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Deutsche und italienische Autoren und Autorinnen haben Tandems gebildet und ihre Kurzgeschichten gegenseitig in die eigene Landessprache übertragen. So unterschiedlich die Schreibstile sind, so verschieden ist auch die Art, wie die Geschichten übertragen wurden: übersetzt, frei übersetzt oder kreativ nacherzählt. Sara Mei: Fluidi / Die Fliessenden Sabine Oberpriller: Im Dickicht / Nel cuore del bosco Cesare Sinatti: Stratigrafia / Stratigraphie Thomas Empl: Klettenberg Plastic Rain / Klettenberg Plastic Rain Simone Gregorio: Le tribolazioni di un eroe / Die Leiden eines Helden Natalja Althauser: Weisse Erde / Terra Bianca Sara Bianchetti: Il Club Degli Scrittori / Der Club Der Schriftsteller Safak Saricicek: Zwei junge Pioniere im Abschlussjahr / Due giovani pionieri all'ultimo anno Gabriele Galligani: La presbiopia del desiderio e altri mali minori / Augenschmerzen Jascha Riesselmann: Der Nicht-Mann im Warenhaus / Il non uomo ai grandi magazzini Feliciana Chiaradia: Blu / Blau Charlotte Weber-Spanknebel: Bügeln / Stirare
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Seitenzahl: 481
Veröffentlichungsjahr: 2022
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Deutsche und italienische Autoren und Autorinnen haben eine Kurzgeschichte in ihrer Landessprache geschrieben. In einem deutschitalienischen Tandem haben sie dann die Kurzgeschichte des fremdsprachigen Partners in die eigene Landessprache übertragen. Die AutorInnen übertrugen die Texte auf ganz verschiedene Arten: von der semantischen Übersetzung, zur freien Übersetzung mit der Neufassung von Textteilen oder dem kreativen Nacherzählen der Texte mit eigenen Worten.
Mit dem Literaturtandem soll der intellektuelle und interkulturelle Austausch zwischen deutschen und italienischen AutorInnen gefördert werden.
Der Sammelband ist das Ergebnis eines gemeinsamen Projektes der Heimann-Stiftung, des Italienisches Kulturinstitut Stuttgart und der Buchhandlung Eulenspiegel in Wiesloch.
Autrici e autori tedeschi ed italiani hanno scritto un racconto breve nella propria lingua nazionale. Nell’ambito di un tandem tedesco/italiano, hanno poi trasposto il racconto del partner di lingua straniera nella propria lingua nazionale. Gli autori hanno trasposto i testi in modi molto diversi: dalla traduzione semantica alla traduzione libera con la nuova versione di parti del testo, oppure tramite la rinarrazione creativa dei testi con parole proprie.
L’obiettivo del tandem è quello di promuovere scambi intellettuali e interculturali tra autori italiani e tedeschi.
L'antologia è il risultato di un progetto congiunto della Fondazione Heimann, dell'Istituto Italiano di Cultura Stoccarda e della libreria Eulenspiegel di Wiesloch.
FLUIDI. Sara Mei
DIE FLIESSENDEN Sara Mei Aus dem Italienischen von Sabine Oberpriller
KOMMENTAR von Sabine Oberpriller
IM DICKICHT Sabine Oberpriller
NEL CUORE DEL BOSCO Sabine Oberpriller Traduzione di Sara Mei
COMMENTO di Sara Mei
KLETTENBERG PLASTIC RAIN Thomas Empl
KLETTENBERG PLASTIC RAIN Thomas Empl Traduzione di Cesare Sinatti
COMMENTO di Cesare Sinatti
STRATIGRAFIA Cesare Sinatti
STRATIGRAPHIE Cesare Sinatti Aus dem Italienischen von Thomas Empl
KOMMENTAR von Thomas Empl
WEISSE ERDE Natalja Althauser
TERRA BIANCA Natalja Althauser Traduzione di Simone Gregorio
COMMENTO di Simone Gregorio
LE TRIBOLAZIONI DI UN EROE Simone Gregorio
DIE LEIDEN EINES HELDEN Simone Gregorio Aus dem Italienischen von Natalja Althauser
KOMMENTAR von Natalja Althauser
ZWEI JUNGE PIONIERE IM ABSCHLUSSJAHR Şafak Sarıçiçek
DUE GIOVANI PIONIERI ALL’ULTIMO ANNO Şafak Sarıçiçek Traduzione in modo creativo di Sara Bianchetti
COMMENTO di Sara Bianchetti
IL CLUB DEGLI SCRITTORI Sara Bianchetti
DER CLUB DER SCHRIFTSTELLER Sara Bianchetti Aus dem Italienischen von Şafak Sarıçiçek
KOMMENTAR von Şafak Sarıçiçek
DER NICHT-MANN IM WARENHAUS Jascha Riesselmann
IL NON-UOMO AI GRANDI MAGAZZINI Jascha Riesselmann Traduzione di Gabriele Galligani
COMMENTO di Gabriele Galligani
LA PRESBIOPIA DEL DESIDERIO E ALTRI MALI MINORI Gabriele Galligani
AUGENSCHMERZEN Gabriele Galligani Aus dem Italienischen frei übersetzt von Jascha Riesselmann
KOMMENTAR von Jascha Riesselmann
BÜGELN Charlotte Weber-Spanknebel
STIRARE Charlotte Weber-Spanknebel Traduzione di Feliciana Chiaradia
COMMENTO di Feliciana Chiaradia
BLU Feliciana Chiaradia
BLAU Feliciana Chiaradia Aus dem Italienischen von Charlotte Weber-Spanknebel
KOMMENTAR von Charlotte Weber-Spanknebel
AUTORINNEN UND AUTOREN
AUTRICI E AUTORI
DIE HEIMANN-STIFTUNG
LA FONDAZIONE HEIMANN
Io sono un essere che pensa, che dubita, che nega, che conosce solo poche cose, che ne ignora molte, che odia, che vuole e che non vuole, che immagina, che ama e che sente.(Cartesio)
Durante l’ultima ora, nell’asilo americano, i bambini avevano il permesso di giocare liberamente in una stanza disseminata di vari oggetti. Costruzioni, peluche, sonagli, maschere, puzzle, spade, libri, cucine, frutta di plastica. Verso gennaio, quando aveva quasi tre anni, S. per una settimana intera mi venne incontro vestito da Biancaneve: mi si gettava addosso con la gonna che strusciava saltandomi al collo, gli occhi nocciola di suo padre, le sopracciglia svettanti e il taglio da marines che gli faceva un vecchio barbiere di quartiere.
Il quarto giorno mi tolse il fiato.
Non davo nessun peso ai suoi gusti, aveva una sorella di un anno più grande che abitava tutto. Nella casa c’era una camera solo per lei dove si giocava, S. era sistemato provvisoriamente nel mio vecchio studio dove aveva solo un lettino e un fasciatoio. Immaginavo che la sua affezione per le bambole, i lustrini, le ali, gli strass, facesse parte di un innamoramento fisiologico per la sorella maggiore, presumevo che con il tempo sarebbe passato: nella casa nuova dove sognavo di andare avrebbe avuto una stanza tutta per lui e inoltre mi sentivo una madre moderna, con una spolverata di contezza steineriana che delle macchinine e del soldatini se ne sbatteva: se mio figlio preferiva le bambole in quel momento della sua vita, non sarei stata certo io a imporgli il calcio balilla. Eppure osservarlo corrermi incontro ripetutamente con quell’abito di raso giallo e blu e uno strano brillìo nello sguardo, mi aveva agitato il cuore. Mi aveva spaventata, al punto di chiedere alla maestra come mai lo trovassi sempre vestito da principessa. «You know, he likes it…» Fu la risposta, secca e limpida. Allora decisi di parlarne con il terapeuta di coppia, un uomo piccolo e concluso in un’ostinata pedanteria psicanalitica, che ci riceveva il martedì sera, verso le sette di un inverno angusto, nel suo studio geometrico, impolverato di buonsenso. Ascoltava la nostra impasse sentimentale con qualcosa di annoiato: la postura, lo sguardo, i pollici che frullavano. I temi erano: poco sesso, bambini al centro del mondo, la coppia che si allontanava. Argomenti da manuale, che più che replicati venivano ascoltati in un silenzio fiaccante. Invece quando dissi che S., aveva una predilezione per i giochi femminili, che si trovava meglio con le bambine che con i bambini, che preferiva il rosa all’azzurro e sottolineai che noi lo lasciavamo fare con il cuore sgombro, Sangallo avanzò sulla sedia e afferrò i braccioli della sua poltrona da santone. Spiegò concitato che un bambino così piccolo non poteva avere un orientamento sessuale, piuttosto si identificava nell’altro sesso e se l’identificazione persisteva, il bambino avrebbe finito per desiderare di essere dell’altro sesso, avrebbe finito per sentirsi imprigionato nel suo corpo, disorientato, infelice, nato nella carcassa sbagliata. Poteva trattarsi di un comportamento adesivo nei confronti della sorella… oppure, oppure senza girarci tanto intorno di disforia di genere. Non avevo mai sentito quelle parole, ma ricordo perfettamente che il discorso mi fece gelare il sangue, suonò alle mie orecchie come l’anamnesi che anni prima aveva dato per morta mia madre, nel giro di venti giorni. Ricordo che Sangallo insistette perché vedessimo subito uno specialista per fare un quadro della situazione, parlava delle inclinazioni di S. come si trattasse di cellule, e di noi (i genitori) come parte integrante della grande rivoluzione interiore che stava cavalcando nostro figlio. Parlava veloce di cose sconosciute che suonavano come un malanno. Parlava a un uomo e una donna che si erano ostinati per un anno intero a blaterare di loro, quando a casa c’era un bambino che sognava di diventare una donna. Parlava a un padre e una madre, in una sera d’inverno che avrebbe segnato lo spartiacque delle nostre vite.
L'incongruenza di genere, o disforia di genere, precedentemente conosciuta anche come DIG (abbreviazione di disturbo dell'identità di genere, nomenclatura in disuso) è il malessere percepito da un individuo che non si riconosce nel proprio sesso fenotipico assegnatogli alla nascita.
Assegnatogli alla nascita.
Avevo pianto durante l’amniocentesi quando mi avevano detto che era maschio. Avevo pianto senza vergogna, annaspavo spiegando che io volevo una femmina, la seconda femmina, perché crescere due bambini dello stesso sesso mi sembrava più semplice, più facile, persino più economico. Avevo pianto mentre la ginecologa e mio marito mi guardavano interdetti - invece lo sguardo dello specialista dove ci aveva spedito il terapista di coppia, cui avevo riferito la faccenda - era anonimo, indecifrabile. Tutto sembrava avere un principio lì, nel mio desiderio prenatale di una bambina. Lo specialista dopo averci ascoltato decise che sì, aveva ragione Sangallo, S. andava seguito, aiutato, ascoltato, capito e instradato, in un senso o nell’altro. Quale senso? Quale altro? Nessuno lo aveva visto eppure tutti sapevano di lui, tutti tranne noi. Inclusa la dottoressa Marrasso, dalla quale venimmo mandati dopo un consulto tra Sangallo e lo specialista. Era giovane, dinamica, svettante: preparatissima. Giulia Marrasso ascoltò la mia confessione (deposizione) circa il desiderio di una bambina e mi chiese perché assecondassi con tanta disinvoltura che mio figlio giocasse con le bambole invece che con i playmobil? Perché non lo riportavo nel regno maschile, dove sarebbe stato opportuno vivesse? Perché non capivo che non era consono che crescesse fantasticando di essere una femmina? Era depresso, stanco, svogliato, afasico, apatico? Era forse infelice S.?
Aveva quasi tre anni… Non sapevo rispondere alle sue domande. Non era felice, era contento, ecco… (contento come contenere?).
Certe cose sono invisibili a chi non le sa guardare. A chi non sa o a chi non vuole?
I figli sradicano tutto. Tu pensi di essere qualcuno finché non ti misuri con la genitorialità.
Negli occhi Giulia Marrasso aveva le stelle, uno scintillio di sapere che cercava di seppellire in frasi circostanziate e brevi, incisi chiari, e una comprensione dell’altro (di noi, di me: io parlo per me) precisa e gelida. Più dell’empatia sconvolgeva la sua competenza e il suo essere la prima della classe di una materia incandescente e altrettanto «fresca», poiché la disforia di genere viene trattata nell’infanzia da una manciata di anni. E come viene trattata? A vantaggio dei piccoli pazienti, che trascinati da un desiderio oscuro ma altrettanto lampante, procedono sulle ali dell’innocenza verso un’inclinazione che si fa, giorno dopo giorno, tangibile. I primi segni sono i giochi, il mischiarsi con il sesso opposto, le bambine con i maschi, i bambini con le femmine, poiché nella prima infanzia si sceglie di appartenere a un gruppo nel quale ci si riconosce; c’è poi l’abbigliamento, fino ad arrivare alla scoperta dei genitali e al rifiuto di questi, intorno ai sei anni i maschi fanno pipì seduti, le bambine all’impiedi, gesti naturali non ancora contaminati dagli occhi del mondo. Le cose si complicano nella pre-adolescenza, il disagio cresce, il sociale «si accorge», i pensieri si confondono. Nell’età dello sviluppo accade l’imponderabile, i corpi si definiscono fino a diventare prigioni dalle quali sembra impossibile fuggire, gli ormoni mandano in orbita un sistema delicatissimo che spesso precipita in un collasso depressivo. Per evitare che tutto questa avvenga, gli adolescenti vengono spediti farmacologicamente in un limbo ormonale nel quale la crescita si arresta e il sesso resta sospeso, niente barba e niente mestruazioni, per intenderci: inizia un tempo incerto nel quale si vive «come angeli», un rinvio ab libitum nel quale si attende una schiarita dell’identità, diversamente si procede verso quella che viene propriamente definita «transizione», per poi forse un giorno decidere di cambiare per sempre.
Non ricordo se tutte queste informazioni, così come le scrivo oggi, mi vennero fornite da Giulia Marrasso nei primi incontri preliminari, so che cominciai a leggere tutto sull’argomento, a comprare libri di cui capivo il quindici per cento, poiché trovavo esclusivamente pubblicazioni scientifiche e poche, pochissime storie umane. Leggevo la sera, in camera, sdraiata sul letto con il cuore che sfondava il materasso, leggevo davanti allo studio della giovane terapeuta, dall’altro capo della città, in una strada popolare di palazzi stretti, sottili, piantati nel cemento come una schiera di fucili. Due volte alla settimana. Quarantacinque minuti per andare, quarantacinque minuti di terapia, quarantacinque minuti per tornare.
La prima volta entrammo insieme, io e S.
C’erano i soliti giochi a terra, mischiati e inequivocabili: una maschera di Batman contro una coroncina di diamanti, una barbie e un soldato, uno specchio argentato e un carrarmato, c’erano stesi sul tappeto gli strumenti principali per decidere l’avvenire di mio figlio. Giulia Marrasso rimase seduta alla scrivania e non mi rivolse mai uno sguardo mentre le mani di S. afferravano l’universo femminile, scivolò accanto a lui senza proferire verbo, rimase paziente in silenzio per altre tre sedute, fino a quando venni confinata nella stanza accanto e poi dopo qualche tempo, in macchina. Dopo un mese io e mio marito, tornammo da lei. Fu chiara nello spiegare che S. andava aiutato e non come avevo fatto io fino a quel momento. Non bisognava assecondarlo piuttosto ricentralo e indirizzarlo verso il maschile, perché lui era un bambino. Io volevo ancora una femmina? Davvero? Ancora?
In quell’inverno eterno e intemperante parlammo con la maestra dell’asilo, un’indiana minuta, dolcissima e materna come una capanna, non so esattamente quali parole usammo per raccontare quello che avevamo scoperto (capito), so solo che disse che S. non aveva particolari interessi, era educato e diligente, ma estraneo alle passioni. Era triste? Era abulico? «Era altrove» disse Miss Misty, se andava aiutato era nel trovare una predilezione.
Gli piaceva nascondersi negli anfratti, preferiva la luce artificiale a quella naturale, tirava giù le serrande, si infilava sotto le coperte e mi domandava, la sera prima di dormire, cosa accadeva dopo la morte? sarebbe rinato? Come un fiore, un’animale, un sasso?
Lui, disse, credeva nella ricreazione.
Non nella rincarnazione bensì nella ricreazione, il tempo dello svago, un tempo in cui lui si sarebbe ricreato. In cosa? Gli domandavo. Il tema dell’altrove mi spaventava eppure sapevo che era fisiologico a quell’età, e poi sulla nostra famiglia l’ombra della morte era lunga e fonda, l’unico nonno vivo era mio padre; e per quanto vivo totalmente assente. Interpretavo ogni sua parola, ogni suo gesto, cercavo ostinatamente senza sosta di arrivare alla radice quadrata del suo essere, torturandomi sul mio desiderio primario di avere una seconda figlia, sul fatto che eravamo circondati da donne (c’era solo mio marito, poi uno stuolo di tate, di amichette di mia figlia, di maestre, di insegnati di nuoto); cercavo di capire quanto io, suo padre e sua sorella, avessimo influito su di lui o quanto diversamente S. fosse nato così. Così come?
Cominciammo a lavorare sul maschile come diceva la Marrasso, e se mio marito era agile e svelto nell’eliminare una serie di richieste, io restavo ammutolita e congelata, con il terrore che non si sentisse capito o accettato. Non ero capace di negare le sue richieste; mi sono trovata decine di volte sola, in grandi centri commerciali dove la luce surgelata del neon avvolgeva tutto, con abiti da bambina tra le mani che nella mia testa avevano una neutralità palese (magliette a righe, piumino tortora, salopette nera): sapevo che lui le desiderava. Con le mani che mi tremavano, continuavo a chiedermi: Chi vuoi fare felice? Lui? Te stessa? Lo stai aiutando? Vuoi una bambina? Davvero? Ancora?
La vita improvvisamente si era trasformata in una crocevia di immagini che mi terrorizzavano, di oggetti obliqui, di cantanti equivoci, di messaggi inaccettabili. Alla recita della scuola di fine anno avevano cantato Thriller e S. si era appassionato. Gli piaceva il cantante, le movenze, i calzini glitterati. Anche io ero stata un’adolescente appassionata, ora Michael Jackson mi terrorizzava, era un pedofilo, un nero che aveva cercato di trasformarsi in un bianco, un uomo malefico che aveva trovato la voce e il modo di irretire milioni di bambini. Il diavolo mi sembrava ovunque, acquattato nelle pubblicità, nelle serie televisive, nella musica, nei film. Anche nella mia sfera privata l’autocensura si era propagata a macchia d’olio, la mia sessualità era come un giardino essiccato. La mia parte omosessuale che abitava le mie fantasie a piedi scalzi, era stata cacciata dal paradiso dei sogni. L’erotizzazione del mondo si era spenta, la mia curiosità, la mia parte ludica si erano ritirate con la marea della paura. Era tutto sabbia, cenere.
Per galvanizzare la parte maschile, era stata appiattita quella femminile: «quando un bambino è a dieta, l’unica soluzione è mettere a dieta la famiglia» aveva spiegato La Marrasso. I fratelli pagano il prezzo dell’altro. Non ho mai truccato mia figlia e lei non ha mai truccato me, non ci siamo messe lo smalto, pettinate le chiome, salite sui tacchi per ridere, non abbiamo giocato alle principesse; il mio armadio è diventato una fortezza inespugnabile, una cassaforte a tre mandate; anche io piano piano sono scesa dai tacchi, ho legato i capelli e sono rimasta giorni e giorni in tuta, a casa, a scrivere, a legiferare su un mondo verde, turchese, pastello; mai rosa, mai lilla, mai fuxia… due inverni si sono succeduti dominati da pensieri ossessivi, avanti e indietro con lo studio della Marrasso: certe volte arrivando in anticipo ho visto ragazzini sghembi uscire dal palazzo, vuoti, anoressici, con gli sguardi suturati nel pavimento, le cuffie alle orecchie, bambini attesi da una madre così piantata in terra da far pensare che la forza di gravità, non esista. Madri sgomente, ossessionate, mute. Non abbiamo mai parlato con nessuno della terapia di S., solo con la famiglia, con un’amica, un argomento delicato, privato, spinoso, equivocabile. Un non detto che ha trovato un verbo tra di noi, in silenzio, taciuto. Le famiglie conoscono i loro segreti, palpitano intorno a un solo organo, respirano dallo stesso polmone.
«Cambia canale, è troppo da femmine» frasi sfuggite, maldette, impronunciabili; eppure presenti e subdole, il lessico del problema. Mia figlia E. ha capito tutto. E S.? Non abbiamo mai verbalizzato, il ricordo più dolente risale ai suoi cinque anni, ci eravamo già trasferiti nella casa nuova, gli è toccata la stanza più grande, il letto turchese, la lampada in pendant, la carta da parati argento con le stelle bianche (Dio solo sa, quanto ci ho messo a scovare quella carta da parati: gli piaceva d’oro, gli piacevano le rose, gli piaceva una giungla di cuori. Anche a me. Vuoi una bambina? Davvero? Ancora?). Una sera di rientro da una cena, la nostra tata mi disse che S. le aveva chiesto di glitterare dei guanti, ricoprirli di un sottile velo di colla e poi cospargerli con la porporina, rosa pallido, rosa fuxia e poi, se possibile, di non riferirmelo, perché io, la mamma, avevo paura delle cose da femmina. Io non lo capivo, io censuravo, da me doveva nascondersi. Io mi ero trasformata nel nemico. Invece altre madri capivano, lasciavano fare, mandavano i figli con lo smalto a scuola, gli sticker attaccati alle orecchie come fossero orecchini, la felpa nera con un fiore di pailettes rosa; quanti ne ho visti di bambini come S. in questi anni, a briglia sciolta, senza un mastino napoletano dietro a rodergli le caviglie, i desideri, i sogni. «Pensiamo a S., non agli altri» Mi ripeteva la Marrasso. Non l’ho mai capita davvero, certe sedute erano indecifrabili, facevo fatica seguire le sue parole, io e mio marito spesso entravamo mano nella mano e uscivamo distanti anni luce, lui aveva uno sguardo più laico, più distante, più equilibrato, al punto che mise una regola. Basta parlare, basta rimuginare, erodersi, non serviva a nulla. C’era la Marrasso, potevamo parlare quando andavamo da lei, più di quello non potevamo fare. Più che seguire le indicazioni, interpretare le frasi, rimanere accanto a S.. Su mio marito non pendeva la colpa capitale, lui voleva un maschio, amava S. così come era. Io no. Io volevo una femmina e ora volevo eliminare il problema alla radice, volevo un verdetto, una dichiarazione, una nuova anamnesi. Anamnesi? O Diagnosi? Volevo sentirmi dire che era cambiato. Guarito. Guarito? Da cosa? Ma lo senti come parli? Si guarisce da una malattia? Tuo figlio non è malato. Sei impazzita…?
Sono impazzita, sì. Per due, forse tre anni. Non ho pensato altro, non ho letto altro, non ho visto altro: transessuali, transizioni, testimonianze, statistiche, storie agghiaccianti, storie felici, storie stranissime, storie troppo distanti dalla mia educazione sentimentale, storie incomprensibili. Una sera mi sono imbattuta in un piccolo documentario su una famiglia di Berlino. Il bimbo era piccolo, tre, quattro anni: capelli biondo grano fino alle spalle e due occhi grandi e grigi: di metallo; la madre opulenta, radiosa, giovane. Il padre era morto. Vivevano in una casa piccola, i mobili di compensato, gli armadi di formica: pieni di abiti da bambina, collanine di perle sintetica, unghie finte, ombretti azzurri, scarpette di vernice bianca con i tacchi a rocchetto. Loro due lì dentro, assecondavano le fantasie di Jonas. Joanna dentro casa, in una stanza tempestata di bambole, barbie: la roulotte, il cavallo, la piscina. Jonas con i capelli legati fuori di casa, le movenze di una soubrette da avanspettacolo; lo smalto non lo levavano mai neanche quando uscivano allo scoperto. Ricordo il volto serafico e sereno della madre, che guardava dritta nella macchina da presa: «Jonas, Joanna… è il mio cuore, la mia vita, è parte di me, cosi com’è».
Cosi come? Le storie cui assistevo parlavano di metamorfosi, di genitori eroici capaci di accogliere l’identità interiore dei figli, gladiatori dei buoni sentimenti pronti a tutto pur di affrontare un muro sociale e aiutare i loro piccoli. Poi c’erano quelli che rifiutavano la realtà, prendevano a cinghiate un desiderio, infilavano gli occhi nel piatto e negavano l’evidenza. C’erano insomma, gli arcangeli e i demoni. La nostra storia invece, non aveva voce, non c’erano dubbi o contro luci in quelle testimonianze, era tutto bianco o nero. Come i primi disegni di S. che cominciammo a stimolare dopo le parole della maestra americana. Cercavamo la passione tra le fiabe, le caccie al tesoro, il lego, le piste delle macchinine, le matite e gli acquarelli. Cominciò a disegnare ovunque. In macchina, sul tavolo in salone, sui tronchi degli alberi: al mare. Case, animali, bambine, fate, ragazze, teschi, scheletri, la famiglia: io grandissima sempre con lo chignon, mia figlia E. alta come lui, lui: S., mio marito. Un occhio chiuso, un occhio aperto e poi esseri umani divisi in due: bright side, dark side. Anche a scuola si erano accorti di come disegnava, era incensato da tutti. Dalla Marrasso non lesinava: era la loro forma di comunicazione, il codice da Vinci, l’espressione della sua interiorità. Restavo sere intere a guardare i fogli, fotografavo, mandavo alla terapeuta, incorniciavo, riempivo l’armadio, il frigorifero, la casa. Tutti gli regalavano le tempere, gli acquarelli, i pennelli, passavamo le domeniche pomeriggio «a fare le telette», tutti e quattro, testa china sul grande tavolo verde a disegnare il mondo. Ascoltavamo De Gregori, Bennato, i Queen mentre mia figlia disegnava cose piccole piccole dai colori tenui e un altro anno scivolò via e per S. arrivò la prima elementare: cominciò a perdere i denti da latte. La scuola era un campus, una città nella città, dove i sorrisi splendevano dalle 8,30 alle 15,30, le madri laccate di tutto punto prendevano cappuccini schiumati al mattino nella caffetteria, le maestre gongolavano di buon amore: «Hi!!! How do you do?» I pulcini appendevano le cartelle fuori dalla classe e sedevano in un cerchio, gli occhi puntati sulla Miss di turno. S. non fece fatica a farsi strada nel Campus, amato e benvoluto da tutti, inchiodò nuove amicizie, e arrivò qualche maschietto, insieme alle sue amiche del cuore. Il pomeriggio andava a nuoto e poi avanti e indietro con la Marrasso, cominciarono a fioccare le festicciole, e io ebbi modo di conoscere le nuove mamme, scoprendo che tre bambini su dieci facevano una terapia. Dislessia, ritardo della crescita, iperattività, ognuno aveva un angolo da smussare, un difetto da correggere, c’era un plotone di terapeuti pronti a instradare i bambini alla vita. Le altre madri ne parlavano apertamente, era un argomento di conversazione come un altro. Io no, io facevo silenzio e quando lui diceva, non posso venire a giocare, devo andare da Giulia, lo tiravo per la mano e attraversavo la città parlando senza sosta, avevo paura si addormentasse in macchina. La sera faceva fatica a prendere sonno, restavo lì come una sentinella a osservare le sue pupille fantasticare dietro le palpebre abbassate, fino a quando si appassionò ad Harry Potter. Cominciammo a leggere i libri della J.K. Rowling: la stanza si era riempita di scope volanti, mantelli, civette, araldi, stemmi, sciarpe con i colori di Hogwarts: Harry era il primo eroe maschile al quale si era dedicato, l’orfano nel collegio della magia nera aveva fatto breccia nel suo cuore, scansando le pallide icone di Spiderman, Batman, Superman, Capitan America, Thor, Wolverine, tutti immobili e impolverati sulla mensola sopra la scrivania. L’arrivo di quel personaggio, il desiderio di identificazione di S. nel maschile schiarì quell’inverno, fino a farmi tirare un sospiro. Vederlo giocare nella sua stanza, con gli occhiali tondi e maneggiare un esercito di bacchette alleggerì di dieci grammi la paura. Faceva pipì all’impiedi. Stava cambiando. Cambiando? Cambiando da chi? Da sé stesso? Da te? Una bambina? Ancora? Davvero?
Ogni suo desiderio era un ordine, ogni sua fantasia cercava di essere realizzata, da me, dal padre, sotto gli occhi taglienti di E. che mi chiedeva senza nessuna indecisione, perché preferissi lui, a lei. La gelosia di E. costellava gli anni, dominando le stagioni, mentre suo fratello cercava di somigliarle, piangeva di fronte alla sua porta chiusa (NO BOYS, PLAESE!), si accalorava per ogni dettaglio la riguardasse: «Che bei capelli! – Ti metti il top? Dovresti metterti la gonna jeans!». Soffocandola di attenzioni, alle volte facendole sfiorare l’insopportazione, con i suoi occhi vigili e attenti che le si stringevano attorno come un cappio. S., inseguiva E. che mi cercava disperatamente senza riuscire a capire che cosa sfuggisse tra me e lei: abbiamo corso uno dietro l’altro, affannandoci sulla grande ruota del luna park domestico, senza fermarci un giorno.
Quell’anno in cui Harry Potter era entrato nelle nostre vite, in cui la tensione si era allentata per un attimo, io ed E. ricevemmo un invito per partecipare alla finale di X Factor. Io e lei, a Milano, in un grande albergo, alla serata di premiazione di quel programma che le piaceva tanto. S. non voleva lasciarci andare, era furioso, piagnucolante, elettrico. Passammo due giorni d’incanto: ricordo gli occhi di E. mentre Robin Williams sbrilluccicava davanti a lei, la sorpresa al mattino quando trovammo una sfarinata di neve sulla città, la foto a colazione con la ragazza che aveva vinto, lo shopping sfrenato a piazza del Duomo prima di prendere il treno, la sua testa inclinata sulla mia spalla mentre prendeva sonno dondolata dal movimento obliquo del Frecciarossa, dopo quella notte da leoni. Eravamo felici e la sera al rientro, E. riferì piena di entusiasmo tutto quello che era successo, a S. e al padre, che invece erano rimasti mesti alla vita di sempre. Poi quando mettemmo tutti a letto, mio marito mi raccontò che S. il giorno prima gli aveva confessato che a casa di un amichetto si erano tirati giù le mutande e si erano toccati. S. non avrebbe voluto, raccontava, era stato l’altro a insistere. Una cosa era certa, io non lo dovevo sapere. Era una cosa da maschi quella, una cosa che non avrei potuto capire. La storia mi paralizzò, letteralmente. La paura che si era sottratta nei mesi precedenti, pareva aver preso la rincorsa per aggredirmi con nuova forza, più furia se possibile. Anche mio marito era colpito anche se consapevole che certe cose a quell’età potevano succedere. A me sembrava infinitamente presto, e non credevo affatto alla versione di S., ero certa che ad aprire le danze a certi giochi fosse stato lui e non l’altro. Più di tutto mi pesava l’esclusione dalla sua vita - non dirlo a mamma, è una cosa da femmine; non dirlo a mamma, è una cosa da maschi – pensavo a una punizione in piena regola, mi ero allontanata per 48 ore e lui aveva accorciato il guinzaglio di dieci metri. Restammo indecisi se parlare con la mamma dell’amichetto o meno, alla fine desistemmo, cercando di declinare gli inviti per avere noi l’altro bimbo a casa (e controllarli), ma quell’amicizia sembrò sfaldarsi sul nascere a prescindere dalle nostre resistenze. Riferì tutto alla Marrasso, che si disse sorpresa, non dall’evento in sé (faceva parte della scoperta, poco importava che l’altro fosse un maschio) ma del fatto che in seduta non fosse emerso nulla, anche lei suggerì che poteva trattarsi di una fantasia, di un allarmismo, per ritirare gli sguardi su di lui. Più di così? Avrei voluto gridarle.
Ero andata a Milano con E., mi disse. Sembrava fisiologico che S. mi volesse punire. E poi, io, alla sua età che facevo? Non stavo forse cercando di scoprire il mondo?
Esattamente a sette anni avevo avuto la mia unica esperienza omosessuale congrua. Con una mia vicina di casa pallida, silenziosa, dalla personalità fioca e sguisciante: Lucia mi infilava un quarantacinque giri di vinile tra le gambe, sopra le mutande, e lo muoveva piano piano, mandandomi in uno strano circuito di estasi e panico. L’avevo dimenticato. L’avevo rimosso. Come molte altre cose della mia vita che si incrociavano con quella di S.. Le avevo infilate tutte in un cassetto, le tenevo lì a marcire mentre cercavo la sera, quando lo mettevo a letto, di farmi raccontare di lui. Usando domande subdole e vischiose per farlo aprire a me. Era furbo e chiuso come un’ostrica, le sue fantasie come le sue avventure dovevano restare private ma suscitare sempre il mio interesse. «Oggi è successa una cosa brutta a scuola ma non ne voglio parlare». Mi teneva agganciata a lui mentre i denti cominciavo a cadere e il suo corpo di bambino si allungava sotto le lenzuola. Una sera dopo aver lanciato la solita «esca»: qualcosa non va ma non posso dirtelo, gli chiesi perché allora, mi doveva informare se poi non aveva nulla da raccontarmi. Precipitammo in una discussione, l’unica della nostra vita, che si concluse con queste parole: «Tu devi capire che io sono unico, io sono speciale!». Non era certo una risposta alla mia domanda ma mi folgorò la tenacia con la quale rivendicava sé stesso. Mi sembrò una conseguenza inequivocabile della sua terapia di cui spesso non capivo la logica. Mi domandavo cosa accadesse tutti quei pomeriggi, lì, in quella stanza della Marasso, dalla quale usciva sempre saltellando e di ottimo umore. Si stava costruendo un io forte e solido, molto deciso e determinato che non aveva niente a che fare con quel suo modo di fare tenerissimo, angelico, di sulfurea dolcezza: il bambino di zucchero, lo chiamò una volta un’amica. Il bambino di zucchero stava armando un guerriero nel suo piccolo cuore, un samurai cosciente e consapevole, che non avrebbe mai messo in discussione la sua unicità. La tenacia è sempre stata una parte importante di lui, la stessa che ha impiegato nella ginnastica artistica che è arrivata dopo mesi di ponti, verticali, ruote senza mani. Il suo corpo (esattamente come il mio) scioltissimo, sembrava non conoscere confini, si rovesciava come un contorsionista, camminava in parallelo sui bordi delle porte fino a sfiorare il soffitto, sfidava la forza di gravità ogni volta che poteva dimostrando un’audacia sorprendente e una scarsa consapevolezza dei suoi limiti. Attirava lo sguardo di tutti, a scuola, per strada, in casa con gli amici quando planava all’improvviso a terra in una spaccata centrale, simmetrica e perfetta. Dopo un’po’ trovai decine di link sul suo Ipad legati a un fotografo che si chiamava Jordan Matter, ritraeva soprattutto ragazzine bellissime, ginnaste provette scolpite in dei fermo immagine mozzafiato: in volo, gambe dietro la testa, piegate in due dentro una valigia. Sorridenti, truccate e sfolgoranti. Adorava quelle foto e cercava di replicarle tra le mura domestiche oltrepassando ogni limite fisico. Dopo sei mesi lo iscrivemmo in palestra, al CONI.
Che S. avesse un dono straordinario fu chiaro subito ai maestri che nel giro di qualche mese ci chiesero se era possibile inserirlo in un corso agonistico e iniziare a farlo partecipare a delle gare regionali. Cominciò ad allenarsi tre volte a settimana, mentre gli altri due rimanevano occupati dalla Marrasso, nonostante non saltasse mai un appuntamento con il suo corpo e la sua mente, si lamentava di non avere mai un giorno libero per giocare. La ginnastica, il disegno, gli amici, l’esuberanza, le finestre aperte della sua camera da letto: S. era cambiato. La sua predilezione verso il femminile non era svanita, ma il suo stare al mondo era diverso. Si era trasformato in un ragazzino appassionato e pieno di grinta. Unico. Speciale.
Era stata la terapia? La crescita? L’attenzione?
Alla fine di quell’anno vinse la sua prima medaglia d’oro e la Marrasso annunciò che il pericolo di una papabile disforia di genere pareva scongiurato, S. sembrava consapevole di essere un maschio e non in contraddizione con questo, eppure lei aveva ancora bisogno di tempo per lavorare con lui. Era un momento delicatissimo e preferiva seguirlo ancora. Quanto a quelle che sarebbero state le sue preferenze sessuali non ci riguardavano. Su questo aveva ragione da vendere. Le inclinazioni femminili erano come onde, andavano e venivano. Mi riferisco non solo agli atteggiamenti, poteva scrollare la frangetta da un lato come una bambina ma ruttare e fare la lotta come un maschio alfa, poteva appassionarsi all’arco oppure guardare ragazzine su you-tube che si incollavano ciglia finte. Non era chiaro cosa dominasse queste sinusoidi, che si sono succedute nel tempo (e continuano tutt’oggi). All’occhio adulto, a una vicinanza non stretta, nulla è mai apparso lampante, ma quell’estate dopo «il verdetto favorevole» della Marrasso, accadde un fatto per me, sorprendente. Eravamo in vacanza e avevamo appena conosciuto un bambino italo-inglese, nostro vicino di casa. Guglielmo aveva dieci anni e S. otto. Dopo solo qualche giorno di sommaria frequentazione, lo incontrammo sulla spiaggia, io e S. ci tenevamo per mano. Il bambino chiese a mio figlio se stavamo tornando a casa e poi senza neanche aggiungere una virgola, domandò se era gay. Così, tutto d’un fiato. S. scrollò le spalle e rispose che non lo sapeva, forse, stavamo andando a mangiare un gelato, voleva venire con noi? No, replicò il bambino. Camminammo verso la gelateria mentre lo osservavo con la coda dell’occhio, avanzava sulla sabbia confabulando che forse avrebbe preferito un frullato. La conversazione si era svolta tra i due con una naturalezza abbacinante, una spontaneità impossibile da immaginare. Il dialogo mi parve meno fulminante quando l’anno successivo, mia figlia cominciò a guardare le serie televisive dei teeneger, a seguire gli influencer, a sbriciare qualche video di tick tock dai cellulari delle amiche. Nei telefilm vigeva la regola del politically correct e tra i piccoli protagonisti di avventure scolastiche e domestiche c’era sempre un bambino/a nero-asiatico, una bambino/a gay e nessuno di questi veniva emarginato, esiliato, allontanato - anzi erano personaggi integratissimi e benvoluti da tutti. Gli argomenti relativi all’identità sessuale dei piccoli, sembravano ai miei occhi di madre, folli. Capivo osservando l’emisfero della fiction che il mio sguardo materno oltre a essere «anagraficamente antico», era prosciugato dallo spavento. La paura batteva anche osservando il pianeta della rete, pullulante di un oceano di giovanissimi che non rivendicava assolutamente nulla, semplicemente si manifestava nelle sue infinite forme sbattendo in faccia al mondo la sua esistenza: ragazzi truccati, femmine androgine, maschili, barba, fili argento, cappellini da baseball e tacchi a spillo: ogni tanto en passant facevano riferimento alla loro sessualità che non era mai ovvia né scontata rispetto l’immagine che proiettavano. Eppure guardando quei volti, giorno dopo giorno, ho sentito una crepa farsi strada dentro di me. Da una parte sobbolliva la paura del «nuovo mondo», dall’altra sopiva una strana pace al pensiero che S. - qualsiasi cosa sarebbe stata di lui – avrebbe dovuto combattere con i pugni meno chiusi rispetto alle generazioni precedenti.
Mia figlia aveva il potere di gettare altre luci sulle parti in contraddizione che coabitavano dentro di me. Poteva tranquillizzarmi, come mettermi in allerta. Lo scorso anno mentre eravamo in fila per imbarcarci a Nuova Delhi – una volta divisi tra maschi e femmine per superare il gate - mi ha chiesto con lo stesso tono incolore di Guglielmo: «Mamma, ti sei mai chiesta se S. sarà gay?»
«Sì» ho risposto.
«Anche io» ha confutato lei, tirandosi dietro il suo trolley turchese. La sua domanda mi ha messo una certa pace addosso. Come si è interessata al fratello, la sua grazia sentimentale, il suo equilibrio. Ha cercato un momento in cui eravamo sole, un punto preciso e simbolico - la divisione tra gli uomini e le donne - per assicurarsi che i suoi pensieri fossero speculari o almeno simili ai miei. Immaginando che i nostri cuori avessero le stesso ritmo e i nostri occhi lo stesso sguardo libero. Lei che non ha mai dato segnali simili a quelli del fratello, con quello stesso tono soave e senza accenti – qualche tempo dopo - ha messo le cose in chiaro. Eravamo appena tornati dalle vacanze, - E. durante l’estate aveva preso una cotta per un ragazzino sottile come una spiga e la voce che si stava trasformando in un ottava baritonale. Anche lei si stava trasformando, la vedevo apparecchiare con gesti sicuri, sostenuta dalle sue gambe da stambecco e i capelli lunghi e sottili sbionditi dal mare.
«Te lo sposeresti…?» Le ho domandato scherzando. Lei ha sistemato le posate e di slancio ha detto: «Sì…»
«…»
Poi ha riflettuto: «E se invece mi innamoro di una donna?»
«Una donna?»
«Metti che mi innamoro di una donna, non c’è niente di male…»
«No certo…»
«Noi siamo diversi, come generazione intendo… tu l’hai capito, vero mamma, che noi siamo fluidi?».
Ci siamo guardati tutti e tre per un attimo, una ronda liscia di sguardi.
«Ci sto provando» le ho risposto con il sorriso fermo e un impercettibile tremolio alle mani.
Aus dem Italienischen von Sabine Oberpriller
Ich bin ein Wesen, das denkt, das zweifelt und verneint, das nur Weniges weiß und Vieles nicht, das hasst, das will und nicht will, das träumt, liebt, fühlt. Réné Descartes
Während der letzten Stunde im amerikanischen Kindergarten durften die Kinder ins Spielzimmer und sich dort selbst beschäftigen. Der Raum war voller Zeug: Bausätze, Plüschtiere, Rasseln, Kostüme, Puzzles, Schwerter, Bücher, Spielküchen, Obst aus Plastik. Im Januar, als Matteo etwa drei Jahre alt war, kam er mir eine ganze Woche als Schneewittchen entgegen: Der Rock streifte an mir entlang, als er mir in die Arme sprang, mit den nussbraunen Augen seines Vaters, den aufragenden Brauen, die Haare im Militärschnitt, den ihm der alte Friseur unseres Viertels verpasste.
Am vierten Tag setzte mein Herz aus.
Nein, ich gab nicht viel auf Matteos Vorlieben. Seine Schwester war nur ein Jahr älter und füllte unser ganzes Haus. Es gab ein Zimmer nur für sie, in dem gespielt wurde. Matteo hatte provisorisch Platz in meinem alten Büro gefunden, wo nur sein Bett und ein Wickeltisch hineinpassten. Ich ging davon aus, dass seine Vorliebe für Puppen, Pailletten, Flügel und Strass ein Ausdruck seiner innigen Liebe zur größeren Schwester war, der mit der Zeit vergehen würde: in dem neuen Haus, von dem ich träumte, würde er ein eigenes Zimmer haben. Und außerdem hielt ich mich für eine moderne Mutter, die zumindest einen so großen Hauch von Steiners Lehre abbekommen hatte, dass sie nichts auf Autos und Kriegsspielzeug gab: Wenn mein Sohn im Moment Puppen bevorzugte, würde ich ihm sicher nicht Kicker aufzwingen.
Dennoch, es wühlte mich auf, immer wieder zu sehen, wie er mir in diesem gelb-blauen Satinkleid und einem seltsamen Leuchten in den Augen entgegenrannte. Es erschreckte mich so sehr, dass ich schließlich die Erzieherin fragte, wie es denn käme, dass ich meinen Sohn immer als Prinzessin verkleidet anträfe. Ihre Antwort war knapp und trocken. «You know, he likes it…»
So beschloss ich, mit unserem Paartherapeuten darüber zu reden, einem kleinen Mann von der Pedanterie eines Psychoanalytikers, der uns in einem beklemmenden Winter jeden Dienstagabend gegen sieben Uhr in seinem nüchtern eingerichteten Büro empfing, das vor Gutbürgerlichkeit strotzte.
Er lauschte unseren Ausführungen über die partnerschaftliche Sackgasse mit einem Ausdruck von Langeweile, in seiner Haltung, seinem Blick – wie seine Daumen leicht trommelten. Die Themen waren: wenig Sex, Kinder im Mittelpunkt der Welt, wie wir als Paar auseinanderdrifteten. Probleme aus dem Handbuch, die eher weniger Kommentare fanden als sie in stiller Ergebenheit angehört wurden. Bis ich sagte, dass Matteo eine Vorliebe für Mädchensachen habe, dass er sich besser mit Mädchen als mit Jungs verstehe, Rosa lieber habe als Blau, und dass wir ihn ruhigen Herzens gewähren ließen. An der Stelle rückte Dr. Sangallo nach vorn und umfasste die Lehnen seines Heiligenstuhls. Er erklärte, dass ein so kleines Kind noch keine sexuelle Orientierung haben könne, sich vielmehr mit dem anderen Geschlecht identifiziere und wenn diese Identifikation anhielte, sagte er, dann würde das dahinführen, dass das Kind sich wünsche, vom anderen Geschlecht zu sein und sich schließlich gefangen fühle, orientierungslos, unglücklich, im falschen Körper. Sicherlich, sagte er, könne es sich um ein durch Adhäsion an die Schwester geprägtes Verhalten handeln… oder, ja oder, ohne lange herum zu reden, um eine Geschlechtsdysphorie.
Ich hatte solche Worte noch nie gehört, aber ich erinnere genau, wie die Rede des Therapeuten mir das Blut in den Adern gefrieren ließ, sie surrte in meinen Ohren, wie die Diagnose, auf die hin wenige Jahre zuvor meine Mutter innerhalb von nur zwanzig Tagen gestorben war. Ich weiß noch, wie Sangallo darauf drang, unverzüglich einen Experten aufzusuchen, um ein Bild von der Lage zu gewinnen. Er sprach von Matteos Neigungen, als handelte es sich um Brandherde und von uns Eltern als Teil einer großen Revolution, die das Innere unseres Sohnes überzog. Er sprach unendlich schnell über uns völlig unbekannte Dinge, die nach großem Unheil klangen. Er sprach zu einem Mann und zu einer Frau, die ein ganzes Jahr lang sich lieber über sich selbst ausgebreitet hatten, während zu Hause ein kleiner Junge lieber eine Frau werden wollte. Er sprach zu einem Vater und einer Mutter, an einem Winterabend, der in unserem Leben einen Scheidepunkt markieren würde.
Bei der Geschlechtsidentitätsstörung, oder Geschlechtsdysphorie, auch bekannt unter der Abkürzung GIS oder GID (engl.: gender identity disorder) handelt es sich um das Unwohlsein einer Person, die sich im ihr bei der Geburt zugeteilten phänotypischen Geschlecht nicht wiederfindet.
Bei der Geburt zugeteilt.
Ich hatte geheult, bei der Fruchtwasserpunktion, als man mir sagte, es wäre ein Junge. Ich hatte hemmungslos geweint, war außer mir und versuchte zu erklären, dass ich ein Mädchen haben wollte, noch ein Mädchen, weil es mir einfacher vorkam, zwei Kinder vom selben Geschlecht großzuziehen, viel einfacher – und auch billiger. Ich hatte geheult, während die Gynäkologin und mein Mann mich entgeistert anstarrten. Der Blick des Spezialisten dagegen, zu dem der Paartherapeut uns geschickt hatte, blieb unbewegt und unergründlich, als ich ihm die Angelegenheit schilderte. Alles schien seinen Ausgang, seinen Ursprung dort zu haben, in meinem so dringlichen Wunsch als Schwangere, ein Mädchen zu bekommen.
Nachdem er uns angehört hatte, entschied der Spezialist, dass – ja – Sangallo recht habe, dass Matteo geholfen werden müsse, dass er angeleitet und angehört, verstanden und in dem einen oder anderen Sinne auf den richtigen Weg gebracht werden müsse. In welchem anderen?
Niemand hatte ihn gesehen, doch alle wussten über ihn Bescheid – alle außer wir. So auch Dr. Marrasso, zu der wir von Sangallo und dem Spezialisten geschickt wurden, nachdem die beiden sich abgesprochen hatten. Sie war jung, dynamisch, flink, auf dem neuesten Stand.
Giulia Marrasso hörte sich meine Beichte (meine Aussage) über meinen Wunsch nach einem Mädchen an und fragte mich, warum ich meinen Sohn derart gelassen mit Puppen statt mit Playmobil spielen ließe? Warum ich ihn nicht in die männlichen Bereiche zurückführe, die für seinen Zeitvertreib angebracht waren? Warum verstand ich nicht, dass da etwas nicht zusammenpasste, wenn er mit der Vorstellung aufwuchs, ein Mädchen zu sein? War er niedergeschlagen, müde, desinteressiert, aphasisch, apathisch? War er, Matteo, vielleicht unglücklich?
Er war fast drei Jahre alt… Ich wusste auf ihre Fragen keine Antworten. Er war… nicht glücklich… er war: ja! Zufrieden war er! (Definiere zufrieden?!)
Manche Dinge bleiben denjenigen verborgen, die nicht wissen, was sie sehen. Die es nicht wissen oder die es nicht sehen wollen?
Kinder enthüllen alles. Du denkst, du seist ein gewisser Mensch, bis zu dem Moment, wenn du dich mit dem Elternsein auseinandersetzen musst.
In den Augen von Giulia Marrasso lag ein Sternenleuchten, ein Abglanz des Wissens, das sie in ausführlichen und kurzen, in beiläufigen und in prägnanten Sätzen versteckte, und ein präzises und messerscharfes Verständnis ihres Gegenübers (von uns, von mir: ich kann nur für mich sprechen). Mehr als Empathie überwältigte mich ihre Kompetenz und dass sie die Klassenbeste in einem vollkommen neuen und zugleich heiß umstrittenen Gebiet war, denn die Geschlechtsidentitätsstörung wird erst seit wenigen Jahren bereits in der Kindheit therapiert. Und wie? Zugunsten der kleinen Patienten, die von einem dunklen wie brennenden Wunsch getrieben, auf den Schwingen Unschuld hin zu einer Neigung gleiten, die Tag für Tag greifbarer wird. Die ersten Zeichen sind die Spiele, das Vermischen mit dem anderen Geschlecht: Mädchen mit Jungen, Jungen mit Mädchen, denn im frühen Kindesalter wählt man die Gruppe, in der man sich selbst erkennt. Dann kommt die Kleidung, bis hin zur Entdeckung der Genitalien – und ihrer Ablehnung. Im Alter von etwa sechs Jahren pinkeln Jungs im Sitzen und Mädchen im Stehen, noch unbeeinflusst von der Welt. Kompliziert wird die Sache kurz vor der Pubertät, das Unbehagen nimmt zu, das Kind wird sich des sozialen Gefüges bewusst, die Gedanken geraten durcheinander. In der Pubertät schließlich geschieht das Unwägbare: Die Körper bilden sich heraus, werden zu Gefängnissen, aus denen es scheinbar kein Entkommen gibt, die Hormone schaffen ein sensibles System, das allzu oft in eine Depression kollabiert. Um das zu vermeiden, werden die Jugendlichen medikamentös in eine hormonelle Schwebe geschickt, während der das Wachstum aussetzt, die Herausbildung des Geschlechts unterbrochen wird, kein Bart, keine Menstruation, sprich: es bricht eine ungewisse Zeit an, ein «Engelsleben», ein beliebig langer Aufschub, während man hofft, dass die Identität sich herausbildet, andernfalls schlägt man den Weg der «Umwandlung» ein, um dann eines Tages vielleicht zu entscheiden, sich für immer zu verändern.
Ich weiß nicht mehr, ob ich all diese Informationen, die ich hier zusammenfasse, damals von Giulia Marrasso während der ersten vorbereitenden Treffen bekommen habe. Ich weiß noch, dass ich begann, alles zu dem Thema zu lesen, dass ich Bücher kaufte, von denen ich vielleicht fünfzehn Prozent verstand. Denn es waren nur wissenschaftliche Abhandlungen zu finden, und nur wenige, sehr wenige menschliche Geschichten. Ich las abends, im Schlafzimmer, auf dem Bett liegend, und mein Herz pochte heftig gegen die Matratze, ich las vor dem Behandlungszimmer der jungen Therapeutin am anderen Ende der Stadt in einer Wohnstraße aus eng und schmal wie Jagdgewehre aufgereihten Häusern. Zweimal pro Woche. Fünfundvierzig Minuten hin und fünfundvierzig Minuten zurück.
Beim ersten Mal gingen wir zusammen hinein, Matteo und ich.
Auf dem Boden verstreut lagen die üblichen Spielzeuge, durcheinander und unmissverständlich: Eine Batman-Maske und eine diamantene Krone, eine Barbie und ein Spielsoldat, ein silberner Spiegel und ein Panzer. Auf dem Boden waren die Gegenstände versammelt, die über die Zukunft meines Sohnes entscheiden würden. Giulia Marrasso blieb am Schreibtisch sitzen und blickte mich kein einziges Mal an, während Matteos Hände nach der Weiblichkeit griffen, sie kniete neben ihm nieder, ohne ein Wort zu verlieren, und behielt ihr Schweigen einige Sitzungen lang bei, bis sie mich nach einiger Zeit ins Nebenzimmer und schließlich ins Auto verbannte.
Nach einem Monat kamen mein Mann und ich wieder zu ihr in die Sprechstunde. Sie sagte deutlich, dass Matteo geholfen werden musste, und zwar nicht so, wie ich es bisher getan hatte. Man musste ihn nicht unterstützen, vielmehr neu zentrieren und zurück zum Männlichen führen, denn er war ein Junge. Ob ich denn immer noch ein Mädchen haben wolle? Wirklich? Noch immer?
In jenem ewigen und unmäßigen Winter sprachen wir mit der Leiterin des Kindergartens, einer zierlichen und äußerst liebevollen Inderin, einladend und behütend wie ein heimeliges Zuhause. Ich erinnere mich nicht mehr an die genauen Worte, mit denen wir ihr versuchten zu schildern, was wir entdeckt – beziehungsweise erfahren – hatten. Ich weiß nur noch, dass sie sagte, Matteo habe keine besonderen Interessen; er sei wohl erzogen und sorgfältig, aber ohne eine Leidenschaft für irgendetwas. War er traurig? Apathisch? «Abwesend», sagte Miss Misty, wenn ihm geholfen werden müsse, dann dabei, Leidenschaft für etwas zu entwickeln.
Es machte ihm Spaß, sich in Nischen zu verstecken. Er mochte künstliches Licht lieber als das natürliche. Er zog die Rollos herunter, verkroch sich unter der Decke und fragte mich abends vor dem Einschlafen, was nach dem Tod käme. Ob er wiedergeboren werde? Als Blume, als Tier oder Stein?
Er, sagte er, glaube an die «Recreation».
Er meinte nicht die Reinkarnation, sondern die Recreation, die Pause, wie im Kindergarten und in der Schule, im Sinne einer erholsamen Zeit, in der er sich neu erschaffen könne. Als was? Ich fragte es ihn. Dass er sich mit dem Jenseits beschäftigte, schockierte mich, auch wenn ich wusste, dass es typisch für sein Alter war, und umso naheliegender, da der Tod einen langen Schatten über unsere Familie warf. Nur ein Großvater lebte noch, mein Vater – und der war völlig weggetreten.
Ich interpretierte jedes Wort, jede seiner Gesten, versuchte pausenlos die Quadratwurzel seines Seins zu entschlüsseln und marterte mich mit endlosen Selbstvorwürfen, dass ich mir so unbedingt eine zweite Tochter gewünscht hatte, dass wir nur von Frauen umgeben waren (außer meinem Mann war da nur eine große Schar an Kindermädchen, Freundinnen meiner Tochter, Erzieherinnen, Schwimmlehrerinnen). Ich versuchte zu verstehen, wie sehr ich, sein Vater und seine Schwester ihn beeinflusst hatten oder wie sehr Matteo so auf die Welt gekommen war. Wie: So?
Wir begannen an der Männlichkeit zu arbeiten, wie es Marrasso nannte und während mein Mann ihm schnell und nachdrücklich diverse Bitten abschmetterte, war ich stumm und starr vor Angst, dass Matteo sich nicht verstanden oder akzeptiert fühlte, und dazu nicht fähig. Dutzende Male fand ich mich allein im Einkaufszentrum wieder, wo das Neonlicht eine Frostschicht über alles zog, mit Mädchenkleidung in den Händen, die in meinem Kopf neutral war: gestreifte T-Shirts, eine taubengraue Daunenjacke, schwarze Latzhosen – ich wusste, dass er sie mochte. Mit zitternden Händen fragte ich mich: Wen willst du glücklich machen? Ihn? Dich? Hilfst du ihm? Willst du ein Mädchen? Wirklich? Immer noch?
Das Leben hatte sich unversehens in eine Kreuzung verwandelt, an der Bilder sich trafen und überlagerten, die mich quälten: von verzerrten Dingen, androgynen Sängern, und inakzeptablen Nachrichten.
Bei der Aufführung am Ende des Kindergartenjahres sangen sie Thriller und Matteo war völlig begeistert. Ihm gefiel der Sänger, seine Bewegungen, die glitzernden Schuhe. Auch ich war als Jugendliche begeistert gewesen, doch jetzt grauste mir vor Michael Jackson. Er war ein Pädophiler, ein Schwarzer, der sich lieber in einen Weißen umwandeln ließ, ein schrecklicher Mann, der eine Stimme und eine Möglichkeit gefunden hatte, Millionen Kinder durcheinander zu bringen. Ich sah überall den Teufel; versteckt in der Werbung, in den Fernsehserien, in der Musik, im Film. Durch mein eigenes Inneres fraß sich die Selbstzensur wie ein Lauffeuer, meine Sexualität war ein verdorrter Garten. Der homosexuelle Teil meines Wesens, der barfuß meine Phantasie durchwandert hatte, war aus dem Paradies der Träume verbannt. Die Erotik der Welt war erloschen, meine Neugierde, meine spielerische Seite waren im Meer der Angst fortgetrieben. Alles war Sand und Asche.
Um die männliche Seite aufzurütteln, war die weibliche niedergewalzt worden: «Wenn ein Kind eine Diät braucht, ist die einzige Lösung, dass die ganze Familie mitmacht», hatte Marrasso erklärt. Die Geschwister zahlen den Preis. Ich habe meine Tochter nie geschminkt und sie niemals mich, wir haben uns nicht gegenseitig die Nägel lackiert, die Haare gekämmt oder sind albern auf Stöckelschuhen herumspaziert. Wir haben nie Prinzessin gespielt. Mein Schrank wurde zu einer uneinnehmbaren Festung, ein dreifach abgeriegelter Tresor. Und auch ich habe nach und nach die Stöckelschuhe weggelassen, die Haare zusammengebunden und bin ganze Tage im Jogginganzug zu Hause geblieben, um dort über eine Welt in Grün, Türkis und Pastell zu regieren. Nie Rosa, nie Lila, kein Fuchsia. Zwei solche Winter folgten aufeinander, geprägt von zwanghaften Grübeleien und einem Hin und Her zwischen Zuhause und der Praxis von Marrasso. Manchmal, wenn wir früh dran waren, sah ich gekrümmte Jungen aus dem Gebäude herauskommen, leer, magersüchtig, die Blicke auf den Boden gesenkt, die Ohren mit Kopfhörern verstopft, Kinder die von Müttern erwartet wurden, die sich derart in den Boden krallten, dass man an der Schwerkraft der Erde zweifeln musste. Erschütterte, besessene, sprachlose Mütter.
Über Matteos Therapie haben wir niemals mit jemandem außerhalb der Familie gesprochen, nur mit einer Freundin. Es war ein sensibles Thema, persönlich, heikel, missverständlich. Etwas Ungesagtes, dass zwischen uns stillschweigend Gesetz wurde. Familien kennen ihre Geheimnisse, sie pulsieren um ein gemeinsames Organ, atmen durch ein und dieselbe Lunge.
«Schalt um. Zu mädchenhaft.» Flüchtige, verfluchte, unsagbare Sätze, dennoch der heimtückisch präsente Wortschatz des Problems. Meine Tochter, Eleonora, hat alles durchschaut. Und Matteo? Wir haben nie darüber gesprochen. Die schmerzhafteste Erinnerung stammt aus seinem sechsten Lebensjahr: Wir endlich im neuen Haus, er im größten Zimmer. Türkises Bett, passende Lampe, die Tapete silbern mit weißen Sternen (Gott weiß, wie lange ich gebraucht hatte, um sie zu finden: Matteo wollte Gold, ihm gefiel Rosenmuster, er war angetan von einem Dschungel aus Herzen. Ich auch. Willst du ein Mädchen? Wirklich? Immer noch?).
Als wir eines Abends von einer Verabredung zurückkamen, berichtete mir das Kindermädchen, dass Matteo sie gebeten hatte, mit ihm zusammen Handschuhe mit Glitzer zu bestäuben, ihm ein dünnes Tuch um den Hals zu drapieren und dann mit Purpurglitter, Hellrosa und Himbeerrot zu überpudern – und dann, wenn es ginge, bitte nichts mir zu sagen, weil die Mama, ich, Angst vor Frauensachen hätte.
Ich verstand ihn nicht, ich verurteilte ihn, vor mir musste er sich verstecken. Ich war zum Feind geworden. Andere Mütter dagegen hatten Verständnis, ließen den Dingen ihren Lauf, schickten ihre Söhne mit lackierten Fingernägeln in die Schule, mit Stickern an den Ohrläppchen, mit einer schwarzen Jacke, bestickt mit einer Blume aus rosa Pailletten. Wie viele Kinder habe ich in diesen Jahren gesehen, die wie Matteo waren, aber ungezügelt und ohne, dass ihnen ein Wachhund auf den Fersen war, der nach ihren Wünschen und Träumen schnappte. «Wir denken an Matteo, nicht an die anderen», sagte mir wieder und wieder die Marrasso. Ich habe sie nie wirklich verstanden, manche Sitzungen blieben unlösbare Rätsel, ich hatte Mühe, ihren Erläuterungen zu folgen. Oft traten mein Mann und ich Hand in Hand ein und danach Lichtjahre voneinander entfernt wieder hinaus. Er ging mit allem sachlicher, distanzierter um, gemäßigter, sogar soweit, dass er schließlich eine Regel aufstellte: Genug geredet, genug damit, alles immer wieder hin und her zu wälzen, sich fertig zu machen, das führe zu nichts. Marrasso sei dafür da, wir könnten reden, wenn wir zu ihr gingen, mehr stehe nicht in unserer Macht. Nicht mehr, als ihren Anweisungen zu folgen, ihre Sätze zu interpretieren, an Matteos Seite zu stehen. Auf meinem Mann lastete nicht die Generalschuld, er wollte einen Jungen, und er liebte Matteo wie er war. Ich dagegen nicht. Ich hatte ein Mädchen gewollt und nun wollte ich das Übel an der Wurzel bekämpfen, ich wollte einen Freispruch, eine Klärung, eine neue Anamnese. Anamnese oder Diagnose? Ich wollte gesagt bekommen, dass er sich geändert hatte. Dass er genesen war. Genesen? Von was denn? Wie redest du denn? Man wird gesund von einer Krankheit. Dein Sohn ist nicht krank! Bist du jetzt völlig verrückt?
Ja, ich bin verrückt geworden. Für zwei, drei Jahre. Ich habe an nichts anderes gedacht, nichts anderes gelesen, nichts anderes gesehen: Transsexuelle, Geschlechtsumwandlungen, Erfahrungsberichte, Statistiken, grauenvolle Schicksale, glückliche Lebensläufe, seltsame Geschichten, Geschichten, die von meiner emotionalen Prägung zu weit entfernt, die mir nicht nachvollziehbar waren. Eines Abends blieb ich an einer kleinen Doku über eine Familie in Berlin hängen. Der Sohn war noch klein, drei, vier Jahre alt: blondes feines Haar bis auf die Schultern, die Augen groß und grau wie Metall. Die Mutter war eine korpulente, strahlende junge Frau. Der Vater: gestorben. Sie lebten in einem kleinen Haus, die Möbel aus Sperrholz, Schränke aus Kunststoff: vollgestopft mit Mädchenkleidung, künstlichen Perlenketten, künstlichen Fingernägeln, blauem Lidschatten, weißen Lackschuhen mit Diabolo-Absätzen. Und mittendrin die beiden, die Jonas‘ Phantasien auslebten. Joanna im Haus, in einem Zimmer vollgestopft mit Puppen und Barbies: Die Kutsche, das Pferd, der Pool. Jonas vor dem Haus mit zusammengebundenen Haaren, bewegt sich wie ein Showgirl im Vorabendprogramm. Den Nagellack entfernten sie auch nicht, wenn sie rausgingen. Ich erinnere mich an das engelhafte, zufriedene Gesicht der Mutter, als sie direkt in die Kamera schaute: «Jonas, Joanna… ist genau so mein Herz, mein Leben, ein Teil von mir.»
Wie: genau so? In den Geschichten, die ich wahrnahm, ging es um Metamorphose, um heldenhafte Eltern, die die innere Identität ihrer Kinder annehmen konnten, Vorkämpfer der positiven Einstellung, die zu allem bereit waren, um die soziale Mauer zu durchbrechen und ihren Kleinen zu helfen. Dann gab es diejenigen, die die Realität leugneten, Wünsche niederknüppelten, Scheuklappen aufsetzen und das allzu Offensichtliche übersahen. Kurz gesagt: Es gab die Erzengel und die Dämonen.
Unsere Geschichte dagegen war unsichtbar, es gab keine Zweifel oder Zwischentöne in jenen Berichten: alles war schwarz oder weiß. Wie Matteos erste Zeichnungen, zu denen wir ihn nach unserem Gespräch mit der Erzieherin anspornten. Wir suchten seine Leidenschaft zwischen Märchen, Schnitzeljagden, Lego, Autorennbahnen, Stiften und Zeichnungen. Er fing an, überall zu malen. Im Auto, auf dem Esstisch, unter den Bäumen, am Meer. Häuser, Tiere, kleine Mädchen, Elfen, junge Frauen, Totenköpfe, Skelette, die Familie: Mich immer riesig groß mit Dutt, meine Tochter Eleonora, so groß wie er, sich selbst, meinen Mann. Ein geschlossenes und ein geöffnetes Auge, und dann Menschen. Aufgeteilt in zwei Gruppen: Bright side. Dark side. Auch im Kindergarten fiel bald auf, wie er zeichnete. Von allen Seiten wurde er gelobt und bewundert. Bei Marrasso hielt er sich nicht zurück – es war ihre Art der Kommunikation, ihr Da-Vinci-Code, der Ausdruck seines Inneren. Viele lange Abende betrachtete ich die Zeichnungen, fotografierte, leitete ich einige an Marrasso weiter, rahmte ich, tapezierte ich den Schrank, den Kühlschrank, das Haus. Von allen Seiten bekam er Tempera- und Wasserfarben und Pinsel geschenkt, wir verbrachten ganze Sonntagnachmittage damit «Bildchen» zu machen, zu viert über den grünen Tisch gebeugt malten wir die ganze Welt. Und hörten De Gregori, Bennato und Queen, und meine Tochter malte in zarten Farben winzige Dinge, und darüber verging ein weiteres Jahr, und Matteo kam in die Schule. Die ersten Milchzähne fielen ihm aus.
