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Kleine Ausschnitte aus dem täglichen Leben, teilweise in Südtirol oder auch sonstwo in Italien. Keine großartigen Ereignisse werden geschildert, aber auch in den unspektakulären Szenen entfaltet sich ein Mikrokosmos in dem die detaillierte Vielfalt des Lebens sichtbar und spürbar wird. Denn oft ergeben sich auch im Kleinen Situationen in denen lebensbestimmende Entscheidungen zu treffen sind. Allen Erzählungen gemeinsam ist aber, dass sie beim Leser das Gefühl hinterlassen, dass die Protagonisten eigentlich Besseres verdient hätten und oft neigt man dazu, die Handlung weiterzuspinnen, für den Fall, dass die eine oder andere Entscheidung anders ausgefallen wäre.Unweigerlich führt das dann zu Überlegungen das eigene Leben betreffend und die in der Vergangenheit getroffenen Entscheidungen zu hinterfragen. Ein sehr gesunder Prozess, der hilft, sich in den eigenen, kleinen, täglichen Lebensabläufen bewusster zurecht zu finden. È importante per lo svolgimento di una vicenda il luogo dove accade? Forse così importante come la cornice per un quadro, o l'istrumentazione di un brano musicale: perché un compositore sceglie uno strumento piuttosto di un altro? Anche le vicende umane hanno bisogno di una cornice, di un luogo e un periodo storico. Certo la maggior parte delle storie possono accadere dovunque, ma certe peculiarità sono indubbiamente regionali, ecco perché il Sudtirolo, la Sicilia, Roma, Pesaro. Incontri che possono verificarsi in certe situazioni specifiche, squarci di vita in luoghi diversi, in epoche diverse, nonostante si dica che gli esseri umani restano sempre fedeli alle loro passioni. Si tratta sempre di incontri, più o meno decisi dal caso, come la vita stessa che è un incontro con la realtà, con quello che noi tutti definiamo realtà.
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Seitenzahl: 432
Veröffentlichungsjahr: 2022
VoG Verlag ohne Geld e.K.
n.31
Ada Zapperi Zucker ist in Catania (Sizilien) geboren. In Rom hat sie mit dem Gesang- und Klavierstudium begonnen um es an der Musikhochschule Wien abzuschließen. Gleichzeitig hat sie für das Dizionario Biografico degli italiani des Istituto Treccani, die Enciclopedia dello Spettacolo und an der Enciclopedia Universo De Agostini gearbeitet. Ihre sängerische Karriere ist hauptsächlich außerhalb Italiens abgelaufen. Sie unterrichtet Gesang in Deutschland und in Südtirol.
Von dem Südtiroler Maler Gotthard Bonell wurde sie in Malerei unterrichtet.
Ada Zapperi Zucker è nata a Catania. A Roma ha iniziato gli studi di canto e pianoforte per poi concluderli alla Musikhochschule di Vienna. Nello stesso tempo ha collaborato per il Dizionario Biografico degli italiani dell’Istituto Treccani, all’Enciclopedia dello Spettacolo e all’Enciclopedia Universo De Agostini. Cantante lirica, ha svolto la sua attività prevalentemente all’estero. Insegna canto in Germania e in Sudtirolo.
Con Gotthard Bonell ha studiato pittura.
Ihre Veröffentlichungen haben verschiedene nationale und internationale Preise bekommen, die wichtigsten sind:
I suoi scritti letterari hanno ottenuto vari riconoscimenti nazionali e internazionali, i più importanti sono:
2020
Secondo Premio
San Domenichino
per
Due donne del Sud
2017
Menzione d’onore
Casentino
, per il romanzo
La casa del nonno
2015
Primo Premio
San Domenichino
per i racconti
La cucchiara
2012
Primo Premio
Casentino,
per il romanzo
Teatro di ombre
2012
Premio
Stiftung
Kreatives
Alter,
Zürich per i racconti
Le inquietudini della sora Elsa
2011
Primo Premio
Chianti,
per il romanzo
Il silenzio
2008
Primo Premio
Giovanni Gronchi,
per i racconti
La scuola delle catacombe
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Burgl
L'incontro
Stazione Termini
L'amore assoluto
In treno
Solo una scommessa
Le lusinghe del canto
Burgl
Die Begegnung
Roma Termini
Die bedingungslose Liebe
Im Zug
Nur eine Wette
Die Verführungen des Gesanges
La vecchia Burgl ha ottantasei anni e li dimostra tutti, anzi io pensavo ne avesse qualcuno di più, dato l’aspetto piuttosto cadente. Mi sono informata: è nata nel 1920, mi ha detto la mia vicina di casa, che la conosce da più di cinquant’anni. Di lei sa tutto, aggiunge con una certa fierezza.
La Burgl, che in realtà si chiama Notburga (ma nel dialetto locale Notburga viene trasformata appunto in Burgl) è una vecchina di piccola statura, quasi piegata in due da un’artrite alla schiena; i suoi capelli, candidi, pochi e fini forse per la tarda età, sono raccolti in una crocchia ben annodata dietro la nuca. Qualche ciocca ribelle spunta a volte da sotto il fazzoletto che secondo l'abitudine delle donne anziane del luogo copre la sua testa dalla mattina alla sera, in casa e fuori. Il viso minuto, solcato da profonde rughe, sarebbe insignificante non fosse per i grandi occhi chiari, acquosi, sbarrati in una espressione di terrore. Io la conosco ormai da molto tempo. È la mia dirimpettaia e ho avuto modo di osservarla già da una decina di anni.
Prima mi capitava di incontrarla per strada, di ritorno dalla chiesa o da qualche visita presso famiglie amiche; in seguito ho saputo che una volta alla settimana andava a giocare a carte insieme a un gruppetto di vecchie signore sue coetanee. Vestita con cura, non senza una certa eleganza e distinzione, c'è in tutta la persona, nel suo modo di camminare, in contrasto con l'espressione dei suoi occhi, una fermezza e una determinazione a dir poco sorprendenti.
Risponde al mio saluto sempre stupita, o meglio con una domanda negli occhi: ci conosciamo? E ci conosciamo infatti, dato che da quando abito qui ho preso in affitto un posto macchina nel grande cortile della sua casa. Ma evidentemente lo dimentica ogni volta.
La cosa che più mi colpì in lei, fin dal primo momento, fu appunto l'espressione dei suoi occhi: è come se una scena, un avvenimento della sua vita, l'avesse terrorizzata al punto da lasciarne i segni per tutti gli anni a venire.
Da qualche tempo non l’incontro più in centro; solo di rado la vedo sulla porta di casa, una scopa in mano, mentre cauta si guarda intorno, lo sguardo più smarrito che mai, per accertarsi che non passi una macchina. Poi lenta si appresta a pulire i pochi gradini che introducono nella sua abitazione, gradini che vanno in giù e non in su, come si potrebbe pensare: una quarantina di anni fa, o forse più, il sentiero che passava davanti alla sua casa fu ampliato per ricavarne una vera e propria strada asfaltata.
La casa ha perso molto del suo valore, non soltanto per il rumore delle molte macchine e la polvere che ne hanno deteriorato la facciata, ma per la scomparsa del piano terreno che di colpo è diventato uno scantinato. Il livello del piano stradale fu rialzato di almeno un metro rispetto a quello precedente, con grave danno appunto per le finestre del pian terreno, che vennero così dimezzate, lasciando visibile solo la parte superiore, mentre il resto rimase interrato. Grosse inferriate di ferro, ora arrugginite e coperte da uno spesso strato di polvere, completarono l'opera. Al tutto si deve aggiungere la spazzatura che la gente, di solito turisti, butta lì dentro, sbadatamente, aumentando così il senso di abbandono di tutto l'insieme.
La casa nel frattempo è una vera rovina (nel 1920 sembra che un incendio abbia provocato grossi danni) e ogni volta che la guardo mi si stringe il cuore. In realtà si tratta di un palazzetto di origine patrizia, costruito nella prima metà del XVIII secolo da un ricco signore, sindaco del paese: dalla lettura del catasto risulta essere stata una costruzione con vari locali, più salone al secondo piano, ricco di affreschi con fiori e frutta, foglie di acanto e stucchi ornamentali. Il salone, nel quale si presume siano state celebrate grandi feste da ballo, aveva tre finestre, ora incorniciate da un telaio di legno verde, rozzo, senza persiane; i vetri per la maggior parte rotti, sporchi, sono rappezzati con cartone. E pensare che sopra ogni cornicione era dipinto un putto! Dietro è possibile scorgere casse accatastate le une sulle altre, e altra roba vecchia di indefinibile provenienza, come si fa appunto in un solaio.
Pare che, un centinaio di anni fa, dal salone siano state ricavate tre stanze, indipendenti le une dalle altre: in tutta la casa si trova solo un cesso indegno di questo nome, un cosiddetto abort non altrimenti definito da chi lo ha visto. Non mi è chiaro dove abitino gli attuali padroni. Da tempi immemorabili non sono stati fatti lavori di restauro.
I muri esterni conservano resti di affreschi con motivi barocchi; sopra la porta d’ingresso si vede un qualcosa che in altri tempi era un tondo con Madonna e bambino, mentre ora è soltanto una macchia sulla parete. La parte della casa che vedo io penso fosse in origine l’ingresso destinato ai servitori; la facciata vera e propria offre una serie di ornamenti architettonici di raffinata eleganza: un balcone con veranda di legno, torrette e altro, in puro stile settecentesco, purtroppo in completo stato di abbandono. È difficile vedere tutte queste bellezze perché nascoste da alberi, ma soprattutto da alcune ville costruite trenta o quarant'anni fa: qui prima si estendeva un meleto che scendeva fino alla sponda del fiume. Poi, per far posto a una grande strada, buona parte del terreno venne espropriato, mentre il resto della proprietà agricola diventò area edificabile. Gli attuali proprietari, cioè la Burgl e la sua famiglia, lottizzarono il terreno e lo vendettero con grande profitto, non curandosi di ostruire la vista alla casa, ma soprattutto rinunciando al passaggio dalla porta principale.
Questo palazzotto sorge su un terreno già abitato nell’era glaciale: proprio quest’anno sono stati fatti scavi archeologici sull’altro lato della strada e sono venuti alla luce reperti che testimoniano presenze umane in questa zona. Il luogo viene citato in documenti che risalgono al 1288.
In altri tempi, questa cosiddetta residenza estiva comprendeva vari vigneti, prati a foraggio, un meleto, stalle, e altro; il passaggio da casa di villeggiatura di un ricco signore a fattoria, con un contadino padrone e il conseguente decadimento della villa, è un dato di fatto che posso spiegare solo con un processo naturale, dovuto al progressivo impoverimento della classe nobile. Spesso accadeva che il nobile signore si indebitasse al punto da perdere, in modo del tutto legale, i propri possedimenti. Nella seconda metà del XIX secolo, non so in seguito a quali vicende legali, buona parte di questa proprietà passò alla famiglia della Burgl.
Sopra il tetto a scandole si apre un lucernario dal quale di tanto in tanto esce un bel gatto nero, grasso e ben pasciuto, in cerca di avventure. Fa infatti un giro di ricognizione, annusa da tutte le parti, sospettoso, guarda in aria con finta indifferenza, poi subito stanco si sdraia al sole, pigro, in precario equilibrio, dato il pendio abbastanza ripido del tetto. Infine, annoiato dalla troppa calma - in quelle rare occasioni, le cornacchie che di solito sostano sulla cima del tetto, svolazzano alte nel cielo gracchiando per avvertirsi a vicenda - si infila di nuovo nella finestrella e sparisce: non l’ho mai visto per strada né nel giardino adiacente alla casa, dove domina un enorme ciliegio. Col grosso cane, Nero, padrone assoluto del grande cortile che costeggia l’altro lato della casa, non ha mai contatti: evidentemente si tratta di un territorio riservato, nel quale lui non ha diritto di accesso. Penso inoltre che fra i due ci sia una forte inimicizia giustificata anche dal fatto che il cane trascorre la sua giornata solo nel cortile, mentre il gatto gode di una maggiore libertà e può entrare e uscire dalla casa quando vuole.
Piuttosto sporadicamente, la vecchia Burgl si prende cura del cane e lo spazzola con visibile fatica, intanto che gli sussurra qualcosa per tenerlo tranquillo: il pelo è infatti lungo e infeltrito. Piegata in due, tira la spazzola con le due mani, mentre Nero se ne sta fermo, ben piantato sulle quattro zampe, godendo visibilmente di quel trattamento che considera carezze della vecchia padrona. Anche lui è vecchio, grasso e bonaccione; nei suoi occhi c’è sempre come una richiesta. Basta rivolgergli la parola per vedere subito un lampo di intelligenza, di comprensione ma anche di nostalgia: quanto bisogno di affetto non appagato, di tenerezze mai ricevute! E quanta solitudine in quegli occhi tristi. Non abbaia mai se una persona estranea entra nel cortile, suo unico regno. Qui gironzola tutto il giorno senza meta, evitando accuratamente di avvicinarsi a un grosso casotto messo lì per lui.
Deve avere un odio invincibile contro quel canile: lo ignora infatti e se ne sta alla larga, neanche fosse circondato da un filo spinato ad alta tensione, o meglio ancora da un muro, visibile solo a un cane. Se piove o nevica cerca riparo sotto la tettoia dove posteggia un pezzo da museo, forse uno dei primi trattori di fabbricazione antidiluviana, e se il freddo è veramente molto intenso si infila dentro la grande officina, una costruzione piuttosto primitiva addossata alla casa padronale, prima forse una stalla, ora locale tuttofare.
Nero, nome che non è un’abbreviazione di Nerone, ma più banalmente derivato dal colore del suo pelo, perde la testa soltanto se vede passare un tipo di sua conoscenza, un bellissimo pastore tedesco, snello, ben curato, che con ineffabile eleganza trotterella al guinzaglio della sua padrona, a rispettosa distanza dall’inferriata che delimita il cortile dalla strada. Di colpo allora si sveglia dal solito stato di apatia, salta eccitato e corre su e giù abbaiando furiosamente, quasi si trattasse di difendere il suo territorio da una schiera di nemici. L’altro prosegue tranquillo per la sua strada, con una certa distinzione e arroganza, senza neanche degnarlo di uno sguardo. Questa scena si ripete con estrema puntualità due volte al giorno, la mattina presto e il primo pomeriggio, quando cioè la sua padrona, donna di una bruttezza tutta particolare, lo porta a spasso. Ho anche notato che appena si avvicinano a quella inferriata, lei con mossa repentina lo afferra al collare e lo tira a sé: forse per questo motivo lui prosegue tranquillo e indifferente. Quella stretta gli permette appena di respirare.
Proprio lì di fronte, sull’altro lato della strada, abita un altro cane, un grosso cane da guardia, che abbaia per ogni piccola cosa: se passa qualcuno, se si apre la finestra della casa accanto, se vola un uccello, se una vespa o una bicicletta si avvicinano o si allontanano; anche lui ha una cuccia, ma vi trascorre la maggior parte della giornata, sempre pronto a saltarne fuori per rimbeccare ognuno e ogni cosa. Ai suoi latrati Nero non risponde mai, lo ignora anzi, e certamente lo disprezza per quella eccessiva emotività: in fin dei conti neanche lui esce a spasso con i padroni, nessuno lo tiene per il collare e quanto a carezze o altre manifestazioni d’affetto non credo abbia molto da invidiargli.
Nero appartiene al figlio della Burgl, un quarantenne assai rozzo, mezzo analfabeta, una specie di gigante, grande e grosso, che fa finta di lavorare, molto di malavoglia e si vede, nel meleto che si allunga dietro la casa. Il cortile, pieno di erbacce, assai trascurato, è occupato quasi per intero da mietitrici, vecchi trattori, macchine agricole di vario tipo a me sconosciute, che mi sembra collezioni per non so quale capriccio. Ogni tanto riesce a separarsi da qualcuno dei suoi cimeli per sostituirlo subito dopo con un altro, forse più antico e perciò pregiato. Credo dia in prestito le macchine ancora utilizzabili, ma non ne sono sicura.
Qualche anno fa è venuta ad abitare nella casa una giovane donna con la madre, una specie di megera, aggressiva e autoritaria che si aggirava nel cortile con una strana aria da padrona: da quel momento la povera Burgl acquistò un’espressione se possibile ancora più spaventata. Non passò molto e già si vide la giovane donna spingere una carrozzina, mentre il figlio della Burgl diventava sempre più irascibile.
La mia vicina di casa non mancò di fare qualche osservazione assai piccante circa la provenienza di quel bambino: le scenate in quella casa si susseguivano a ritmo sempre più accelerato (spesso anche in cortile) finché avvenne la grande separazione. La madre della giovane donna andò via e lei restò, col bambino e la carrozzina.
La vecchia Burgl sparì del tutto.
Ora sono venuta a sapere che ebbe un ictus.
L’ho rivista qualche giorno fa davanti alla porta della sua casa, la scopa in mano, notevolmente invecchiata e più fragile di prima. Al mio saluto ha risposto solo con un cenno indicando la gola: non può più parlare, gli occhi terrorizzati o meglio disperati. Ha perso la parola. Inoltre sono certa che non mi ha riconosciuto.
Ho saputo che la Burgl ha anche una figlia, di una sessantina di anni, nata cioè durante la seconda guerra mondiale, mentre il figlio lo ebbe molto più tardi, quando mai avrebbe pensato di restare incinta.
La Burgl non è mai stata sposata.
Queste poche informazioni mi incuriosiscono, tanto che mi rivolgo alla mia vicina di casa, anche lei di una certa età, di solito assai compiacente, per sapere qualcosa di più. Per non so quale motivo però questa volta si chiude in uno strano riserbo. Al contrario il marito in pensione, quanto mai annoiato dalla vita che conduce, si butta a capofitto in un racconto assai particolareggiato, senza riguardi per nessuno. Travolto dal tema per lui tanto interessante e quanto mai coinvolgente, passa con estrema disinvoltura dal tedesco al dialetto sudtirolese, con grande irritazione della moglie, che conosce le mie difficoltà nel capire questa lingua. Inoltre non nasconde una certa superiorità nei suoi confronti, dato che, se non sbaglio, lei proviene da una ricca famiglia di contadini, ha i modi di una vera signora e padroneggia sia il tedesco che l'italiano, mentre lui era un operaio, piuttosto rozzo e ignorante, oltre che presuntuoso.
La madre della Burgl, anche lei di nome Notburga, si sposò assai tardi, quando ormai tutte le sue coetanee potevano vantare al loro attivo almeno cinque figli. Finché visse il padre non le fu possibile trovare marito, nonostante la proprietà veramente considerevole che lei sola avrebbe ereditato, dato che in quella famiglia mancava il figlio maschio. Caso del tutto eccezionale, era infatti figlia unica. Il padre scartava ogni pretendente, non considerando nessun uomo degno della figlia e del patrimonio che avrebbe ereditato.
Alla morte del padre, un non si sa bene chi, venuto come Knecht1 nella sua fattoria, si insediò nella casa e nella vita della padrona con una irruenza tutta mediterranea cui sarebbe stato impossibile resistere: ormai trentenne, considerata zitella, viveva sola con la madre, convinta di dover finire la propria vita senza marito e senza figli. Quel giovane, di assai dubbia provenienza - nessuno lo aveva mai visto prima da quelle parti - vide in quella vecchia ragazza la soluzione a tutti i suoi problemi esistenziali, e benché assai più giovane di lei, almeno una decina di anni, la circuì, anzi la prese d’assalto, considerandola una fortezza che valeva la pena di espugnare. E lei si lasciò espugnare. Fin troppo facilmente, si disse in giro. Da sola non riusciva ad amministrare le proprietà, nonostante i tanti braccianti al suo servizio: per una donna senza un uomo in casa era assai difficile mantenere una posizione di comando.
Il giovane dopo le nozze si manifestò per quello che era: un fannullone, uno scialacquatore, frequentatore assiduo di tutte le osterie dei dintorni, e soprattutto disinteressato ai lavori in stalla, nei campi, nella fattoria. Particolare ben più importante, non si lasciava comandare dalla moglie neanche per spostare una sedia, anzi pretendeva di essere servito come un padrone. Ne andava di mezzo il suo onore di maschio.
Il primo figlio nacque qualche mese dopo aver firmato il contratto matrimoniale. La gente non la smetteva di mormorare, nonostante l’intervento assai drastico del parroco: dal pulpito della chiesa, con una predica ad hoc e senza accennare a nessuno di preciso, invitò il suo gregge cristianamente, ma con estrema severità, a non scagliare la prima pietra. Che si occupassero piuttosto dei propri peccati.
Il secondo figlio non si fece attendere: nacque poco prima che scoppiasse la Grande Guerra. L’uomo sembrava aver fretta, quanto mai interessato a compiere i suoi doveri coniugali. Seguì un intervallo di cinque anni, dato che il giovane scapestrato fu chiamato a difendere la patria e l’Imperatore. Invano, come ebbe modo di notare lui stesso. Al ritorno seguirono varie gravidanze delle quali non si ha notizia; la prima figlia femmina sopravvissuta alle tante malattie infantili fu appunto la Burgl, la vecchina che conosco io. A lei seguirono altre gitschen, cioè femmine.
Sua madre morì di parto lasciandole sulle spalle tre uomini, cioè il padre, ancora e sempre scapestrato, i due fratelli maggiori, più una bambina di qualche anno e una neonata da tirare su, l’ultima sorella cui dovette fare da mamma, benché lei stessa avesse ancora bisogno delle cure materne. Il padre nel frattempo, precocemente invecchiato per la vita sregolata che conduceva, rivelò un carattere brutale e manesco. Ogni sera tornava a casa ubriaco fradicio, col vino cattivo, nel senso che menava botte a destra e manca fino a che cadeva da qualche parte, più di là che di qua. In realtà era incapace di amministrare il grosso patrimonio della moglie.
La Burgl a tredici anni si ritrovò a dover organizzare la vita famigliare, con doveri che andavano molto oltre le sue forze.
Del resto anche prima, quando ancora viveva la madre, doveva aiutare in casa, nella stalla, nei campi senza alcun riguardo per la sua tenera età. Andava a scuola, un obbligo cui nessuno poteva sfuggire, dove si insegnava in una lingua straniera, in italiano, per lei incomprensibile, e dove le veniva presentata una realtà del tutto diversa dalla propria, una realtà che ritrovava subito, appena tornava a casa, dove l’aspettavano montagne di lavoro da sbrigare, sia in stalla che nella Stube. Qui doveva badare ai bambini che si susseguivano al ritmo di uno l’anno, secondo le direttive del parroco che mai avrebbe permesso una pausa, neanche per motivi di salute. E il padre non aveva certo riguardi per la “vecchia” (die Alte) come comunemente venivano e vengono chiamate le mogli dai contadini.
So di famiglie che ancora una decina di anni fa ricevevano la visita del parroco se al primo figlio non ne seguiva subito dopo un secondo. La minaccia del castigo divino non si sarebbe fatta aspettare. È permesso fare certe cose solo in vista di una prossima gravidanza, predicava poi in chiesa, e senza preservativi di nessun genere, naturali o artificiali, se non si voleva cadere in peccato mortale. Oggi la maggior parte delle donne, anche in masi di alta montagna, cioè isolati ma con la televisione, non si lascia più spaventare dalle prediche del parroco. In altri tempi la situazione era ben diversa. Oltre alla condanna divina, bisognava sopportare anche i commenti tutt’altro che benevoli della gente del paese. Una famiglia rispettabile doveva avere almeno otto e più figli: si trattava dell’onorabilità dell’uomo, cioè della sua potenza, e della fertilità della moglie. E non mancavano gli scherzi grossolani all’osteria sui mariti che si lasciavano comandare dalle mogli, senza contare le allusioni salaci, assai chiare, sull’impotenza di certi buoi destinati al macello. Per non parlare delle occhiate cariche di riprovazione delle donne “per bene” riservate alle svergognate che si permettevano di trasgredire le leggi della chiesa e del buon costume, se non mettevano al mondo un figlio l’anno.
Poco importava se poi invecchiavano anzitempo - non era raro vedere una quarantenne dall’aspetto di una sessantenne, ancora col pancione e l’aria rassegnata - distrutte dalle tante maternità e dai lavori in casa e nei campi. Una donna è al mondo solo per procreare, possibilmente con dolore, anche a costo della propria vita. È scritto nella Bibbia, predicava instancabile il parroco.
Infatti la madre della Burgl, oltre ai cinque figli più o meno sani messi al mondo, ebbe un numero imprecisato di aborti, naturali o meno, che la indebolirono, e non soltanto fisicamente. Anche il suo carattere cambiò, si può dire dopo ogni nuova gravidanza. Diventò sempre più dura, autoritaria, ma soprattutto stanca della vita, amareggiata da un marito mai presente quando aveva bisogno di lui - ogni volta doveva mandare uno dei figli a cercarlo da un’osteria all’altra - sempre pronto a metterla incinta, nonostante avesse superato i quarant’anni. Aveva perso ogni speranza di un qualsiasi miglioramento e ormai desiderava soltanto la morte, ultima soluzione a tutti i suoi problemi.
La Burgl aveva visto tutto, sapeva tutto e non si meravigliava di niente, solo che aveva deciso di non sposarsi e di non avere figli. Non voleva fare la stessa fine della madre.
Ma le cose andarono diversamente. Alcuni anni dopo la scomparsa della madre, il padre fu trovato morto in fondo a un burrone e nessuno seppe mai cosa fosse andato a cercare da quelle parti. Non si fece neanche l’autopsia per accertare se fosse stato vittima di un assassinio. Fu subito chiaro, e bastava sentirne l’odore, che era completamente ubriaco. Scivolato lì di notte, doveva esser morto in seguito alle ferite riportate. In realtà la sua vita non interessava a nessuno. Era un noto beone, conosciuto per la brutalità con la quale maltrattava la sua famiglia, ma anche chiunque gli facesse saltare la mosca al naso. E aveva una mosca assai suscettibile. Era infatti convinto di aver diritto a un trattamento speciale, date le proprietà che in parte aveva già scialacquato. Nessuno portò il lutto per lui, neanche i figli che avevano sofferto più di ogni altro della sua pur sporadica presenza.
Appena adolescente, la Burgl restò sola con due fratelli e una sorella - l’ultima nata morì poco dopo la madre - alcune mucche, una quantità di campi a fieno e altri a patate, un grande meleto, un vigneto, una stalla da governare e la casa, già allora in cattive condizioni.
L’unica sorella non visse a lungo, anzi non arrivò neanche all’età scolastica: per la Burgl significò una persona di meno da accudire.
I due fratelli maggiori avevano tutte le caratteristiche del padre: fannulloni, perditempo, e già in giovane età anche loro frequentatori assidui dell’osteria. La Burgl a diciotto anni era una donna volitiva, dal carattere forte, priva di ogni sentimentalismo; ma anche di sogni, di illusioni sulla vita e sull’amore, con un patrimonio da amministrare che era un peso più che un vantaggio.
Con la venuta di Hitler al potere, in tutto il Sudtirolo la speranza di un ritorno alla patria naturale aveva infiammato più di un cuore. L’annessione dell’Austria alla Germania, nel ’38, aveva poi provocato veri e propri entusiasmi. Ormai la separazione dall’odiata Italia sembrava vicina. Anche la Bur gl ne fu contagiata, più che altro attraverso i due fratelli impegnati in complotti cospirativi con altri giovani dei dintorni: non poche volte fu costretta a subire vere e proprie perquisizioni in cui era stata messa a soqquadro tutta la casa. I carabinieri italiani non avevano risparmiato neanche i materassi, bucandoli nella speranza di trovare chissà quali prove contro i due giovani. E neanche la stalla era stata dimenticata. Per fortuna non fu mai trovato niente di compromettente, per esempio giornali in lingua tedesca o manifestini antitaliani provenienti dall’Austria.
I due fratelli cospiravano solo a parole, in realtà non erano capaci di leggere una sola parola sia in italiano che in tedesco, nonostante avessero frequentato le scuole italiane e quelle illegali tedesche tenute dal parroco, le cosiddette scuole delle catacombe. Un destino del resto assai comune in quella generazione di sradicati, cui era stata negata ogni identificazione con la propria terra, la propria storia, i propri usi e non per ultima, ma tanto più importante, con la propria lingua. Conoscevano giusto il dialetto della loro valle, che però potevano parlare di nascosto, data la ferrea proibizione di ogni germanismo.
Tutto il dilemma dell’Opzione passò attraverso le loro teste come una tempesta in un bicchiere d’acqua, dato che non capirono molto di che si trattava. Come la maggior parte dei loro compaesani, optarono per la Germania, mentre la Burgl decise di restare in Italia, non certo per motivi politici o patriottici. In casa scoppiavano litigi ogni volta che si incontravano. Gli urli erano tali che perfino le mucche, in stalla, prendevano a muggire inquiete. La Burgl non era affatto disposta a lasciare la sua casa e tutto il resto per un futuro incerto, da qualche parte in Europa, in paesi ancora da conquistare, secondo le promesse della propaganda nazista, mentre i fratelli sognavano una fattoria moderna, o forse soltanto un cambiamento qualsiasi nella loro vita. Il cambiamento venne e assai presto anche: allo scoppio della guerra, la seconda, i primi a partire furono proprio loro due, e la Burgl non ci pianse su neanche una lacrima, contenta solo di essersi liberata di quei due fannulloni.
La Burgl, a detta di chi la conobbe da giovane, era una gran bella ragazza, bionda, occhi azzurri, carnagione chiara, una figurina piccola ma robusta dato il lavoro in casa e fuori cui era abituata fin dalla prima infanzia. Non pochi uomini si interessarono a lei, ora più che mai, dato che i due fratelli litigiosi erano per modo di dire fuori combattimento.
Alla fine del ’43 non poté più nascondere il suo stato avanzato di gravidanza ed è facile immaginare la curiosità dei vicini e praticamente di tutta la gente che la conosceva: chi era il padre e… a quando le nozze? Varie volte il parroco venne a parlare con la giovane peccatrice; se ne tornava sempre sconfitto, e si vedeva dal suo modo di camminare, dai frequenti segni di croce e dagli sguardi carichi di biasimo che lanciava in direzione della casa.
La Burgl, con la caparbietà che le era propria, neanche al parroco volle rivelare il nome di chi l’aveva messa in quelle condizioni. E di nozze non se ne parlava nemmeno. Sicuramente il periodo più difficile della sua vita.
Nacque una figlia cui impose il proprio nome, una bellissima bambina dai capelli neri, occhi neri che in tutto l’aspetto contrastava in modo sconvolgente con la figura materna. I miei vicini di casa ricordano ancora la ragazzina negli anni Cinquanta, già matura per la sua età, con lunghe trecce nere dietro le spalle, un visetto serio, appuntito da una sorta di astio antico e da una determinazione di puro stampo mater no. Secondo loro quella bambina non dovette avere un’infanzia felice: la Burgl non sembrava averla accettata come sangue suo, mentre i due zii di ritorno dalla guerra la considerarono addirittura la vergogna della famiglia.
Si affrettò infatti a crescere per sposarsi il più presto possibile. Cosa che effettivamente accadde. I miei vicini discutono insieme se già a sedici anni uscì da quella casa o poco più tardi, chiedendo subito la sua parte di patrimonio per investirla nell’acquisto di un negozio. Ora è una donna rigida, avarissima, senza figli e ricca forse più della madre. In paese è conosciuta per l’estrema parsimonia, tanto che si racconta che è abituata a mangiare mezza mela, per risparmiare la seconda metà.
Una domanda intriga ancora, dopo più di sessant’anni, i vicini di casa e certamente molti compaesani della generazione della Burgl: chi era il padre della bambina e perché mai nessuno riuscì a svelare il segreto del suo nome. Furono fatte diverse congetture: dati i tempi, la guerra, i soldati dell’esercito italiano e tedesco, i molti stranieri sbandati, tutto era possibile. Assai probabile che fosse stata violentata e per questo motivo lei stessa non conosceva il nome dell’uomo, sparito poi nella notte.
Ma un’altra possibilità è stata soppesata. In paese vivevano forse tre o quattro famiglie di origine ebraica: la chiesa non aveva concesso asilo a stranieri di religione diversa, neanche ad austriaci dopo il ’38, quando appunto con l’annessione alla Germania, anche lì le leggi razziali si erano fatte sentire con maggiore virulenza. Molti ebrei erano però fuggiti in Italia già anni prima: si diceva che il regime fascista italiano trattasse con una certa tolleranza le comunità ebraiche, benché non molto tempo dopo, proprio quello stesso Stato tollerante costruì per loro veri campi di concentramento. Nel ’43 vennero addirittura consegnati alle forze alleate tedesche con le conseguenze che ognuno conosce.
La Burgl ebbe una relazione con un componente la piccola comunità ebraica? La bambina nacque dopo il ’43, cioè dopo la deportazione di quelle famiglie: chiaro che non volesse fare il nome del padre. Avrebbe messo in pericolo la bambina e se stessa, dato che era severamente proibito avere rapporti di qualsiasi genere con ebrei e tanto meno averne un figlio. Anche questa una supposizione che non potrà mai essere appurata.
Oppure, e questo sembra un motivo sufficiente per farla tacere per il resto dei suoi giorni: il padre della bambina era un uomo sposato, con famiglia. Magari un vicino di casa.
La fine della guerra per la Burgl significò il ritorno dei fratelli, ma anche il tentativo di mantenere la sua posizione di comando nella casa e nei lavori dei campi e del vigneto. Dopo cinque anni di libertà non era disposta a riprendere il ruolo di serva che aveva sempre dovuto accettare fin dalla morte della madre. Ora, a 25 anni, con una figlia e l’esperienza che aveva accumulato in quegli anni di solitudine, non era più disposta a farsi comandare da nessuno. Iniziarono giorni e mesi, e anche anni, di conflitti, di litigi furiosi fra i tre membri della famiglia. I due fratelli ripresero la vita di prima, passando da un’osteria all’altra, invitando tutti i presenti a un giro di vino cui seguivano altri giri, finché tornavano a casa reggendosi appena sulle gambe, uno di loro con maggiore difficoltà dell’altro, dato che aveva perso una gamba in guerra e riceveva anche una piccola pensione per invalidità.
«Er hot sich zu toat gsoffn2», questo il commento del mio vicino di casa, finché anche lui, come il padre, fu trovato morto, questa volta però impiccato a un grosso ramo del ciliegio accanto alla casa. Completamente ubriaco.
Adesso capisco per quale motivo la Burgl non mangia mai una sola ciliegia di quell’albero: la scusa ufficiale è che sono avvelenate dal traffico delle macchine, dalle loro emissioni, dalla polvere della strada ecc.
Ma forse si tratta di ben altro veleno.
Prima di impiccarsi aveva però fatto in tempo a dilapidare una quantità di denaro in bevute colossali di cui resta ancora il ricordo. Anche questo, motivo di litigi con il fratello e la Burgl. Alla sua morte inoltre si scoprì che buona parte del patrimonio era stato venduto: lui come primogenito aveva il diritto di farlo, e senza informare nessuno dei famigliari.
In seguito a una legge più o meno esistente già dai tempi di Massimiliano I e cioè dall’inizio del XVI secolo, ma anche prima, codificata poi nel 1775 dall’imperatrice Maria Theresia, era proibito spezzettare le proprietà fra i diversi eredi affinché una sola famiglia di almeno quattro persone potesse vivere con un certo benessere; gli altri figli erano costretti a servire in casa o a impiegarsi altrove. Era questo il cosiddetto maso chiuso. Il primogenito ereditava per intero la proprietà famigliare e in mancanza del figlio maschio il diritto passava alla prima figlia femmina, o meglio ancora, al marito di lei.
Intanto si era arrivati agli anni sessanta, nella casa erano necessari lavori di muratura e per questo la Burgl incaricò un tipo che si presentava come muratore finito, mentre ovviamente si trattava di un manovale con pochissime conoscenze del mestiere. Ad ogni modo, con la scusa dei lavori, prese a frequentare quella casa. Non trascorse molto tempo e la Burgl cominciò ad ingrassare in modo eccessivo. Agli occhi curiosi dei vicini non fu difficile riconoscere una gravidanza: la Burgl negò finché non le fu più possibile. Il muratore era sposato e aveva famiglia in un villaggio lì vicino, lo sapevano tutti; inoltre alla sua età, aveva più volte dichiarato la Burgl, non pensava più a certe cose. In realtà ne fu sorpresa anche lei.
Il mio vicino di casa evitò per un pelo che accadesse una disgrazia: finisce infatti il suo racconto con un particolare assai piccante. Aveva visto come il fratello della Burgl, nel frattempo morto anche lui, non so se di morte naturale, in punta di piedi si fosse avvicinato alle spalle del muratore che ignaro di tutto stava raccogliendo qualcosa nel cortile. Di soppiatto aveva già alzato un forcone trovato per terra con la chiara intenzione di infilzarlo. Lui, dall’altra parte della strada fece giusto in tempo a gridare: «Pass au3!» Scongiurando, un sicuro omicidio o soltanto un incidente sul lavoro.
Ps. Vorrei aggiungere che la vecchia Burgl da qualche mese è scomparsa. Stranamente ha lasciato un gran vuoto nella strada. Almeno io ne sento la mancanza.
1) Garzone
2) Espressione tipica per indicare una persona che beve tanto fino a morirne
3) Attento!
Die alte Burgl ist sechsundachtzig Jahre alt und die sieht man ihr alle an, ich dachte sogar, sie wäre noch älter angesichts ihres gebrechlichen Aussehens. Ich habe mich informiert: Sie ist 1920 geboren, hat mir meine Nachbarin gesagt, die sie seit über fünfzig Jahren kennt. Sie wisse alles über sie, fügte sie stolz hinzu.
Die Burgl, die in Wirklichkeit Notburga heißt (doch in der lokalen Mundart wird eben Notburga zu Burgl), ist eine Alte von kleiner Statur, beinahe ganz vornübergebeugt von einer Arthritis im Rücken; ihre schneeweißen Haare, vielleicht wegen des hohen Alters nur mehr wenige dünne, sind im Genick fest zu einem Knoten gebunden. Manche rebellische Locke lugt manchmal unter dem Kopftuch hervor, das nach der Gepflogenheit der hiesigen betagten Frauen vom Morgen bis zum Abend den Kopf bedeckt, im Haus wie im Freien. Das kleine, schmale, von tiefen Falten durchzogene Gesicht wäre unbedeutend, wären da nicht die großen hellen Augen gewesen, wässrig, in einem Ausdruck des Schreckens gefangen. Ich kenne sie mittlerweile schon lange. Sie ist meine Nachbarin von gegenüber und ich hatte ein Jahrzehnt lang Gelegenheit sie zu beobachten.
Früher kam es vor, dass ich ihr auf der Straße auf dem Rückweg vom Kirchgang oder einem Besuch bei befreundeten Familien begegnete; später erfuhr ich, dass sie sich einmal in der Woche mit einer Gruppe gleichaltriger Frauen zum Kartenspielen traf. Sorgfältig gekleidet, nicht ohne eine gewisse Eleganz und Vornehmheit, die an der ganzen Person zu beobachten war, an ihrer Art zu gehen, ganz im Kontrast zum Ausdruck ihrer Augen, von einer gelinde gesagt überraschenden Standhaftigkeit und Bestimmtheit.
Überrascht, beziehungsweise mit einer Frage in den Augen erwiderte sie immer meinen Gruß: Kennen wir uns? Und wir kennen uns in der Tat, da ich, seit ich hier wohne, einen Autoabstellplatz im großen Hof ihres Hauses gemietet habe. Aber offensichtlich vergisst sie es jedes Mal.
Was mich vom ersten Moment an an ihr beeindruckte, war eben der Ausdruck ihrer Augen: es ist als hätte eine Szene, ein Ereignis in ihrem Leben sie derart terrorisiert, dass sie ein Leben lang davon gezeichnet ist.
Seit einiger Zeit begegne ich ihr nicht mehr im Dorf; nur selten sehe ich sie in der Haustür, einen Besen in der Hand, während sie sich mit verlorenem Blick denn je umsieht, um sich zu vergewissern, dass kein Auto vorbeikommt. Dann macht sie sich langsam daran die wenigen Stufen zu kehren, die in ihre Wohnung führen, Stufen, die nach unten gehen und nicht nach oben, wie man meinen könnte. Vor vierzig oder mehr Jahren wurde der Weg, der an ihrem Haus vorbeiführt, erhöht, um eine richtige asphaltierte Straße daraus zu machen.
Das Haus hat viel von seinem Wert verloren, nicht nur wegen des Lärms der vielen Autos und dem Staub, der die Fassade verdreckt, sondern wegen des Verschwindens des Erdgeschosses, das plötzlich ein Kellergeschoss geworden war. Das Straßenbett wurde gegenüber dem früheren um mindestens einen Meter angehoben, sehr zum Schaden der Fenster des Erdgeschosses, die somit halbiert wurden und nur mehr die obere Hälfte von ihnen frei blieb, während der Rest verschwand. Dicke, nunmehr verrostete und von einer dicken Staubschicht bedeckte Gitter vervollständigten das Werk. Alledem muss man noch den Müll hinzufügen, den die Leute, üblicherweise Touristen, gedankenlos dort hineinwerfen und so den Anschein der Verwahrlosung des Ganzen verstärkten.
Das Haus ist mittlerweile eine richtiggehende Ruine (1920 schien ein Brand große Schäden angerichtet zu haben) und jedes Mal, wenn ich es betrachte, spüre ich einen Stich im Herzen. In Wirklichkeit handelt es sich ursprünglich um ein Patrizieranwesen, in der ersten Hälfte des 18. Jahrhunderts von einem begüterten Herrn, Bürgermeister des Ortes, erbaut; aus den Aufzeichnungen im Kataster ist zu entnehmen, dass es sich um einen Bau mit mehreren Räumlichkeiten und einem reich mit Fresken von Blumen und Früchten, Akanthusblättern und Stuckwerk ausgestatteten Saal im zweiten Stock handelt. Der Saal, in welchem, so wird vermutet, große Tanzvergnügungen veranstaltet wurden, hatte drei, jetzt mit einem groben grünen Holzrahmen versehene Fenster ohne Fensterläden. Die größtenteils zerbrochenen, schmutzigen Fensterscheiben sind notdürftig mit Karton geflickt. Dabei, man muss sich das einmal vorstellen, befindet sich über jedem Kranzgesims ein gemalter Putto! Hinter dem Fenster vom Salon kann man, wie man es eben von einem Dachboden kennt, übereinandergestapelte Kisten und anderes altes Zeug undefinierbarer Herkunft ausmachen.
Es scheint, dass dieser Salon vor ungefähr hundert Jahren in drei voneinander unabhängige Zimmer unterteilt wurde; laut meiner Nachbarin befindet sich im ganzen Haus ein einziges, dieser Bezeichnung unwürdiges Klo, ein sogenannter Abort. Es ist mir nicht klar, wo die derzeitigen Besitzer wohnen. Seit undenklichen Zeiten wurden keine Restaurierungsarbeiten mehr vorgenommen.
An den Außenmauern befinden sich noch Freskenreste mit barocken Motiven; über der Haustür sieht man etwas, das in früheren Zeiten eine Rosette mit Madonna und Kind gewesen war, während es jetzt nur mehr ein Fleck an der Wand ist. Der Teil des Hauses, den ich sehe, war ursprünglich, glaube ich, der Dientsboteneingang. Die eigentliche Fassade besitzt eine Reihe architektonischer Ornamente feinster Eleganz: ein Balkon mit Holzveranda, Türmchen und anderes mehr im reinen Stil des achtzehnten Jahrhunderts, leider in einem völlig verwahrlosten Zustand. Es ist schwer all diese Schönheiten zu bemerken, da sie von Bäumen, vor allem aber von vor dreißig Jahren erbauten Villen verdeckt sind. Hier gab es vorher eine ausgedehnte Obstwiese, die sich bis ans Flussufer erstreckte. Dann wurde ein Gutteil des Areals enteignet, um einer breiten Straße Platz zu machen, während der Rest des landwirtschaftlichen Besitzes in Baugrund umgewidmet wurde. Die derzeitigen Besitzer, das heißt die Burgl und ihre Familie unterteilten den Baugrund in Parzellen und verkauften diese mit großem Profit, ohne sich darum zu kümmern, dass so der Blick auf das Haus verstellt wurde, vor allem aber, dass sie so auf den Zugang durch das Haupttor verzichteten.
Dieses Herrenhaus befindet sich auf einem Areal, das bereits in der Eiszeit besiedelt war. Gerade dieses Jahr wurden Ausgrabungen auf der anderen Straßenseite durchgeführt, wobei Fundstücke zum Vorschein gekommen waren, die die menschliche Präsenz in dieser Gegend bezeugen. Der Ort wird in Urkunden erwähnt, die auf das Jahr 1288 verweisen.
In früheren Zeiten gehörten zu dieser sogenannten Sommerresidenz verschiedene Weinberge, Heuwiesen, Stallungen eine Obstwiese und anderes mehr. Die Umwandlung von einer Sommerresidenz eines reichen Herrn in ein landwirtschaftliches Anwesen mit darauffolgendem Niedergang der Villa ist eine Tatsache, die ich mir nur als einen, der allmählichen Verarmung der oberen Klasse geschuldeten Prozesses, erklären kann. Häufig kam es vor, dass der adelige Herr sich derart verschuldete, dass er auf ganz legale Weise seine Besitzungen verlor. Ich weiß nicht auf Grund welcher juridischen Vorfälle dieses Anwesen in der zweiten Hälfte des neunzehnten Jahrhunderts in den Besitz von Burgls Familie kam.
Im Schindeldach befindet sich ein Dachfenster, aus dem ab und zu ein dicker, wohlgenährter schwarzer Kater auf Abenteuersuche geht. Er macht in der Tat einen Erkundigungsrundgang, riecht überall argwöhnisch herum, schaut mit gespielter Gleichgültigkeit in die Luft, legt sich dann bald müde in die Sonne, faul und angesichts der ziemlichen Neigung des Daches im prekären Gleichgewicht, von der übertriebenen Ruhe gelangweilt – zu dieser seltenen Gelegenheit kreisen die Saatkrähen, die für gewöhnlich auf dem Giebel sitzen, laut kreischend und sich gegenseitig warnend, hoch in der Luft – schlüpft er wieder durch die Fensteröffnung und verschwindet. Ich habe ihn nie auf der Straße oder im an das Haus angrenzenden Garten gesehen, der von einem riesigen Kirschbaum beherrscht wird. Dem großen Hund Nero, absoluter Gebieter über den großen Hof, der an die andere Seite des Hauses grenzt, begegnet er nie: offensichtlich ein Territorium, zu dem er kein Zutrittsrecht hat. Außerdem glaube ich, dass zwischen den beiden eine tiefsitzende Feindschaft herrscht, die auch dadurch gerechtfertigt ist, dass der Hund den ganzen Tag ausschließlich im Hof verbringen muss, während der Kater größte Freiheit genießt und im Haus ein- und ausgehen kann, wann immer er will.
Eher sporadisch kümmert sich die Burgl um den Hund und bürstet ihn mit sichtlicher Anstrengung, während sie ihm etwas zuflüstert, um ihn ruhig zu halten; das Fell ist in der Tat lang und verfilzt. Vornüber gebeugt zieht sie die Bürste mit beiden Händen durchs Fell, während Nero stillsteht: die Beine fest am Boden verankert, genießt er diese Behandlung ganz offensichtlich, die er für Liebkosungen seiner alten Herrin hält. Auch er ist alt, fett und gutmütig; in seinen Augen liegt immer so etwas wie eine Bitte. Es genügt ihn anzusprechen, um gleich ein Aufblitzen von Intelligenz, von Verständnis aber auch von Sehnsucht wahrzunehmen; was für ein Bedürfnis nach nicht befriedigter Zuneigung, nach nie erhaltenen Zärtlichkeiten! Was für eine Einsamkeit in diesen traurigen Augen. Er bellt nie, wenn ein Fremder den Hof, sein einziges Reich, betritt. Hier dreht er den ganzen Tag ziellos seine Runden, vermeidet es sorgfältig sich der großen, für ihn dort hingestellten Hütte zu nähern. Er muss einen unüberwindlichen Hass auf diese Hundehütte haben; tatsächlich ignoriert er sie und bleibt auf Distanz, als wäre sie von stromführendem Stacheldraht oder gar von einer unsichtbaren Mauer umgeben. Wenn es regnet oder schneit, sucht er unter dem Vordach Schutz, dort wo ein Museumsstück abgestellt ist, vielleicht einer der ersten vorsintflutlichen Traktoren, und wenn es wirklich sehr kalt ist, verzieht er sich in die große Werkstatt, ein ziemlich primitiver, an das Herrenhaus angelehnter Bau, früher vielleicht ein Stall, jetzt ein Allzweckraum.
Nero, der Name ist keine Abkürzung für Nerone sondern viel banaler von der Farbe seines Fells abgeleitet, rastet nur aus, wenn ein ihm bekannter Typ, ein wunderschöner deutscher Schäferhund, schlank, gut gepflegt mit unbeschreiblicher Eleganz an der Seite seines Frauchens, aber mit respektvollem Abstand vom Gitter, das den Hof von der Straße abgrenzt, vorbei trabt. Dann erwacht er plötzlich aus seiner üblichen Apathie, springt aufgeregt auf und rennt wütend bellend auf und ab, beinahe so, als ginge es darum sein Territorium vor einer Horde Feinde zu verteidigen. Der andere zieht ruhig weiter seines Weges, mit einer gewisser Vornehmheit und Arroganz, ohne ihn eines Blickes zu würdigen. Diese Situation wiederholt sich mit äußerster Pünktlichkeit zwei Mal am Tag, früh am Morgen und am frühen Nachmittag, wenn sein Frauchen, eine Frau von einer ganz besonderen Hässlichkeit ihn spazieren führt. Ich habe auch bemerkt, dass sie ihn sowie sie sich diesem Gitter nähern, mit einer ruckartigen Geste am Halsband packt und an sich zieht; vielleicht geht er deshalb ruhig und teilnahmslos weiter. Dieser Griff erlaubt ihm gerade einmal das Atmen.
Gerade dort gegenüber, auf der anderen Straßenseite, wohnt ein anderer Hund, ein großer Wachhund, der wegen jeder Kleinigkeit bellt: wenn jemand vorbeigeht, wenn sich das Fenster im Haus gegenüber öffnet, wenn ein Vogel vorbeifliegt, wenn sich ein Motorroller oder ein Fahrrad nähert oder entfernt. Auch er hat seine Hundehütte, er aber verbringt den Großteil des Tages darin, immer bereit herauszuschießen und auf allem und jedem herumzuhacken. Nero antwortet nie auf sein Gebell, im Gegenteil, er ignoriert es und bestimmt verachtet er ihn wegen der übertriebenen Gefühlsbetontheit; im Grunde genommen geht auch er nicht mit seinem Herrchen draußen spazieren, niemand, der ihn am Halsband festhält, und was die Liebkosungen und andere Zeichen der Zuneigung betrifft, glaube ich, braucht er ihn nicht zu beneiden.
Nero gehört Burgls Sohn, einem sehr grobschlächtigen Vierzigjährigen, Halbanalphabet, eine Art Riese, groß und dick, der so tut, als würde er im Obsthain, der sich hinter dem Haus befindet, arbeiten, sehr ungern und man merkt es auch. Der sehr vernachlässigte Hof voller Unkraut ist beinahe zur Gänze mit Mähmaschinen, alten Traktoren, landwirtschaftlichen Maschinen unterschiedlicher, mir unbekannter Art vollgestellt, die mir als Sammlung, entstanden aus, ich weiß nicht welcher Laune, erscheinen. Ab und zu trennt er sich von einer seiner vorsintflutlichen Maschinen um sie sofort durch eine andere zu ersetzen, vielleicht älter und deshalb wertvoller. Ich glaube, er verleiht die noch brauchbaren Maschinen, bin mir aber nicht sicher.
Vor einigen Jahren ist eine junge Frau mit ihrer Mutter, einer Art Megäre, aggressiv und autoritär, die sich mit einem eigenartigen Anflug von Herrscherin im Hof herumtrieb, in dieses Haus eingezogen: seit diesem Moment hatte die arme Burgl, sofern überhaupt möglich, einen noch verängstigteren Gesichtsausdruck. Es verging nicht viel Zeit und schon sah man die junge Frau mit einem Kinderwagen, während Burgls Sohn immer reizbarer wurde.
Meine Nachbarin versäumte nicht einige scharfe Bemerkungen bezüglich der Herkunft jenes Kindes anzubringen. Die Streitereien in jenem Haus folgten in immer schnellerem Rhythmus aufeinander (häufig auch im Hof), bis es zur großen Trennung kam. Die Mutter der jungen Frau zog aus und sie blieb mit dem Kind und dem Kinderwagen zurück.
Die alte Burgl verschwand ganz.
Nun habe ich erfahren, dass sie einen Schlaganfall erlitten hatte.
Ich habe sie vor einigen Tagen vor ihrer Haustür gesehen, den Besen in der Hand, sehr viel älter und gebrechlicher als zuvor. Meinen Gruß hat sie bloß mit einem Handzeichen auf ihren Hals erwidert: sie kann nicht mehr sprechen, die Augen voller Angst oder besser gesagt verzweifelt. Sie hat die Sprache verloren. Außerdem bin ich überzeugt, dass sie mich nicht wiedererkannt hat.
Ich habe erfahren, dass die Burgl auch eine ungefähr sechzigjährige Tochter hat, die während des Zweiten Weltkrieges zur Welt gekommen ist, während sie den Sohn viel später bekommen hat, als sie niemals mehr erwartet hätte noch einmal schwanger zu werden.
Die Burgl ist nie verheiratet gewesen.
Diese spärlichen Informationen machen mich derart neugierig, dass ich mich an meine Nachbarin wende, auch sie betagt, für gewöhnlich sehr entgegenkommend, um mehr zu erfahren. Dieses Mal aber hüllt sie sich, ich weiß nicht aus welchem Grund, in sonderbares Schweigen. Ihr pensionierter Mann hingegen, ziemlich gelangweilt vom Leben, das er führt, stürzt sich kopfüber in eine detailreiche Erzählung ohne Rücksicht auf niemanden. Überwältigt von diesem für ihn so mitreißenden Argument, wechselt er mit äußerster Ungezwungenheit vom Hochdeutschen in den Südtiroler Dialekt, sehr zum Ärgernis seiner Frau, die meine Schwierigkeit diese Sprache zu verstehen, kennt. Zudem verbirgt sie nicht eine gewisse Überlegenheit ihm gegenüber, da sie, wenn ich mich nicht irre, aus einer begüterten Bauernfamilie stammt und die Umgangsformen einer richtigen „Dame“ hat und sowohl Deutsch wie Italienisch beherrscht, während er ein einigermaßen ungehobelter und unwissender und zudem anmaßender Arbeiter war.
Burgls Mutter, auch sie Notburga mit Namen, heiratete ziemlich spät, als ihre Altersgenossinnen bereits mindestens fünf Kinder hatten. Solange ihr Vater am Leben war, war es ihr – trotz des beträchtlichen Besitzes, den sie erben würde, da dieser Familie ein männlicher Nachkomme fehlte – nicht gegönnt gewesen einen Mann zu finden. Ein äußerst seltener Fall. Sie war in der Tat ein Einzelkind. Der Vater lehnte jeden Bewerber ab, da er keinen Mann seiner Tochter und seines Besitzes für würdig erachtete, den sie erben würde.
