Das Glyzinienhaus - Ada Zapperi Zucker - E-Book

Das Glyzinienhaus E-Book

Ada Zapperi Zucker

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Beschreibung

Eine große Stadt in Sizilien in der Zeit nach dem zweiten Weltkrieg, eine Straße, viele Geschichten, Geschichten von einsamen Frauen in dieser jahrhundertealten Verlassenheit, die nur die Inselfrauen kennen und daher die Mühseligkeit des Lebens, die Resignation, die Stille unter einer schonungslosen, erdrückenden Sonne: hier hat die Natur etwas Primitives, Ausgezehrtes an sich, mit gewaltigen Farben, gnadenlos wie es zu Zeiten Odysseus gewesen sein muss, als er hier landete. Ein Land für Männer gemacht, keinesfalls für Frauen, die sind jedoch in ihrer Jugend, wie S. Aglianò schreibt, ein "Wunder an Grazie vor dem die Lüfte erzittern und das Universum sich verneigt." Um dann frühzeitig und unabwendbar zu verblühen.

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Seitenzahl: 334

Veröffentlichungsjahr: 2020

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VoG Verlag ohne Geld e.K.

n.25

Ada Zapperi Zucker ist in Catania (Sizilien) geboren. In Rom hat sie mit dem Gesang- und Klavierstudium begonnen und an der Musikhochschule Wien beendet. Gleichzeitig hat sie für das Dizionario Biografico degli italiani des Istituto Treccani, die Enciclopedia dello Spettacolo und an der Enciclopedia Universo De Agostini gearbeitet. Ihre sängerische Karriere ist hauptsächlich außerhalb Italiens abgelaufen. Sie unterrichtet Gesang in Deutschland und in Südtirol.

Von dem Südtiroler Maler Gotthard Bonell wurde sie in Malerei unterrichtet.

Ada Zapperi Zucker è nata a Catania. A Roma ha iniziato gli studi di canto e pianoforte per poi concluderli alla Musikhochschule di Vienna. Nello stesso tempo ha collaborato per il Dizionario Biografico degli italiani dell’Istituto Treccani, all’Enciclopedia dello Spettacolo e all’Enciclopedia Universo De Agostini. Cantante lirica, ha svolto la sua attività prevalentemente all’estero. Insegna canto in Germania e in Sudtirolo.

Con Gotthard Bonell ha studiato pittura.

Ihre Veröffentlichungen haben verschiedene nationale und internationale Preise bekommen, die wichtigsten sind:

I suoi scritti letterari hanno ottenuto vari riconoscimenti nazionali e internazionali, i più importanti sono:

2017

Menzione d’onore

Casentino

, per il romanzo

La casa del nonno

2015

Primo Premio

San Domenichino

per i racconti

La cucchiara

2012

Primo Premio

Casentino,

per il romanzo

Teatro di ombre

2012

Premio

Stiftung Kreatives Alter, Zürich

per i racconti

Le inquietudini della sora Elsa

2011

Primo Premio

Chianti,

per il romanzo

Il silenzio

2008

Primo Premio

Giovanni Gronchi,

per i racconti

La scuola delle catacombe

In Sicilia si sente toccar finalmente terra… Si sa che il mare è azzurro, ma in Sicilia è proprio azzurro, senza sottintesi; come azzurro è il cielo e bianchissima è la roccia calcarea… I fichi d'india aggrappati alle rupi e le agavi virulente sotto il sole di mezzogiorno scarnificano il pensiero fino ad allucinarlo… C'è nella natura una chiarezza che sconvolge… Vi sentite incapaci di ragionare, perché c'è qualcun altro che ragiona per voi: la natura. La natura canta i propri trionfi immobilizzando gli uomini e il paesaggio…

(S. Aglianò, Questa Sicilia, 1982, pag. 103)

Editoriale – file audio

Si può ricevere il file audio, parte integrante del libro, seguendo il seguente sistema:

Notare la prima parola, sopra a sinistra, della pagina 66 del libro.

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In tal modo si può ricevere gratis il file audio

Glyzinienhaus_Signorina Tuba.wma

allegato a una email (38 min. / 5,8MB).

I nostri libri bilingue sono spesso usati per insegnare la lingua Italiana, per imparare vocaboli e grammatica. Inoltre costituiscono un aiuto per quanto riguarda la pronuncia della lingua italiana. Infatti un file audio fa parte del libro, nel quale l'autrice legge il racconto La signorina Tuba in lingua italiana.

È anche allegata una tabella che riporta la posizione esatta di ogni pagina sul file audio.

La lettura del racconto è anche registrata su un CD, che si può comprare al prezzo di 3,80€ nel nostro internet-shop www.verlagohnegeld.de.

Sia chiaro: non si tratta di un audiolibro dell’intero libro ma di un supplemento al libro stampato, nel quale viene letto dall'autrice soltanto il racconto La signorina Tuba, per chiarire qualche problema di pronuncia.

Editorial - Audiodatei

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Glyzinienhaus_Signorina Tuba.wma

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Unsere zweisprachigen Bücher werden vielfach im italienischen Sprachunterricht verwendet, sie sind dabei für den Vokabelerwerb und das Verständnis der Grammatik sehr hilfreich. Um auch die korrekte Aussprache überprüfen zu können, ist dem Buch diese Audiodatei beigegeben, in der die Erzählung La signorina Tuba, von der Autorin in italienischer Sprache gelesen wird.

Mit der Email bekommen Sie auch eine Tabelle, in der jeder Seitenanfang der entsprechenden Stelle in der Audiodatei zeitlich zugeordnet ist. Sie können so Textstellen mit unklarer Aussprache leichter ansteuern.

Sie können aber auch eine Audio-CD mit besserer Tonqualität zum Preis von 3,80€ über unser Internetshop www.verlagohnegeld.de beziehen.

Es sei darauf hingewiesen, dass es sich nicht um eine Hörbuchversion des Buches handelt, sondern lediglich um eine Ergänzung zu dem Buch, in der die eine Erzählung La signorina Tuba von der Autorin zur Verdeutlichung der Aussprache gelesen wird.

Indice

Nzina

La signorina Tuba

La Signora Alonzo

La casa dei glicini

La casa del secondo piano

Inhaltsverzeichnis

Nzina

Fräulein Tuba

Frau Alonzo

Das Glyzinienhaus

Die Wohnung im zweiten Stock

Nzina

Da qualche settimana un tipo si aggirava nella casa di fronte.

Difficile non notarlo: si affacciava ora da un balcone ora da un altro, a tutte le ore del giorno, e in quella casa c’erano ben sette balconi, tutti bene in fila. Doveva essere un parente della signora Garofalo; di una trentina d'anni, forse meno, forse più, non si poteva dire, nessuno ricordava di averlo visto prima da quelle parti. Sicuramente reduce dalla guerra e forse dalla prigionia, per via della faccia scavata, quasi risucchiata dalla fame e dai patimenti. Gli occhi sembrava volessero uscire fuori dalle orbite. Due occhi di bue, piuttosto strabici. Era un tipo allegro, godereccio: si indovinava dalla sua vivacità, dalle risate frequenti. Martellava tutto il santo giorno a un mobile, un divano: i colpi erano leggeri, rapidi, tipici dei tappezzieri. Martellava e cantava arie d'opere. Aveva un suo repertorio, non molto vasto, che ripeteva senza stancarsi. Spesso non finiva un’aria, si interrompeva a metà e proseguiva dopo qualche minuto con un’altra romanza, chissà perché. Non disdegnava però le canzoni napoletane classiche e tanto meno le canzonette in voga. Anche qui si buttava con entusiasmo, come in tutte le cose che faceva. Ascoltava spesso la radio, naturalmente a tutto volume, facendo a gara con i cantanti professionisti, senza risparmio di mezzi, dispiegando la sua voce di tenore fino ai limiti estremi.

Seguiva con attenta religiosità una trasmissione, ‘Ugole d’oro’, dove si esibivano i divi dell’opera: solo allora taceva concentrato, smettendo lui stesso di cantare e di martellare.

Socchiudeva gli occhi rapito, godendo visibilmente con tutti i sensi; sembrava assaporare ogni suono prodotto dai vari Gigli, Pertile e compagni per i quali nutriva un’ammirazione sconfinata. Amava però altri tipi di voce e non di rado cantava un’aria da soprano o da basso; a volte si ingolfava in un duetto che sembrava prediligere forse per suoi motivi personali: „Verranno a te sull’aure i miei sospiri ardenti“ cantando ora l’una ora l’altra parte. Cantando scaricava la piena di sentimenti e di emozioni che sembrava lo travolgessero giornalmente a getto continuo. Si liberava, e respirando a pieni polmoni gridava con tutto l’entusiasmo di cui era capace: spesso, infatti, la voce non reggendo agli strapazzi cui la sottoponeva, soprattutto nel registro acuto, finiva in un grido, oppure si spezzava, quasi in un singhiozzo. Niente però poteva scoraggiarlo: in quel canto c’era una inestinguibile voglia di vivere, anzi una sorta di rabbia di vivere, nonostante tutto. Esser vivo era la sua grande rivincita sulla guerra, sulla prigionia, sulla fame patita e chissà su quali altri disagi e cantava, cantava come un uccello che gode dell’aria, del sole, della libertà di volare, di essere al mondo, di essere vivo dopo i lunghi inverni di gelo.

Da quando era arrivato, strada era piena di musica. La gente passando alzava la testa con un sorriso di compiacimento. A volte, soprattutto all’ora di pranzo, quando gli uomini rientravano dal lavoro, capitava che si formasse un capannello di ascoltatori attenti. Alcuni si fermavano per curiosità; altri, i ‘veri’ amanti della lirica, aspettavano fino all’acuto e se per disgrazia questo veniva steccato si allontanavano scuotendo la testa pieni di disappunto. Peccato, un’occasione sprecata. Senza l’acuto l’aria perdeva ogni ragione di essere: un maledetto infortunio, una caduta miserabile proprio nel momento culminante. Una frustrazione senza fine per tutti, per il cantante ma soprattutto per l’ascoltatore… da andarsi a nascondere! Ma se l’acuto riusciva era il trionfo, il superamento dell’ultima parete con difficoltà di sesto grado prima di raggiungere la cima del Monte Bianco: l’entusiasmo allora era generale, ci scappavano degli applausi, ‘un bravo bravo’!… e la gente andava a casa contenta. Lui però non sembrava curarsi molto di successi o insuccessi canori. Quando cantava non si affacciava mai al balcone, forse per modestia o per non dare spettacolo. Se ne restava in casa a martellare il suo divano, la bocca piena di chiodini che estraeva man mano che li piantava e nelle pause, fra una boccata e l’altra, buttava giù una romanza mentre rifletteva sul come proseguire il suo lavoro. Smetteva solo se veniva chiamato per mangiare o quando si faceva sera.

Da qualche giorno però non si distraeva più, cantava le sue romanze dall’inizio alla fine, con passione, forse esagerando un tantino per farsi notare o per dar fondo ai propri sentimenti: aveva preso fuoco! Aveva scoperto la sua giovane dirimpettaia e appena questa si faceva sul balcone la strada risuonava della sua voce tenorile: „Donna non vidi mai simile a questa…“ Poi visto l’insuccesso della prima aria, senza perdersi d’animo, passava al duetto con i sospiri ardenti, togliendo senza rimpianto dal proprio repertorio „La donna è mobile qual piuma al vento“ che fino a quel momento era stato il suo cavallo di battaglia.

Nzina insieme alla sorella e alla madre trascorreva buona parte del mattino e del pomeriggio seduta sul balcone intenta a cucire: era un’estate calda, come tutte le estati siciliane, ma la loro casa non veniva mai toccata dal sole, tranne che di mattina, assai presto. Inoltre la strada era piuttosto stretta e di fronte avevano appunto quel palazzetto che toglieva buona parte della luce. Ma se d’inverno c’era da intristirsi, d’estate era un vantaggio e le estati erano assai lunghe. Le tre donne, vestite sempre di scuro come tre formichine, lavoravano indefessamente, ore e ore, sedute all’aria aperta godendosi il fresco, più le ondate di profumo che arrivavano dal giardino confinante, dominato da un enorme glicine che si arrampicava lungo tutto il muro della casa. Dal mese di maggio fino a ottobre-novembre fioriva ininterrottamente e il suo intenso profumo si mescolava a quello del gelsomino, delle rose e di tanti altri fiori sparsi fra le erbacce che infestavano quel pezzetto di terra chiuso fra tre muri.

La famiglia di Nzina abitava al primo piano di uno strano palazzetto a due piani, dai soffitti altissimi, un solo appartamentino di due stanze più cucina per ogni piano. Solitario, come una torre quadrata, il palazzetto si ergeva fra il giardino sulla sua destra e sulla sua sinistra una grande terrazza che combaciava quasi col balcone sul quale sedevano le tre donne a cucire: la casa accanto, a sinistra, era infatti costituita solo da un pianoterra che terminava appunto con una grande terrazza. Questa specie di torre si apriva solo sul davanti, sulla strada, e dietro: un balcone si affacciava infatti sul retro, che dava sulla Sciara4. Dalla porta finestra della cucina, l’ultimo locale della casa, entrava un fascio di luce quasi accecante che inondava anche la stanza di mezzo altrimenti buia.

Nzina seduta insieme alla sorella e alla madre sul balcone, dietro una veneziana di cannucce (la cosiddetta ‘cassina’) buttata sull’inferriata per ripararle da eventuali sguardi di vicini o passanti, cuciva assorta, ignara di tutto, sorda agli appelli musicali di quel cantante da strapazzo. Erano sarte, o meglio la vera sarta era la sorella maggiore, Concetta, l’unica ad aver fatto un apprendistato da una sarta professionista, anni prima: la madre e la sorella minore aiutavano come meglio potevano, soprattutto quando c’era lavoro. Negli ultimi anni, per via della guerra, avevano perso non poche clienti. Ora si annunciava una certa ripresa, la gente sembrava più ottimista, si respirava aria nuova e non era raro che una cliente si facesse cucire qualche vestito in più, magari con stoffe nuove. Per anni non avevano fatto altro che riaggiustare roba vecchia, voltando e rivoltando abiti e cappotti.

Concetta non era abituata a tagliare un vestito di sana pianta. Ogni volta tremava, non dormiva la notte per l’agitazione, tanta era la paura di rovinare un taglio di stoffa ancora fresco di negozio. Una cerimonia cui partecipavano tutte le donne della casa: due, la madre e Nzina, silenziose assistenti, consce della responsabilità della sorella, più la terza sorella, sposata, che abitava al secondo piano dello stesso palazzetto: in queste occasioni scendeva per dar man forte alla tagliatrice. Chine sul tavolo di cucina, ben lavato e asciugato, stendevano la stoffa con una sorta di religiosità, attente al verso e al diritto filo. Concetta col sudore freddo che le imperlava la fronte in qualsiasi stagione, prendeva il modello di carta, controllava le misure, lo girava da tutte le parti, lo appoggiava ora qui ora là e guai a disturbarla in quei momenti. La madre e le sorelle non si permettevano di fiatare né di dare consigli. Infine, prima di incominciare a tagliare, Concetta si faceva il segno della croce (seguita subito dalla madre e dalle sorelle), sputava sulla forbice, come per ingraziarsela ma anche per scaramanzia, e partiva.

Le tre donne conducevano una vita assai ritirata, come del resto le altre donne del quartiere. Uscivano solo durante il mese Mariano, ogni pomeriggio. Tutt'e tre vestite di scuro, la madre a lutto stretto per la scomparsa dell’unico figlio maschio, si tenevano a braccetto, saldamente allacciate l’una all’altra, finché arrivavano alla chiesa dei Cappuccini, a qualche centinaio di metri dalla loro strada: si sedevano in fila sull’ultima panca e recitavano il rosario, in coro, insieme alle altre donne. Qualche volta, ma non spesso, veniva anche la terza sorella con loro: lei aveva doveri nei confronti del marito che tornava dal lavoro e voleva trovare la moglie in casa.

La madre di solito si batteva il petto e si commuoveva fino alle lacrime: i suoi rosari avevano sempre una intenzione ben precisa, una richiesta diretta alla Madonna. Chiedeva un miracolo, né più né meno, e lo chiedeva ogni giorno, sempre con lo stesso fervore, con la stessa disperazione, senza scoraggiarsi mai. Concetta, un po’ distratta, ripeteva le Avemarie meccanicamente, con la testa altrove, guardandosi in giro per salutare qualche cliente. Nzina, assente, spesso non rispondeva, sembrava non sentire. Fissava un punto davanti a sé, gli occhi tristi. Finito il rosario si alzavano e uscivano dalla chiesa. Senza fermarsi sul sagrato, come facevano le altre donne per scambiare qualche parola (meglio sarebbe dire qualche pettegolezzo) se ne tornavano a casa, le ragazze gli occhi bassi, in mano il velo che pochi minuti prima aveva coperto i loro capelli; la madre inquieta, piena delle preghiere che invece di rasserenarla la sconvolgevano ogni volta, il fazzoletto nero ben annodato in testa, il rosario ancora stretto nel pugno quasi a testimoniare che la loro uscita aveva un motivo puramente religioso.

Lungo il percorso i bottegai, seduti davanti alla porta del loro negozio a prendere il fresco, indifferenti, le guardavano passare. Non giravano neanche la testa per seguirle con lo sguardo: le conoscevano tutti, sapevano tutto della loro famiglia, del padre cuoco presso un principe – usciva la mattina assai presto e tornava la sera molto tardi – della figlia maggiore sposata con un tipo non ben identificato e delle due ragazze che non riuscivano a trovar marito, forse per mancanza di dote o semplicemente perché sfortunate.

In quel quartiere si conoscevano tutti, ognuno sapeva dell’altro anche le storie più intime. E tacevano. Solo mezze parole, qualche cenno con gli occhi e niente altro: la gente, in Sicilia, ha l’abitudine di misurare sempre le parole. Meno si parla e meglio è, questa la regola rispettata da tutti. Da secoli.

Non trascorse molto tempo e la signora Garofalo si annunciò: a segni da uno dei suoi numerosi balconi fece capire che aveva intenzione di venirle a trovare.

Il pomeriggio di quello stesso giorno bussò al portoncino del palazzetto.

Si trattava solo di attraversare la strada. La signora Garofalo però si cambiò d’abito, mise le scarpe buone e con la punta delle dita bagnate riavviò i capelli: non era una visita qualunque. Veniva in veste ufficiale e ci teneva a fare bella figura. Ebbe cura di indossare un abito confezionato dalle tre donne, perché negli ultimi tempi non si era fatta cucire niente da loro e sapeva bene, dalle reazioni delle vicine, che la sospettavano di tradimento. Vecchia cliente della casa, doveva avere un’altra sarta, così supponevano le tre donne: le avevano notato addosso vestiti a loro sconosciuti. Motivo sufficiente per evitare di salutarla quando si affacciava a qualche balcone.

Subito pensarono che volesse venire per qualche lavoretto.

La signora Garofalo arrivò a mani vuote.

Si sedettero al tavolo della cucina. L’atmosfera piuttosto tesa, una domanda pesava nell’aria, domanda che per discrezione non veniva formulata. Le tre donne erano assai riservate, i lineamenti tirati, le labbra strette. Dopo aver scambiato le solite lamentele per il caldo già a metà maggio insopportabile, mentre l’anno passato aveva tardato fino a giugno… la signora Garofalo capì di dover passare senza ulteriori indugi al motivo principale della sua visita: non era certo venuta per parlare del tempo! Seguì un momento di silenzio. Tre paia di occhi si fissarono su di lei.

Sicuramente vi sarete accorte che in casa mia c’è un giovanotto. È mio cognato. Mi sta facendo un divano letto per le mie bambine, ben rinforzato, in previsione dei salti che vi faranno. È tornato dalla guerra… –e sentì subito di aver toccato il tasto sbagliato: il figlio, l’unico figlio maschio in quella casa di donne, non era tornato dalla guerra, tutti lo sapevano e lei meglio di ogni altra.

Lo aveva visto partire.

Le tre donne, più la sorella del piano di sopra, lo avevano salutato fino a quando aveva svoltato l’angolo della strada. Erano rimaste poi lì ferme, in attesa, forse sperando che avesse dimenticato qualcosa, che tornasse indietro con una scusa qualsiasi. Quando poi videro passare il tram sulla via Plebiscito capirono. Ormai era andato via. Non sarebbe più tornato. Erano rientrate dopo aver scambiato un saluto con la signora Garofalo che, anche lei affacciata a uno dei balconi, aveva assistito a tutta la scena. Lo conosceva da sempre, si poteva dire da quando era nato. Aveva letto la prima e ultima cartolina del ragazzo, scritta e spedita prima di lasciare l’isola.„Saluti dalla nostra bella Sicilia di vostro figlio Francesco“ di più non aveva scritto, forse lui stesso imbarazzato dalla novità di scrivere alla propria famiglia.

La cartolina era passata di mano in mano e lei, lì per caso, l’aveva letta. (Erano tempi in cui trascorreva interi pomeriggi in quella casa, per seguire passo passo i lavoretti che dava da fare). Un momento aveva dovuto riflettere: perché Francesco? Per tutti era sempre stato Ciccio o Cicciuzzu. Forse aveva trovato sconveniente quel nomignolo in una cartolina ufficiale. Dopo quella volta non era arrivato più niente, solo una lettera del distretto militare che annunciava la sua scomparsa. Il ragazzo sembrava essere stato inghiottito da un mostro. Sparito nel nulla, appena svoltato l’angolo della strada. La madre si lamentava di non aver potuto avere neanche il suo cadavere, di non poterlo piangere sopra una tomba. Ormai erano passati alcuni anni, ma la madre non riusciva a consolarsi e stranamente sperava sempre che tornasse, anzi lo sognava quasi ogni notte: bussava alla porta ed entrava come nulla fosse. Questo era il miracolo che chiedeva alla Madonna, in tutte le sue preghiere.

«Suo cognato ha mai scritto durante tutti gli anni di guerra?» e la guardò con un filo di speranza negli occhi. La signora Garofalo afferrò al volo la domanda:

«No. Non ha mai scritto a sua madre né alla famiglia. Un bel giorno me lo sono veduto davanti che neanche l’ho riconosciuto tanto era cambiato. Adesso si è ripreso, è tornato alla normalità: pelle e ossa era, non ho mai visto un essere umano ridotto in quelle condizioni! Si vedevano le ossa del cranio, le guance incavate come uno scheletro e tutto il resto… no, non posso dirlo. Subito si è messo a mangiare a quattro palmenti e praticamente non ha smesso più. Adesso penso che debba avere il verme solitario: mangia e mangia ed è sempre più affamato di prima! E non riesce a mettere su un chilo, neanche un filino di carne, lo avete visto. Ma è un buon ragazzo, sempre allegro, ottimista. Lo avrete sentito cantare anche voi!» La madre e le figlie pensarono subito la stessa cosa: forse Ciccio è da qualche parte, prigioniero e nessuno lo sa. Non può scrivere e spera di essere rimandato a casa, un giorno o l’altro. E allora sarebbe apparso anche lui davanti alla porta di casa, stracciato, pelle e ossa. Un velo di tristezza calò sulle tre donne.

La signora Garofalo non sapeva come continuare, sempre più impacciata. Ogni parola era in qualche modo fuori posto, lo sentiva, ma doveva arrivare alla conclusione, non aveva via d’uscita: affettando una certa leggerezza proseguì.

«È un buon artigiano, tappezziere e mio marito pensa di dargli un piccolo capitale per mettere su una bottega. Lui vorrebbe accasarsi, avere una famiglia, la sua casa…»

Finalmente le tre donne capirono il motivo della visita: un matrimonio. Il tappezziere canterino voleva sposarsi! A questo punto le due ragazze pensarono fosse opportuno uscire dalla stanza.

Sposarsi? L’unica a considerare il matrimonio come un completamento della propria vita era Concetta. Ci pensava ogni giorno e ne parlava anche, senza inibizioni, con la madre, le sorelle: quando e come si sarebbe presentato il tanto desiderato pretendente? E che aspetto avrebbe avuto? Lei non aveva pretese, bastava che fosse buono, che la rispettasse.

Nzina, più giovane di lei di cinque anni, non ci pensava più. Era anzi l’ultima cosa cui pensava. Già da tempo la sua mente era occupata, anzi posseduta da un ricordo: anni prima, il cugino Antonio, Ninuzzu come lo chiamava la madre, anche lui richiamato alle armi, prima di partire era venuto a salutare le parenti della madre. Era rimasto solo pochi minuti, nervoso, impaziente, ma andando via era riuscito a fermare Nzina proprio sull’uscio della porta: nel momento stesso in cui lei stava per chiudere posò la mano sulla sua fissandola intensamente negli occhi. „Aspettami“ aveva sussurrato con una voce che non gli conosceva. Si era voltato ed era sceso giù, precipitosamente.

Solo questo „aspettami“ e niente altro. Perché l’aveva pregata di aspettarlo? Prima di quel momento non c’era stato niente fra di loro, lo sapeva. Forse lui si era messo delle idee in testa e ora, prima di partire, le aveva fatto quella strana dichiarazione. „Aspettami.“ Una parola che le rintronava in testa giorno e notte. E quella voce rauca, stranamente sensuale. No. Una voce così non l’aveva mai sentita. Un brivido le era corso lungo la schiena.

Quella voce l’aveva svegliata. Un fremito improvviso, un vibrare quasi impercettibile aveva scosso per un momento le sue membra. Un languore nuovo, mai provato prima, la sciolse, la intorpidì: quel giorno e i giorni seguenti andò per casa come una sonnambula. Allora, a diciotto anni, si era lasciata incantare da una parola, da uno sguardo e da una voce roca, insinuante. Si era innamorata, ed era bastata una sola parola, il suono di una voce conosciuta eppure diversa.

A differenza di Ciccio, finita la guerra il cugino tornò e dopo qualche giorno venne anche a salutarle.

Niente. Lui mantenne lo stesso atteggiamento di sempre: nessuna voce rauca, sensuale, e tanto meno uno sguardo insinuante.

Nzina, appena saputo del suo arrivo, aveva perso la testa. Quasi aveva dimenticato il fratello ed era felice che fosse stato lui a tornare, almeno lui. Si era sorpresa a pensare chi dei due avrebbe preferito che tornasse… ormai la lettera era arrivata e sapeva del fratello, ma non aveva potuto farci niente: quel pensiero era venuto e non aveva avuto il coraggio di guardare in fondo alla propria anima. Temeva di indovinare: se avesse potuto fare una scelta, avrebbe preferito Antonio! Un pensiero tremendo. Lo scacciava dalla mente e quello si ripresentava, come il diavolo dietro l’altare. Si era confessata varie volte ed era stata anche assolta, tutte le volte, dopo un numero infinito di Avemarie e Paternostri, ma quel pensiero tornava a tormentarla come un chiodo infilato nella carne: sentiva di aver desiderato inconsciamente la morte del fratello per salvare la vita del cugino, quasi le due cose potessero avere una qualche relazione fra di loro.

Per tutti i tre anni di lontananza non era passato giorno o notte senza che il pensiero di lui non l’avesse tormentata: una continua ossessione, una malattia. Si era innamorata a motivo di una parola. Niente altro. Una parola e una voce.

„Assurdo“ si ripeteva, „una pazzia.“ Tre anni di attesa. Una lettera o almeno un saluto solo per lei. Le sarebbe bastato leggere il suo nome nelle lettere, poche del resto, che riceveva la zia. Invece niente. Nessun segno.

Ma se ne faceva una ragione. Non poteva certo esporsi ed esporla alla curiosità dei familiari.

Ora era cambiato. Aveva uno sguardo duro che non gli conosceva, le sopracciglia sempre aggrottate. Brusco, ironico in tutto il suo modo di fare. Mai un sorriso, una parola gentile. Non era più il ragazzo di prima, giocherellone, scherzoso con le cugine. Quegli anni lo avevano maturato, non c’erano dubbi. Un uomo fatto. Uno sconosciuto. Non volle parlare delle esperienze vissute né dei luoghi dove era stato. Alle domande caute dei familiari rispondeva solo con un gesto evasivo. Voleva dimenticare e basta.

«Lasciamo stare», ripeteva, ed era tutto.

La notò appena.

Nzina avrebbe voluto dirgli: „ti ho aspettato, ogni giorno, ogni ora… non ho fatto altro che pensare a te“ ma non fiatò, sbiancata in viso, sempre più smorta. La zia e il cugino dopo un po’ se ne erano andati. Sull’uscio, come per caso, senza neanche guardarla negli occhi, Antonio buttò lì due parole, con indifferenza:

«Ti sei fatta bella, Nzina.» La ragazza arrossì. Due lacrime brillarono un momento nei suoi occhi e vi rimasero pietrificate. Usciti gli ospiti avrebbe voluto battere la testa contro il muro, ululare come un lupo, strapparsi i vestiti di dosso. La casa era piccola, non poteva isolarsi senza dare nell’occhio: inghiottì tutto: rabbia, dolore, delusione.

Lo rivide qualche settimana dopo, sempre insieme alla zia. Era figlio unico e la madre se lo covava con gli occhi.

Nzina desiderò solo di sparire, disintegrarsi. Sentiva il battito convulso del cuore e temeva che anche gli altri lo sentissero, tanto era forte. Seduti come sempre intorno al tavolo di cucina – lui aveva preso posto di fronte a lei, forse per caso – ogni tanto la guardava interrogativamente. La ragazza non osava alzare gli occhi nel timore di incontrare quello sguardo ironico. «Che hai? Che ti è preso?» sembravano dire.

Cominciava a riprendersi, le cure quotidiane della madre lo riconciliavano con la vita. Ora si stavano dando da fare per cercare un lavoro, un problema non facile da risolvere. Ripresero a venire, come prima: la madre e la zia parlavano intensamente fra di loro, i giovani ascoltavano. Concetta benché fosse domenica – venivano solo di domenica – annoiata da quelle chiacchiere, riprendeva un lavoro di cucito. Nzina una volta ebbe il coraggio di alzarsi e andò nell’altra stanza. Si sedette sul balcone e prese anche lei un lavoro in mano. Dopo qualche minuto la raggiunse lui: voleva fumare una sigaretta senza affumicare la casa, disse cupamente. La sua vicinanza la sconvolgeva, le mani tenevano a fatica l’ago e non riusciva a infilarlo nella stoffa. Lasciò il lavoro in grembo indecisa se rientrare o no. Infine le sfuggì:

«Non mi hai scritto neanche una volta», e si pentì subito di aver parlato.

Lui alzò le sopracciglia sorpreso.

«Perché avrei dovuto scriverti? E che avrei dovuto scrivere? Che la vita è una gran fregatura?»

La sua voce da ironica si era fatta dura. Nzina ne fu ferita, quasi l’avesse schiaffeggiata. „Avrei dovuto tagliarmi la lingua prima di parlare“, pensò. Non disse più nulla, ma dentro urlava. „Mi hai detto di aspettarti. Perché? Perché?“

Il silenzio fu rotto dalla voce cupa di Antonio: «Anche questa sigaretta sa di veleno», e fu il primo a rientrare.

La notte mordeva il cuscino per non gridare. Se dormiva lo sognava in atteggiamenti intimi che non aveva mai immaginato: una grande mano maschile percorreva il suo corpo in una carezza furtiva, sconvolgente e si svegliava sempre prima che arrivasse a toccarla là dove già palpitava di attesa affannosa. Si svegliava e tutto il corpo vibrava ancora di quella carezza. Smaniava allora e non sapeva come calmarsi. Un sogno ricorrente del quale si vergognava. Se poi lo vedeva venire, sempre insieme alla madre, non osava guardarlo negli occhi, temendo forse che lui potesse indovinare i sogni e le fantasie notturne che la tormentavano poi da sveglia. Rossori improvvisi coprivano il viso fino al collo e bastava solo uno sguardo di lui, uno sguardo che si faceva sempre più ironico, più interrogativo, per scombussolarla del tutto.

„Se vado avanti così impazzisco“, ripeteva a se stessa.

Anche la madre cominciò a notare il cambiamento della figlia, l’improvvisa inappetenza, lo sguardo perso, la sua inquietudine. Non sapeva a cosa attribuirlo. Mai le sarebbe venuto in mente che il nipote… quel ragazzo cresciuto insieme ai suoi figli come un fratello fosse la causa di tutto quello sconvolgimento.

Il cugino trovò un lavoro. La zia adesso veniva da sola e parlava fitto fitto con la sorella. Pomeriggi interi. Così trapelò la notizia: Antonio aveva trovato una ragazza, un buon partito. Aveva intenzione di fidanzarsi.

Nzina non era più angosciata, né inquieta: una sorta di apatia si era impossessata di lei. Ogni giorno che iniziava sperava solo che finisse presto, che fosse l’ultimo, e la sera a letto chiudeva gli occhi e serrava i pugni per costringersi a dormire. La mattina, gli occhi cerchiati di nero, si disperava di dover vivere ancora un giorno: voleva soltanto morire. Non passava giorno e sempre quel pensiero fisso. Voleva solo morire. Non lo sognava più. Non riusciva neanche a odiarlo. Odiava e disprezzava soltanto se stessa. „Sono una stupida, stupida, stupida“ si ripeteva.

Spesso, mentre cuciva insieme alla sorella, pensava: tutta quella storia riguardava un’altra persona, non lei, e provava vergogna, una vergogna che superava ogni altro sentimento. Come aveva potuto? Avrebbe voluto uscire dalla propria pelle. Avrebbe voluto tagliarsi a pezzettini, ferirsi con un coltello, farsi del male. Una vergogna che la distruggeva. Si sentiva malata, anima e corpo; ferita a morte.

Lo rivide a Natale, insieme a tutti i parenti. Erano in tanti, tutti di buon umore, finalmente un Natale senza guerra. Mancava solo Ciccio. Nzina andava in giro come un’ombra, sempre col terrore di incontrare i suoi occhi, di stargli troppo vicina, sentire il suo odore.

Dietro di lei una voce, un sussurro intimo, la voce rauca di quella volta:

«Stai male? Sei molto cambiata.»

Non si girò né rispose, sperò solo che quella festa finisse presto. Giocarono a tombola, come ogni Natale. Lui, seduto di fronte a lei, come per caso, ogni tanto le lanciava un’occhiata: la osservava, curioso, forse anche un po’ divertito. Perché quei turbamenti… che stava succedendo? Se incontrava i suoi occhi le faceva un cenno incoraggiante, o le chiedeva semplicemente «Che hai»? Nzina abbassava la testa ed evitava di guardarlo. Da sotto il tavolo allungò una gamba e cercò di toccarle un piede come faceva da ragazzo, quando voleva che facesse attenzione a qualche cosa. Un gesto allora innocente ma che ora la fece saltare, quasi fosse stata punta da un serpente. Tutti notarono quella strana reazione e smisero per un momento di commentare le loro cartelle e i numeri che uscivano con troppa velocità. Gli sguardi puntati su di lei. Avrebbe voluto sprofondare.

Dopo, quando i parenti se ne furono andati, sola nel suo letto prese a tremare, mentre un pensiero le martellava il cervello. „Ha notato che sono cambiata. Si è accorto di tutto e si prende gioco di me. Si prende gioco di me.“ Fu una nuova esplosione di dolore, più lacerante della prima volta. Pensò seriamente di togliersi la vita. Per punirlo, ma anche per farla finita, per non soffrire più.

A Pasqua venne insieme alla madre e a una ragazza. La fidanzata. Nzina non sapeva di questa visita – la zia arrivava sempre improvvisamente, senza preavviso, dato che non avevano telefono – così fu costretta a dare la mano a quella sconosciuta che presto avrebbe fatto parte della famiglia.

La ragazza non sembrava poi tanto giovane. Almeno una trentina di anni e bella non era. La zia in precedenza aveva raccontato come il padre, un ricco macellaio, parlasse della cospicua dote per l'unica figlia, senza contare i regali, ottimi tagli di carne e cesti di frutta e verdura che già adesso arrivavano ogni due giorni a casa sua. Si parlava già della casa dove avrebbero abitato da sposi e della somma destinata per l’arredamento.

Sicura di sé, piena di arroganza, la ragazza non perdeva una battuta. Antonio, indifferente, annoiato, non partecipava alla conversazione, e nonostante gli spropositi della fidanzata che pareva divertirsi a contraddire la futura suocera e la zia, taceva, assorto. Concetta e la sorella maggiore ascoltavano e non osavano intervenire, intimidite dalla sicurezza, dal tono di comando della ragazza che non ammetteva repliche. Nzina, affascinata, non staccava gli occhi da lei. Non sentiva niente. Si ripeteva solo „questa è la sua fidanzata. Questa è la sua fidanzata. Questa è la sua fidanzata“. Il suo cervello si era inceppato. Quando finalmente andarono via, la fidanzata abbracciò la famiglia del futuro sposo con eccessivo entusiasmo. Le quattro donne – la sorella era scesa dal piano di sopra per conoscere la nuova venuta – rimasero di stucco. Non ci furono commenti, tanto erano confuse.

Trascorse del tempo e quel matrimonio annunciato così precocemente non si fece. Erano sorti dei problemi, non si capiva bene di quale natura. Alle ragazze non fu detto niente, la madre accennò solo di passata:

«Quei due si sono lasciati», senza aggiungere altro. Nzina non volle conoscere nessun particolare. Il cugino riprese a venire, insieme alla madre, quasi ogni domenica, come niente fosse. Un pomeriggio, sempre al balcone, mentre fumava una sigaretta, con quel tono ironico che pareva essere diventato una seconda natura, le sussurrò:

«Vuoi restare zitella? Tu e tua sorella vi state avviando per quella strada.»

Nzina improvvisamente scoppiò: «Si può sapere che vuoi…?»

Lui, subito gelido:

«Con te non si può più parlare», e rientrò senza aggiungere altro. Ma si era fatto serio e non parlò per tutto il resto della visita.

La signora Garofalo se ne andò senza ricevere una risposta: il cognato aveva buttato gli occhi sulla più giovane. Per il resto, si sarebbero messe d’accordo. Ora era necessario chiedere alla ragazza. La madre rispose che avrebbe tastato il terreno. Forse si sarebbe potuto concludere qualcosa. Ad ogni modo, che tornasse fra qualche giorno, avrebbe saputo di più.

La madre accennò piuttosto vagamente alle intenzioni del tappezziere canterino, senza nessuna convinzione. Sentiva che la figlia aveva qualcosa in testa, un tarlo che la rodeva. E quel tarlo non era certo il cognato della signora Garofalo. Nzina fece finta di non capire.

Il vicino di casa intanto non si dava pace: il giorno dopo la visita della cognata, attaccò una nuova romanza: „Quanto è bella, quanto è cara, più la vedo e più mi piace“, poi pensando che la lirica non esprimesse abbastanza chiaramente i suoi sentimenti passò alle canzoni napoletane: „Dicitencello a ’sta cumpagna vosta ch’aggio perduto ’o suonno e ’a fantasia.6“ Nzina si alzò decisa e rientrò sbattendo le imposte della porta-finestra con intenzione. La madre e la sorella capirono l’antifona e rientrarono anche loro.

Il tappezziere canterino capì anche lui e smise subito di cantare. Ma la bocca gli restò aperta: questa poi non se l’aspettava. Durante il pomeriggio si sfogò con „Core ‘ngrato“ seguito da un singhiozzante „Tu, ca nun chiagne e chiagnere me faie9“ senza nessun risultato: Nzina restò chiusa in casa nonostante il caldo.

I giorni seguenti stranamente smise di cantare, forse aveva un abbassamento di voce o forse aveva perso la voglia di cantare. Non accendeva neanche la radio. Era offeso o era andato via.

La strada ripiombò nel silenzio di sempre. Solo la mattina, subito dopo l’alba, risuonavano sul selciato le ruote di qualche carrettino carico di verdura tirato da un asino spelacchiato o da un uomo scalzo che correva al mercato. Più tardi, nelle prime ore del pomeriggio, il silenzio veniva spezzato per un momento dallo schiocco di una frusta o dallo scalciare degli zoccoli dei cavalli delle carrozze posteggiate lungo il marciapiedi, all’ombra.

Sembrava che quella strada, quella gente mai sarebbe riuscita a scuotersi di dosso il torpore e quella maledetta apatia che soffocava ogni impulso vitale già nel suo nascere: sotto il caldo torrido di quella interminabile estate ognuno, chiuso dentro le mura della propria casa, cadeva in letargo.

Un letargo vecchio di secoli.

Vite dimentiche e dimenticate dal resto del mondo.

Da allora e per tutti gli anni seguenti la signora Garofalo e le sue dirimpettaie non si scambiarono più neanche il saluto.

Nzina

Seit einigen Wochen ging ein Mann im Haus gegenüber um.

Schwer ihn nicht zu bemerken: er zeigte sich zu jeder Tageszeit mal auf dem einen, mal auf dem anderen Balkon und in diesem Haus gab es deren sieben, alle in einer Reihe. Er musste ein Verwandter von Frau Garofalo sein; an die dreißig, vielleicht jünger, vielleicht älter, man konnte es nicht sagen, niemand erinnerte sich ihn früher in dieser Gegend gesehen zu haben. Sicherlich ein Kriegsheimkehrer, vielleicht aus der Gefangenschaft, wegen des eingefallenen Gesichts, von Hunger und Leid fast ausgesogen. Die Augen schienen aus den Höhlen hervorquellen zu wollen. Zwei Ochsenaugen, ziemlich schielend. Er war ein fröhlicher Charakter, genießerisch: man erriet es wegen seiner Lebendigkeit, dem häufigen Lachen. Er hämmerte den ganzen Tag an einem Möbelstück herum, einem Sofa: es war ein leichtes, schnelles Hämmern, typisch für Tapezierer. Er hämmerte und sang Opernarien. Er hatte kein sehr großes Repertoire, das er ohne zu ermüden wiederholte. Oft beendete er eine Arie nicht, unterbrach sich mittendrin und fuhr nach einigen Minuten mit einer anderen Romanze fort, wer weiß warum. Er verachtete aber auch die klassischen neapolitanischen Lieder nicht und ebenso wenig die gerade modernen Schlager. Auch auf diese stürzte er sich mit Begeisterung, wie auf alles was er tat. Er hörte oft Radio, natürlich bei voller Lautstärke, im Wettstreit mit den professionellen Sängern, ohne sich zu schonen, seinen Tenor bis an die äußerste Grenze entfaltend.

Mit religiöser Aufmerksamkeit verfolgte er eine Sendung: ‘Ugole d’oro’ – Goldene Kehlen –, in der Opernstars auftraten. Nur dabei schwieg er aufmerksam, hörte auf selber zu singen und zu hämmern. Entrückt schloss er die Augen, sichtbar mit allen Sinnen genießend; er schien jeden von Gigli, Pertile und Konsorten – für die er eine grenzenlose Bewunderung empfand – hervorgebrachten Ton auszukosten. Er liebte aber ebenso andere Stimmlagen und nicht selten sang er eine Arie für Sopran oder Bass, manchmal verirrte er sich zu einem Duett, das er vielleicht aus persönlichen Gründen bevorzugte: „Verranno a te sull’aure i miei sospiri ardenti1“, erst die eine, dann die andere Rolle singend. Singend entlud er die Fülle der Gefühle und Empfindungen, die ihn täglich und andauernd zu übermannen schienen. Er befreite sich und mit vollen Lungen atmend sang er mit der ganzen Begeisterung, zu der er fähig war. Häufig, da die Stimme den Anstrengungen, denen er sie unterwarf, vor allem in den höchsten Lagen nicht gewachsen war, endete sie in einem Schrei oder brach beinahe mit einem Seufzer ab. Nichts jedoch konnte ihn entmutigen; in diesem Gesang steckte eine unauslöschliche Lebensfreude, eine Art Lebenswut gar, trotz allem. Lebendig zu sein war seine große Revanche dem Krieg, der Gefangenschaft, dem erlittenen Hunger und wer weiß welch anderen Unbilden gegenüber, und er sang, sang wie ein Vogel, der die Luft genießt, die Sonne, die Freiheit zu fliegen, auf der Welt zu sein, nach den langen, eisigen Wintern am Leben zu sein.

Seit er da war, war die Straße voller Musik. Die Leute hoben im Vorbeigehen die Köpfe mit einem Lächeln der Genugtuung. Manchmal, vor allem zur Mittagszeit, wenn die Männer von der Arbeit kamen, kam es vor, dass sich eine Gruppe von aufmerksamen Zuhörern bildete. Einige blieben aus Neugierde stehen, andere, die ‘wahren’ Liebhaber der Oper warteten bis zur höchsten Note, und wenn die unglücklicher Weise danebenging, gingen sie kopfschüttelnd weiter, den Kopf voller Enttäuschung. Schade, eine versäumte Gelegenheit. Ohne den höchsten Ton verliert die Arie jede Existenzberechtigung: ein verdammtes Unglück, ein miserabler Absturz gerade am Höhepunkt. Eine grenzenlose Enttäuschung für den Sänger, vor allem aber für die Zuhörer … zum Sichverkriechen! Aber wenn die höchste Note kam, war es ein Triumph, die Überwindung der letzten Wand im sechsten Schwierigkeitsgrad vor dem Erreichen des Gipfels des Mont Blanc: dann war die Begeisterung allenthalben, es gab Applaus, ein „Bravo, bravo!“ … und die Leute gingen zufrieden nach Hause. Er aber schien sich nicht sehr um sängerische Erfolge oder Misserfolge zu scheren. Wenn er sang, zeigte er sich nie auf dem Balkon, vielleicht aus Bescheidenheit oder um nicht ins Auge zu fallen. Er blieb im Haus und hämmerte an seinem Sofa, den Mund voller Sattlernägel, die er der Reihe nach herausnahm, wenn er sie ansetzte und in den Pausen, zwischen einem Luftholen und dem anderen mit einer Romanze begann, während er überlegte, wie die Arbeit fortzusetzen sei. Er hörte nur auf, wenn er zum Essen gerufen wurde oder der Abend hereinbrach.