?

 – Le ho viste spesso, probabilmente prima del nostro ritorno le incontreremo, si chiamano balene.

Harold non sapeva se suo padre gli parlava sinceramente o se lo prendesse in giro.

Il tramonto era vicino e il primo giorno di navigazione era passato senza nessun imprevisto, Untar era di buon umore, il che era già un evento eccezionale.

 – Ammainiamo le vele Harold! Ci fermiamo per la notte.

 – Sì, vado!

 – Domattina prima dell’alba ripartiremo e se il vento ci assisterà, per sera,butteremo le reti.

Harold arrotolò le vele, Untar gettò in mare due pesanti ancore per impedire spostamenti della barca durante la nottata.

Padre e figlio andarono sotto coperta e consumarono un pasto sostanzioso, poi si misero sotto le coperte.

 – Domani ci divertiremo Harold!

 – Non vedo L’ora.

La mattina seguente la piccola nave di Untar oscillava con insistenza. Il vento soffiava con grande forza, facendola sembrare una belva in catene che voleva sbarazzarsi delle ancore.

 Harold sobbalzò quando fu svegliato dal rumore dei barili di sale che rotolavano intorno a lui.

 – Svelto ragazzo! Spieghiamo le vele, Il vento e’ generoso oggi.

 – Vai alle ancore, alle vele ci penso io.

Harold si arrampicò sull’albero maestro con la rapidità di una scimmia spaventata, i piedi nudi facevano presa sul legno scivoloso, sciolta la cima si calò giù con altrettanta sveltezza, non appena fu sul ponte suo padre, che nel frattempo aveva riportato a bordo con fatica le pesantissime ancore, lo aiutò a fermare le vele e legarle in sicurezza.

La barca s’impennò, e la velocità di marcia aumentava sempre di più, il vento sembrava spingerli di proposito nella direzione a loro più consona.

 – Untar si arrampicò sull’ altro albero, issandosi usando solo la forza delle braccia, non meno agile del figlio quattordicenne.

Spiegata anche la seconda vela la velocità di crociera aumentò notevolmente. Lo stesso Untar affermo di non essere mai andato così veloce con quella navetta.

 – Sembra che gli Dei siano dalla nostra, figliuolo.

 – Pensi che oggi si possano buttare le reti?

 – Certo che sì, nel primo pomeriggio saremo abbastanza vicini alle acque che avevo in mente. Solo pensavo di metterci almeno il doppio del tempo per arrivarci.

All’orizzonte, sulla loro destra, Harold avvistò la terra, emozionatissimo strattonò il padre per attirare la sua attenzione.

 – Guarda! Guarda! Guarda!

 – Sì ragazzo, lo so, e’ la Britannia!

 – Ci sei mai stato?

 – No, ma ci sono passato davanti parecchie volte. E’ un’ isola affascinante.

 – Un’isola? Come fai a sapere che è un’ isola?

 – A volte ho navigato da questo lato e altre l’ho costeggiata dall’altro.

 – Al nostro ritorno potremmo fermarci, per qualche giorno.

 – Non credo, Harold, non questa volta.

 – Gli abitanti della Britannia potrebbero essere interessati a commerciare con Armonvill, possiamo fermarci qui e conoscere qualche mercante, magari di stoffe, o di qualcos’altro!

 – Ascoltami figlio, tu sei cresciuto in un piccolo villaggio del nord, le nostre fredde terre sono abitate da piccole comunità che commerciano fra loro, in pace e armonia. In poche occasioni ci sono stati scontri o battaglie, tu non eri ancora nato. Non tutti i popoli sono così, alcune terre sono alquanto inospitali. Molte comunità sono aggressive, crudeli, bramose di ricchezze e di fama. Ci sono uomini che ucciderebbero un altro uomo solo perché questo li rende orgogliosi. Non possiamo sapere se gli abitanti di quell’isola o di qualsiasi terra che visiteremo durante le nostre battute di pesca, sono pacifiche oppure ostili, noi proseguiremo la nostra rotta, e torneremo ad Armonvill col nostro pescato, nient’altro.

Harold non si sentì di ribattere, lasciò il padre al timone e tornò sottocoperta a rimettere in piedi i barili di sale che rotolavano a ogni onda.

Nel primo pomeriggio Untar ammainò le vele e gettò un’ancora.

Harold capì che era il momento, corse ad aiutare il padre che si accingeva a srotolare le reti sul ponte, insieme sciolsero alcuni nodi che si erano formati tra le maglie.

Sollevarono una grossa rete e la appoggiarono sulla sponda dell’imbarcazione, poi la lasciarono scivolare in mare e la fissarono con una grossa cima a un uncino che stava a poppa.

Fecero altrettanto con l’altra rete ma questa volta la gettarono dalla prua della nave. Dopo aver assicurato ogni corda non restava che attendere, per ore.

Untar si mise a sedere e cominciò a intagliare un pezzo di legno; era una sua grande passione, riusciva a creare piccole opere d’arte con un piccolo coltello e un po’ di fantasia. La sua casa ad Armonvill ne era piena. D’altra parte un pescatore doveva ammazzare il tempo durante le ore d’attesa.

Harold addentò una mela e fissando la vicina Britannia, cercava di immaginarsi gli uomini che la abitavano. Pensava a quanto gli aveva detto Untar, non aveva mai creduto che il suo stimatissimo padre fosse intimorito da altri popoli. Se tutti avessero paura di socializzare con altre comunità non esisterebbero gli scambi, il commercio, non sarebbero tramandate le leggende, narrate dagli anziani e le gesta dei grandi condottieri.

Il tempo sembrava essersi fermato; le ore non passavano e Harold era impaziente di vedere quanto pesce era rimasto intrappolato nelle reti.

Quando verso sera Untar lo chiamò a prua corse da lui pieno di entusiasmo. Le funi che reggevano le reti tremavano come se fossero animate di vita propria, il pesce che si muoveva in tutte le direzioni al loro interno faceva sobbalzare la barca.

Padre e figlio cominciarono a tirare le funi. Ci vollero ore di duro lavoro, quando a sera riuscirono finalmente vuotare le reti sul ponte, lo sguardo di Harold sembrava quello di un bambino che riceve il regalo più sperato.

Stanco morto e con il viso madido di sudore s’inginocchiò e cominciò a cercare, tra le centinaia di pesci che si dibattevano sul pavimento, qualche specie strana, particolare, diversa da quelle che conosceva, accarezzandoli, rigirandoseli fra le mani, quasi come fossero pietre preziose.

Untar lo guardava incuriosito.

 – Figlio mio, non sono diamanti, sono pesci

 – Si lo so, il fatto e’ che non ne ho mai visti così tanti insieme…

 – Credo che domani non sarai così entusiasta,quando vedrai le reti piene…

 – Perche Padre? Io pescherei tutti i giorni,per tutta la vita!

 – Perché adesso dobbiamo pulirli tutti,uno a uno e metterli sotto sale.

L’umore del Giovane non cambiò, mentre suo padre ripiegava le reti e lavava il ponte con secchiate d’acqua, lui portava sotto coperta catini colmi di pesci di tutte le forme e dimensioni.

Passarono gran parte della notte a mettere il pescato sotto sale, in grosse casse appositamente impilate. In seguito, dopo essersi dati una pulita, e aver lavato via le frattaglie del pesce, consumarono una cena a base di carne essiccata, pane e formaggio, questa volta con un fiasco di sidro, che a detta di Untar si erano meritati sino in fondo.

Andarono a dormire entrambi stremati, ma pienamente soddisfatti, la giornata seguente sarebbe stata altrettanto intensa e faticosa.

 – Oggi hai fatto un ottimo lavoro ragazzo…

 – Abbiamo fatto!

Harold si lasciava cullare da dondolio della barca, e osservando le strane ombre proiettate sulle pareti dalla labile fiamma della candela e cadde in un sonno profondo.

Capitolo 4

NOTTE DI SANGUE

Untar non riusciva a prendere sonno, nonostante la stanchezza accumulata durante la giornata, decise di salire in coperta a prendere una boccata d’aria; il clima di quei luoghi era più mite di quello di casa sua.

Stava fissando l’oscurità dell’oceano, pensava a suo figlio, era bramoso di conoscenza, proprio com’era lui alla sua età.

C’era un odore di marcio nell’aria, come di cadavere in putrefazione. Un improvviso scricchiolio alle sue spalle lo fece sobbalzare. Untar conosceva a menadito i rumori e i suoni che emetteva la sua barca, e non era uno di quelli.

Non erano più soli in quelle acque.

Si voltò lentamente. Una nave grande il doppio della sua sostava a pochi metri da loro.

Come potevano essersi avvicinati così tanto senza che lui se ne accorgesse?!

Scrutando l’imponente imbarcazione attraverso la nebbia notò che era gravemente danneggiata, l’albero maestro era spezzato, lo scafo presentava uno squarcio sul lato sinistro, dal quale la nave imbarcava sicuramente una grossa quantità d’acqua, ma la cosa che lo fece rabbrividire era l’odore nauseante di sangue stantio che emanava.

Il banco di nebbia che li separava si fece più tenue e Untar vide distintamente cinque uomini che lo fissavano appoggiati alla sponda della nave.

Il suo pensiero andò immediatamente a Harold. Corse sottocoperta saltando via gli scalini atterrando con un tonfo sordo.

Il rumore fece svegliare di colpo il giovane che chiese subito cosa fosse successo.

Untar non gli rispose, fece cadere una pigna di casse dove era stato ordinato il pescato del giorno precedente, estrasse un baule impolverato e lo aprì.

Harold rimase spaventato dai modi del padre ma non chiese spiegazioni.

Untar si mise alla vita un cinturone di cuoio dal quale pendeva una corta spada dall’elsa argentata; che suo figlio non aveva mai visto, infilò una piccola ascia nella cintola dei pantaloni, si mise gli stivali e v’inguainò una grossa daga.

Harold guardava Untar senza capire ciò che vedeva.

 – Vestiti Harold!

 – Cosa ti è successo padre? Da quanto tempo possiedi quelle armi?

 – Non fare domande, non è il momento. Vestiti, prendi questa, e non salire in coperta per nessun motivo!

Dopo aver messo una fiocina in mano al suo ragazzo, Untar risalì le scale.

Harold si vestì in fretta e furia, afferrò la lunga fiocina e si appollaiò in un angolo dell’alloggio.

Quando Untar riemerse sul ponte si trovò di fronte quattro uomini.

 – Cosa volete da me? Non trasporto niente di valore, le mie stive sono vuote, a parte qualche centinaio di pesci sotto sale!

 – Quanti siete a bordo? Gli chiese il più anziano dei quattro; un uomo dalla corporatura esile ma dall’ altissima statura.

 – Sono solo! Scendete subito dalla mia barca!

 – Altrimenti ci uccidi tutti? Rispose in modo strafottente un altro uomo.

Il suo volto era quasi completamente sfigurato, una enorme cicatrice gli attraversava il viso partendo dalla testa calva e terminando sotto all’occhio destro, sulla guancia sinistra una ferita fresca gli faceva colare il sangue sul petto nudo.

 – Altrimenti vi uccido tutti!

Untar era calmissimo, la testa alta, il petto in fuori e le braccia lungo i fianchi.

Un sorriso crudele si aprì sul viso dello sfregiato che in un batter d’occhio sguainò uno spadone ricurvo e mentre muoveva il primo passo verso di lui l’uomo al suo fianco lo afferrò per il polso.

 – Non muoverti!

 – Lasciami fare Marcus, è solo un pescatore. Questa barca ci serve.

 – Ti ho detto di stare calmo, non è un pescatore.

Il tono dell’uomo nascondeva un briciolo di imbarazzo e di paura, fissava Untar dritto negli occhi con un’espressione sbigottita. Sembrava conoscerlo da anni. Sembrava temerlo.

Untar lo scrutò a sua volta, era possente, alto quanto l’ anziano e i suoi lunghi capelli erano raccolti in una folta treccia, gli mancava una gamba; al suo posto un grosso fusto di legno.

Il quarto uomo taceva, sembrava stremato, il suo volto era pallido come la luna, i suoi vestiti fradici di sangue, probabilmente era ferito. Stava in piedi grazie alla sua spada, che usava come bastone.

C’era stata una sanguinosa battaglia, Untar non aveva dubbi, la nave di quegli uomini ne era uscita irrimediabilmente danneggiata. Volevano il suo battello per tornare in patria. Gli serviva ad ogni costo.

Il vecchio prese la parola:

 – Non sei di queste parti pescatore. Da dove vieni?

 – Neanche voi!

 – Noi abbiamo fatto molta strada, siamo stati attaccati e tutti i nostri compagni di viaggio sono morti. Il timone della nave è fuori uso e l’acqua che imbarchiamo ci affonderà la nave in pochi giorni. Il tuo battello è la nostra unica possibilità di salvezza.

Lo sfregiato fulminò il vecchio con lo sguardo.

L’anziano aveva dato a Untar un’informazione preziosa. La nave era deserta, loro erano gli unici sopravvissuti.

 – Siete saliti a bordo senza domandarmelo, questo è un abbordaggio, non una richiesta di soccorso. Le vostre sventure non mi riguardano, tornate sulla vostra nave e affondate con essa!

Le sue parole innervosirono lo sfregiato.

 – Pescatore o no ti taglierò la testa e prenderò la tua nave!

 – No! Disse Marcus.

 – Se non ti avessi visto uccidere decine di guerrieri poche ore fa, giurerei che hai paura di questo poveraccio!

Il vecchio intervenne.

 – Marcus ha ragione, conosce queste acque, e con quello che trasportiamo ci sarà più utile da vivo.

 – Taci mago!! Hai già dato troppe informazioni a questo sconosciuto, se non freni la lingua giuro su tutti gli dei che te la taglio!

Untar era pronto a battersi, come un cane che viene infastidito, uno di loro era un mago, un guaritore o qualcosa del genere, un altro si stava dissanguando e probabilmente non avrebbe passato la notte. L’uomo chiamato Marcus sembrava temerlo, anche se non ne capiva il motivo, lo sfregiato sarebbe stato il primo ad attaccare: la sua sete di sangue si percepiva da lontano.

Harold incuriosito dalle voci che sentiva sul ponte disubbidì al padre e salì gli scalini.

Spuntò dietro alle spalle di Untar armato di fiocina, il suo sguardo spaventato incrociò quello dell’uomo sfigurato.

 – Guarda guarda. Abbiamo un altro pescatore a bordo!

 – Harold torna subito nella stiva!

 – No Harold, resta con noi, renderai la discussione più interessante. Chi è tuo figlio?

 – Sì, è mio figlio.

 – Chi altri c’è a bordo di questa carretta?

 – Nessuno! Rispose Untar.

Poi si rivolse al ragazzo:

 – Resta dietro di me figlio.

Harold annuì.

L’uomo sfregiato si avvicinò a Untar, gli passò accanto fissandolo negli occhi e prese Harold per un braccio.

 – Vieni con me ragazzo, andiamo a vedere cosa c’è di interessante su questa barca da pesca.

Il mago gli ordinò di fermarsi, ma lui non gli diede ascolto.

Harold cercò di divincolarsi, ma la stretta di quel guerriero era di ferro.

Untar afferrò l’uomo per una spalla, lo voltò, e con una mossa fulminea, sguainò la spada e gliela conficcò sotto al mento. Spinse la lama fino a vederne la punta uscire dalla tasta calva del guerriero.

 – Scappa Harold!

Harold era immobile; lo sguardo terrorizzato fissava gli occhi sbarrati dell’uomo morto che gli stringeva ancora il polso, il sangue gli era schizzato sul volto ne sentiva l’odore.

 – Ho detto scappa!

Harold si rifugiò sottocoperta.

Untar mise un gomito sul volto del cadavere e facendo forza, sfilò la spada dal cranio. Un fiotto di sangue gli schizzò sul collo mentre il corpo del suo avversario cadeva esanime.

Con la mano sinistra estrasse l’ascia, che maneggiava come un guerriero esperto di mille battaglie.

Si voltò rapidamente per fronteggiare gli altri uomini; secondo i suo calcoli il prossimo sarebbe stato Marcus.

Nessuno si muoveva.

 – Chi è il prossimo? Oppure tutti insieme!!

Nelle vene di Untar scorreva adrenalina, i suoi occhi erano sanguigni, i suoi muscoli erano tesi, voleva altro sangue, voleva tornare a casa con suo figlio.

 – Fermati pescatore, non vogliamo altro sangue, Ursus era un valoroso guerriero, ma le mediazioni non erano il suo forte. “Disse il vecchio.”

 – Non c’è niente da mediare, tornate sulla vostra nave, non posso darvi la mia.

 – Non vogliamo la tua nave (intervenne Marcus) ma abbiamo bisogno del tuo aiuto, dobbiamo raggiungere la costa iberica. Da lì proseguiremo a piedi.

 – Non posso fidarmi di voi, come faccio a sapere che non mi taglierete la gola nel sonno, c’è mio figlio nella stiva… ed è terrorizzato.

 – Sei stato tu a uccidergli un uomo davanti agli occhi, nessuno te l’ha imposto. Ursus era intrattabile, ma era pur sempre un uomo di valore.

L’uomo che chiamavano mago si avvicinò alla passerella che univa le due navi e allungò un braccio.

 – Vieni Nevis, sali a bordo.

 – Cosa è successo?

 – Niente di grave, ma questo pescatore non vuole aiutarci, forse vedendo te…

Una giovane donna venne per mano al vecchio… Era di una bellezza divina, dalla carnagione talmente chiara che sembrava non aver mai visto la luce del sole. I suoi occhi erano di un verde così intenso che anche nel buio della notte brillavano come smeraldi… Sembrava una dea.

Untar abbassò la spada.

Capitolo 5

NEVIS

Lesen Sie weiter in der vollständigen Ausgabe!

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