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Oscar Levy

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Beschreibung

L'unico vero interprete del pensiero politico e religioso di Friedrich Nietzsche nel primo Novecento è uno sconosciuto medico ebreo tedesco, responsabile della prima edizione inglese delle opere del filosofo tedesco. Quest'antologia raccoglie gli scritti sparsi di Oscar Levy (1867-1946).

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Veröffentlichungsjahr: 2021

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I edizione digitale: aprile 2021

© 2021 Free Ebrei, Torino

Tutti i diritti riservati

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Vincenzo Pinto

Il fuggitivo

Oscar Levy, nicciano e “antisemita”

Premessa

E qualunque sia il male che possono fare i cattivi:

il male dei buoni è il più nocivo di tutti!

(Così parlò Zarathustra, Delle Antiche e delle Nuove Tavole, 26)

Presentiamo al pubblico italiano un’antologia della produzione saggistica di Oscar Levy (1867-1946). Medico tedesco di origine ebraica, Levy è noto soprattutto quale curatore della prima edizione completa in lingua inglese delle opere di Friedrich Nietzsche. Di Levy è uscita l’anno scorso la lettera aperta ad Adolf Hitler (Bellinzona, Casagrande).

Quest’antologia contiene estratti da alcuni suoi saggi organici (come Il Secolo XIX e L’idiozia dell’idealismo), nonché alcuni componenti poetici (tratti dalla raccolta Dall’esilio) e, soprattutto, introduzioni e commenti a opere di altri autori. Oltre a Nietzsche ricordiamo Gobineau, Heine e Disraeli.

Levy è un autore dimenticato dai libri di storia per via del suo “dialogo” con gli antisemiti (quegli autori oggi condannati dalla storia ufficiale). Un lettore attento e privo di pregiudizi avrà modo di capirne le ragioni analizzando le sue tesi e quelle dei interlocutori.

Torino, aprile 2021

Antologia

Il Secolo XIX (1904)

Il titolo di questo saggio tradisce la missione pubblicistica e culturale di Oscar Levy: estirpare il «mito ebraico». Das neunzehnte Jahrhundert (Il Secolo XIX), tradotto e pubblicato in italiano a Venezia da Rosen nel 1906 (col titolo Il Rinascimento dell’aristocrazia), è un saggio di storia morale dell’Europa contemporanea, che riecheggia il tomo di Houston Stewart Chamberlain sui «fondamenti» apparso alcuni anni prima. Levy enuncia il suo auspicio fondamentale: formare una nuova aristocrazia dello spirito (e del sangue) che salvi il continente europeo dal suo inarrestabile declino.

Niente popolo «eletto«» (o «maledetto»), semmai singoli «eletti» (e spiriti «affini»). Il «male» del XIX secolo è consistito nella progressiva secolarizzazione della morale giudaico-cristiana (dalla Riforma protestante alla Rivoluzione francese), che ha prodotto il livellamento delle eccellenze, il dominio della mediocrità: etica puritana, democrazia e nazionalismo sono tre facce della stessa medaglia. I nemici della «reazione servile» sono gli individui «cosmici» come Napoleone (che cercò di unificare l’Europa e di vivificare l’aristocrazia con la sua politica dell’amalgama) e i suoi eredi spirituali: Goethe, Stendhal, e, soprattutto, Nietzsche, profeta della nuova religione individualista. Questi personaggi sono stati gli unici autentici «uomini», stelle pagane in mezzo all’oscurità giudaico-cristiana: hanno tentato di dar vita a un progetto estetico innovativo e qualitativo in mezzo all’ossessione (quantitativa) per il «numero».

Ma che cos’è questo razza dei «migliori»? Levy lo spiega piuttosto bene nel corso del libro, ma è utile cercare di comprendere come la sua posizione si differenzi da quella di Chamberlain. Il mito della superiorità ariana è fallace non tanto perché si tratta di un «mito», cioè di una narrazione identitaria, ma perché è una scopiazzatura tedesca del «mito» ebraico dell’elezione. Levy è un medico e, come tale, cerca di scoprire i segni della malattia contemporanea anche attraverso i sintomi del suo paziente. I presagi sono l’emersione di ideologie politiche apparentemente diverse e tuttavia strutturalmente concordi: la grandezza è mortificata dalla mediocrità.

Il tentativo germanico di narrare la superiorità di una razza è storicamente infondato per due motivi: innanzitutto, la superiorità è una qualità di singoli individui e non di gruppi, clan, etnie, ecc.; in secondo luogo, le tracce della storia passata ci dicono che i germani, ben lungi dall’essere un popolo creativo e innovativo, sono stati spesso volenterosi epigoni delle altre grandi civiltà. E per un motivo molto semplice: hanno sempre mortificato la grandezza individuale (salvo alcuni casi sporadici).

Il capitolo 8 (che qui riportiamo) è dedicato agli ebrei e alla loro «superiorità». Pur accusandoli di essere alla base della degradazione morale dell’Occidente, Levy li ritiene gli unici individui capaci di porre rimedio ai loro errori. Errori che sono stati la logica conseguenza della cattività babilonese. Levy è «antirabbinico» (o anticlericale), perché ritiene che l’identità ebraica sacerdotale, pur storicamente comprensibile (la depressione genera riflessione), abbia castrato e svirilizzato gli ebrei. È «antisemita» nella misura in cui ritiene che il finanziarizzazione dell’economia non porti alla salvaguardia dell’aristocrazia (cioè dei migliori), ma all’emersione della plutocrazia e dell’oclocrazia (cioè dei più furbi).

Levy non è figlio della logica aristotelica (e gnostica) del terzo escluso: il mondo ha bisogno dei «forti» come dei «deboli», presi singolarmente. Non ci sono popoli buoni o cattivi, belli o brutti, veri o mendaci. Esistono singoli individui capaci di elevarsi oltre le nebbie, che vanno sostenuti di fronte al livellamento generale della democrazia «cristiana». Analoghe espressioni le ritroviamo nell’autobiografia di Hitler, dove, tuttavia, la salvaguardia dell’individualità è funzionale alla salvezza del popolo tedesco. Quindi, la vera e sostanziale differenza tra le diagnosi di questi due «medici» è che l’uno resta coerentemente anarchico e libertario, l’altro piega la libertà al volere della nazione e della guida messianica. Adolf (Ben Yosef) non è altro che un ulteriore epigono distruttivo della morale ebraico-cristiana.

 

Capitolo 8. Gli ebrei1

 

Come ha potuto questo popolo disprezzato da tutte le nature superiori del mondo antico, questa razza descritta già da persiani, medi e assiri come «despectissima pars servientium» – come hanno potuto questi orientali superstiziosi, indicati da Cicerone come «schiavi innati», queste talpe beffarde, fotofobiche, fanatiche, che hanno indebolito Roma dalle loro catacombe – ebbene come hanno potuto gli ebrei porsi dalla parte di Nietzsche? Com’è potuto succedere che quella combriccola da cui sorse il cristianesimo, di cui Cristo stesso fece parte – applaudire all’Anticristo in carne e ossa? Com’è possibile che coloro che annerirono il bianco, che falsificarono tutte le parole antiche, che bollarono come follia ogni forma di saggezza, sostengano il saggio che lanciò le peggiori accuse al loro popolo, che bollò il salvatore come avvelenatore del globo e il suo Vangelo come Disangelo? Come hanno potuto gli ebrei porsi dalla parte di chi bollò la loro grande opera come una macchia, come la peggiore onta su tutta l’umanità?

Il motivo è semplice: gli ebrei di oggi non sono più gli ebrei di ieri – i convertiti sono gli autentici ebrei, ebrei all’ennesima potenza: i cristiani. La storia dell’ebraismo è quella di un popolo esauritosi (nel cristianesimo) – ma che così ottenne da madre natura la peggiore delle punizioni: con un gelido spruzzo d’acqua subì le sofferenze più terribili. Ma la storia del popolo ebraico è anche quella dell’assassino della saga medievale, rievocativa dell’antico crimine, che la coscienza, e non solo lei (anche l’esperienza) tormenta costantemente; un popolo nauseato dal pensiero: «Ho fatto bene? È stata così brutta quella bella morte? I miei figli non sono più brutti dei loro?... Perché ho distrutto Roma?» L’ebreo vaga inquieto per il mondo – deriso, disprezzato, perseguitato, ridicolizzato, scacciato. Ma di questo se ne preoccupava poco. Egli disprezzava la sua carne e il suo sangue: gli ebrei non di razza, ma, quel che è peggio, di spirito… Se solo non l’avessero ucciso! Quale pericolosa intossicazione della grande pagana, di quella pagana che la pensava diversamente sul bene e sul male! Aveva ragione Roma? Sarebbe terribile sacrificare qualcuno al suo odio, un signor nessuno, deprecabile, e indifferente – potremmo dimenticarcelo – ma che dire di uno, del più grande, del più nobile di tutto noi – di colui che forse conosceva il bene e il male! E quando i cristiani intorno a lui urlavano con pietre, escrementi, pugni chiusi e occhi pieni d’odio – l’ebreo reagì con la sua conoscenza, con la sua religione, con la sua trasvalutazione, con la sua cultura, col suo «bene». Si era forse sbagliato? Un Dio doveva averlo accecato? Una temibile follia ne ha obnubilato la mente da migliaia di anni? Perché insultava e sputava sul padre di questa follia, sul diffusore di questa pestilenza, sul nemico mortale di qualunque autentico bene? Perché il capo di ogni canaglia lo perseguitava, lo diffamava e gli sputava addosso? Fiaccato dal dubbio e dalla rabbia, l’ebreo errante discende la sua strada solitaria lontano da tutti i popoli, lungo un pendio, la sua mente turbata riposa sul sostegno della mano e il suo capo, maestoso e sfortunato come quello del Geremia di Michelangelo, rimugina: «Che cos’è il bene? Che cos’è il male?»

Queste furono le domande che impegnarono tutte le migliori menti ebraiche durante la notte del cristianesimo – ma tutte le altre risposero sempre in senso cristiano. Ma non erano mai state ridestate come quelle degli ebrei: nessun pericolo, quel padre severo che educa il grande guerriero e il grande pensatore, li aveva minacciati. Non erano benedetti dalla persecuzione che aveva martellato così duramente gli ebrei. I cristiani mancavano delle sofferenze dei loro antenati, da cui trarre beneficio. Nessuna inondazione si rovesciò su di loro per prepararli, come gli abitanti della laguna veneziana, a dominare il mondo. Nessuno aveva aspramente proibito loro di «contare bene, perché se speculi male è la fine». Non avevano imparato la lezione della punizione, della schiena livida e dalle ferite lancinanti che l’ebreo aveva provato dopo aver diffuso il delirio cristiano dell’amore. Così è accaduto che, persino nel Medioevo, le grandi questioni furono affrontate più umanamente dai pensatori ebrei, più occidentalmente e paganamente rispetto ai discendenti dei greci e dei romani, e che i filosofi ebrei trovarono la salvifica via ellenica grazie alla lingua araba, mentre gli ariani vagavano disperatamente nel giardino incantato orientale. Nietzsche aveva già riconosciuto questo tratto pagano nei filosofi ebrei.

Questo valeva naturalmente per i filosofi ebrei, per gli ebrei che erano tali, per gli ebrei che vivevano ancora nello spirito veterotestamentario – non certo per quella nullità informe che il Secolo XIX designava come razza ebraica. Cosa intendeva per «popolo»? Il senso di una nazione dovrebbe essere quello antico: popolo meno schiavi. Non commercianti e coltivatori, economisti e chirurgi, archeologi e parlamentari. Parliamo di uomini liberi. Ma il Secolo XIX non conosceva questa differenza: l’epoca della democrazia universale identificava popolo e razza, senza preoccuparsi che un albero, per quanto importanti siano le sue radici, si riconosce solo dai suoi frutti. In media, gli ebrei, come popolo, sono sempre stati molto mediocri. Nietzsche, invero, ci vedeva molto di glorioso; pensava che il consensus populorum avesse sempre torto. Affermò che gli ebrei furono perseguitati per via delle loro virtù «viziose». Osservò che fosse una benedizione incontrare un ebreo tra i tedeschi. Forse concordava con Goethe:

 

Non posso discuterne,

che il diavolo mi rimpicciolisca:

un uomo odiato da tutti,

quello voglio essere!

 

Ma oggi non possiamo evitare l’irresistibile impressione che l’advocatus diaboli fosse troppo generoso e che le virtù ebraiche fossero comuni; che tra la plebe ebraica e quella cristiana esistessero solo differenze esteriori e che, tra il popolo eletto, pochi fossero abbastanza «eletti» da speculare sul bene e sul male.

La maggior parte di loro speculò su altre monete, il cui bene e male è assai più semplice. L’aspirazione della razza ebraica non si rivolse verso la filosofia, né verso la religione, ma verso il denaro. Mammona divenne il loro secondo Dio, già introdotto nel Medioevo, quando alcuni miscredenti si opposero violentemente al loro primo Dio. La seconda conversione ebraica avvenne in modo più rapido e scrupoloso rispetto alla prima: la sua influenza riuscì a debellare ogni ateo. Nel Secolo XIX tutti credevano – a Mammona. Tutti mercanteggiavano. Lo Stato era diventato una sorta di società commerciale: lo smercio di prodotti, il reperimento di mercati stranieri era la sua occupazione principale; i diplomatici erano gli agenti stranieri del commercio. Raramente gli Stati si affrontavano sul campo, preferivano mercanteggiare – e quando si affrontavano a viso aperto, il vincitore era troppo debole per sfruttare la sua vittoria – e si ricorreva a una pace mercanteggiata. Si mercanteggiava con le nazioni straniere nei palazzi ministeriali, si mercanteggiava con il proprio popolo nei parlamenti. Gli ebrei avrebbero potuto inorgoglirsi del successo della loro attività missionaria; ma l’orgoglio della loro vittoria durò poco: il mondo ingrato rivolse rari applausi ai suoi benefattori. Preferiva onorare gli dèi ebraici, ma non gli ebrei. Ma coloro che erano esteriormente oppressi avrebbero salutato ogni segno d’intelligenza fra di loro? Al contrario: gli ebrei, come gli altri popoli, non solo non sostennero i loro grandi uomini, ma li contrastarono con inimicizia. Matrimonio, patrimonio, famiglia, quiete, soddisfazione, tranquillità erano i desideri di tutti i popoli, ebrei inclusi.

Anche la persecuzione non arrecò alcun vantaggio agli ebrei del Secolo XIX. I loro avversari, animati da profondo spirito cristiano e da un commovente amore per il nemico, fecero del loro meglio per favorire la grandezza di un popolo straniero: perché la loro persecuzione non fu né così severa da paralizzarlo, né così leggera da non irritarlo. Ma fu tutto vano. Gli speroni antisemiti più infuriati non poterono galoppare liberamente sul cavallo zoppo degli ebrei. Gli ebrei trottavano più allegramente per il mondo rispetto agli altri popoli – ma il loro odio e la loro bile si sfogarono solo nell’usura e nell’estorsione. I nobili ebrei, i veri figli di Yahwé, gli Shylock che disdegnavano l’oro e chiedevano la rivincita, furono sempre e solo le eccezioni. Il popolo ebraico non fu migliore degli altri ed ebbe di gran lunga più motivi e opportunità per esserlo. Sino all’inizio del Secolo XX si trovò in una posizione privilegiata: gli era quasi ovunque precluso l’impiego statale ed era tuttavia tollerato. Precedentemente – in Spagna – era stato non solo escluso, ma pure bandito: poi gli Stati moderni furono troppo deboli per farlo. Lo Stato del Secolo XIX era così informe da essere tollerante e troppo tollerante per scacciarli. Così gli ebrei vissero in relativa quiete, senza provare i dolori della tortura statale. Marciarono leggeri, mentre i membri delle altre religioni dovevano trascinare le loro pietre negli zaini. Pagavano le tasse, come gli armeni in Turchia. I quali non erano esclusi come gli ebrei dal servizio militare, ma erano esonerati dall’amministrazione statale. Avrebbero dovuto esserne grati? Certo, alcune individualità avrebbero potuto emergere in quell’epoca informe tra i più derelitti dei derelitti che dovevano trascinarsi dietro le catene dell’amministrazione statale. Ma quanto fosse infinitamente cieco l’ideale popolare del Secolo XIX lo dimostrò il caso ebraico: gli ebrei aspirarono e si spinsero verso l’amministrazione statale. Sacrificarono a questo Moloch i loro figli nelle scuole e nelle università – avrebbero sacrificato anche i loro genitori. Furono accusati – a torto – di essere presuntosi: erano così umili da voler diventare funzionari governativi!

Allora il loro incessante clamore era: tolleranza. «Siate cristiani, miti e tolleranti», chiedevano ai popoli tra cui vivevano. Se tra gli ebrei qualcuno osava dire che i governi avrebbero fatto bene a sbarazzarsi degli ebrei, i correligionari lo avrebbero accusato di essere un mostro. Se questa mostruosità fosse proseguita con la tesi che la tolleranza sorta dal disinteresse era un insulto (come quella dei romani verso gli ebrei), che l’odio era comunque preferibile al disprezzo, avrebbero fissato quel tizio con sguardo sperso, gli avrebbero citato Machiavelli e avrebbero soffiato volentieri il sacro corno di cervo, lo schofar, per scacciare via dalla comunità di Israele «l’indegno fratello che insozza il suo nido». Ma il suo istinto si era indebolito nel Secolo XIX, così come quello dei suoi avversari – e il rabbino nella sinagoga, sotto il rumore della tromba, non annunciava più davanti alla Sacra Arca aperta il terribile bando già emesso in passato contro il loro più grande pensatore:

 

«Secondo la decisione degli angeli e del giudizio dei Santi, bandiamo, scomunichiamo, malediciamo e cacciamo Baruch de Espinoza […] Sia maledetto nel giorno, sia maledetto nella notte, sia maledetto quando si posa, sia maledetto quando si leva, sia maledetto se esce, sia maledetto se entra […] A voi che siete fedeli al Signore, al vostro Iddio, che siate oggi benedetti, ordiniamo che nessuno abbia rapporti orali o scritti con lui, che nessuno lo soccorra, che nessuno rimanga con lui sotto un sol tetto, che nessuno gli si avvicini più di quattro passi, che nessuno legga uno scritto redatto o pubblicato da lui».

 

E tuttavia nell’uomo, sul cui capo calò questo pio desiderio, maturò la millenaria tragedia del popolo ebraico: la tragedia di sapere che «ci siamo sbagliati, torniamo indietro, indietro». Baruch Spinoza fu il primo ebreo dall’epoca alessandrina a essersi nuovamente ellenizzato; il primo pagano risvegliato dell’epoca della Riforma; il primo a lasciare la casa fatiscente del suo credo e a porre la fondamenta per un edificio più maestoso, bello e gioioso, per il palazzo regale della filosofia nicciana.

 

 

Dall’esilio (1907)

Nel 1907 appare a Londra (ma in lingua tedesca) una raccolta di versi apparentemente estemporanea, ma che riprende e amplia le tematiche già affrontate nel Secolo XIX: Aus dem Exil. Verse eines Entkommenen (Dall’esilio. Versi di un fuggitivo). Nella lunga premessa didascalica Levy si difende dalle accuse di “immoralità” e di “antisemitismo” piovutegli addosso dalla stampa: essere aristocratici è il dovere di ogni vero uomo (“vir”) che tenga alla sopravvivenza del genere umano. Per un motivo molto semplice: tutte le ideologie comunitarie sono “morali”, razionalizzazioni e, quindi, astratte interpretazioni della vita.

La raccolta di Levy è divisa in quattro sezioni: Der Wanderer (Il viandante), Ironoclastica (Contro il militarismo), Solitudini Sacrum (titolo tratto dai Lust-reisen di Friedrich Schneidern) e In Lighter Vein (In tono più leggero). I poemetti spaziano dalla religione alla superstizione, dalla politica e alla letteratura, da problemi dell’attualità a tematiche filosofiche più generali. Prevale un accento ironico, rivolto in particolar modo verso i propri connazionali.

Thomas Common, uno dei pochi nicciani inglesi, sostiene che Levy avrebbe tratto ispirazione dalla Gaia Scienza per mostrare le contraddizioni valoriali del mondo contemporaneo e per cercare di trasmutarle in un progetto di rinascita aristocratica. Ma Londra, capitale del più grande impero economico e politico dell’epoca, era il luogo più consono a questo progetto di “superamento” della morale ebraico-cristiana? Poteva un paese anglicano-puritano essere un terreno fecondo sui cui impiantare l’opera di Nietzsche (strumentalizzata in patria e fraintesa all’estero)?

Pubblichiamo una parte della premessa, dove l’autore si difende dall’accusa di antisemitismo, e alcuni poemetti che contengono alcuni temi ricorrenti: l’idiosincrasia antipatriottica e anticristiana, il ruolo storico degli ebrei, il futuro dell’Europa.

Premessa2

 

[…] La «morale» di ogni aristocratico è naturalmente anarchica. Ogni aristocratico, da quello della Grecia che all’epoca tucididea si scannava con i suoi pari, sino l’ultimo arrivato Napoleone, pretende di essere libero: vuole obbedire solo a se stesso; non riconosce alcun dovere verso i più deboli; afferma che il suo diritto è ampio quanto il suo potere e che il suo potere precede ogni diritto; non vuole assoggettarsi a quelle leggi statali che sono fatte dalle masse per le masse; odia ogni sorella gemella iniqua che si sia stranamente aggiunta alla libertà, e la scarta: odia, in sintesi, l’uguaglianza. Ma la cosa peggiore è che tali parole antistatali uscirono di bocca agli anarchici da Lutero a Ibsen. C’è un po’ di confusione al riguardo – il che è imperdonabile. Ma è offensivo e abusivo porci a fianco di persone che sono esattamente dalla parte opposta della scala umana. Non bisogna dimenticare che les extrémes se touchent. Voglio contrapporre a questa ingiustizia inflittaci una breve frase che speriamo ponga fine a tutto: «Tutti gli aristocratici sono anarchici, ma non tutti gli anarchici sono aristocratici».

Sono stato anche accusato di antisemitismo. Confesso che l’ho appreso con una scrollata di testa. Mi è parso quasi comico proprio che io, che vergai i libri con quel nome ricevuto da mio padre e da mia madre e che, come si sa, è quello della nobiltà sacerdotale del mio popolo, non possa difendermi da tale accusa. No, no: non sono un antisemita! Per la semplice ragione che io danneggio veramente gli ebrei. Il che non è riuscito a nessun antisemita in tremila anni. Vorrei far presente a lor signori che potrei mostrar in che modo si possano aprire le finestre della sinagoga per far entrare un po’ d’aria in quell’interno ammuffito. Potrei indicare gratuitamente la giusta via a questi uomini innocui; potrei impartire una direzione ben precisa a questo loro odio alquanto cieco, che potrebbe scaricarsi come quello di ogni figlio del ministro di Hannover. Conoscete la sua storia? Nel 1848 la plebe di questa città virtuosa era furiosamente agitata contro il suo governo. Eresse barricate, gettò pietre e voleva rompere le finestre del palazzo ministeriale. Ma non sapeva dove vivesse esattamente l’odiato presidente e si aggirò senza meta, irritata, sputando e incollerita lungo la città. Ma incrociò il figlioletto del signore poco popolare, un grosso fannullone, forse più adatto a governare del padre.

«Cosa volete? Cosa cercate?»

«Cerchiamo la casa del marchese W.»

«La casa di mio padre? Cercate questa? Venite con me!»

E la plebe e il figlio del ministro ruppero insieme le finestre del palazzo. – Anch’io mi metto a disposizione degli antisemiti – confesso anche che trarrei altrettanto divertimento quanto il piccolo figlio del ministro: ma prego loro di non dimenticare durante questa fraternizzazione che io, come quel piccolo fannullone, provengo da altre cerchie, che non ho nulla a che fare con loro e che desidero non essere confuso con loro.

All’accusa di antisemitismo si aggiunge beffardamente quella di fiero odio contro la religione della croce. Anche qui la mia ostilità, che è sicuramente più profonda di quella dell’abituale studioso di scienze naturali o filosofo, è facilmente spiegabile col legame di affinità tra la religione ebraica e quella cristiana: il disonore nella propria famiglia è notoriamente più fastidioso. Il mio rimprovero non poteva giungere così forte e circospetto come quello dei dotti ariani, che non si vergognano della cattiva compagnia del figlio dell’ebraismo. L’oggettività scientifica del mio libro ne ha sofferto fortemente: io ho lottato in forma più sofferta contro la morale del cristianesimo appena mi fu chiaro che il cristianesimo faceva comunella con alcuni individui dalla dubbia reputazione, che inizia a strangolare sempre più fortemente al collo la sua vittima umana. Questa mia convinzione si è consolidata negli ultimi tre anni: oggi constato chiaramente l’abisso verso cui ci dirigiamo a vele spiegate e urla entusiastiche per Dio, per il Re e per la Patria, quell’abisso nella cui profondità non vedo purtroppo tre dèi e animali meravigliosi osservare con ampie fauci le loro vittime pronte a cadervi. Mi sembra una fatale prerogativa della mia genia avere visioni apocalittiche; e così io voglio fornire al resto del mondo una descrizione più accurata dei tre mostri che ho visto, assai meno esoteriche rispetto a quelle dell’ebreo cristiano autore della rivelazione di Giovanni.

Il primo drago che, dormendo confortevolmente sull’enorme pancia, lascia brillare alla luce del sole le sue squame dorate, si chiama capitalismo che, attraverso il socialismo di Stato e la promozione del matrimonio dei proletari, istruisce le numerose ed economiche masse lavoratrici. Il secondo drago, nelle cui ampie fauci rosse quasi vuote sibila una lingua biforcuta sempre in movimento, si chiama socialismo, che esige dallo Stato ulteriore moderazione, gioia e conforto per le masse e che aumenta solo il numero di schiavi del lavoro che si devono vendere a ogni costo al capitale. Ma il terzo drago è un uomo, un prete cristiano che concede alla coppia di fratelli draghi socialismo e capitalismo la benedizione divina, che ammonisce all’umiltà, alla pazienza e all’immobilismo gli uomini prodotti artificialmente e, predicando la moralità e la filantropia, incoraggia Stato e capitale al più esilarante circulus vitiosus per l’ulteriore produzione di uomini di seconda qualità.

Con tale sguardo avveniristico sull’umanità dovrebbe essermi difficile conservare la mia oggettività. Tuttavia mi servo delle forze di uno stoicismo estraneo alla mia indole e interpretai in questi termini le grida di paura che minacciavano di giungermi dalla gola: «Non sei cristiano! Lasciali precipitare!» Ma nulla poteva spingermi a trattare questi confratelli precipitati e sprofondanti in modo equilibrato e giusto, e nel mio libro ho definito uomini inferiori, deboli e infranti gli ebrei, i cristiani e i socialisti caduti nell’abisso della cultura moderna.

Ma non ho mai detto che un uomo debole sia un uomo inutile. Non ho negato il diritto all’esistenza di quest’uomo caduto a un livello inferiore e dilaniato dal cristianesimo e dai i suoi pupilli dragheschi. Al contrario: nel nostro mondo c’è spazio tanto per i deboli quanto per i forti – anzi, è molto importante che i primi sopravvivano, poiché ogni cosa grande e forte tende a fallire con facilità e una filosofia dei forti potrebbero determinare la fine dell’umanità, il che non è piacevole. Ma di questo oggi non bisogna preoccuparsi. La morale cristiana, che domina da duemila anni, ha difeso i deboli in modo così eccellente da sviluppare magnifici e numerosi fiori sul campo umano. Anche a una filantropia nazarena restò poco da fare in tal senso. Ma forse – così pensavo – avviene al contrario: perché quand’anche la morte dei deboli non sia pericolosa, potrebbe forse avvenire la fine dei forti che nei suddetti duemila anni nessuno ha ancora difeso. Numerosi studi e indicazioni confermarono il mio timore che la sparizione degli uomini superiori possa essere pericolosa, dato che la morte di questa specie interessante è già iniziata, dato che per l’avvenire genere pigmeo le ossa di mammut dei passati uomini grossi potrebbero mostrarsi solo ancora nei musei. Il pensiero che ciò potrebbe avvenire a questa bella razza, mi toccava il cuore. Ho auspicato quindi la sua difesa e conservazione, ho soffiato nel corno di fronte ai cristiani per una loro equa e maggiore considerazione, non per sterminarli – il che, per via del loro scarso numero, potrebbe essermi vivamente difficile – ma per limitarli, per dar loro contenuto, indicar loro la seconda posizione avvenire e adeguata: «Signor Camerata» chiese nel 1870 un bavarese a un ufficiale prussiano, «dobbiamo distruggere il villaggio bruciandolo o agire con moderazione?» Rispetto al cristianesimo sostengo la mite e moderata distruzione. […]

 

 

 

 

 

I. Da Il viandante

 

Girovaga!3

 

Figlio mio! Non restartene a casa!

Va’ per il mondo!

E lasciale parlare,

Le stupide facce,

Della patria

Di altri paesi!

L’oceano è aperto

E molti sono già annegati

Negli stagni di casa

Nell’Impero tedesco

Fra birra e birilli

Circumnavigando il mondo…

Vuoi diventare qualcuno

In questo mondo?

Allora restatene a casa

Nell’eremo tranquillo

E attendi pazientemente

E saluta doverosamente

Il signor borgomastro

E gli altri fantasmi –

Visita la sede,

Soffiati delicatamente il naso,

Gioca a skat con i consigli comunali!

Questo è il mio consiglio…

Cosa vuoi essere,

Non pensarci,

Un bell’artigiano

Non va all’inferno:

Lascia la tua cittadina,

Lascia la tua ragazza –

Anche se la ami,

E anche se sbraita:

Si consolerà comunque

In questo caso;

E se anche sbraita

Nelle sue stanze,

Amico mio, credimi!

Non ne vale la pena

Rimpiange il legame

Solo per la vergogna

 

Vieni! Fa’ sedere la prostituta

Gli occhi della ragazza fulminano

Lo straniero più eccitante

Dell’indigeno;

Puoi a malapena parlucchiare,

Presto lei ti insegnerà a parlare –

Oltretutto –

È certo –

Nel miglior modo

Nn si parla molto…

Solo all’estero è piacevole!

Solo all’estero c’è coraggio!

Così te ne fai della tua lingua?

Lasciala sospirare e lamentare!

Va’ per il mondo

E mandale denaro!

Poi ti chiamano “grosso”

E tu sei perduto –

Perduto è il suo amore,

Paralizza tutti gli impulsi –

Altrimenti diventi, come lei,

Una giumenta accogliente.

 

 

Tre viandanti4

 

Tre viandanti attraversavano lo Stige,

E Caronte conduceva la barca –

Il primo dei tre non disse nulla,

Sapeva di essere morto.

 

Se non fosse stato morto,

Avrebbe anche taciuto;

Ora tace a maggior ragione:

È usanza dell’antica Inghilterra.

 

Il secondo lo guarda dispiaciuto –

Era così giovane e bello:

Si lamentava che il triste mietitore

L’avesse falciato troppo presto.

 

«Non ho avuto abbastanza tempo,

Amavo le donne e il vino!» –

E poi prese il suo fazzoletto

E vi pianse silenziosamente.

 

Poi guardò improvvisamente il grembo

E dice: «Non mi lamento più!» –

Un francese non piange mai!

Fini! Vogue la galère!”

 

Poco dopo che ha finito di parlare,

Inizia il terzo:

«La barca che si trascina così rapidamente!

Fermala! Vecchio!

 

Dovemmo vedere a casa nostra

La carrozza del secondo

Non feci veramente nulla

Per vederlo qui!»

 

Gli altri osservano in silenzio:

«Da dove viene quell’uomo?»

Dopo una pausa, si chiesero