Das Schweigen - Ada Zapperi Zucker - E-Book

Das Schweigen E-Book

Ada Zapperi Zucker

0,0

Beschreibung

Dieses Buch erschien zum ersten Mal 2010 bei alfa beta in Meran und hat im Jahr darauf den renommierten Chianti Literaturpreis erhalten. Eine Neuauflage in einer zweisprachigen Ausgabe hat sich deshalb angeboten, da die aktuellen Ereignisse in Europa, (Krieg, Flucht und Verteibung), auch in diesem Roman eine wichtige Rolle spielen. Eine mittellose kalabresische Kleinfamilie aus einem Dorf in den Silabergen, erliegt den Versprechungen des faschistischen Podestà und wird nach Südtirol umgesiedelt. In dieser neuen, für sie völlig fremden und unverständlichen Umgebung, als Analphabeten und ohne italienische, geschweige denn deutsche, Sprachkenntnisse - sie sprechen nur ihren kalabresichen Dialekt - haben sie keine Chance irgendwo Anschluss, Verständnis oder Hilfe zu finden. Und dann bricht gegen Kriegsende das Unheil in in Gestalt von drei deutschen betrunkenen Soldaten über sie herein und zerstört die kleine Familie. Die Mutter, eine in Stein gemeißelte archaische Figur von unzerstörbarer Härte, schafft es mit den beiden Töchtern zu überleben und Enza, die Hauptfigur des Romans, findet in ein normales und erfolgreiches Leben, wenn auch schwer von der Vergangenheit belastet, einer Vergangenheit, deren Einzelheiten sie erst nach und nach erfährt und nur langsam akzeptieren kann.

Sie lesen das E-Book in den Legimi-Apps auf:

Android
iOS
von Legimi
zertifizierten E-Readern
Kindle™-E-Readern
(für ausgewählte Pakete)

Seitenzahl: 408

Veröffentlichungsjahr: 2022

Das E-Book (TTS) können Sie hören im Abo „Legimi Premium” in Legimi-Apps auf:

Android
iOS
Bewertungen
0,0
0
0
0
0
0
Mehr Informationen
Mehr Informationen
Legimi prüft nicht, ob Rezensionen von Nutzern stammen, die den betreffenden Titel tatsächlich gekauft oder gelesen/gehört haben. Wir entfernen aber gefälschte Rezensionen.



Hauptpersonen und Handlung der Erzählungen sind frei erfunden, Ähnlichkeit mit lebenden Personen rein zufällig

Personaggi e situazioni dei racconti sono frutto della fantasia. Qualsiasi relazione con persone reali è del tutto casuale.

Ringrazio Caterina Mammola, di Siderno, per la traduzione in dialetto calabrese delle frasi ricorrenti nel IV e V capitolo.

Ada Zapperi Zucker ist in Catania (Sizilien) geboren. In Rom hat sie mit dem Gesang- und Klavierstudium begonnen um es an der Musikhochschule Wien abzuschließen. Gleichzeitig hat sie für das Dizionario Biografico degli italiani des Istituto Treccani, die Enciclopedia dello Spettacolo und an der Enciclopedia Universo De Agostini gearbeitet. Ihre sängerische Karriere ist hauptsächlich außerhalb Italiens abgelaufen. Sie unterrichtet Gesang in Deutschland und in Südtirol.

Von dem Südtiroler Maler Gotthard Bonell wurde sie in Malerei unterrichtet.

Ada Zapperi Zucker è nata a Catania. A Roma ha iniziato gli studi di canto e pianoforte per poi concluderli alla Musikhochschule di Vienna. Nello stesso tempo ha collaborato per il Dizionario Biografico degli italiani dell’Istituto Treccani, all’Enciclopedia dello Spettacolo e all’Enciclopedia Universo De Agostini. Cantante lirica, ha svolto la sua attività prevalentemente all’estero. Insegna canto in Germania e in Sudtirolo.

Con Gotthard Bonell ha studiato pittura.

Ihre Veröffentlichungen haben verschiedene nationale und internationale Preise bekommen, die wichtigsten sind:

I suoi scritti letterari hanno ottenuto vari riconoscimenti nazionali e internazionali, i più importanti sono:

2020 2017

Secondo Premio

San Domenichino

per

Due donne del Sud

Menzione d’onore

Casentino

, per il romanzo

La casa del nonno

2015 2012 2012

Primo Premio

San Domenichino

per i racconti

La cucchiara

Primo Premio

Casentino,

per il romanzo

Teatro di ombre

Premio

Stiftung

Kreatives

Alter,

Zürich per i racconti

Le inquietudini della sora Elsa

2011 2008

Primo Premio

Chianti,

per il romanzo

Il silenzio

Primo Premio

Giovanni Gronchi,

per i racconti

La scuola delle catacombe

Editoriale – file audio

Si può ricevere il file audio, parte integrante del libro, seguendo il seguente sistema:

Notare la prima parola, sopra a sinistra, della pagina 42 del libro.

Inserire questa parola come “soggetto’ in una email.

mandare questa email a

[email protected]

In tal modo si può ricevere gratis il file audio

La veglia.wma

allegato a una email.

I nostri libri bilingue sono spesso usati per insegnare la lingua Italiana, per imparare vocaboli e grammatica. Inoltre costituiscono un aiuto per quanto riguarda la pronuncia della lingua italiana. Infatti un file audio fa parte del libro, nel quale l’autrice legge il capitolo La veglia in lingua italiana.

È anche allegata una tabella che riporta la posizione esatta di ogni pagina sul file audio.

La lettura del capitolo è anche registrata su un CD, che si può comprare al prezzo di 3,80€ nel nostro internet-shop www.verlagohnegeld.de.

Sia chiaro: non si tratta di un audiolibro dell’intero libro ma di un supplemento al libro stampato, nel quale viene letto dall’autrice soltanto il capitolo La veglia per chiarire eventuale problemi di pronuncia.

Editorial – Audiodatei

Um die zum Buch gehörende Audiodatei zu erhalten, gehen Sie bitte wie folgt vor:

Entnehmen Sie dem Buch auf Seite 42 das erste Wort links oben.

Tragen Sie dieses Wort als ‘Betreff ’ in eine Email ein.

Senden Sie diese Mail an

[email protected]

Sie erhalten dann die Audiodatei

La veglia.wma

als Anhang einer Email kostenlos zugesandt.

Unsere zweisprachigen Bücher werden vielfach im italienischen Sprachunterricht verwendet, sie sind dabei für den Vokabelerwerb und das Verständnis der Grammatik sehr hilfreich. Um auch die korrekte Aussprache überprüfen zu können, ist dem Buch diese Audiodatei beigegeben, in der das Kapitel La veglia, von der Autorin in italienischer Sprache gelesen wird.

Mit der Email bekommen Sie auch eine Tabelle, in der jeder Seitenanfang der entsprechenden Stelle in der Audiodatei zeitlich zugeordnet ist. Sie können so Textstellen mit unklarer Aussprache leichter ansteuern.

Sie können aber auch eine Audio-CD mit besserer Tonqualität zum Preis von 3,80€ über unser Internetshop www.verlagohnegeld.de beziehen.

Es sei darauf hingewiesen, dass es sich nicht um eine Hörbuchversion des Buches handelt, sondern lediglich um eine Ergänzung zu dem Buch, in der das eine Kapitel La veglia (Die Totenwache) von der Autorin zur Verdeutlichung der Aussprache gelesen wird.

Meiner Schwester LetiziaIn memoriam

A mia sorella LetiziaIn memoriam

Die italienische Version Il silenzio, wurde 2011 in Italien mit dem renommierten LiteraturpreisChianti ausgezeichnet

La versione italiana Il Silenzio ha vinto 2011 il Premio Chianti

Indice

L’attesa

Una notte di pioggia

Il Grand Hotel sul lago

Rita

Una notte di violenza

Squilibri

Un viaggio a ritroso

Rio Bianco

La veglia

Inhaltsverzeichnis

Das Warten

Eine Regennacht

Das Grand Hotel am See

Rita

Eine Nacht der Gewalt

Verwirrungen

Eine Reise in die Vergangenheit

Weißenbach

Die Totenwache

L’attesa

Quel dodici ottobre del 2002 si annunciò con tutti i segni dell’autunno incipiente. Nuvole grigie vagavano basse fin quasi a sfiorare le acque del lago; raffiche di vento spazzavano le strade, scuotevano porte e finestre mettendo a dura prova la resistenza dei cardini. Durante la notte l’aria si era rinfrescata e ora la gente respirava di sollievo: ci voleva solo una bella pioggia rigenerante per scacciare quell’ultimo residuo di calore estivo che ancora si attardava sui muri delle case.

Gli alberi ne approfittarono per spogliarsi delle ultime foglie. Secche e accartocciate giacevano ora a terra, pronte a volare se solo un refolo di vento, imprevedibile e capriccioso, avesse voluto raccoglierle per portarsele via chissà dove.

Enza Golin, prima di uscire di casa, era passata un momento nella stanza della sorella: distesa sul letto, sembrava sparire fra cuscino e lenzuola, tanto era pallida e minuscola. Rita non aveva aperto gli occhi, forse non aveva nemmeno avvertito la sua presenza. La bocca semiaperta, il respiro affannoso e gli occhi chiusi, affossati nelle orbite; il petto scarno che si sollevava con ritmo interrotto; le mani aggrappate al lenzuolo in un ultimo sforzo nervoso, quasi un riflesso istintivo delle sole dita, senza nessuna partecipazione della sua volontà, erano tutti segni di un’agonia lunga e tormentata. Enza Golin non si soffermò più del necessario. Non voleva assistere a quell’ultima lotta.

Uscendo, fu colta da un profondo senso di stanchezza, una sorta di rassegnazione cui non seppe opporre alcuna resistenza come in altri tempi. Persino il suo corpo, ancora sano e assai vitale, dava segni di malessere, di rifiuto: la vista di quella persona continuava a sconvolgere il suo equilibrio, a svuotarla di quell’energia che le aveva sempre permesso di andare avanti, nonostante tutto.

Non andò subito in albergo. Seguita da Wolf, il suo pastore tedesco, si avviò in direzione opposta. Il piccolo cimitero del paese l’attendeva, solitario a quell’ora, e più triste che mai. L’autunno acquistava lì i suoi toni più aspri. Il vento poi ne aumentava la desolazione. Si fermò accanto alla tomba di suo marito, scomparso qualche mese prima.

«Sta morendo», disse quasi ad alta voce, fissando i fiori un po’ appassiti portati da qualcuno, forse dalla figlia: lei non li portava, non ne aveva mai capito il significato. Perché portare fiori ai morti se non ne possono godere?

Una volta, a Praga, aveva visto un cimitero ebraico. Solo sassi, rimasti lì in un desolato stato di abbandono, dove forse nessuno dei pochi sopravvissuti, riusciti ad emigrare in seguito alle persecuzioni razziali, era più tornato. Pietre tombali grigie, divelte con violenza, sparse in disordine, confuse insieme ad altre intatte, tutte ugualmente annerite dalla polvere, macchiate di lichene giallo e sporco, esposte chissà da quanti anni alle intemperie e al vandalismo degli uomini. Nessun fiore o piante ornamentali. Solo il lichene, ostinato sedimento di una vita passata. Qui regnava la morte, inesorabile e definitiva. Ma proprio qui era possibile avvertire il vero senso dell’eternità, oltre i limiti imposti dal concetto di tempo, che in fondo è solo un’invenzione puramente umana. Le pietre come sistema di misurazione, testimonianza di altri mondi e di altre culture, ma anche di millenni passati. Vi si può infatti leggere il trascorrere dei secoli senza termini di paragone né confini.

Il tempo è un’intuizione indefinibile nella sua astrattezza, ma condizionante ed essenziale non per l’universo, ma per la mente umana, aveva detto in quella circostanza Carlo: a lui piaceva filosofare sul tempo e sul suo significato. Poi le aveva raccontato che gli ebrei, seguendo un’antichissima tradizione usano buttare ciottoli di diverse dimensioni e ciuffi d’erba sulle tombe, per impedire ai morti, o meglio allo spirito dei morti, di tornare alla superficie, magari per vendicarsi di torti subiti. Ma forse si tratta di un’antica usanza riscontrabile anche in altre culture arcaiche, aveva subito aggiunto, sorridendo. L’idea dei morti che tornano per vendicarsi gli piaceva moltissimo, e si vedeva, ma non era affatto convinto che quattro pietre potessero trattenerli dal compiere la loro missione.

La morte intesa come sfida: ecco un tema che lo appassionava sempre. Il tempo dissolve ogni cosa, solo i sassi resistono a ogni deterioramento. E i sassi sono le ossa della terra, aveva continuato, la morte e il tempo non possono nulla contro le ossa, siano esse umane o terrestri. Una sfida perduta in partenza, quindi: l’universo infatti pullula di sassi e… di anime vaganti, aldilà del tempo e della morte.

Pensieri tetri, riflessioni sulla morte e sul tempo. Il ricordo di un viaggio, uno dei pochi, voluto dal marito.

Wolf aspettava come sempre sulla stradina che conduce al cimitero. La spiava attraverso le sbarre del cancelletto: sapeva che in quel giardino non gli era permesso di entrare. Osservava ogni suo movimento, vagamente inquieto, le zampe ben piantate in terra, il corpo vibrante, la grande bocca aperta tanto da lasciare spazio alla lingua, piuttosto lunga, che pendeva da un lato. Appena la vide venire si avviò deciso, precedendola di qualche passo, fermandosi qua e là, come d’abitudine, per annusare se un suo simile fosse passato da quelle parti prima di lui. Ogni tanto lanciava uno sguardo di sfuggita, indietro, per accertarsi che lei lo seguiva.

Finalmente in albergo, ai saluti del personale rispose con l’abituale cortesia, anche se con una punta di freddezza in più. Il solito commento sul tempo. «Che brutta giornata, oggi, che tempaccio. Verrà certamente un temporale.» E si era chiusa nel suo ufficio.

Una mattinata trascorsa fra un’incombenza e l’altra, in attesa che succedesse qualcosa. A pranzo si rifiutò di mangiare, lo stomaco chiuso, un senso di nausea e anche di angoscia le impediva di ingoiare anche una sola cucchiaiata di minestra.

Era poi seguito un pomeriggio lungo, pesante, interrotto dalla telefonata della signora Ferretti, l’infermiera, da qualche mese stabile in casa sua. Nel modo sbrigativo che le era - proprio, aveva solo detto: „La signorina è in agonia. È solo questione di minuti. Se la vuole vedere ancora viva, venga subito.“ E senza aggiungere altro aveva riagganciato, quasi si fosse trattato di un affare qualsiasi, di una comunicazione d’ufficio.

La notizia, benché attesa, e con una certa impazienza anche, la sconvolse. Il tono freddo, quasi seccato, era tutta una denuncia. Quella donna sembrava aver indovinato il desiderio vergognoso che lei stessa cercava di ignorare: „Se ne sta andando. Te ne sei liberata.“

Inchiodata alla sua sedia cercò di sbrigare vecchie pratiche, roba arretrata e di nessuna importanza che sceglieva a seconda della data di scadenza. Faceva fatica a concentrarsi. Leggeva e rileggeva una frase, una parola, cercando di afferrarne il senso: parole, solo parole che anche a pronunciarle a voce alta non avrebbero prodotto altro che un suono, senza alcun significato. Parole diventate di colpo straniere. Dov’era finita la sua capacità di connettere?

Se la immaginava in quella stanzetta, distesa nel suo letto solitario, bianca e già fredda: neanche la morte sarebbe riuscita a dare un’espressione qualsiasi a quel volto assente. Avrebbe avuto sempre quella persona davanti agli occhi, come una condanna?

Impaziente, nervosa, capì di non poter lavorare. Rimise le carte a posto e cominciò a organizzare il funerale, il trasporto della salma fino a Trento e tutto il resto. Telefonò ai figli, Luisa la maggiore, Luigi, medico, che avrebbe dovuto certificare il decesso, e il figlio più giovane, Piero, da qualche anno a Padova per motivi di lavoro.

Scacciava da sé il pensiero di dover tornare a casa.

„Potessi non vederla più! Se dessi retta al mio istinto, fuggirei, ora, sul momento. Me ne andrei in capo al mondo pur di evitare quest’ultimo incontro. Da quando sono nata, sempre lei davanti a me, più morta che viva, più di là che di qua: che vita è stata la sua? Si è mai accorta di essere al mondo? Una vita sprecata, vissuta nella totale ignoranza di se stessa e di chi le viveva accanto. Che ne sa, lei, della vita e della morte? Si è mai posta qualche domanda… quel cervello, almeno una volta, è stato in grado di formulare una frase, una riflessione? Ha mai preso coscienza di qualcosa?“

E man mano che lasciava spazio ai pensieri, liberi di quel freno cui li aveva costretti nel corso della sua vita, veniva travolta da una rabbia immotivata, ma tanto più inquietante.

„Che mi prende? Perché sono furiosa contro quella povera creatura?“ Si chiese più volte stupita. „Se ne va silenziosamente così come è vissuta. Cosa voglio di più? Mi è stato insegnato ad avere pietà di lei. A essere ragionevole. Sempre ragionevole. Cosa voglio ora che è finito tutto? Perché questa rabbia? Anni e anni di pietà. È questo forse che mi rende così furiosa.

Dio mio, cos’è la pietà? Cosa si nasconde, cosa ho nascosto io dietro questa parola, dietro questo sentimento che mi è stato imposto? Un’inconfessata ripugnanza, ecco la verità: tutto, tutto, fuorché essere come lei. È questa la pietà, o è altro, che io non conosco? A pensarci bene non so più cosa sia la pietà: compassione per le sofferenze altrui, così si definisce generalmente. Ma lei non soffriva! Io ho sofferto, solo io, per il ruolo che ho dovuto recitare, per l’inganno di tutta una vita: io ho dovuto recitare questa parte, sempre, senza un solo cedimento, fino alla fine. Io, la buona sorella, comprensiva, generosa… Dovrei vergognarmi e invece arriva questa rabbia che mi rovina tutto.“

Gli argini faticosamente costruiti durante una vita per sostenere un equilibrio più di una volta in procinto di crollare, furono spazzati via con la violenza di un terremoto, lasciando dietro di sé solo un mucchio di macerie.

„Non c’è stato un solo giorno della mia vita senza questo peso, senza questa tremenda palla al piede che mi ha avvelenato fin dall’inizio, fin da quando, bambina, ho preso coscienza di me e di lei. E mai, mai mi sono permessa di lasciar spazio all’astio, all’insofferenza che a volte minacciava di precipitarmi in un mondo fatto solo di odio. Con tutte le mie forze ho ricacciato indietro questo maledetto veleno; l’ho inghiottito fino a restarne io stessa avvelenata. Come avrei potuto ammettere una tale mostruosità?“ Si fermò, sconvolta, ma anche sorpresa.

„Questo dunque covava dentro di me: odio e rancore senza fine. Ecco cosa nascondevo dietro la maschera della buona sorella! Dio mio, di quanto odio è capace un essere umano! E ora che è morta mi permetto di svelarlo a me stessa, di prenderne coscienza, di dirlo. Di gridarlo… se non ci fosse ancora un resto di vigliaccheria, di rimorso che mi chiude la bocca!“

Paralizzata da questa confessione restò un momento in sospeso, respirando appena, quasi si aspettasse di venire fulminata sul posto. Il Giudizio di Dio o degli uomini, non avrebbe saputo dire: una punizione doveva pur arrivare. Si guardò intorno. Tutto era rimasto come prima, perfino il cane non si era mosso; dormiva infatti davanti alla porta, disteso per traverso, in modo che chiunque entrando, fosse costretto ad inciampare su di lui.

Si riprese. „No, non è odio, è qualcosa di diverso. Il pensiero di averla odiata mi fa stare troppo male. Non può essere odio. E perché poi? Lei non ha colpa di niente. Lei non c’entra… o meglio in minima parte, anche se essenziale. Se di colpa si può parlare, la sua unica colpa è stata quella di essere nata. È terribile. Non bisognerebbe mai lasciare spazio ai pensieri di proliferare liberamente: è pericoloso, perché portano alla luce tutto il nero che si nasconde nella profondità delle nostre anime. Da qualche parte ci dovrebbe essere un meccanismo, un freno per impedire alla mente di formulare certi pensieri. Sarebbe bene poter mettere un veto già in partenza. Dio, potessi non pensare! Ma ora è finita. Almeno per lei.“

Più tardi, attese la fine della cena. I suoi ospiti sembrava non avessero nessuna intenzione di abbandonare la sala da pranzo. Ma neanche lei riusciva ad allontanarsi dalla reception. Sentiva la strana necessità di salutarli tutti, uno per uno, man mano che passavano per avviarsi verso una delle sale dove erano già disposti i vari tavolini da gioco, quasi volesse congedarsi dalla persona che fino a qualche ora prima aveva creduto di essere. O meglio per sincerarsi, mettersi alla prova, ora che aveva scoperto una parte di sé, magari in passato solo intravista, che non poteva assolutamente accettare. Come si sarebbe comportata? Avrebbe continuato a mostrare il suo solito viso innocente, di chi non conosce il male? E loro, si sarebbero accorti del cambiamento avvenuto in quelle poche ore, dopo la sua nuova presa di coscienza?

I suoi ospiti, sempre più o meno gli stessi, erano delle vecchie conoscenze: sapeva della loro vita, dei figli e nipoti che a volte venivano a trovarli; conosceva le particolarità del loro carattere e i desideri che cercava di assecondare per rendere il loro soggiorno il più piacevole possibile. Venivano infatti ogni anno, in autunno, per trascorrere i mesi invernali nel suo albergo, per via del clima temperato della regione, ma anche per ritrovarsi tutti insieme in quell’ambiente caldo e accogliente, arredato con raffinata eleganza. Si era formata come una piccola comunità, un specie di circolo. Tutti più o meno appassionati giocatori di bridge avevano organizzato veri e propri tornei: ogni sera si riunivano nel salone e malgrado l’età piuttosto avanzata della maggior parte di loro, facevano le ore piccole con estrema facilità.

Quella sera, il sorriso fisso sulle labbra, i muscoli del viso tesi in un’espressione volutamente gentile, la padrona trasmise più malessere che altro. Anche la voce più volte si rifiutò di obbedire: sembrava vicina a una crisi di nervi. La sua angoscia era così evidente che un vago senso di disagio si propagò fra i suoi ospiti, tanto che prima di prendere le carte in mano, alcuni si chiesero perplessi se non fosse successo qualcosa.

Wolf come d’abitudine non vedeva l’ora di uscire. Quel pomeriggio l’aveva guardata varie volte interrogativamente: „Si va?“

Lei lo aveva ignorato. O meglio aveva fatto finta di non vederlo. Era uscito infatti da solo, avvilito, come un cane orfano, senza padrone. Un giretto nel piccolo bosco che costeggiava un lato dell’albergo, dove solo di rado incontrava qualcuno; un luogo noioso del quale conosceva ormai ogni pianta, ogni albero, ogni sasso, tutto immancabilmente segnato col suo odore. Depresso, di malavoglia, aveva bighellonato qua e là. Alla fine, come sempre, si era ritrovato davanti all’ingresso del cimitero. Inquieto, di un’inquietudine che nasceva dalla vaga percezione di un dolore ormai lontano, sepolto nella parte più profonda del suo inconscio canino, aveva gettato uno sguardo attraverso le sbarre del cancelletto senza cercare niente di preciso. Aveva dimenticato come alcuni mesi prima, proprio lì, davanti a quelle sbarre di ferro, fosse rimasto solo e avesse atteso, a lungo, giorno e notte, senza mangiare né bere, deciso ad attendere fino alla fine del mondo: lui, come tutti gli animali, non aveva concezione del tempo. La padrona era poi venuta a cercarlo e lo aveva portato via, letteralmente di peso, dimagrito e spelacchiato, permettendogli per la prima volta di restare con lei, nel suo ufficio, e di diventare il suo cane.

Ogni giorno si ritrovava lì, spinto da una sorta di richiamo, o da una speranza cui non avrebbe saputo dare un nome, dato che il tempo cominciava a cancellare l’immagine di una certa persona che aveva amato più di ogni altra. Un tacito appuntamento, perché non sapeva più cosa andasse a cercare, chi dovesse aspettare. Chi non sarebbe più venuto.

Tornando non si soffermò più di tanto a cercare le tracce di chi lo aveva preceduto, come faceva sempre, né lasciò molti segni del proprio passaggio: era scontento di tutto e basta.

Mai avrebbe potuto indovinare che la padrona si era rifiutata di accompagnarlo come faceva ogni pomeriggio, solo per evitare di incontrare la signora Ferretti. Timore assurdo, anche perché la signora Ferretti non avrebbe potuto muoversi di casa.

Certo sarebbe stato più che mai inopportuno andare a spasso con il cane mentre la sorella giaceva agonizzante nel suo letto: chissà i pettegolezzi che ne sarebbero nati. No, non poteva farlo.

Uscì dall’albergo che saranno state le nove di sera. Fuori, buio pesto, come in piena notte. Enza, più che mai inquieta, si fermò sulla soglia, quasi per orientarsi. O forse per ritardare ancora di qualche minuto il ritorno a casa.

Non aveva fatto in tempo a chiudere la porta dietro di sé che Wolf era già corso via, come un prigioniero cui venga restituita la libertà. Tardi, ma la passeggiata quotidiana con la padrona è ormai assicurata, aveva pensato. Sempre mettendo il caso che un cane pensi.

Enza lo chiamò, con voce atona.

«No, Wolf, questa sera no, andiamo subito a casa.» Il cane si fermò di botto e girò la grossa testa verso di lei, una chiara domanda negli occhi: ho sentito bene? La passeggiata se ne va in fumo, così, senza alcun motivo.

«È tardi» aggiunse Enza, quasi a giustificarsi, «e fra poco scoppierà un temporale.»

Da lontano infatti tuonò minacciosamente. Lampi squarciavano il cielo saettando il lago di luci improvvise.

Poche centinaia di metri la separavano dalla sua casa, ma quel breve tratto di strada le costò una gran fatica. Le gambe si rifiutavano di andare. E non per stanchezza fisica. Si trascinava qua e là calpestando le foglie secche che aveva visto volare tutto il giorno dalla finestra del suo ufficio: le aveva seguite con gli occhi, persa dietro ogni foglia, in un’apatia per lei del tutto innaturale.

Andava lenta, indugiando a ogni passo per affondare i piedi nei mucchi di foglie, sparpagliandole e godendo del loro fruscio come faceva da bambina; ora poteva farlo senza sensi di colpa, nessuno l’aspettava, nessuno avrebbe protestato per il suo ritardo. Wolf, scontento, sentì che qualcosa non andava per il verso giusto: la padrona, pur non avendo tempo per una passeggiata, non sembrava aver fretta di tornare a casa. Quell’atteggiamento lo disorientava. Non provava gusto a correre avanti e indietro, come d’abitudine, per sentirsi chiamare „Wolf, qui“. E neanche la sua voce era la stessa. Quel sottotono di stanchezza e di sconforto lo avviliva.

Ad un certo punto Enza percepì qualcosa di estraneo, di nuovo. Si fermò e alzò gli occhi. Fino a quel momento aveva fissato soltanto la strada per vedere dove metteva i piedi. La sua casa solitaria e silenziosa si stagliava nella notte, come una visione spettrale. Si fermò stupita trattenendo il respiro: tutte le finestre erano illuminate, ma nonostante le luci, se ne indovinava il vuoto e la solitudine.

La signora Ferretti l’aveva già vista appena girato l’angolo. Aveva spiato tutto il pomeriggio dalle finestre, dalla porta d’ingresso, andando e venendo sempre più nervosa, sempre più irritata man mano che le ore passavano. Impaziente si affrettò a venirle incontro e senza salutarla. «L’ho lavata e vestita», disse solo. «Posso andare?» Il tono freddo, glaciale era tutto un rimprovero. Nonostante l’oscurità, Enza sentì o meglio indovinò la durezza di quello sguardo: lei sì che avrebbe spettegolato. Doveva aver intuito una quantità di cose.

«Ho telefonato alla signora Guidi per avvertirla di non venire. Tanto non è più necessario. Alla veglia provvederà lei da sola, penso.» Voleva aggiungere altro, ma si fermò in tempo, riuscendo appena a contenere la propria indignazione. „Non ha nessuna simpatia per me“, pensò Enza sorpresa. „Come mai non me ne sono accorta prima? Non mi ha neanche fatto le condoglianze.“ Aspettò un momento finché la vide sparire dietro l’angolo della strada, perplessa e più che mai smarrita. Non si erano neanche salutate. E lei non era stata capace di giustificarsi, o almeno di dare una risposta adeguata. L’insolenza di quel tono, più che le parole stesse, tutto l’atteggiamento di quella persona cui in passato non aveva mai prestato molta attenzione, ebbero l’effetto di una frustata in pieno viso. Cercò di scuotersi dal torpore cui era stata preda durante quel lungo pomeriggio e vide come Wolf, seduto davanti alla porta rimasta aperta, l’aspettava impaziente. Ancora un po’ e si sarebbe messo ad abbaiare.

La presenza del cane la ricondusse alla realtà.

«Povero Wolf. Non fa altro che aspettare.»

Entrò in casa: le luci accese in ogni stanza, tutte le porte spalancate… „perché?“ Si chiese, „che cosa le è saltato in mente?“ L’ampio ingresso illuminato sfarzosamente le trasmise subito un senso di solitudine, di vuoto angosciante. Si fermò accanto alla porta e notò come tutte quelle luci non facessero che accentuare la desolazione, l’abbandono di una casa non più abitata.

Lei trascorreva tutto il suo tempo in albergo. L’arredamento funzionale, spoglio, privo di tutti quegli oggetti, forse inutili e anche superflui, che in realtà ingentiliscono un ambiente, non era certo espressione del suo gusto. Quella sera, per la prima volta, ne notò lo squallore, così in contrasto con l’eleganza e il lusso del suo albergo.

„Entro ed esco da questa casa da quasi una vita e non mi sono mai accorta di niente. Questa è la casa di Carlo, lo è sempre stata, fin dal primo momento. E io… poco più di un’ospite, cieca e disinteressata. Tutta la mia vita si è svolta altrove, fuori, lontana più di quanto non lo fossi in realtà. È strano che soltanto adesso mi accorga di quanto questa casa mi sia estranea, vuota, senza colui che la riempiva tutta. Mi chiedo che motivo abbia di tornare ancora qui. Posso prendermi un appartamento in albergo e restare lì, un’ospite insieme agli altri ospiti.“

Wolf intanto si era fermato in mezzo al grande ingresso, anche lui smarrito: che roba è questa? Mai vista tanta luce, sembrava riflettere. Dopo un momento di indecisione si avviò verso la cucina, non senza aver lanciato alla padrona un’occhiata significativa.

«Sì, Wolf, lo so che hai fame.» In quel momento squillò il telefono. Era la figlia, con la quale del resto aveva parlato a lungo durante quel pomeriggio tormentoso: ancora un particolare da aggiungere alla cerimonia del funerale. Stanca e snervata, Enza cercò di interrompere la figlia che non aveva il dono della brevità. Il cane, rassegnato, tornò indietro e si accucciò ai suoi piedi, le orecchie appuntite, intento a seguire il filo del discorso, quasi potesse valutare, dal tono sbrigativo della voce, la lunghezza della telefonata.

Wolf, l’ultimo cane di Carlo, possedeva un’intelligenza fuori del comune, così aveva sempre affermato il padrone, che di cani se ne intendeva. Con un cane si possono sempre fare lunghe chiacchierate, soleva filosofare con una certa ironia; è il migliore ascoltatore, il più attento, il più imparziale e comprensivo, e poi non fa domande né si permette di contraddire! Il marito in compagnia di un cane: questa l’immagine che avrebbe sempre conservato di lui. E da lui aveva imparato ad amare tutti gli animali, cani, gatti, uccelli. Quando i figli erano ancora bambini, la loro casa si era spesso trasformata in una specie di serraglio per animali di piccola taglia, tutti accuditi, curati dal marito che li trattava con lo stesso rispetto, la stessa sollecitudine che riservava ai suoi pazienti umani. Una volta avevano ospitato perfino un asino, vecchio e spelacchiato, brutto da far paura, salvato all’ultimo momento dal macello. Il più amato ospite della sua casa. Ancora adesso i figli ricordavano con affetto quella brava bestia, morta poi di vecchiaia.

Le bastò abbassare la cornetta perché il cane balzasse subito sulle quattro zampe, tutto vibrante di attesa, spalancando la bocca in un mezzo sbadiglio concluso da una leggero guaito.

«Lo so che hai fame», ripeté lei e abbozzò un sorriso. Quel giorno non era riuscita a sorridere neanche una volta, se si esclude quella specie di stiramento delle labbra riservato ai suoi clienti. Anche la sua voce si era ammorbidita. Wolf, la testa leggermente piegata da una parte, la guardò: sembrava sorridere.

Finalmente, in cucina, Enza prese una scatoletta, l’aprì e ne versò il contenuto nella sua ciotola; ne riempì poi una seconda con acqua fresca e si sedette. Wolf aveva seguito con grande attenzione ogni movimento delle sue mani, calmo, senza agitarsi: erano passati i tempi in cui gli bastava vedere una scatoletta, la sua scatoletta di carne, per perdere la testa. Adesso aveva imparato a controllarsi, era un cane di quattro anni e non più un cucciolo! Non riuscì però a trattenere un leggero fremito di impazienza e appena la ciotola fu a terra vi si precipitò sopra, e dimentico di tutte le regole della buona creanza con due colpi di lingua ne fece sparire il contenuto. L’abitudine di ingurgitare in un boccone qualsiasi cosa come un affamato non era riuscita a sradicarla. Ogni volta che lo sgridava il suo sguardo innocente, sottomesso, ma anche disorientato, la disarmava. Del resto tutti gli altri cani che lo avevano preceduto non erano stati da meno: tutti la stessa voracità, la stessa ingordigia. Carlo, comprensivo come sempre, non lo aveva mai sgridato per questo motivo.

Enza intanto lo osservava mentre finiva di leccare la ciotola ormai vuota. Sapeva cosa sarebbe seguito. Wolf, come tutte le sere, convinto di trovare ancora qualche briciola sfuggita alla sua lingua, spinse la scodella facendola rotolare per tutta la cucina. Ora correva e saltava proprio come un cucciolo, giocherellone e sfrenato, speranzoso di qualche biscotto che la padrona, almeno per calmarlo, eventualmente gli avrebbe dato.

Enza, come sempre, intervenne togliendo la ciotola di mezzo. «Basta, Wolf, non vedi che è vuota?» non senza un leggero senso di colpa. Temeva infatti che il cane non fosse abbastanza sazio. Ma Carlo aveva detto che i cani non hanno misura, bisogna mettere un freno, altrimenti ingrassano troppo.

Wolf interdetto, attese un secondo – magari arrivava un biscotto – poi, senza perdersi d’animo, si mise a bere sguazzando rumorosamente con la lingua e facendo schizzare l’acqua da tutte le parti. Enza era già pronta con uno straccio in mano per asciugare il pavimento, quando un tuono, scoppiato assai vicino, quasi sopra la casa, scombussolò del tutto il povero animale. Tremando di paura corse a nascondersi sotto il tavolo della cucina, non senza ringhiare, come sua abitudine.

«Buono Wolf, vieni qui, vicino a me.»

Quel tuono diede inizio a una specie di diluvio universale. Le nuvole, trattenute tutto il giorno dal vento, si squarciarono con impeto improvviso e irrefrenabile. L’acqua, a secchiate, si rovesciò contro i vetri della finestra.

Un pensiero la fece sobbalzare: sicuramente la signora Ferretti aveva lasciato la finestra aperta nella stanza della sorella. Per via dell’odore.

Conosceva quell’odore.

Un ricordo doloroso. Allora non era stato necessario un infermiere. Carlo era andato senza una parola di congedo, senza preavviso. Si sedette di nuovo, travolta da un’ondata di ricordi. „Sono passati otto mesi. Otto mesi e cinque giorni esatti.“

In realtà si era congedato ogni giorno. Solo ora se ne rendeva conto. Carlo era medico. Di certo sapeva di essere ammalato. Ma aveva sempre taciuto, anzi scherzato.

«Hai sbagliato a sposare un uomo tanto più vecchio di te. Finirà che resterai vedova più presto di quanto credi.» Infatti aveva ventotto anni più di lei. Questa grande differenza d’età però non aveva inciso in alcun modo sulla loro vita matrimoniale. Solo negli ultimi tempi lui vi tornava con una certa frequenza, insistendoci sopra, quasi a volersene fare una ragione.

„Lui scherzava sempre su tutto e soprattutto sulla storia dell’età e della mia precoce vedovanza, ecco perché non ho preso sul serio quell’ultimo avvertimento.“ Scosse la testa quasi per scacciare la tristezza che l’assaliva la sera, quando si ritrovava sola nella grande casa deserta. Ogni sera gli stessi pensieri, gli stessi rimorsi. „Non l’ho amato abbastanza“, si struggeva, „o meglio, non sono riuscita a dimostrarglielo. Lo avrà capito quanto era importante per me, come sarebbe stata misera la mia vita senza di lui?“

E ricordò come quella mattina, sorpresa di non vederlo, si era avvicinata alla sua stanza: come mai non si era ancora alzato? Lui sempre così mattiniero. Poi, dopo aver bussato con discrezione alla porta, era entrata chiamandolo, prima sottovoce, per non svegliarlo di soprassalto e poi sempre più forte, imperativa. Infine solo incredula. Perché non reagiva? La prima volta che non rispondeva al suo richiamo, da quando lo conosceva.

Aveva fatto qualche passo, di colpo insicura, intimidita dal silenzio, da una strana immobilità dell’aria: la morte era entrata in quella stanza.

Dopo un attimo di indecisione si era seduta sulla sponda del letto. Quando capì che non si sarebbe più svegliato? Smarrita, ancora in dubbio, aveva osato prendergli una mano e l’aveva tenuta fra le sue, per riscaldarla, per sentirne il tocco. Era ancora tiepida, quasi viva, anche se inerte. Quanto tempo impiega un corpo a perdere il calore, la sensibilità? E in qualche parte del cervello, aveva percepito la stretta delle sue mani, la richiesta implicita in quella stretta, il suo volerlo trattenere anche solo un istante di più?

Era rimasta a lungo così, senza un pensiero, senza una lacrima, la gola stretta in un grido che si rifiutava di uscire, continuando a stringere quella mano che inesorabilmente diventava sempre più fredda, sempre più estranea.

Mai avrebbe dimenticato quel momento, l’impossibilità di fermare quell’uomo che ora, da solo, proseguiva il suo viaggio verso un luogo lontano, fuori dal tempo e dallo spazio, dal quale mai nessuno è ritornato.

Un viaggio durato tutta una vita. Un lungo percorso che si concludeva ora, assai brevemente: un attimo ed era già in quel luogo senza destinazione.

Quel pensiero e la mano di Carlo, ormai gelida, l’avevano scossa da una specie di stupore. Lo sentì indifferente, lontano. Già altrove. Era andato via in pace, senza una parola per lei, senza un saluto.

«Come… te ne vai così? Come puoi farlo? E io, cosa faccio qui, senza di te? Non devi andare, non puoi lasciarmi sola» aveva finalmente gridato, scoppiando in singhiozzi.

Sopraffatta da un senso di estrema impotenza, era stata sul punto di perdere la ragione. E avrebbe preferito mille volte perdere la ragione piuttosto che sopportare quella lacerazione quasi viscerale, quel dolore così improvviso, fisico, ingiusto, al quale non si sentiva preparata. In tutti gli anni della sua unione con Carlo, mai aveva pensato al giorno della grande separazione, né si era preoccupata del suo stato di salute. Lui, medico, come tutti i medici, forse non aveva preso troppo sul serio certi suoi sintomi come al contrario avrebbe fatto con ognuno dei suoi pazienti. O aveva voluto ignorarli.

Era morto da pochi minuti, e forse aveva ancora sentito la sua voce che lo chiamava, si vedeva dalla posizione del corpo, dall’espressione distesa del viso, da un mezzo sorriso rimasto bloccato agli angoli della bocca, uno di quei sorrisi di quando era in vena di fare birichinate: l’ultimo scherzo destinato a lei.

Erano seguite ore di estrema solitudine, di vuoto assoluto, accanto a un corpo che man mano si irrigidiva perdendo, soprattutto nei tratti del volto, quei contorni, quella morbidezza delle linee a lei così familiari. A volte trasaliva al pensiero di vegliare un estraneo, il corpo di un estraneo. E lui, dov’era lui? Era ancora in quella stanza…?

No, non era come quando dormiva. „La morte non è un lungo sonno dal quale non ci si sveglia più. È il distacco definitivo, la fine di tutto ciò che costituisce la vita reale, la perdita di quell’unico involucro necessario per consentirci un’esistenza, anche se limitata, sulla terra“, pensò nella solitudine della sua cucina, rammaricandosi di non conoscere la consolazione che può dare solo la religione, tutte le religioni del mondo: una vita oltre la morte o addirittura una reincarnazione; in ogni caso la possibilità di ricongiungersi, dopo una lunga separazione, con la persona amata. La fede toglie alla morte la sua ineluttabilità e quel tanto di fatale che ha sempre spaventato gli esseri umani. È questa l’origine di tutte le religioni, rifletté adesso, la paura della morte come di qualcosa di definitivo e di assoluto. Una fede che a lei era stata negata.

Non aveva potuto trascorrere gli ultimi minuti di vita con lui. Non gli era stata vicina al momento del trapasso. Anche questo un dolore, un rimorso difficile da sopportare.

Dormivano in stanze separate. L’aveva voluto Carlo fin dai primi tempi del loro matrimonio, per motivi professionali. In caso di una chiamata notturna, diceva, non avrebbe voluto disturbarla.

Ripensò alla sera precedente, l’ultima sera trascorsa insieme.

Tutto normale, avevano cenato al ristorante dell’albergo, avevano scambiato qualche parola senza importanza – non ricordava neanche di cosa avessero parlato – poi lui era andato col cane, per la solita passeggiata serale. Poco dopo lo aveva seguito. Tutto come ogni sera.

Da qualche tempo aveva preso l’abitudine di parlare con lui, in interminabili soliloqui. Mai aveva sentito il bisogno di comunicare con lui da vivo come adesso da morto, e anche di questo si doleva. Il rimpianto di aver trascorso così poco tempo con lui, di averlo visto sì ogni giorno, ma sempre correndo, sempre con la fretta di andare in albergo, sempre sovraccarica di compiti, di impegni tutti inerenti il suo lavoro.

Pensò all’inutilità di tutte le sue corse che in realtà l’avevano sempre tenuta lontana dalla persona cui aveva tenuto più di ogni altra al mondo. Per Carlo, per la famiglia era rimasto ben poco tempo; ma non il tempo reale era mancato, lei stessa si era sottratta, la sua attenzione, i suoi pensieri. In realtà era assente anche quando era presente. Ma non aveva potuto fare altrimenti, anzi era sempre riuscita a costruirsi un alibi, una scusante. Ricordò ora con una fitta di rimorso le tante, tante volte in cui aveva bloccato il marito in vena di grandi discorsi, con la frase: „Devo scappare.“

Ed era effettivamente scappata in albergo. Le ore che aveva trascorso con lui, a conti fatti, non erano state molte, e soprattutto le grandi chiacchierate che avrebbero fatto tanto piacere a Carlo, e che avrebbero chiarito anche a lei tante cose, non avevano mai o quasi mai avuto luogo.

Eccettuato una volta, una sola volta.

Das Warten

Jener 12. Oktober 2002 kündigte sich mit allen Anzeichen des bevorstehenden Herbstes an. Graue Wolken zogen tief, beinahe die Wasser des Sees streifend. Windböen kehrten die Gassen, rüttelten an Türen und Fenstern und stellten die Standhaftigkeit der Beschläge auf eine harte Probe. Während der Nacht war es abgekühlt, und die Menschen atmeten erleichtert auf: jetzt brauchte es nur noch einen erfrischenden Regen, um den letzten Rest von Sommerhitze zu vertreiben, der noch an den Hauswänden hing.

Die Bäume nutzten die Gelegenheit, um sich der letzten Blätter zu entledigen. Verdorrt und gekräuselt lagen sie nun am Boden – bereit davonzufliegen, sobald eine unvorhersehbare und launische Bö sie auflesen und mitnehmen wollte. Wer weiß wohin?

Bevor Enza Golin das Haus verließ, warf sie noch einen Blick ins Zimmer ihrer Schwester: im Bett schien sie zwischen Kissen und Leintuch zu verschwinden, so bleich und winzig war sie. Rita, die Augen geschlossen, lag still und unbeweglich; vielleicht hatte sie nicht einmal ihre Anwesenheit wahrgenommen. Der Mund halb geöffnet, der Atem schwer und die geschlossenen Augen tief in die Augenhöhlen eingesunken; die hagere Brust, die sich stockend hob, die Hände am Leintuch mit letzter nervöser Anstrengung festgeklammert, wie in einem instinktiven Reflex der Finger allein, ohne Beteiligung ihres Willens, waren Anzeichen eines langen, quälenden Todeskampfs. Enza Golin hielt sich nicht länger als notwendig auf. Sie wollte diesem letzten Kampf nicht beiwohnen.

Beim Hinausgehen überfiel sie ein tiefes Gefühl der Müdigkeit, eine Art Resignation, der sie keinerlei Widerstand entgegensetzen konnte wie zu anderen Zeiten. Obwohl sie gesund und sehr vital war, äußerte ihr Körper Zeichen des Unwohlseins, der Ablehnung: diese Person zu sehen erschütterte noch immer ihr Gleichgewicht, entzog ihr jene Energie, die es ihr immer ermöglicht hatte, trotz allem weiter zu machen.

Sie ging nicht sofort ins Hotel. Gefolgt von Wolf, ihrem Schäferhund, setzte sie sich in die entgegengesetzte Richtung in Bewegung. Der kleine Dorffriedhof, zu dieser Stunde verlassen und traurig wie sonst nie, erwartete sie. Der Herbst bot dort seine rauesten Farbtöne und der Wind verstärkte die Trostlosigkeit. Sie blieb neben dem Grab ihres vor einigen Monaten verstorbenen Mannes stehen.

»Sie liegt im Sterben«, sagte sie mit lauter Stimme, während sie die leicht welken Blumen betrachtete, die jemand – vielleicht ihre Tochter – vorbeigebracht hatte. Sie selbst pflegte den Toten nie Blumen zu bringen, sie konnte keinen Sinn darin finden: warum Blumen bringen, wenn die Toten sie ja doch nicht genießen konnten?

In Prag hatte sie einmal einen jüdischen Friedhof gesehen. Nur verwahrloste Steine waren dort geblieben, wohin vielleicht keiner der wenigen Überlebenden, denen die Auswanderung vor der Rassenverfolgung geglückt war, je zurückkehrte. Graue Grabsteine, gewaltsam umgestoßen, wirr verstreut zwischen unversehrten, alle gleichsam vom Staub geschwärzt und von schmutzigen Flechten überzogen, wer weiß wie lange dem Wetter und dem Vandalismus der Menschen ausgesetzt. Keine Blumen, keine Zierpflanzen, nur Flechten, hartnäckige Ablagerung vergangenen Lebens. Hier herrschte der Tod, unerbittlich und endgültig. Aber gerade hier war es möglich, den wahren Sinn der Ewigkeit wahrzunehmen, jenseits der von der Zeit aufgezwungenen Grenzen, die im Grunde nur eine rein menschliche Erfindung sind. Die Steine als Maßsystem, Zeugnis anderer Welten und anderer Kulturen, aber auch vergangener Jahrtausende. Tatsächlich kann man darin das Vergehen der Jahrhunderte ohne Vergleichspunkte und ohne Grenzen lesen.

Die Zeit ist eine in ihrer Abstraktheit undefinierbare Intuition, nicht wesentlich für das Universum, wohl aber konditionierend für den menschlichen Geist, hatte Carlo bei jener Gelegenheit gesagt; ihm gefiel es, über die Zeit und ihre Bedeutung zu philosophieren. Dann hatte er ihr erzählt, dass die Juden, einer uralten Tradition folgend, Steine und Grasbüschel auf die Gräber werfen, um den Toten oder, besser gesagt, den Geistern der Toten, die Rückkehr an die Oberfläche zu verwehren, damit sie erlittenes Unrecht nicht vergelten konnten. Vielleicht handelt es sich aber auch um einen alten Brauch, den es auch in anderen archaischen Kulturen gab, hatte er gleich lächelnd hinzugefügt. Die Vorstellung von den Toten, die zurückkehrten, um sich zu rächen, gefiel ihm sehr, und man sah, dass er überhaupt nicht davon überzeugt war, dass ein paar Steine ihre Mission hätte verhindern können.

Der Tod als Herausforderung: das war ein Thema, dass Carlo immer begeistert hatte. Die Zeit löst alles auf, nur die Steine widersetzen sich jedem Verfall. Und die Steine sind die Gebeine der Erde, hatte er ausgeführt. Der Tod und die Zeit können dagegen nichts ausrichten, seien es nun die Knochen des Menschen oder der Erde. Also eine von Anfang an vergebliche Herausforderung, denn das Universum wimmelt vor Steinen … vor irrenden Seelen, jenseits von Zeit und Tod.

Düstere Gedanken, nachdenken über Tod und Zeit. Erinnerungen an eine Reise, eine der wenigen, von ihrem Mann gewollt.

Wolf wartete wie immer auf dem Weg, der zum Friedhof führte. Er betrachtete Enza durch die Gitterstäbe des Gartentors; er wusste, dass es ihm nicht erlaubt war, diesen Garten zu betreten. Er beobachtete jede ihrer Bewegungen, leicht beunruhigt, die Pfoten fest auf dem Boden, mit vibrierendem Körper, das große Maul gerade soweit geöffnet, um der langen, seitlich heraushängenden Zunge Platz zu lassen. Sobald er sie kommen sah, setzte er sich entschlossen in Bewegung, wie es seine Gewohnheit war, ihr einige Schritte voraus, da und dort verweilend, um zu riechen, ob etwa seinesgleichen vor ihm dort vorbeigekommen seien. Ab und zu warf er einen flüchtigen Blick zurück, um sich zu vergewissern, dass sie ihm folgte.

Endlich zurück im Hotel erwiderte Enza die Begrüßungen des Personals mit der gewohnten Höflichkeit, wenn auch mit einer leichten Spur von Kälte. Die üblichen Bemerkungen zum Wetter. »Welch hässlicher Tag heute; was für ein Wetter. Es kommt sicher ein Gewitter …«, dann verschwand sie in ihrem Büro.

Den Morgen verbrachte sie zwischen der einen und der anderen Verpflichtung, und in der Erwartung, dass etwas geschehe. Beim Mittagessen weigerte sie sich etwas zu essen; der verschlossene Magen, das Gefühl der Übelkeit und auch der Angst hinderten sie daran, auch nur einen Löffel Gemüsesuppe hinunterzuwürgen.

Es folgte ein langer, schwerer Nachmittag, unterbrochen vom Anruf Frau Ferrettis, der Krankenpflegerin, die seit einiger Zeit ständig bei Rita zu Hause war. In der ihr eigenen beiläufigen Art hatte sie nur gesagt: „Das Fräulein liegt im Sterben. Es ist nur mehr eine Frage von Minuten. Wenn Sie ihre Schwester noch lebend sehen wollen, kommen Sie sofort.“ Ohne etwas hinzuzufügen hatte sie aufgelegt, als hätte es sich um eine beliebige Angelegenheit gehandelt, um eine amtliche Mitteilung.

Die Nachricht, obwohl auch mit einer gewissen Ungeduld erwartet, wühlte Enza auf. Der kalte, beinahe gereizte Ton war eine einzige Anklage. Diese Frau schien ihren beschämenden Wunsch erraten zu haben, den sie selbst zu ignorieren versuchte: „Sie stirbt. Du hast dich von ihr befreit.“

Festgenagelt auf ihrem Sessel versuchte Enza alte Akten abzuarbeiten, liegen gebliebenes Zeug ohne Bedeutung, das sie nach Fälligkeitsdatum auswählte. Sie hatte Mühe, sich zu konzentrieren. Wiederholt las sie einen Satz, ein Wort, bemüht, den Sinn zu begreifen: Worte, nur Worte, die auch laut ausgesprochen nichts anderes als Laute produziert hätten, bar jeder Bedeutung, Worte, die auf einen Schlag fremd geworden waren. Wo war ihre Fähigkeit geblieben, zusammenhängend zu denken?

Sie stellte sich die Schwester vor, in jenem Kämmerlein, ausgestreckt auf ihrem einsamen Bett, bleich und bereits kalt; nicht einmal der Tod wäre imstande gewesen, dem abwesenden Gesicht irgendeinen Ausdruck zu verleihen. Würde sie für immer, einer Strafe gleich, diese Person vor Augen haben?

Ungeduldig, nervös, begriff sie, dass sie nicht in der Lage war zu arbeiten. Sie legte die Akten ab und begann das Begräbnis zu organisieren, den Transport der Leiche nach Trient und den ganzen Rest. Sie rief die Kinder an, Luisa, die ältere, Luigi, Arzt, der den eingetretenen Tod würde bestätigen müssen und den jüngsten Sohn, Piero, seit einigen Jahren aus beruflichen Gründen in Padua.

Enza wies den Gedanken, zu Rita nach Hause zurückkehren zu müssen, von sich.

„Müsste ich sie bloß nicht mehr sehen! Wenn ich meinem Instinkt folgen würde, würde ich fliehen, jetzt, augenblicklich. Ich würde ans Ende der Welt gehen, nur um dieser letzten Begegnung zu entgehen. Seit ich geboren bin, habe ich sie immer vor mir, mehr tot als lebendig, mehr im Jenseits als im Diesseits. Was für ein Leben hat Rita gelebt? Hat sie jemals bemerkt, auf der Welt zu sein? Ein vergeudetes Leben, gelebt in der vollkommenen Unwissenheit ihrer selbst und derer, die um sie herum lebten. Was wusste sie denn vom Leben und vom Tod? Hat sie sich jemals irgendwelche Fragen gestellt …, war jenes Gehirn zumindest ein einziges Mal in der Lage gewesen, einen Satz, eine Überlegung zu formulieren? Ist ihr jemals etwas bewusst geworden?“

Und wie Enza so ihre Gedanken spielen ließ, befreit von den Zügeln, die sie ihnen im Laufe des Lebens angelegt hatte, wurde sie von einer grundlosen und deshalb umso beunruhigenderen Wut übermannt.

„Was ist los mit mir? Warum bin ich wütend auf diese arme Kreatur?“, fragte sie sich erstaunt. „Sie tritt still ab, so wie sie gelebt hat. Was will ich mehr? Man hat mir beigebracht, Mitleid mit ihr zu haben, vernünftig zu sein. Immer vernünftig. Was will ich nun, da alles zu Ende ist? Warum dieser Zorn? Jahre des Mitleids. Ist es das, was mich so wütend macht?

Mein Gott, was ist Mitleid? Was verbirgt sich hinter diesem Wort, was habe ich dahinter versteckt, hinter diesem Gefühl, das mir aufgezwungen wurde? Eine nie eingestandene Abscheu, das ist die Wahrheit: alles, alles, nur nicht sein wie sie. Ist das Mitleid oder etwas anderes, etwas, was ich nicht kenne? Genau genommen weiß ich nicht mehr, was Mitleid ist: Mitgefühl mit dem Leiden anderer, so definiert man es im Allgemeinen. Sie aber litt nicht! Ich habe gelitten, nur ich, wegen der Rolle, die ich spielen musste, wegen einer lebenslangen Lüge. Ich musste diese Rolle spielen, immer, ohne ein einziges Nachgeben, bis zum Ende. Ich, die gute Schwester, verständnisvoll, großzügig … Schämen müsste ich mich, stattdessen diese Wut, die nun alles zerstört.“

Die im Laufe eines Lebens mühsam errichteten Dämme, um ein Gleichgewicht aufrecht zu erhalten, das mehr als einmal zusammenzubrechen drohte, wurden mit der Gewalt eines Erdbebens fortgespült. Nur ein Trümmerhaufen blieb zurück.

„Es gab keinen einzigen Tag in meinem Leben ohne diese große Last, die mich von Anfang an vergiftet hat, schon als ich ein kleines Mädchen war und mir meiner und ihrer selbst bewusst wurde. Und nie, nie erlaubte ich mir, dem Groll Raum zu geben, der Unduldsamkeit, die manchmal drohte, mich in eine Welt zu stürzen, in der es nichts außer Hass gab. Mit all meinen Kräften habe ich dieses verfluchte Gift zurückgewiesen; ich habe es geschluckt, bis ich selbst vergiftet war. Wie hätte ich eine derartige Ungeheuerlichkeit zugeben sollen?“ Sie hielt inne, verwirrt und auch überrascht.

„Das also brütete in mir: Hass, Groll ohne Ende. Das war es, was sich hinter der Maske der guten Schwester verbarg! Mein Gott, zu wie viel Hass ist ein menschliches Wesen fä-hig! Und jetzt, da sie tot ist, erlaube ich mir, es mir selbst zu enthüllen, es mir bewusst zu machen, es zu sagen, es hinauszuschreien, wenn da nicht noch ein Rest von Feigheit und Schuldgefühl wäre, der mir den Mund verschließt!“

Gelähmt von diesem Geständnis, verharrte sie einen Augenblick, kaum atmend, als erwarte sie, auf der Stelle vom Blitz getroffen zu werden. Das Urteil Gottes oder der Menschen, sie hätte es nicht zu sagen gewusst: eine Strafe würde wohl kommen. Sie blickte sich um. Alles war wie vorher, nicht einmal der Hund hatte sich bewegt; er döste gemütlich in der Tür, so dass jeder, der eintrat, über ihn stolpern musste.