7,49 €
Durch das zufällige Zusammentreffen eines Fürsten und des Kochs eines Luxusrestaurants, wird das Leben beider in neue, unerwartete Bahnen gelenkt. In der zweiten Erzählung versucht eine Frau vergeblich, ihre psychisch kranke Schwester von den Geistern der Vergangenheit zu befreien. In der dritten Erzählung schließlich, kommt eine sexbesessene Ehefrau zum Zuge, die von einem neuen Nachbarn magisch angezogen wird. In jeder der drei Geschichten wird dem Ursprung der Ereignisse einfühlsam nachgegangen und die Entwicklung bis zum Erreichen des jeweiligen Kulminationspunktes der Geschichte plausibel gemacht. Das ist immer ein ziemlich langer und langsam voranschreitender Prozess, da vom Ausgangspunkt aus gesehen, die Erreichung des jeweiligen Endpunktes völlig unwahrscheinlich erscheinen mag, aber durch das Zusammentreffen verschiedenster äußerer Umstände mit inneren Befindlichkeiten kommt es eben doch dazu. Die Autorin versteht es, die Entwicklung der einzelnen Ereignisse aus den äußeren und inneren Gegebenheiten so zu erklären, dass es am Ende erscheint, als könne es gar keine andere Lösung geben und man als Leser sehr beeindruckt ist, von der zwingenden Notwendigkeit, mit der die Handlung voran schreitet. ------------------- L'incontro casuale in un ristorante di lusso fra un Principe e un giovane cuoco, specialista in grigliate di pesce, cambia il corso della loro la vita; due sorelle durante una notte di follia; una donna inquieta, alla ricerca del senso dell'essere... questi i temi di tre racconti, dove viene analizzato il mistero dell'esistenza umana, dell'improbabile che diventa realtà e non per ultimo il ruolo che la Storia (con la lettera maiuscola) gioca nella vita di ogni singolo individuo.
Das E-Book können Sie in Legimi-Apps oder einer beliebigen App lesen, die das folgende Format unterstützen:
Veröffentlichungsjahr: 2025
Zu diesem Buch gehört ein Audiofile, siehe Seite →
Un file audio è parte di questo libro, vedi pagina →
Der Koch des Füsten
Die Delfter Vase
Eva
Il cuoco del Principe
Il vaso di Delft
Eva
Ada Zapperi Zucker ist in Catania (Sizilien) geboren. In Rom hat sie mit dem Gesang- und Klavierstudium begonnen um es an der Musikhochschule Wien abzuschließen. Gleichzeitig hat sie für das Dizionario Biografico degli italiani des Istituto Treccani, die Enciclopedia dello Spettacolo und an der Enciclopedia Universo De Agostini gearbeitet. Ihre sängerische Karriere ist hauptsächlich außerhalb Italiens abgelaufen. Sie unterrichtet Gesang in Deutschland und in Südtirol.
Von dem Südtiroler Maler Gotthard Bonell wurde sie in Malerei unterrichtet.
Ada Zapperi Zucker è nata a Catania. A Roma ha iniziato gli studi di canto e pianoforte per poi concluderli alla Musikhochschule di Vienna. Nello stesso tempo ha collaborato per il Dizionario Biografico degli italiani dell’Istituto Treccani, all’Enciclopedia dello Spettacolo e all’Enciclopedia Universo De Agostini. Cantante lirica, ha svolto la sua attività prevalentemente all’estero. Insegna canto in Germania e in Sudtirolo.
Con Gotthard Bonell ha studiato pittura.
Ihre Veröffentlichungen haben verschiedene nationale und internationale Preise bekommen, die wichtigsten sind:
I suoi scritti letterari hanno ottenuto vari riconoscimenti nazionali e internazionali, i più importanti sono:
2020
Secondo Premio
San Domenichino
per
Due donne del Sud
2017
Menzione d’onore
Casentino
, per il romanzo
La casa del nonno
2015
Primo Premio
San Domenichino
per i racconti
La cucchiara
2012
Primo Premio
Casentino,
per il romanzo
Teatro di ombre
2012
Premio
Stiftung
Kreatives
Alter,
Zürich per i racconti
Le inquietudini della sora Elsa
2011
Primo Premio
Chianti,
per il romanzo
Il silenzio
2008
Primo Premio
Giovanni Gronchi,
per i racconti
La scuola delle catacombe
Sebastiano Nicotra, apprendista cuoco presso il ristorante del Grand Hotel, era stato subito messo alla griglia: in pochissimo tempo diventò molto abile in questa specialità e passò alla frittura e poi agli umidi. Il pesce però costituì sempre la materia prima. Con la carne non aveva molta familiarità, dato che in precedenza aveva lavorato in una trattoria della costa, conosciuta per le sue specialità marinare. Sebastiano Nicotra, dopo meno di sei mesi, dimostrò di padroneggiare la tecnica della griglia, della padella e della pentola. Non solo, ma cominciò a sperimentare nuove salse per condire il pesce bollito, benché il capo-cuoco non vedesse la cosa di buon occhio.
Il giovane, poco più che ventenne, sposato, aveva già una bambina di tre anni. La moglie era incinta del secondo e non seconda, sottolineava sempre. La suocera lo aveva assicurato che questa era la volta buona, non c'erano dubbi: tutti i segni esteriori (la faccia distesa della gestante, quasi nessun disturbo durante i primi mesi, la forma della pancia, le voglie e altro ancora) lasciavano presagire la nascita di un figlio maschio.
Man mano che il tempo passava, il povero Bastiano, come era chiamato famigliarmente da tutti, diventava sempre più nervoso. L'attesa lo sfibrava. In cucina si sapeva della sua nuova paternità e ci si scherzava sopra, anche se con una certa benevolenza.
Sebastiano Nicotra aveva anche un secondo grande desiderio: passare ai primi piatti e alla carne. Qui non aveva nessuna esperienza, ma proprio per questo era venuto come apprendista in questo ristorante, appunto per apprendere. Il capo-cuoco tergiversava, non si lasciava convincere: le grigliate di pesce erano sempre molto richieste e i clienti lo complimentavano per questa specialità. Non era facile trovare un sostituto. Sebastiano Nicotra sapeva sempre quando era il punto giusto di cottura: il pesce doveva essere ben cotto, a differenza della carne, ma non secco o peggio ancora bruciacchiato. In realtà, anche questa è un'arte.
Il giovane avrebbe voluto iniziare dalla pasta, con relativo dosaggio di farina e uova o forse meglio ancora dalle salse. Il capo-cuoco, per tenerlo buono, ogni tanto gli dava qualche compito per avviarlo ai primi piatti, senza troppi rischi però, a condizione che continuasse con il pesce: la verità era che non voleva avere un concorrente.
Finalmente arrivò il gran giorno: perfino in cucina si fece sentire un certo nervosismo. Bastiano ottenne qualche ora libera e corse a casa. Tornò dopo neanche mezz'ora, giusto il tempo di andare e venire, la testa bassa: «femmina.» Non disse altro.
Era mezzogiorno, i primi clienti cominciavano ad arrivare e questo era sempre un momento di particolare tensione. Ognuno scuoteva la testa, pieno di comprensione: un'altra femmina, Dio lo voleva punire per chissà quali peccati. Di questo erano convinti tutti.
Contrariato, nervoso, per la prima volta la sua grigliata finì male: secca, bruciacchiata in varie parti, semplicemente impresentabile e proprio quel giorno in cui pareva che tutti volessero mangiare pesce alla griglia. Ne buttò via la metà, prese dell'altro pesce fresco e ricominciò daccapo. Era chiaramente fuori dalla grazia di Dio. Il capo-cuoco diede un'occhiata critica e non fece commenti, per una sorta di solidarietà fra uomini. Il ritardo fu notato dal capo-cameriere, anche perché i clienti cominciavano a dare segni d'impazienza.
Bastiano, concentrandosi con tutte le sue forze, riuscì a preparare una grigliata di qualità eccezionale.
Dopo un po' arrivò un cameriere: il cliente voleva congratularsi personalmente con l'autore di tale squisitezza. Il capo-cuoco, con un sorrisetto compiaciuto che in qualche modo lo avrebbe ripagato della brutta giornata, lo mandò, dopo aver controllato il camice e il berretto: tutto pulito. Il cameriere lo presentò rispettosamente al principe Tindari. Fu accolto da un discreto battimani da parte delle signore e da alcuni „bravo bravo‟ degli uomini. Era una gran tavolata.
Si trattava del giovane principe che dava una specie di pranzo d'addio qualche giorno prima di sposarsi. C'era la madre, la principessa Matilde, ancora una bella donna, la zia, donna Letizia, sorella della madre e alcuni parenti prossimi. La giovane sposa era anche presente insieme ai genitori e a qualche parente, in tutto una decina di persone.
Il principe Guglielmo, appena ventitreenne, sposava la cugina Federica, che conosceva fin dalla nascita. Si erano però persi di vista, dato che il ragazzo, allora dodicenne, era stato mandato in un collegio in Svizzera e la ragazza a Firenze, dalle Orsoline.
Rivedersi e innamorarsi fu tutt'uno.
Le famiglie considerarono la cosa con molta benevolenza, c'era solo il problema dell'età: Federica aveva appena compiuto i sedici anni ed era considerata ancora una bambina. Anche fisicamente era poco sviluppata; di costituzione delicata, non sembrava godesse di una salute di ferro. Il giovanotto riuscì a convincere prima la madre e poi i suoceri, col risultato che un anno dopo fu fissata la data delle nozze.
Dal viaggio di nozze, lungo e pieno di strapazzi, tornarono circa sei mesi dopo. Federica era incinta, sofferente e molto deperita. Il medico non nascose le sue preoccupazioni; sperava che portasse la gravidanza a termine e a questo fine consigliò riposo assoluto.
A palazzo intanto erano avvenuti dei cambiamenti. Donna Matilde aveva messo a punto una drastica riduzione del personale, non tanto per motivi finanziari, ché di questi problemi per fortuna non ne aveva, quanto per non vedere gente in giro per casa, ammazzare il tempo in chiacchiere e pettegolezzi. Benché il palazzo fosse molto grande, con un personale più efficiente pensava di ottenere risultati migliori.
Cominciò col licenziare il maestro di casa, vecchio cadente, sordo e rimbambito, passandogli una piccola pensione per aiutarlo a sopravvivere. A lui seguirono i tre autisti (ne lasciò uno per sé stessa e la sorella. Il figlio preferiva guidare da solo) e alcuni camerieri. Inoltre alleggerì il servizio a tavola, togliendo molto del cerimoniale che secondo lei apparteneva al secolo passato. I parenti e gli amici disapprovarono tutti questi cambiamenti, preoccupati di un veloce imborghesirsi della famiglia.
Assunse una nuova cameriera personale, Concetta Sorace, giovane volenterosa, sveglia, con buone referenze. Concetta, forse di venti-venticinque anni, era piccola, solida, di capelli e occhi scuri, svelta e pronta a capire con gli occhi prima che con le orecchie, e poi aveva un carattere allegro, positivo, qualità questa molto apprezzata dalla principessa che non poteva sopportare gente musona e scontenta intorno a sé: una cameriera così, in passato, era stata capace di avvelenarle più di una giornata. Concetta sapeva semplicemente quello che si doveva fare ed era perfino capace di pensare con la propria testa. La principessa dopo un breve periodo di prova l'assunse, benché la ragazza fosse in procinto di sposarsi e avesse chiesto per questo motivo di non pernottare a palazzo. Trovarono un accordo soddisfacente per le due parti.
Concetta restò praticamente tutta la vita in quella casa; fu parte di essa, una persona insostituibile e in seguito un vero sostegno per la famiglia.
Si sposò come previsto dopo poco tempo. Col marito non ebbe vita facile, ma non raccontò mai storie private. Dopo qualche anno vedova – disse solo, brevemente, come il marito, muratore, fosse caduto da un'impalcatura malamente assicurata, morendo sul colpo – accettò di buon grado la proposta di donna Matilde di venire ad abitare a palazzo, visto che era sola e senza figli.
Concetta, benché assunta come cameriera personale della principessa, serviva anche la sorella, donna Letizia, che da qualche anno era venuta a stabilirsi a palazzo, vivendo però in un appartamento separato. Col resto della famiglia si incontrava solo all'ora dei pasti e non sempre, oppure alla sera, per una partita a carte con un ospite o anche con donna Matilde, in mancanza di meglio, diceva.
Il rapporto fra le due sorelle era alquanto difficile: donna Letizia, una donnina molto autoritaria, assai curata, che non faceva mai la passeggiata pomeridiana senza i suoi adorati mezzi-guantini di pizzo finissimo bianco o nero, secondo l'abito, e la veletta del cappellino abbassata fin sotto il naso, per nascondere le rughe, secondo lei non meritate, era rimasta zitella, benché assai ricca. O forse appunto per questo motivo. Ancora in giovane età, lei sola di tutta la famiglia aveva ereditato un ingente patrimonio da un vecchio zio, scapolo e avaro (nessuno aveva presunto una tale ricchezza). Tutta la parentela aveva gridato di sdegno: tutto a lei, fino all'ultimo spillo, si era mai vista una tale ingiustizia, una tale mancanza di rispetto verso tutti gli altri?
Da quel momento si poteva dire che i pretendenti facessero la fila, un nobilotto spiantato dopo l'altro, con tanto di blasone e niente in tasca. Donna Letizia, torturata sempre dal sospetto che i suoi corteggiatori fossero attirati più dal patrimonio che da lei stessa, diventò diffidente, sempre più chiusa in sé stessa. Non riuscì a godersi la nuova fortuna, dato che vedeva uno sfruttatore in chiunque l'avvicinasse. Con gli anni si indurì. La sorella Matilde diceva che era sempre stata così già da bambina, dispotica e intrattabile.
Donna Matilde, maggiore di donna Letizia di qualche anno, invece si era sposata quasi per amore. A differenza della sorella, aveva una dote più in natura, se così si può dire, che in terreni. In una parola era una gran bella donna, con un fascino tutto particolare, ma non aveva una soldo di dote. Il padre, conosciuto per il vizio del gioco, aveva sperperato quel poco che possedeva, compresa la dote delle figlie, a San Remo e a Nizza.
Il principe Ruggero Tindari, cinquantenne, ricco, conosciuto per le sue numerose avventure galanti, perse la testa per lei: si parlò di un colpo di fulmine, dell'ultima fiammata di un fuoco ormai vacillante: l'avvenimento suscitò i più disparati commenti. Matilde accettò più per rivalsa contro la sorella ricca e corteggiatissima che per amore. Ebbe un solo figlio, Guglielmo.
Il principe, dando ragione alle malelingue (a proposito del fuoco vacillante) non visse a lungo. Donna Matilde, vedova poco più che trentenne, non pensò mai di risposarsi; la breve vita matrimoniale le era bastata, diceva sempre, una sola esperienza è più che sufficiente, aggiungendo che il matrimonio non era fatto per lei, o lei per il matrimonio: in realtà la parte intima di questo rapporto l'aveva sempre disgustata, ma non lo ammetteva neanche a se stessa.
La principessa, a dispetto dei parenti e della società nella quale viveva, tutti convinti che una donna sola non sarebbe mai stata capace di tener testa a quella banda di ladri dei suoi amministratori, mezzadri, avvocati, personale, tutti uomini che si occupavano praticamente del patrimonio dei Tindari, prese saldamente le redini in mano. Ebbe bisogno di alcuni anni di lavoro duro, paziente, deciso, per far sentire la sua autorità ai suoi collaboratori: si diceva di lei che le mancavano giusto i pantaloni per essere un maschio.
Come madre fu amorosa, ma anche esigente, anzi intransigente, spesso severa: si scusava dicendo di dover fare da madre e da padre al figlio e che non poteva permettersi nessuna debolezza.
Guglielmo ereditò dal padre una certa labilità, con qualche leggerezza nel carattere, il culto per il bello, per l'arte e per la musica. Fin da bambino si appassionò allo studio del pianoforte tanto che esclusivamente per lui fu comperato un magnifico Bechstein a coda, cui si avvicinava sempre pieno di rispetto. Dopo un periodo di contemplazione, soltanto in presenza del maestro osava avvicinarsi allo strumento e ci volle un bel po' di tempo prima che osasse suonare i primi accordi e le prime scale. La tastiera gli incuteva rispetto perché data la sua età – avrà avuto una decina d'anni – le sue dita non avevano ancora abbastanza forza per estrarne i suoni che forse desiderava. Fu un ottimo esercizio, quasi una sfida quotidiana: a volte era lui il vincitore, ma assai più spesso vinceva lo strumento. Non si arrendeva, diceva di volerlo domare, quasi si trattasse di una bestia feroce, con gran divertimento della madre e della zia, che non avevano mai avuto problemi di quel genere: per loro la musica era sempre stata un'accozzaglia di suoni, senza alcun senso.
La prima guerra mondiale era finalmente finita e con un ritardo di qualche anno iniziarono anche per lui gli anni di studi più disciplinati, in un collegio della Svizzera italiana. A settembre, la madre e la zia Letizia lo accompagnavano a destinazione, per trascorrere poi una vacanza ad Ascona, sul lago Maggiore. Da qui passavano a Milano per rifornire il loro guardaroba delle ultime novità della moda e alla fine di ottobre tornavano giusto in tempo per controllare i misfatti del personale di servizio. Donna Matilde si lamentava sempre che ogni ritorno le amareggiasse la vacanza nel continente.
Spesso, per evitargli il lungo viaggio, venivano anche in dicembre per trascorrere le vacanze di Natale con lui. A volte passava un anno prima che il ragazzo potesse ritornare in Sicilia.
Guglielmo, ormai ventenne, abituato a un mondo diverso da quello ristretto e retrogrado della sua città, non aveva fretta di terminare gli studi, anzi aveva cominciato a passare da una Università all'altra, prospettando alla madre ancora alcuni anni di lontananza. Donna Matilde, al contrario, pensò fosse giunto il momento di concludere, era ora che si occupasse delle proprietà e dell'amministrazione dell'ingente patrimonio del quale era erede. Le sue lettere da impazienti divennero sempre più perentorie.
Il colpo di fulmine per Federica e il conseguente matrimonio lo distolsero per qualche tempo dai suoi interessi culturali.
La giovane moglie non sopravvisse al difficile parto e per miracolo si salvò il bambino.
In quei giorni di lutto e di confusione Concetta fu la sola a non perdere la testa: si occupò subito del neonato e per prima cosa cercò una buona balia. Per lei, che non aveva potuto avere figli, quel bambino significò l'incontro con un nuovo mondo di emozioni, un inaspettato risveglio di istinti materni dai quali si lasciò travolgere senza opporre la minima resistenza: quasi si vergognava di farsi vedere quando lo coccolava e lo sbaciucchiava.
Donna Matilde non fu gelosa di questo amore, né della gioia che vedeva negli occhi del bambino appena Concetta gli tendeva le braccia. Anzi le fu grata, perché lei ormai non aveva più la forza di occuparsi del piccolo Ruggero. Da qualche tempo ammalata, sapeva di non avere molto da vivere. Si spense che il piccolo non aveva compiuto l'anno d'età.
Concetta, ora donna Concetta, passò al grado di governante ed ebbe tutta la casa sotto il suo controllo. Il principe decise che Ruggero aveva bisogno di una nurse, possibilmente inglese: qui cominciò un'odissea sia per le varie bambinaie che a intervalli quasi regolari si susseguivano, sia per il bambino. In realtà donna Concetta, un po' per gelosia, ma anche per una personale avversione contro gli inglesi, del resto condivisa da donna Letizia, non era mai contenta di nessuna.
Il principe intanto riprese le sue attività sia di ordine amministrativo che culturale; in una parola, dopo le tempeste famigliari tornò a un ritmo normale di vita.
Si trovò a mangiare, da solo, al ristorante del Grand Hotel, dove non molti anni prima aveva pranzato con la giovane sposa, la madre e altri parenti. Da molto tempo ormai non entrava in un ristorante, gli ultimi anni lo avevano cambiato notevolmente. Appena trentenne, aveva perso molti capelli e in generale dimostrava più anni di quanti ne avesse. Aveva sempre una bella figura, snella, alta, un viso piuttosto lungo ma gradevole, un portamento fiero, proprio come suo padre.
Il capo-cameriere non lo riconobbe, e già questo lo disturbò. Ferito nel suo orgoglio si consolò subito pensando che avessero cambiato personale. Lesse con particolare cura la lista delle vivande e alla fine scelse del pesce alla griglia, il suo piatto preferito, anche per ricordare l'ultimo pranzo, prima di sposarsi. Il pesce era cotto a puntino, semplicemente squisito. Come allora, volle congratularsi col cuoco: arrivò lo stesso Sebastiano Nicotra di qualche anno prima, che al contrario del capo-cameriere riconobbe subito il principe.
Per lui quel giorno era rimasto indimenticabile per vari motivi: primo, la grande delusione per la nascita di una femmina, che la moglie aveva voluto battezzare Benedetta, forse per proteggerla contro l'avversione del padre; poi per il pesce bruciato, che quasi gli aveva procurato un licenziamento (quel disgraziato del capo-cuoco lo aveva denunciato presso il capo-personale che gli aveva pure sottratto una parte della paga settimanale) e poi per l'applauso della famiglia del principe. Come avrebbe mai potuto dimenticare Sua Eccellenza?
Rivedendolo, si rallegrò così sinceramente che il principe ne fu commosso, anzi subito prese una decisione della quale per molti anni non si pentì: gli chiese se voleva lavorare da lui.
«Vossignoria scherza»? Bastiano voleva mordersi la lingua. Il principe sorrise della spontanea reazione e ancor più dello sguardo che seguì: «Vossignoria mi perdona».
Il principe gli diede il suo indirizzo, gli disse di pensarci su e di dargli una risposta nei prossimi giorni.
Tornò in cucina piuttosto frastornato. La cosa non sfuggì al capo-cuoco e agli altri colleghi: «Il cliente non era soddisfatto?» Lui scosse solo la testa, quasi una mosca lo avesse molestato. E si rimise davanti ai fornelli.
Ormai erano anni che lavorava in quel locale e oltre al pesce arrosto, fritto e in umido, non aveva imparato altro. Senza contare che la sua posizione di apprendista non era mutata e il salario nemmeno. Doveva continuare ad abitare dai suoceri, buona gente, ma sempre suoceri erano, questo appunto perché non poteva pagare una casa. E poi, restava il chiodo del figlio maschio. La moglie si era fatta il segno della croce e aveva chiuso il capitolo figli. Certo, con quello che guadagnava non potevano permettersi un'altra bocca da sfamare, senza contare che nella casa dei suoceri avevano giusto uno stanzino dove già in quattro soffocavano. Per un terzo figlio non c'era posto, aveva detto la moglie, subito sostenuta dalla suocera. E poi, con gli orari di lavoro che aveva: la mattina presto doveva andare in Piscaria1 per scegliere il pesce migliore e la sera non tornava mai prima della mezzanotte. Che vita famigliare era questa?
In mezzo a tutte queste riflessioni si accorse che il pesce cominciava a fumare pericolosamente. Prima di effettuare il secondo disastro della sua carriera sistemò il pesce, alquanto secco, su un piatto di portata. Un'abbondante strizzatina di limone, una grossa manciata di prezzemolo e via. Tirò un sospiro di sollievo.
A notte fonda tornò a casa sbagliando strada, tanto era assorto in calcoli e riflessioni, ma l'aria fresca della notte, dopo il caldo insopportabile della giornata, gli schiarì le idee. Doveva parlarne subito con la moglie, una ragazza ancora giovane e piena di energia; non poteva tenere per sé una tale notizia. Agostina, svegliata in piena notte, reagì appena, indifferente e per niente elettrizzata, come si era aspettato lui. Disse solo, con voce assonnata: «Quanto ti paga?» Ecco, si batté la fronte, questo non l'aveva chiesto. In fondo era la parte più importante di tutta la transazione. Lei si girò dall'altra parte e si riaddormentò subito, senza un commento, lasciandolo solo con le sue congetture e i suoi dubbi. Lui riprese di nuovo a fare i conti: cosa avrebbe dovuto guadagnare per poter metter su casa e soprattutto avere un terzo figlio? Maschio, naturalmente.
La mattina presto si alzò stanco, stranamente di cattivo umore, inquieto, cosciente di trovarsi a una svolta della sua vita: al mercato quasi quasi si lasciava imbrogliare sul peso, sul prezzo e sulla qualità del pesce, cosa mai capitata prima. Arrivato in cucina chiese un permesso di due ore. Il capocuoco lo squadrò severo: «Di mattina o di pomeriggio?» Bastiano non si aspettava questo. Come, di mattina o di pomeriggio. Subito. Voleva il permesso subito. «Ma lo sai che ore sono?» Gettò uno sguardo sul grosso orologio a muro. Appena le nove. Rifletté un momento, troppo presto per presentarsi in casa del principe. Deciso: «Dalle dieci alle dodici»
«Te lo puoi levare dalla testa» e gli voltò le spalle. Porca… adesso perse la pazienza. Erano anni che lo teneva al guinzaglio, il signor capo-cuoco, sempre con la promessa di passarlo ai primi piatti o addirittura agli antipasti. E cosa era successo fino ad ora? Pesce, sempre pesce. Questo pensiero lo fece sussultare: magari il principe era convinto che lui sapesse cucinare sul serio, cioè tutto, antipasti, primi piatti, carni, pesce, dessert. Il sudore freddo gli imperlò la fronte. Fu preso da un'ira sorda, furiosa, ecco qual era la situazione: se non si fosse trattenuto a forza, avrebbe spaccato tutto. A conti fatti non aveva imparato niente. Era arrivato come cuciniere di pesce e tale era rimasto. Apprendista di questo cazzo… si morse le labbra. Cosa aveva appreso?
Quel giorno non fece altro che lanciare occhiate in giro, per cercare di carpire qualche segreto di cucina internazionale. Il capo-cuoco infatti si vantava di aver lavorato da giovane all'Hotel Bellevue di Zurigo (ma forse era stato solo un lavapiatti, aveva pensato con cattiveria Bastiano) e diceva di conoscere tutte le raffinatezze della cucina internazionale: la cucina regionale, con qualche eccezione, come appunto la preparazione del pesce, era considerata da lui con un certo sussiego. Roba pesante, non per veri signori.
Bastiano, senza dare troppo a vedere, cercò di fissare in mente qualche ricetta, qualche salsa, il modo particolare di servire un piatto di portata e altro ancora: in una parola, si accorse di essere un grande ignorante.
La sera tornò a casa frastornato, la testa confusa, avvilito. Prese un quaderno della figlia Ciccina, la più grande, che già frequentava la prima elementare, e con una scrittura insicura e sbilenca più di quella della figlia, buttò giù la prima ricetta che gli venne in mente: sgalupa o masala2. Scritto il titolo non seppe come proseguire. Sapeva o almeno credeva di ricordare come si preparava, ma non come si scrive una ricetta. Intinse la penna nel calamaio e rimase a lungo così, con la penna a mezz'aria, quantomai indeciso, infine scrisse: canni, farina, rassu (non sapeva che tipo di grasso fosse stato usato al ristorante), masala3. Si asciugò il sudore dalla fronte e dopo una lunga pausa decise di andare a letto. Era già l'una dopo la mezzanotte.
Ogni notte scrisse con lo stesso sistema una ricetta, senza avere mai la possibilità di provarla.
Finalmente ebbe le due ore libere e si recò a palazzo. Il guardaportone aggrottò le sopracciglia. Parlare col principe direttamente… se lo poteva levare dalla testa. Chiamò donna Concetta. Anche lei trasecolò: un nuovo cuoco? Non ne sapeva niente. Quello che avevano non era male, rubava sulla spesa, si portava borse piene di roba a casa, trattava i servi dall'alto in basso eccettuato lei, che stava sopra di lui, e in generale era un tipo assai arrogante. Cucinava così così, appena mangiabile, ma perché cambiare? Tanto l'uno valeva l'altro.
