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D’ARS Magazine è una collana in formato ePub che dal 2014 offre al pubblico una raccolta di articoli tratti da D’ARS - periodico di arti e culture contemporanee in due lingue (italiano e inglese).Diretto da Cristina Trivellin, D’ARS propone un approccio sincretico alle arti e alle culture contemporanee, spaziando tra i vari linguaggi in un ideale filo rosso che lega arti visive, filosofia, letteratura, teatro, cinema, musica, fotografia, architettura e studia le intersezioni tra arte, scienze e nuove tecnologie. La casa editrice Undicesima si occupa di pubblicazioni nell’ambito delle culture contemporanee, con particolare attenzione ai formati digitali. D’ARS Magazine (Italian/English) is a series which from 2014 will publish a collection of articles taken from D’ARS - magazine of contemporary arts and cultures. Directed by Cristina Trivellin, D’ARS proposes a syncretic approach to the contemporary arts and cultures. It traces a red line through the different media which links visual art, philosophy, literature, theatre, cinema, music, photography, new media and architecture. Undicesima realises publications about contemporary cultures, with particular attention to digital formats.
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Veröffentlichungsjahr: 2014
Undicesima Edizioni
www.undicesima.net
c/o società umanitaria
via daverio 7 | 20122 milano | italy
+39 02 860290
www.darsmagazine.it
D'ARS MAGAZINE n.216 | winter 2013 | year LIII
ISBN 978-88-99110-02-4
D’ARS magazine è una collana in formato ePub che dal 2014 offre al pubblico una raccolta di articoli tratti da D’ARS - periodico di arti e culture contemporanee in due lingue (italiano e inglese). D’ARS propone uno sguardo a 360 gradi sul mondo della cultura contemporanea nazionale e internazionale. Diretto da Cristina Trivellin, D’ARS propone un approccio sincretico alle arti e alle culture contemporanee, spaziando tra i vari linguaggi in un ideale filo rosso che lega arti visive, filosofia, letteratura, teatro, cinema, musica, fotografia, architettura e studia le intersezioni tra arte, scienze e nuove tecnologie. Undicesima Edizioni si occupa di pubblicazioni nell’ambito delle culture contemporanee, con particolare attenzione ai formati digitali.
D’ARS magazine is a series, available in ePub format, which from 2014 will publish a collection of articles taken from D’ARS - magazine of contemporary arts and cultures in both English and Italian. D’ARS offers a full, 360 degree view on the world of national and international contemporary culture. Directed by Cristina Trivellin, D’ARS proposes a syncretic approach to the contemporary arts and cultures. It traces a red line through the different media (which links visual art, philosophy, literature, theatre, cinema, music, photography and architecture), studying the intersections between art, science and new technologies. Undicesima Edizioni publishes publications about contemporary cultures, with particular attention to digital formats.
curator
Cristina Trivellin
editorial staff
Alessandro Azzoni
Loretta Borrelli
Martina Coletti
Valentina Tovaglia
authors
Giordano Bernacchini
Loretta Borrelli
Vito Campanelli
Clara Carpanini
Francesca Cogoni
Stefano Ferrari
Martina Ganino
Laura Gemini
Mantissa
Eleonora Roaro
Viola Lilith Russi
Lorenzo Taiuti
Andrea Tinterri
art director
Alessandro Azzoni
epub
Loretta Borrelli
Valentina Tovaglia
translations
Cesare Attuoni
Le opinioni e i giudizi espressi negli articoli appartengono ai singoli autori e non rispecchiano necessariamente il pensiero della direzione della rivista. La riproduzione totale o parziale degli articoli non è vietata ma deve essere autorizzata dalla Direzione.
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cover: Jan Fabre, Sanguis/Mantis (2001) - 01 Lyon, Les Subsistances © Angelos bvba | Photo: Malou Swinnen
THE COLUMN, 2013, 25'40'' (STILL DA VIDEO), COURTESY KAUFMANN REPETTO, MILANO E GALERIE PETER KILCHMANN, ZURIGO
Su D’ARS 214 parlavamo di Danh Vo e della sua We the People, replica smontata della Statua della Libertà, fatta in Cina e spedita via nave qua e là nei musei di mezzo mondo (tra cui il nostro Museion); potente allegoria scultorea dei rapporti economici tra Oriente e Occidente e della rovina di quell’ideale nell’America d’oggi1. Adrian Paci (1969) ha progettato qualcosa di simile per la sua ultima opera, intitolata The Column. Ha commissionato a un laboratorio marmista di Pechino una colonna classica in stile corinzio. Se l’è fatta spedire via nave. L’ha esposta in una retrospettiva itinerante (Vite in transito) tra Francia, Italia e Canada, assieme a un film che ritrae gli operai durante le fasi della lavorazione: dall’estrazione del blocco di pietra alla cava, fino alla rifinitura eseguita a bordo di una speciale nave-officina, che il febbraio scorso ha sbarcato la colonna ultimata in Europa per la prima tappa della mostra al Jeu de Paume di Parigi – poi al PAC di Milano (fino al 6 gennaio) e dal 6 febbraio al 20 aprile 2014 al Musée d’Art Contemporain di Montreal, in Canada, in un tour delle tre istituzioni che l’hanno coprodotta.
Racconta Paci – che si pronuncia “Pazi”, è albanese – che l’idea per il film gli è venuta sentendo una storia raccontatagli da un amico restauratore, al quale serviva una nuova statua di marmo da collocare in un castello che stava ristrutturando. Qualcuno gli disse che poteva farsela fare in Cina, là hanno della buona pietra e ottimi artigiani che costano poco e consegnano in fretta, perché portano a termine il lavoro direttamente sulla nave che trasporta il blocco di marmo. Una cosa incredibile, “da film” se mi consentite la battuta, curiosa quanto disumana – ma non nell’ottica dell’imprenditore che così riunisce produzione e trasporto in un’unica fase risparmiando tempo e denaro.
La pellicola dura 25 minuti e condensa tutte le caratteristiche tipiche della produzione filmica di Paci: la brevità, la narrazione lineare, la fotografia pulita, il carattere poetico, la suspense che ti tiene incollato allo schermo. Queste caratteristiche, abbinate, gli permettono di realizzare cortometraggi impegnati senza cadere nei toni e nei tempi magari un po’ noiosi del documentario sociale, ma invece sempre restando sul terreno metaforico e sensuale del video d’artista. In altre parole: i video di Paci si guardano dall’inizio alla fine, senza che venga voglia di scappare dopo appena due o tre minuti di proiezione, come talvolta accade con la videoarte. La trasformazione del blocco di marmo in colonna avviene lentamente. Sdraiato sul fondo della nave, bianchissimo, il parallelepipedo di roccia pare dapprima un oggetto ultraterreno, compagno del misterioso Monolito – quello però nero come la pece – che attraversava il vuoto siderale in 2001: Odissea nello spazio. Poi, una volta trasformato in colonna, si fa invece simbolo di quanto di più alto l’uomo può fare usando la propria creatività e le proprie mani, fino a trasformare – come dice l’artista – la natura in cultura. Tutt’attorno, stanchi, coi polmoni pieni di polvere di marmo e fumo di sigaretta, si muovono gli operai, vittime di un sistema commerciale che per guadagnare di più s’è persino inventato un laboratorio marmista viaggiante.
Ecco, in questo contrasto, netto, chiarissimo, violento, sta il significato di questo film, ad oggi il più affascinante tra quelli girati da Paci assieme a quel Centro di permanenza temporanea (2007) – anch’esso in mostra – che è invece il più conosciuto della sua produzione. Là l’azione dura appena cinque minuti e mezzo. Un gruppo di immigrati di diversa provenienza si dirige in fila verso la scaletta d’accesso di un aereo di linea sistemata in mezzo alla pista; si accalcano sui gradini e sul predellino fino a quando non c’è più spazio libero; restano là ad aspettare un aereo che non arriva. Sono le loro le “vite in transito”; e quelle degli operai sulla nave; e pure quella dello stesso Paci, emigrato in Italia dall’Albania in guerra.
L’uso di media diversi, aspetto ricorrente nella produzione artistica di Paci – che non è solo filmmaker ma pure disegnatore, pittore (a olio e d’affresco), fotografo e performer – in The Column viene a concentrarsi dando vita a un’opera doppia, filmica e plastica. E qui osserviamo l’altro aspetto che l’accomuna a quella di Vo e cioè il ribaltamento dell’assetto originale della scultura da verticale a orizzontale: sparsa in pezzi sul pavimento la statua di Vo; in bilico su quattro sostegni la colonna di Paci. Sicché l’una non potrà più essere chiamata “statua” né l’altra servirà più a sorreggere alcunché, facendosi piuttosto due allegorie della crisi del loro significato o impiego primitivi. Dunque diventando, come già s’era detto per Vo, degli anti-monumenti, cioè due opere scultoree sì portatrici di un forte messaggio sociale e politico, ma critico; e non legate ad un particolare spazio pubblico, ma viaggianti.
The Column ha suscitato grande attenzione a livello internazionale e molti sono gli enti e le istituzioni coinvolte a vario titolo nella sua produzione e diffusione. Tra questi c’è il Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk (Danimarca), che ha prodotto un breve documentario intitolato Adrian Paci. The Story of a Stone2, che alterna momenti di una conversazione con l’artista a frammenti del film. Lo vogliamo segnalare non solo perché interessante, ma anche perché ci pare questa un’ottima idea per rimediare almeno in parte all’annoso problema di fruizione della videoarte.
Il caso ha voluto che la conferenza stampa della mostra al PAC cadesse la mattina del 3 ottobre, a poche ore dal disastroso naufragio a largo di Lampedusa nel quale hanno perso la vita 366 migranti eritrei3. Tragedia che rende il lavoro di Paci ora più importante che mai, con quella sua straordinaria capacità di arrivare con le immagini dove la parola non può.
[STEFANO FERRARI (1981) È DOTTORE IN SCIENZE DEI BENI CULTURALI; HA CONSEGUITO IL MASTER IN ORGANIZZAZIONE E COMUNICAZIONE DELLE ARTI VISIVE PRESSO L’ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI BRERA; HA STUDIATO SCRITTURA CREATIVA PRESSO L’UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE E EDITING PRESSO L’AGENZIA LETTERARIA HERZOG. FREELANCE, COLLABORA CON D’ARS, MYWORD, i.OVO e DELOS NETWORK. ]
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