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Questa è la storia di Michele Rovito che, come dice la canzone, è uno di noi, perché si ritrova a vivere esperienze, belle e brutte, che sono comuni a tutti i mortali. Certo, magari lui le vive un po' più intensamente, per lui tutto è bianco o nero, almeno all'inizio della sua storia, perché poi si apre a tutta una tavolozza di colori per accogliere le emozioni che la vita gli riserva. Un romanzo che, se apparentemente può sembrare un thriller, è in realtà un inno tenero e romantico alla vita.
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Veröffentlichungsjahr: 2016
Introduzione
PREFAZIONE
1. DAVANTI ALLA PORTA
2. QUINDICI ANNI PRIMA
3. PRIMO GIORNO DI LAVORO
4. UNA GIORNATA AL LAGO
5. TORINO
6. VACANZE NATALIZIE
7. CAPODANNO
8. L'AMICO ANDREA
9. LA SCELTA
10. 5 MARZO
11. IMPROVVISAMENTE BUIO
12. LA GITA IN MONTAGNA
13. LA "DERIVA"
14. AUTUNNO ROMANO
15. LA CROCIERA
16. L'ULTIMO GIORNO
17. IL RITROVO
18. TITOLI DI CODA
19. FINALE
RINGRAZIAMENTI
RECENSIONI
OPERE
INDICE
BIOGRAFIA
Andrea Ansevini
“LA PORTA MISTERIOSA”
L’opera è nata dalla fantasia dell’autore.
Qualsiasi riferimento a fatti, persone o cose è puramente casuale.
Polverigi, 12 dicembre 2014.
© 2015
Tutti i diritti della presente opera sono riservati all’autore.
Questa storia, tra il romanzo e la poesia, la novella e il verosimile, l’ho iniziata scrivere sedici anni dopo l’uscita del film “Al di là dei sogni” e mi sono domandato:
“Chissà se riuscirei anche io,ispirandomi in parte a questo film di Robin Williams per la regia di Vincent Ward, a farne un romanzo avvincente?”.
Non avrò mai questa risposta, ma sono certo che l’anima rinchiusa dentro l’inchiostro di una penna non ha padroni! In questo libro che andrete a leggere, non serve aggiungere un’immagine, un video o un dipinto, perché il pennello in alcuni punti, lo dovrete usare voi con la vostra fantasia…!
C’è qualcosa che va al di là del sogno, che non è l’inconscio e tanto meno l’interpretazione dello stesso, ma è semplicemente un’emozione nella quale il sognatore dormiente si perde nel buio colorato del sonno.
Michele dorme…
Il letto è un morbido tappeto volante che lo trasporta dalla sua stanza verso una porta.
Una volta uscito dalla porta, improvvisamente devia e va verso una montagna. Dalle alte cime di questa montagna vede la sagoma imponente di un vulcano in eruzione che lo attira inesorabilmente verso la bocca del cratere. Migliaia di lapilli incandescenti, rosso fuoco, giocano a rincorrersi tra il fumo denso dell’anidride solforosa, che avvolge ogni cosa dentro una nube minacciosa, nera come la pece. Poi all’improvviso un’esplosione, un’altra e un’altra ancora e il torrente di lava diviene fiume e quel tappeto e il suo occasionale passeggero scivolano giù, prendendo la velocità del fulmine e il colore della luce, fino ad arrivare in una valle coltivata a girasoli…
Michele cavalcando l’onda del magma incandescente si sente un pittore impressionista, rapito dal suo stesso pennello e dalla sua stessa fantasia. Il giallo dei girasoli d’improvviso viene incorniciato dagli alti cipressi, così che l’azzurro del cielo, all’orizzonte, sembra quasi toccare la terra. E l’orizzonte spumeggia di nuvole, come le onde del mare che si infrangono sopra gli scogli al tramonto…
D’un tratto una voce lo distrae da quel meraviglioso quadro e viaggio onirico. - “Michele…! Michele…!”. È la voce di una donna che lo chiama.- “Mamma! Mamma sei tu? Dove sei?”. Improvvisamente comincia a nevicare e tutto ciò che aveva creato col suo magico sogno scompare per lasciar posto a un foglio bianco che sta sotto di lui, come per scrivere in quel libro la sua storia…
Da qui proseguite voi, leggendo, se vorrete, questo libro che vi è capitato tra le mani.
Liberare la vostra ragione dal sogno sarà poi la vostra chiave per ricominciare a dipingere la vita…!
Ognuno con il proprio pennello…!
Ognuno con la propria fantasia…!
Ognuno al di là dei sogni…!
Eccomi qua!
A te che hai iniziato da poco a leggermi mando il mio benvenuto, mi fa piacere conoscerti.
Se hai aperto questo libro, vuol dire che hai letto la prefazione e hai scelto di andare avanti con la lettura, questo, soprattutto per me, vuol dire che ti ho invogliato e ho fatto colpo su di te.
Oppure, se sei qui posso anche pensare che qualcuno o qualcuna ti abbia parlato di me e per un motivo o per un altro ora sei qua a leggermi.
Ebbene, sei comunque qua, in mio possesso e non puoi più scapparmi, a meno che non chiudi questo libro e lo riponi.
Se così fosse, vuol dire che non ti interessa sapere la mia storia, ma se invece ti interessa saperla, sei il benvenuto tra le sue pagine, con questo buono a nulla che sono io.
Già, sono proprio, o meglio, ero proprio un buono a nulla e ora che io non conto più niente, ti racconterò i momenti salienti della mia vita e della storia che ho passato in questi ultimi quindici anni circa, con tutte le cose belle o brutte che l’hanno caratterizzata, determinando “il mio essere”, fino alla mia ultima esperienza fatta.
Se mai ci dovessimo incontrare da qualche parte, anche se ne dubito, oppure se ci dovessimo conoscere di persona da qualche parte, anche se dubito pure di questa cosa, mi dirai la tua opinione.
Ero uno dubbioso, forse anche troppo, me lo dicevano in molti, ma non lo ero certo diventato per colpa mia, ma per colpa della vita che ho passato e che ora ti racconterò, ma bando alle ciance, cominciamo…!
Mi chiamo Michele Rovito, ho quarantadue anni, vivevo a Loreto ed ero soprannominato da tutti gli amici e amiche che mi conoscevano da una vita “Mic” o “Michè”.
Mio papà è morto quando ero ancora piccolo e avevo quasi sei anni, proprio alcuni mesi dopo che era nato mio fratello. Mia mamma invece è venuta a mancare poco più di dieci anni fa. Dopo la morte di papà, dopo essere stata da sola per tantissimi anni, soltanto negli ultimi anni della sua vita se ne era fatta una nuova con un signore vedovo di nome Marco, lasciandomi in casa un fratello più piccolo, di trentotto anni, di nome Luca.
Mio padre, stando a quello che mi aveva raccontato la mamma, era una persona grezza, capace soltanto di urlare e al tempo stesso di amare e comprendere, inoltre mi aveva detto che conduceva spesso una vita schifosa da quando si erano separati, a causa dell’ennesima delle sue tante scappatelle.
Anche se più volte lo aveva sempre perdonato, era giunta al limite della sopportazione. Dopo pochi mesi che si erano separati, preso dai rimorsi e dai sensi di colpa, con i tanti debiti che aveva accumulato, aveva messo fine per sempre alla sua vita, a soli 29 anni.
La cosa che più mi provocava dispiacere, in un certo senso, era la mia contentezza che lui fosse morto, nonostante fosse stimato da molte persone e io stesso, nei limiti, per quel pochissimo che me lo ricordo, lo stimavo.
Mi ci ero affezionato, ma alla fine, tirando le somme, per me era meglio che fosse morto, perché adesso mi sentivo molto più libero.
Qualsiasi cosa facessimo o io, o la mamma, era pronto a rimproverarci, litigava in continuazione con lei, ma non erano litigi da poco: urlavano molto forte e per fortuna una volta sola sono arrivati alle mani; urlava sempre sia con me che con mio fratello, anche se aveva quasi un anno, per qualsiasi motivo: tipo perché di notte non riusciva a dormire quando mio fratello piangeva e si svegliava per mangiare.
Non lo dico per esagerare, ma erano più le volte che lo sentivo urlare, che quelle in cui lo sentivo parlare e devo dire che alla sua morte, la mia vita dentro casa è di gran lunga migliorata.
Mia madre, donna che io stimavo tantissimo e per la quale nutrivo sempre una grandissima ammirazione, si era trovata dopo la morte di papà, in una situazione alquanto pessima. Situazione che l’aveva portata a dover fare anche due lavori assieme per poter mantenere me e mio fratello in una maniera normale. Non era praticamente quasi mai a casa, era già un miracolo se riuscivo a vederla qualche minuto la sera prima che andassi a dormire, per il resto se non c’era lei, ci assisteva Rosanna, una sua amica carissima che conosceva fin dall’infanzia, in quanto era una sua vicina di casa.
Povera donna! Dopo tutto quello che faceva, ne aveva tutto il diritto, solo che a quasi sei anni non lo capivo e da lì mi sono iniziato a isolare da tutti. Ho pian piano racchiuso tutto il mio mondo in camera mia ed era l’unico posto dove mi sentivo davvero a mio agio. Lì nessuno mi disturbava e questo comportamento l’ho accentuato ancora di più dopo la morte della mamma, ma era così anche prima, quando si era messa con il suo nuovo compagno con cui difficilmente avevo rapporti anche solo pacifici, poiché non mi piaceva quell’uomo, per il fatto che non fosse il mio vero padre.
Poi c’è Luca, mio fratello, classe 1975.
Lui è sordo-cieco dalla nascita. Poco dopo che la mamma non era più con noi, aveva iniziato periodicamente a soffrire di crisi schizofreniche improvvise, il che mi costringeva a tenerlo quasi sempre in casa e a letto per buona parte della giornata, con le cinture che lo tenevano legato, altrimenti avrebbe potuto fare qualche danno all'interno, o peggio, uscire e andare in giro da solo. Nonostante il suo problema, però, aveva imparato tramite una logopedista il linguaggio dei segni e rispondeva con la sua voce tranquillamente.
Poi ci sono di nuovo io! Non vi ho detto che dopo la maturità (avevo frequentato ragioneria), non ero mai riuscito a trovare un posto di lavoro per gli studi fatti, allora intrapresi l’università, studiando medicina, dove mi sono laureato, con il massimo dei voti, quasi quindici anni fa.
A quei tempi ero anchefidanzato con una compagna di corso, Doriana.
Eravamo stati assieme tre lunghissimi e bellissimi anni, poi un altro uomo aveva rubato il suo cuore, gettando nello sconforto il mio.
Io la amavo tantissimo e sapevo che anche per lei era lo stesso, ma tanti pensieri a quei tempi mi frullavano per la testa e io ci soffrivo tantissimo. Il problema è che, se non avevo sue notizie, dopo un po’ mi insospettivo.
Sembra una cosa stupida, ma ci soffrivo.
Per esempio, io sapevo che lei arrivava a casa per le 17 e se prima delle 17:30 non mi chiamava o non mi scriveva, cominciavo a diventare paranoico, del tipo “Ma perché non mi scrive? Sarà con qualcuno? Cosa farà?”.
La cosa mi rendeva alquanto triste, perché sapevo che da parte mia era sintomo di mancanza di fiducia, ma a volte non riuscivo proprio a farne a meno.
Come una furia lei era entrata nel mio cuore, impadronendosi di tutto ciò che avevo, tra i miei sentimenti e i miei amici e amiche che avevo fin dai tempi dell’università. Alla fine, nella mia vita, era rimasta soltanto lei, dato che poi non avevo più tanti amici.
Mi sentivo come una scatola vuota nelle sue mani, vedevo solo lei e basta.
Da allora non ero più libero di correre o di camminare in mezzo agli altri dato che mi sentivo prigioniero e sognavo la mia libertà.
Eppure la mia testa viaggiava col paraocchi.
Quando ero con lei mi sentivo contento e tranquillo, a volte un poco triste, ma in genere mi andava bene. L’unico problema era che non riuscivo a stare sereno quando lei non c’era. Lavorai per un paio di anni in una ditta farmaceutica, poi più nulla.
Un giorno, all'improvviso, il direttore della casa farmaceutica mi licenziò in tronco, dicendomi che non gli servivo più e consigliandomi di andare a fare uno stage. Da allora solo qualche lavoretto occasionale, giusto per guadagnare quel poco che mi bastava.
Passavo le giornate sempre a casa a svolgere i lavori quotidiani che svolge ogni casalinga, prendendomi cura di mio fratello.
Ogni tanto però mi concedevo qualche svago, facendo qualche passeggiata in città o al mare, quel mare che amavo tanto, più di ogni altra cosa; oppure andavo a fare escursioni di un giorno, ma in casi rari anche di alcuni giorni.
Lo so che avevo mio fratello in casa, ma ogni tanto veniva l’amica di vecchia data che conosceva mia mamma: Rosanna, di cui ho già fatto cenno.
Lei me lo guardava sempre con piacere anche per alcuni giorni, il tutto senza mai pretendere nulla in cambio, lo faceva con gioia immensa e gliene ero sempre stato grato.
Quando ero fuori con tante persone, a volte facevo fatica a ritagliarmi il mio spazio, parlavo poco o nulla. Poi quando la gente mi guardava avevo la sensazione che pensasse qualcosa, ma non so cosa. Aggiungo, inoltre, che a volte la mia autostima toccava lo zero.
Avevo poca fiducia in me stesso, sapevo che poteva essere una situazione risolvibile, che dovevo impegnarmi a stare sereno, ma il problema è che non sapevo come fare a quei tempi.
Mi sarebbe piaciuto andare da uno psicologo per chiacchierare un po’, poi grazie al mio amico Andrea ci ero riuscito e ne ero uscito.
Vi dico tutto ciò, mentre sono qui, tutto solo, davanti a questa porta chiusa, in questa fredda giornata di sabato 12 dicembre 2010, mentre l’orologio segna le 18:55.
Questa porta davanti a me tra poco si aprirà e dietro di essa ci sarà la fine di questa storia che vi sto raccontando!
Qua davanti a questa porta chiusa è come se tra poco dovessi bussare alle porte del cielo, dato che intorno a me l’aria è silente e non c’è nessun’anima attorno. In giro regna la più assoluta tranquillità, proprio come essere in cielo, o meglio, in paradiso.
È come se mi trovassi in una nuova dimensione dove non esiste per niente lo spazio-tempo, dove tutto è concentrato in una cosa sola: la porta davanti a me.
Nemmeno la neve, scesa copiosa nel pomeriggio, mi ha fatto rimanere in casa, mentre prima bastava che ne cadesse anche un solo fiocco e mi barricavo dentro.
Ogni tanto, da dietro questa porta, sento delle voci incomprensibili e a volte comprensibili, poi di tanto in tanto vedo anche delle luci, poi più nulla!
Già perché prima di giungere davanti a questa porta, mi ricordo che ero in auto e stavo guidando alla volta di una festa con i miei amici e amiche di università.
Avevo fatto il possibile per essere con loro, dato che erano quindici anni che non li vedevo, eccezione fatta per alcuni soltanto, con cui ero rimasto sempre in contatto. Per giunta avevo lasciato mio fratello a casa con la carissima Rosanna che mi aveva fatto il favore di stare con lui qualche ora, giusto il tempo di passare una serata con i miei vecchi amici e amiche che non vedevo da tantissimo tempo.
Mi ricordo anche che, mentre ero in auto, stavo ascoltando il mio cd preferito, con l'album del mio artista preferito, il grandissimo menestrello di Duluth: Bob Dylan e il suo “Pat Garrett & Billy the Kid” del 1973.
Ricordo ancora la bellissima pellicola che porta il titolo stesso di questo album, diretta da Sam Peckinpah, con gli attori James Coburn e Kris Kristofferson, rispettivamente nei panni di Pat Garrett e Billy Kid, in cui si racconta che verso il 1880, nel Nuovo Messico, il latifondista John Chisum condusse una guerra spietata contro i suoi rivali servendosi di vari pistoleri fra cui Pat Garrett e William Bonney, detto Billy The Kid, i quali all’inizio erano due grandi amici, poi a un certo punto della loro vita, prendono strade opposte: il primo diventa sceriffo, mentre il secondo diventa un pericoloso bandito.
Durante il film Pat riceve l’incarico di uccidere Billy, che un tempo era suo amico: inizia così un inseguimento massacrante in cui solo uno dei due potrà sopravvivere.
La canzone che stavo ascoltando è quella canzone che nel film risuona quando Slim Pickens, lo sceriffo anziano, colpito allo stomaco, muore assistito dalla moglie, una donna grande e rude che mostra il suo dolore solo con le lacrime che le rigano il volto e la canzone in questione è “Knockin’on heaven’s door”, ossia “Bussando alle porte del cielo”.
Ricordo questa canzone perché è il commento della scena del film che più di tutte mi ha colpito, poiché è una scena di una bellezza struggente, acuita dallo sfondo di un rosso tramonto e, appunto, dalla canzone di Dylan.
Quella stessa canzone che mi stava accompagnando, come vi stavo dicendo, mentre ero in auto. Come uno strano segno del destino, anche io mi trovo davanti a una porta, ma non so se sia o meno la porta del cielo, dato che dietro di essa, come vi raccontavo, vedo passare dei forti fasci luminosi dai colori più diversi. Inoltre sento alcune voci parlare e gente battere le mani, poi all’improvviso tutto tace e non si ode più nulla.
Vorrei bussare, ma mi vergogno troppo, non ho il coraggio e non so cosa dire quando mi verrà aperto!
Certo che se entro, almeno dentro sarò anche al caldo, invece di starmene qua al freddo, che quasi si congela.
In questa strana sera, tutto intorno a me è un mondo surreale.
Me ne sto qui nella mia solitudine a decidere se bussare o non bussare davanti a questa porta e ripenso alla canzone di Dylan.
Ora si è anche alzato il vento e il cappotto che indosso non mi protegge, mi sento le mani e i piedi intorpiditi, poi all’improvviso alle mie spalle un rumore cattura la mia attenzione: è una macchina.
Mi volto di scatto per osservarla e vedere se è qualcuno o qualcuna dei miei vecchi amici che vengono alla festa, così posso affiancarmi a chiunque sia ed entrare.
Ma invece quella macchina passa e se ne va, fino a perdersi di nuovo nel buio della sera, lasciando dietro la scia delle ruote impresse nella neve scesa nel pomeriggio.
Quando sono uscito di casa avevo notato che la neve in distanza aveva coperto le montagne. Qua ora non si vedono più i colori della strada, ma solo un bianco luccicante sotto la luce dei lampioni che illuminano la via, i monti Sibillini in distanza sono irriconoscibili, tutto è così irreale e mi passa nella testa che avrei voluto avere Doriana vicino a me, per prenderla per mano e correre con lei sulla neve come avevamo fatto quando eravamo a Prati di Tivo.
L’orologio intanto batte i rintocchi e sta segnando le ore 19:30… Già è passata quasi mezz’ora da quando sono arrivato qua davanti.
Tutto intorno è sempre silenzio, in giro non c’è anima viva, eccezione fatta per un gatto che vedo passare nel palazzo di fronte.
Ora il vento si è calmato e la neve ricomincia a scendere copiosa, da dietro la porta sento una voce dire “Nevica!”, poi più nulla e tutto torna a tacere di nuovo e il silenzio torna a fare la parte del padrone.
In lontananza ora si ode il rumore di un’ambulanza in emergenza e la sirena lentamente si perde nel buio della notte della cittadina illuminata, fino a scomparire dalle mie orecchie.
La mia anima sento che si sta iniziando a raffreddare, sta quasi morendo, è una sensazione difficile da descrivere, eppure dicono che è la parte migliore di noi, eppure è inconsistente, non ha forma, non ha colore, non emette suoni, eppure c’è. A volte la soffoco, perché mi fa male ascoltarla, però poi esplode, perché non si può contenere, allora la sua esistenza diviene anche dolorosa. È la mia parte più vera, quella che mi rende unico, eppure spesso la mortifico in un corpo che non la rispecchia, la nascondo dentro un corpo che vuole apparire anziché essere. Ho tante anime io e penso che nascono tutte belle e libere, ma poi vengono imprigionate in forme che non sono le loro, in idee che non le rispecchiano, ma che accettano per convenienza e abitudine. A volte diventano grigie e perfino nere e in quel mentre il vento colpisce il mio viso congelandolo e penso che se avessero un colore, il loro colore sarebbe il bianco che raccoglierebbe in sé tutti i colori. Qualcuno mi potrebbe dire che bisognerebbe avere il coraggio di ascoltarla sempre, di farla librare in volo e farla volare in alto, per poter guardare le cose materiali con il giusto distacco. Dall’alto tutto diviene piccolo e insignificante e si capisce che la vera ricchezza non è fuori, ma dentro ognuno di noi; ma io non sono così e per quanto ci possa provare, non ci riesco.
La mia anima, qua, al freddo, ora si sta congelando, mi torna il dubbio se bussare o non bussare alla porta chiusa. Ho un’anima veramente strana io, per me tutto deve avere un senso, sennò mi ritiro dal gioco.
Ho cercato senso sempre a tutto: agli incontri, come questo di stasera; alle parole, quando ogni tanto scrivo qualcosa; ai sogni, affinchè si possano realizzare e ricordare quelli più belli; ad un lavoro che spacca la schiena: il mio. Persino la forma di un sasso o il volo di una farfalla in un preciso momento deve avere un senso. Sarà la mia testardaggine o la mia pignoleria, l’avercela con il mondo intero rinchiuso nella mia solitudine, il mio tenermi tutto dentro, ma con questa mania di trovare il senso scelsi alla fine un lavoro che mi aveva messo di fronte alla sconfitta della vita: badante di un fratello abbandonato su un letto, in preda a sofferenze fisiche e mentali di notevole importanza, alla quale nessun dottore, prima di allora, era mai riuscito a trovare una cura adatta per alleviare la malattia, oppure farlo riprendere un po’ e dargli un po’ di sollievo. Molti, fra cui parenti e conoscenti, mi dicevano che ci vuole pelo sullo stomaco ed è la più brutta cosa che abbia mai sentito dire! Alcuni hanno detto anche “Poverino!”, altri “Com’è buono!”.
Boh, era normale, almeno per me! Io avevo un segreto nell’approccio con mio fratello, un segreto che non si può stare a spiegare, so solo che i sorrisi più belli li avevo ricevuti in quei momenti di intimità che per me si chiamava servizio. Già mi stavo costruendo un tesoro per il futuro: io e mio fratello da soli in quella casa, che poi ormai era diventata la mia di casa. Ogni volta che gli stavo vicino, immaginavo di vedere vicino a lui gli angeli, a quella pena cercavo di nuovo di dare senso, ma era come darlo a qualcosa che nemmeno io so cosa può essere. A tutti loro, a quelli che mi sono stati vicini in quei momenti, avevo chiesto nel silenzio del mio cuore di non dimenticarmi e quando sarebbe stata la mia ora, di venirmi incontro per farmi coraggio e compagnia, ma quella volta vicino a me non c’era nessuno, così come stavolta qua vicino a me al freddo, non c’è nessuno. Nella mia mente, a mano a mano, lì vedo uno per uno e tutti insieme venirmi incontro con grandi feste e carezze e io ho così trovato il senso anche alla morte, dato che tutte queste cose che io penso o che faccio, oppure quelle che mi attanagliano me le tengo tutte dentro. Infatti in molti mi hanno ribattezzato come “il ragazzo che si teneva dentro tutto”.
Un nome strano! Strano come me che non capisco ancora il perché di questa porta chiusa, da dove fino a poco fa sentivo un forte rumore e vedevo delle luci intense, poi una voce e ora più nulla da quasi cinque minuti!
È pure strano che essendo qua davanti, da quasi mezz’ora, io pure non abbia ancora osato bussare, né tantomeno suonare.
Sarà la timidezza o la vergogna? Non lo so nemmeno io, ma a me suonare un citofono o bussare a una porta non mi era mai piaciuto.
Se lo avessi fatto, a quest’ora avrei potuto essere già davanti al caldo fuoco del camino e non al freddo come ora.
Il punto è che la mia parte razionale non va di pari passo con l’azione e quindi vivo in una sorta di immobilismo generale.
Io credo che le cause e gli effetti che mi portano ad essere così sono spesso simili. Sono le reazioni che cambiano di persona in persona e questa diversità molto probabilmente, non me la saprò mai spiegare.
In quest’ultimo periodo piango sempre. Piango esageratamente per ogni piccola emozione che avverto dentro di me, credendo che la mia “malattia” del pianto abbia subìto un’ulteriore evoluzione e non so dove mi porterà, “Forse al suicidio!”.
Non credo e non ho questo coraggio! Quindi vivo in questa gabbia che noi essere umani abbiamo chiamato “vita”. A volte mi chiedo se questo mio intimo sentire, non sia una reazione adeguata allo schifo di questo mondo, perché la psicologia deve costringermi ad accettare di navigare nella merda. Sembra un discorso cinico, ma mi domando perché in ogni cosa bisogna sempre trovare il lato positivo.
Quello che voglio dire è, chi ha stabilito che la vita è bella e bisogna viverla?
Se non lo fosse e qualcuno mi dimostrasse con prove inconfutabili una realtà diversa da quella che sono abituato a sentirmi dire, ci sarebbero i suicidi di massa?
Non credo! Prevarrebbe, ancora una volta, quella parte positiva, insita nell’essere umano, che ci farebbe accettare anche il marcio pur di sopravvivere.
I miei problemi soltanto sono depressivi, vi basta consultare il termine depressione e troverete la mia descrizione, anche se ci sarebbe da aprire un altro discorso sugli stati emozionali e sulle loro definizioni.
Mi sento triste e penso di avere bisogno di un dottore o di uno psicoterapeuta, non so come trovare la persona adatta a me, insomma una persona veramente competente degna di essere chiamata “dottore”.
Credo nel dialogo, nella comprensione e nella consapevolezza dell’uomo, in quanto nel primo pomeriggio quando avevo sentito al telefono il mio carissimo amico Andrea per accordarmi, mi aveva detto solo “Fatti trovare in Via dei Platani numero 15 per le ore 19. Noi minuto più, minuto meno, saremo tutti lì!”, assieme ad altre elucubrazioni che ci eravamo fatti, ma a distanza di poco più di mezz’ora ancora non ho visto nessuno. Io pure, da tonto, non ho chiesto nulla su chi c’era e chi non c’era. Sono venuto qua ed ora sono al punto da capo.
Vorrei chiamarlo o mandargli un sms, ma la sfortuna vuole che in questa zona non ci sia rete. Ci sarebbe la casa di fronte, ma le finestre sono tutte buie, segno che non c’è nessuno e penso a questo punto che hanno ragione a chiamarmi “il ragazzo che si teneva dentro tutto”, ma io non sono più nemmeno “Mic”, ne tanto meno “Michè”, in quanto non sono nulla!
Infatti, sono solo un buono a nulla, un inutile, uno che si fa mille seghe mentali per ogni cosa, quando dovrei parlare e farmi valere, invece non faccio mai nulla!
“Se il mondo cade, io non mi sposto, lascio che mi cada addosso senza spostarmi!”.
A questo punto mi torna in mente di nuovo la scena del film, quando Pat e Billy, da amici uniti che erano, si divisero, fino alla morte dell’anziano sceriffo e in quelle scene del film mi ci vedo ed è come se con i miei compagni di classe, fossimo dapprima tutti come Pat e Billy, infatti rimanemmo insieme cinque anni, poi, dopo la laurea, ognuno per la strada sua, per poi, dopo quasi quindici lunghi anni, riunirsi di nuovo. Su questo riunirsi, io ora mi vedo nei panni dello sceriffo Slim che alla fine del film muore; e anche io sto morendo, ma di freddo a rimanere qua fuori, il sangue è come se si fosse fermato e nemmeno il cuore lo sento più battere.
La neve che nel frattempo si è trasformata in una bufera, ha ricoperto di nuovo la strada, per l’alzarsi del vento gelido, i piedi e le mani non me li sento più, il freddo mi è penetrato oltre il giubbotto e mi è ora giunto fino alla pelle.
Le orecchie pure si sono congelate e il naso ho l’impressione che si stacchi da un momento all’altro, i rumori del traffico della città non si sentono più, non sento più nulla attorno a me, sento solo tanto silenzio e mi sento pian piano morire.
“Dio che freddo! Ma chi me lo ha fatto fare venire qua e stare quasi un’ora fuori dalla porta!”.
Potrei benissimo chiudermi in macchina e accendere il riscaldamento per scaldarmi un pochino, oppure potrei anche benissimo mettere in moto e tornare a casa da mio fratello e chiudermi di nuovo nella mia solitudine, ma io no! Voglio aspettare lì che qualcuno o qualcuna dei miei compagni di classe arrivi e mi veda, così da bussare assieme alla porta ed entrare, almeno se apriranno, lascerei parlare la persona con cui mi presenterò.
A starmene qua al freddo ora mi viene la paura di ammalarmi di influenza, dalla quale solo da poco sono guarito, ma poco dopo mi passa per la testa che se non fosse venuto nessuno sarei morto sicuramente di freddo.
Vivo sempre in un continuo stato d’ansia, con eccessiva preoccupazione per la mia salute. Sto sempre concentrato sul mio corpo e faccio caso a qualsiasi sintomo, anche piccolo, più ci penso e più i sintomi si amplificano. Ci sono periodi che mi sento meglio e questi attacchi mi vengono di meno, ma la maggior parte delle volte vivo sempre con questo stato d’ansia; il fatto è che aggiungo sempre a tutto, la preoccupazione di più malattie.
Più passa il tempo, più si aggiungono malattie che mi mandano in ansia, ci sono sempre delle new entry, la cosa brutta e devastante che come comincio a preoccuparmi per una malattia, vado subito a informarmi su quest’ultima tramite internet, riviste, ecc..
La cosa allucinante è che mi ritrovo sempre nei sintomi della malattia in questione, mi sembra che corrisponda ai sintomi che mi sento addosso, poi più passano i giorni, più me li sento e praticamente somatizzo tutto in una maniera allucinante.
Ultimamente mi sono fissato di avere una malattia alle ossa. Sento tutti dolori addosso, sto sempre in continua tensione e apprensione sul mio corpo e percepisco ogni singola sofferenza.
Mi è capitato in passato, con la paura delle altre malattie, di sentirmi male fisicamente. Ma ci sono giorni che mi convinco di essere malato e crollo ancora di più. Praticamente è un circolo vizioso dal quale non esco più, io però non voglio ricorrere ai farmaci, voglio cercare di farcela da solo, magari con l’aiuto di uno psicologo.
Mentre aspetto che qualche buon'anima giunga, decido di tenere lo sguardo immobile per mettere a fuoco un punto lontano, attraverso il quale speravo di vedere qualche auto di qualche amico o amica, ma nulla, ancora niente!
Da quando ho smesso con l’università, sono rimasto in contatto solo con Andrea, con cui mi ero sentito velocemente prima di giungere qua. Oltre a lui, anche con la mia cara amica Alessandra; al di fuori di loro, ho avuto solo pochi amici e amiche.
Comunque anche quando ero attorniato dalle ragazze e i ragazzi della scuola, era per me un problema relazionarmi a causa della mia timidezza. Non mi piaceva parlare molto, solo che se mi giravano le scatole diventavo intrattabile e non ne avevo per nessuno.
Anche da piccolo ero timidissimo, ora di meno. Ci sono volte in cui non sembro per niente timido, ma altre volte sì.
Mi agito soprattutto quando devo uscire con qualcuno o qualcuna, perché non so che dire, non mi viene in mente nulla, quindi metto a disagio anche l’altra persona, la quale mi guarda strano, così voglio solo andarmene.
Comunque quando esco con amici con cui c’è feeling, già dal primo incontro è facilissimo per me fare amicizia e relazionarmi, mi vengono tante cose di cui parlare e tante cose da dire, quindi ci troviamo bene; con altri invece mi sento bloccato e un buono a nulla.
Togliendo Andrea e Alessandra, da tempo vivo nella solitudine.
Avevo solo conoscenti che avevano già degli amici con cui uscire, infatti non esco quasi mai di casa, forse proprio per questo; se a volte esco è perché mi annoio di stare sempre al chiuso, ma quando esco mi sento terribilmente solo, come ora!
L’unica cosa che mi tiene un po’ su, è ascoltare la musica mentre mi trovo in giro. Ormai è solo lei la mia unica e grande amica e quando guardo gli altri ragazzi della mia età uscire in gruppi, oppure con qualche amico o amica, mi ricordo di nuovo che sono solo, tutti frequentano qualcuno, io nemmeno uno. Mia madre a volte mi diceva:
- “Esci da solo Michele?” - “Si!”, le rispondevo. - “Perché?”. - “Perché voglio cambiare aria o guardare qualche negozio!”. - “Ma perché esci da solo? Ti piace così tanto uscire da solo? Come fai?”. - “Si, mi piace uscire da solo, mamma! Non mi importa se sono da solo! Sto bene così e tutto è normale per me e mi distraggo”.
In realtà non era vero che non mi importava, come non era vero che mi piaceva uscire da solo, ma non le dicevo la verità, perché non volevo che mi vedesse come un poveraccio che non ha nessuno, non volevo sentirmi in basso, perciò facevo finta che non mi importava se uscivo da solo e così facevo il duro con lei.
Con il tempo pensavo che lei se ne fosse accorta, ma invece non era così e questo contribuiva a farmi stare ancora peggio.
Ero quasi sempre depresso, a volte facevo finta di non sentimi triste, per lo meno quando c’era lei.
Nelle poche volte in cui uscivo, le persone che avevo attorno erano troppo diverse da me, nel senso che erano poco riflessive, pensavano solo a divertirsi e io amavo e amo ancora oggi il country e il rock, loro no!
Amo gli animali, invece a loro non interessano, insomma incontro sempre delle persone che non hanno i miei stessi gusti.
Vorrei trovare degli amici che mi capiscano, che magari siano un po’ dark, ma soprattutto che siano veri amici e che prendano le cose sul serio; vorrei tanto uscire con persone che siano intorno alla mia età e stare bene con loro, ma mi annoio a volte e sono ormai stanco di fingere.
Non sono felice, sono sempre di più alla ricerca della felicità, come fa ogni uomo, ma forse sono io l’unico a trovarsi in questa condizione.
Ogni giorno che passava mi chiedevo se la mia vita sarebbe stata sempre così o se sarebbe cambiata un giorno.
Non volevo rimanere da solo per sempre, non sapevo cosa fare, tanto non cambierà mai niente: la solitudine, la confusione, la disperazione e la tristezza mi stavano consumando e logorando.
In tutto questo, mi sentivo invadere da un senso di rabbia mista a delusione, dentro di me faceva un freddo intenso, più freddo di quello che sento qua fuori. Preso dalla rabbia, come sono solito fare, chiudo gli occhi, serro le mascelle, faccio il vuoto del mondo intorno a me e respiro lentamente. Stavo per contare fino a trenta e se al trenta la macchina di qualcuno non fosse comparsa, oppure se da dentro la casa non si fossero accorti di me e quella maledetta porta non si fosse aperta, avrei preso la mia macchina e me ne sarei tornato a casa…
“Allora:
1…2…3… Ancora niente!
4… 5…6…7…8… 9… Dai, bastardi, arrivate! Qualcuno mi apra…!
10…11…12…13…14…15… Allora quanto state……?!
16… 17…18… Per favore, aprite!… Cazzo, dai, qualcuno mi ascolti… ...!
19…20… 21… Dio, se ci sei almeno tu, mandami un segnale, ti prego!
22…23…24…25………………”.
<< “Driiiin!” >>
“Oddio, la sveglia suona di già!”.
A fatica mi alzai dal letto, ero quasi imbarazzato, l’avevo atteso tanto questo giorno e a furia di studiare era arrivato in un baleno, senza che me ne accorgessi.
Quella mattina mi laureavo in medicina!
Mi svegliai alle quattro in quel giorno datato undici luglio, non riuscivo più a riaddormentarmi, continuando a girarmi e rigirarmi nel letto.
Alle cinque mi alzai, feci la barba e una doccia, poi andai a salutare mia mamma e mio fratello, dando un bacio a entrambi e mia mamma mi disse:
- “In bocca al lupo per oggi Michele! Non so se più tardi riuscirò a venire, ché mi sento come se avessi gli attacchi di panico per la forte emozione!”.
- “Crepi il lupo mamma! Comunque non ti preoccupare, se non ti senti rimani a casa, poi stasera ti racconto quando tornerò”.
- “Ci proverò, ma non ti assicuro nulla! Se proprio riesco chiamo il tuo amico Andrea e mi faccio accompagnare da lui, ok?”.
- “Va bene mamma, come credi!”.
- ”Ora vai, sennò fai tardi e ricordati: dai il meglio di te!”.
- “Ok mamma!”
- “Ciao Michele, buona giornata e tanti auguri ancora!”.
- “Grazie mille! Ciao mamma!”.
Così mi fiondai in strada con uno zaino a spalla e una borsa a tracolla, presi il primo bus che avrebbe iniziato la corsa mattutina delle ore 6:15 e con gli auricolari nelle orecchie ascoltavo le canzoni di Johnny Cash , almeno la musica country mi rilassava, facendomi sognare e fantasticare.
La sua voce profonda, baritonale, su quelle note calde e ritmate mi catturò, facendomi passare il tempo velocemente, molto più veloce della nottata appena passata.
Arrivai così alla facoltà di medicina di Ancona, superpuntualissimo, anzi con molto anticipo, ma già un po’emozionato: erano le 7:30 di mattina.
Feci colazione al bar di fronte all’università, con cornetto al cioccolato e cappuccino, poi finalmente entrai nella scuola, mi diressi verso il bagno e mi cambiai.
Una spruzzata di pino silvestre, poi, mentre mi guardavo allo specchio, mi sentii tremendamente imbecille, per quanto mi sentivo formale.
Sapevo che era una laurea e dovevo essere formale, ma non mi sentivo a mio agio con la giacca addosso, ma dovevo fare bella figura, oggi. La giacca di solito ero abituato a metterla a qualche pranzo o cena importante e dentro me pensavo a quanto sarei risultato ridicolo con questa giacca sui pantaloni neri e con sotto una camicia bianca e una cravatta rossa.
Poi mi consolai vedendo altri ragazzi eleganti, tutto mi passò e mi rassegnai, ma vidi anche ragazze conciate come Jennifer Lopez, quindi pensai che almeno io ero formale, ma sobrio.
E poi io nella mia tracolla, avevo anche il caffelatte preparatomi da mia mamma prima di uscire di casa, il mio peluches di pezza con cui dormivo fin dall’età di tre anni e che era sempre stato il mio portafortuna!
“Oddio, questa forse non dovevo dirvela! Vabbè, pazienza!”. Così iniziai a passeggiare ininterrottamente su e giù, lungo il corridoio, fino a quando, verso le nove, arrivarono Doriana, la mia ragazza, Alessandra, la mia amica e assieme a loro, il mio carissimo amico del cuore, Andrea.
Erano gli unici che al momento erano venuti a vedermi e ascoltarmi.
Mia mamma a malincuore, come poi notai, non c’era, poiché al mattino soffriva di attacchi di panico, quindi le suggerivo sempre, se poteva, di restare a casa. Invece le mie altre poche amiche e amici erano in pieno periodo esami o tirocinio.
- “Buongiornissimo amore! Dormito bene?”.
- “Buongiorno Dory, sì ho dormito benissimo, mi sento un pochino teso, ma tutto sommato sono rilassato”. A quel punto ci abbracciammo e ci baciammo.
- “Sei fichissimo con questa giacca!”.
- “Grazie Dory, anche tu lo sei. Sei la ragazza più bella del mondo oggi!”.
- “Grazie amore!”.
Quel giorno la mia splendida Doriana indossava un tailleur tutto bianco, quasi come una dottoressa, con sotto una camicia in seta blu scuro, da dove si vedeva sporgere il suo bel seno.
Doriana e io eravamo fidanzati da quasi due anni, la conobbi qua, al corso di medicina e tra noi fu subito attrazione.
Sempre distintamente elegante e cordiale, la sua piccola e gracile persona stava tutta in 160 cm di altezza, occhi e capelli scuri, sempre solare e spensierata, per me era come una sorella.
Di bello mi colpì da subito il suo sorriso contagioso, i suoi bianchissimi denti e quegli occhi luminosi che le donavano luce e calore, infondendomi sicurezza e un po’ di ottimismo.
Mi ricordo che ero in procinto di ascoltare una lezione, quella mattina che la vidi la prima volta, avevo preso posto e ne aspettavo l’inizio, quando una voce mi disse:
- “Posso sedermi qua?”.
Io acconsentii e da lì facemmo conoscenza.
- “Piacere, Doriana Marinelli!”.
- “Piacere mio! Io sono Michele Rovito!”.
Così quell’anno, l’università l’ho frequentata oltre che per me stesso, anche per un altro motivo: perché c’era lei.
Per me era un motivo più che sufficiente per alzarsi alle cinque del mattino, avevo fissato con lei il mio posto abituale di ritrovo: all’angolo della scuola dove ci vedevamo sempre prima di andare a lezione, dove ci baciavamo.
Lei veniva elegantissima, si sedeva sempre vicino a me, era ormai un’abitudine la nostra, ci guadavamo un attimo solo e ci davamo un altro bacio, ma a me quell’attimo mi bastava per capire tante cose.
Sicuramente lei aspettava che io facessi la prima mossa, che le parlassi o che la invitassi, invece io aspettavo che la facesse lei, perché mi vergognavo troppo. Alla fine nessuno dei due l’ha mai fatta quella benedetta mossa per la prima settimana: “Buffo eh?”.
Ma questa storia era una costante della mia vita, ero sicuro che ci doveva essere una morale in queste mie storie, ma non riuscivo proprio a trovarla.
Così, uno dei giorni successivi, mi decisi e decisi di agire: a fine lezione la invitai a pranzo e lei accettò.
A pranzo parlammo molto di noi e degli studi, così successivamente, continuavamo a vederci tutti giorni e…
- “Falli secchi, Mic! Fai sentire a tutti chi sei e metticela tutta!”... Le parole di Alessandra mi riportarono alla realtà, distogliendo il mio fantasticare mentre ricordavo la storia di me e Doriana.
- “Si, certo Ale! Mi sento carichissimo in questo momento!”, risposi e anche con molto imbarazzo, dopo aver sussultato un attimo, dato che stavo sognando ad occhi aperti.
- “Dai Mic, dai il meglio di te! Hai atteso tanto questo momento! E quando sarà il momento spaccagli il culo al Presidente di commissione!”. Mentre mi dice questo, come è sempre solito fare, Andrea mi dà l’immancabile coppino sulla spalla.
- “Puoi starne certo Andrea!”.
- “Io vado dentro a prendere posto!”, dice Alessandra.
- “Ti seguo anche io, Ale!”, replica Andrea, seguendola.
- “Ok, va bene, ci vediamo dentro ragazzi! Io vado a fumarmi una sigaretta e tra poco vi raggiungo!”, rispondo a entrambi.
- “D’accordo! Bye Michè, a dopo!”.
- “Ciao!”.
Così in attesa che giungessero le undici, dato che avevo ancora tre quarti d’ora di tempo, andai fuori con Doriana a fumare:
- “Mi accompagni fuori?”, le chiesi.
- “Certo amore che ti accompagno!”, rispose lei, ammiccando con un sorriso.Estrassi dalla mia giacca il pacchetto di Marlboro, mi portai una sigaretta alla bocca, poi, proprio mentre mi stavo cercando l’accendino, sentii sfilarmela.
- “Oggi niente sigaretta, amore, altrimenti puzzi tutto di fumo!”, disse Doriana, preoccupandosi di me, della mia salute, della mia persona, poiché voleva che facessi bella figura.
- “Hai ragione amore, non ci pensavo!”.
A quel punto ci sedemmo, la abbracciai stretta a me e scoppiai a piangere.
- “Cosa c’è Michele, come mai piangi? Sei emozionato?”.
- “Piango perché mi spiace per mia mamma che non può assistere alla mia laurea!”.
- “Mi spiace! Cosa ha?”.
- “Da stamattina ha ogni tanto attacchi di panico per l’emozione e le ho detto di rimanere in casa e fare come meglio credeva!”.
- “Si, certo, capisco!”.
- “Mi ha detto poi se riusciva a venire, sarebbe venuta con Andry, ma vedendo lui e Ale ho capito subito che non ce l’ha fatta ed è rimasta a casa”.
- “Ha fatto bene a rimanere in casa se non se la sentiva, almeno assiste Luca!”.
- “Si, infatti”.
- “A proposito, come sta tuo fratello?”.
- “Sempre uguale! Sta diventando a momenti un vegetale! Sta su quel letto buona parte della giornata, senza mai dire nulla e a volte mi spiace vederlo soffrire!”.
- “Lo so! Spiace anche a me vederlo così!”.
- “Spero solo che se dovesse continuare a soffrire così, Dio se lo prenda e se…”. Le parole di Doriana mi interruppero:
- “No Mic! Non devi pensare questa cosa! Dio non se lo deve prendere! È Dio che lo sa… Se è ancora con voi vuol dire che non è ancora giunta la sua ora, quindi non dire cazzate!”
- “Hai ragione Dory! Sai però, vederlo soffrire mi angoscia! E non poco…!”.
- “Lo so amore, però è sempre tuo fratello!”.
Doriana mi consolava abbracciandomi e dandomi baci sulle guance ed io tremavo come una foglia per ciò che le avevo detto poco prima.
- “Pensa solo alla laurea ora, amore! Loro sono a casa e fanno il tifo per te! Dai asciugati gli occhi ora ed entriamo che mancano pochi minuti alle 11”.
- “Sì, ok!”.
- “Mic...”.
- “Dimmi, Dory!”.
- “Grinta e tenacia, ok? Dai il meglio di te!”.
- “Ok, amore!”.
- “Bravo! Così mi piaci! Deciso e determinato!”.
Ci baciammo nuovamente e così, pieno di ottimismo entrai nella sala.
Nell'aula, ormai quasi tutta gremita di studenti, di parenti e amici vari, aspettai il mio turno con più pazienza possibile. Doriana mi scattava foto proprio quando io non volevo e la mia amica a fianco mi parlava dei progressi fatti col videogioco del padrino, dicendomi essere la sua nuova occupazione nel tempo libero. “Vai a capire certi gusti, su certi giochi!”.
Finalmente alle 12:10 mi chiamarono, ero terrorizzato perché sapevo che la mia prof era una nonnina dolcissima, ma la presidentessa di commissione era una grandissima stronza. Inoltre ero anche il primo del mio gruppo e questo mi inquietava perché volevo vedere almeno una persona prima di me. Ed ecco che la presidentessa mi chiamò:
- “Venga ora il candidato Michele Rovito che presenterà la tesi sull’importanza dei farmaci per i malati terminali di tumore”. Così mi alzai ed ecco che feci subito due gaffe: come mi sono alzato, sono arrivato barcollando fino al tavolo. Lei mi guardava, non sapevo che fare.
“Mi siedo, no? Sì… No… Eh, no!”.
Con un tono veramente di merda, mi disse, guardandomi, che era lei a dovermi presentare e a darmi il permesso di sedere.
Rifeci il teatrino, mi sedetti già mortificato per il mio inizio, ma non bastava…
Tutte le professoresse alzarono la testa e mi guardarono in silenzio, come se
aspettassero qualcosa, quindi io cosa feci?
Dal momento che avevo un microfono davanti, iniziai a parlare, partii con
l’introduzione, spiegando perché avevo scelto di fare la mia tesi sull’importanza dei farmaci per malati tumorali. “Ma no! Anche qui sbagliai!”.
La presidentessa mi fece la predica con tono hitleriano, sul fatto che il cerimoniale voleva così e cosà, poi disse che era lei a dovermi dare la parola e che potevamo almeno guardarci qualche laurea avvenuta prima della mia, nelle settimane scorse.
Io avrei voluto risponderle che di lauree ne avevo già viste sei: appena due mesi prima avevo assistito a quella di Doriana quando si laureò anche lei in medicina, mentre le altre a cui avevo assistito erano state tutte con la mia stessa professoressa.
Solo che il presidente di commissione prima era un altro prof. e non aveva fatto fare tutte queste cerimonie, anche perché figuriamoci se io volevo fare figuracce proprio alla mia laurea! Era logico che se l’avessi saputo mi sarei comportato di conseguenza, solo che data la mia posizione, potevo dire solo un “mi scusi”, a testa bassa, tutto mortificato! Per fortuna intervenne la mia prof, difendendomi, spiegando alla presidentessa che ero nel panico, cosa a cui qualunque essere umano sarebbe arrivato, poi mi disse d’interiorizzare le parole dell’altra insegnante e di restare sereno durante l’esposizione. Fu a quel punto che mi annunciò:
- “Ricordo al presidente di commissione che Michele, che è qua davanti a noi, è un ragazzo particolarmente brillante, anche se timido e a volte dubbioso, si è sempre applicato con proficuo impegno negli studi che ha condotto, con valutazioni di profitto sempre attorno al 30, cosa che non è che si verifichi con molta frequenza!”.
A quel punto le parole della presidentessa:
- “La prego Michele di essere conciso e determinato, ha solo dieci minuti di tempo!”.
Così parlai, parlai per dieci minuti senza sosta, non un minuto di più, avrei avuto tante altre cose belle e interessanti da dire, ma il tempo che mi era stato concesso era quello. Mi accorsi poi, che mi tremavano tantissimo le gambe, la voce avevo paura che se ne andasse, ma feci finta di niente e andai avanti fino alla fine.
Alla fine del tempo mi fermarono e mi mandarono via, ed io mi andai ad accasciare su un’altra poltroncina, senza smettere di pensare alla figuraccia di merda che avevo fatto e rimanendo ad ascoltare le altre lauree. Le trovavo noiose da morire e mi domandai: “Ma come hanno fatto a fare delle tesi su degli argomenti così noiosi?”.
Poi fra me e me pensai e mi decisi che la mia tesi era la più bella ed ero convinto di non avere annoiato il pubblico così tanto, sempre che qualcuno mi avesse ascoltato:
“Bello che cerco di auto-incoraggiarmi da solo, vero? Quanto mi sento patetico! Michele mi fai schifo!”. Alla proclamazione ero terrorizzato, non riuscivo a muovere un passo, pensavo di sbagliarmi di nuovo e sentii a malapena le parole che mi dissero, ovvero che ora ero un Dottore e che ero passato con il punteggio di 110 e lode, che tanto non faceva nessuna differenza, perché io non mi sentivo affatto laureato, anzi, mi sentivo uguale a prima e per giunta molto umiliato ripensando di nuovo alla figuraccia fatta e pensando anche a mia mamma che non era potuta venire. Appena uscii fuori ecco che Dory mi scattò una nuova foto, solo allora sorrisi perché mi accorsi che anche Ale, Andry ed altri amici e amiche che prima non c’erano, ora mi stavano fotografando e un po’ per il sollievo, avevo già un groppo in gola visibilissimo, pensando che ero stupido a dubitare di me!
C’erano proprio tutti ora a farmi i complimenti: Francesca, Serena, Gianna, Paolo, Pietro, Giuliano e Marco. Ero quello che aveva preso la valutazione più alta; inoltre c’era anche Marika, un’altra ragazza che si era laureata con me e con cui ero diventato abbastanza amico. Durante i nostri colloqui di fuori, anche la prof venne ad abbracciarmi e vedendomi che avevo gli occhi un po’ lucidi mi disse:
“Michele, non piangere eh!”. E io le risposi ridendo: “Ma no, no, non piango, prof!”.
Esattamente dopo quelle parole, diventai un fiume di lacrime che non riuscivo a fermare, non mi sembrava vero che era finita, la mia povera dignità era ridotta in briciole. In più mi sentivo tanto solo, mentre tutti gli altri avevano la mamma e il papà, oppure uno dei due, oppure fratelli e sorelle lì e io non avevo nessuno. E poi mi sentivo ridicolo a piangere così! Tutti mi guardavano. Doriana e Marika mi abbracciarono nel tentativo di farmi smettere, ma non ci riuscirono; le mie prime parole furono: “Voglio andare a casa!”.
“Insomma, bella figura per un neolaureato, eh?”.
E infatti io desiderai solo piangere e andare a casa dalla mamma, volevo seppellire la testa sotto il cuscino del mio letto e lì restare.
Doriana, per calmarmi, mi disse sorridendo:
- “Ti prego amore non piangere! Se fai il bravo bambino ti porto alla Feltrinelli e alla Disney store… ma non piangere!”.
Serena, che era anche una ragazza madre, mi asciugò anche lei le lacrime, alla fine, come con il suo bambino di pochi anni, si mise a farmi Gollum, il mostriciattolo de “Il Signore degli anelli”.
Io, per quanto bene ci riuscisse, mi misi a ridere, anche se volevo continuare a piangere, mi faceva tanta tenerezza il fatto che loro si mettessero addirittura a fare questo per me!
Tentai di ricompormi alla meglio, Marika mi chiamava per fare le foto anche con lei e con tutti gli altri... così dopo essermi calmato, li raggiunsi per le cosiddette foto di rito, quando all’improvviso Andrea e Alessandra urlarono ad alta voce:
- “E per Michele…!”.
E tutti in coro che urlarono “Hurrah!”.
Tutti quanti che mi battevano le mani entusiasti. E in tutta questa gioia e felicità immensa anche un’altra prof mi venne a fare i complimenti:
- “Congratulazioni Michele! Hai visto? E' stato più facile di quello che credevi e alla fine ce l’hai fatta!”.
- “Sì, vero, grazie mille prof e grazie anche per avermi difeso durante le figuracce iniziali!”.
- “Di nulla! Per lo studente più bravo non potevo certo tirarmi indietro. Chissà come sarà contenta tua mamma!”.
- “Vero prof, ha ragione! Ora la vado a chiamare e a dirle come è andata!”.
- “Vai pure Michele, è il tuo giorno oggi!”.
Così con il cuore in gola e una gioia immensa, andai alla cabina telefonica all’ingresso dell’edificio e telefonai alla mamma; dalla fretta e dall’emozione sbagliai anche numero e mi scusai all’infinito con chi rispose. Lo ricomposi con calma:
“Libero…!”.
- “Pronto?”.
- “Pronto mamma, sono Michele!”
- “Ciao Michele, che piacere sentirti! Allora dimmi come è andata?!”.
- “110 e lode mamma! 110 e lode! Ancora non ci posso credere! Oddio che emozione, mamma…!”.
- “Bravissimo Michele, sono contentissima!”.
- “Anche io mamma, non sai quanto!”.
- “Stai bene ora mamma?”.
- “Sì, va molto meglio ora! Scusami se non sono riuscita a venire, ma Luca poco fa ha avuto un’altra crisi!”.
- “Mannaggia, ora come sta?”.
- “Decisamente meglio! Poco fa gli ho dato un tranquillante e ora dorme beato. Pensa a divertirti ora Michele che a Luca ci penso io!”.
- “Sì mamma, certo!”.
- “Per cena torni a casa?”.
- “Non so, in caso più tardi ti richiamo e ti dico!”.
- “Ok, va bene! Ciao Michele!”.
- “Ciao mamma!”.
Appena tornai dai miei amici e amiche, venni subito accolto da Doriana con entusiasmo, mi abbracciò tutto quanto, facendomi ancora i complimenti e
Andrea iniziò a gridare a tutta voce:
“Bacio! Bacio!...”, proprio come si fa a un matrimonio e tutti gli altri gli fecero da eco.
A quel bacio tutti si misero a urlare, per far sentire la loro gioia per la mia laurea.
Subito dopo Doriana propose a tutti di andare a mangiare al McDonald’s, idea che piacque e che tutti apprezzarono.
Così dopo dieci minuti arrivammo e ci accomodammo; nonostante fossimo in dodici c’era posto per tutti.
Durante il pranzo era tutta una gioia immensa e tutti quanti non facevano che farmi le congratulazioni di continuo.
Andrea, da buon fotografo, mi scattava foto a più non posso e animava tutti quanti con la sua energia; Doriana mi era sempre vicina e non mi mollava un attimo, così io potevo ammirare sempre il suo sorriso e la gioia che sapeva darmi e condividere tutto con lei. A furia di baci ormai avevo il viso pieno di rossetto!
A fine pranzo ci ha raggiunti Angela, la quale, con la complicità di Alessandra e Andrea e di tutti gli altri, mi ha portato una torta gelato ricoperta di panna montata e frutta, con al centro la scritta “Auguri Dottore!”.
Io stupito chiedevo:
- “Come facevate a saperlo?”.
E Gianna, sorridendo, mi disse:
- “Conoscendoti, tutti sapevamo che ce l’avresti fatta alla grande, visto che durante l’anno sei stato sempre il migliore, quindi davamo tutto per scontato!”.
- “Grazie amici, voglio bene a tutti voi!”.
- “Non fare che ti metti a piangere di nuovo come una femminuccia eh!”, disse Giuliano dal fondo del tavolo.
- “No, no! Ora non piango più Giuliano! Stai tranquillo!”.
Così ci gustammo il dolce e dopo esserci presi anche un caffè, con un bus andammo tutti quanti in giro per Corso Garibaldi, nel centro di Ancona, a divertirci.
Così passammo, tutti assieme, il pomeriggio, fino a quando da Piazza Kennedy vedemmo dal porto illuminato, il rosso sole che stava tramontando e ci accorgemmo che il giorno lentamente stava volgendo al termine.
A quel punto, prima di concludere quella giornata memorabile, andammo a farci un apericena in Piazza Del Papa e qui di nuovo festa e gioia!
A fine serata, tutti quanti dovettero fare ritorno a casa, ma prima di salutarci, piombai di nuovo nella mia tristezza e nel mio sconforto, sapendo che domani mattina mi aspettava un nuovo giorno, una nuova vita, un lavoro da cercarmi.
Ci salutammo tutti quanti con immensa gioia e calore, fino a quando, prima che ognuno fosse sulla propria strada, si fece avanti Marco che disse:
- “Che ne dite se ci facciamo una foto di gruppo e poi ci scambiamo i numeri per restare in contatto?”.
- “Buona idea!” replicò Gianna.
Così ci scambiammo tutti quanti i numeri e a un certo punto Francesca propose:
- “Che ne dite se tra un anno ci troviamo di nuovo tutti assieme e passiamo un’altra giornata come questa?”.
- “Si, certo, buona idea!”, rispose Marika, a cui seguirono poi i sì di tutti gli altri.
Così dopo quell’ultimo abbraccio, ci salutammo di nuovo e ognuno raggiunse la fermata del proprio bus, oppure tornò all’università per riprendere la propria auto e fare ritorno a casa.
Io e Doriana, con Alessandra e Andrea e altri, prendemmo il bus che passava vicino all’università, anche perché durante il viaggio di ritorno mi dissero che avevano la loro auto parcheggiata lì, inoltre Doriana mi disse che mi avrebbe accompagnato a casa lei.
Una volta tornati all’università, salutai Alessandra e Andrea, proponendo loro di rivederci il prossimo fine settimana e salii sulla Fiat Uno di Doriana per fare anche io ritorno a casa.
Durante la strada, Doriana continuava a deliziarmi di complimenti e gioie immense, baci e carezze. Appena arrivati le chiesi se le andava di scendere ed entrare per stare ancora un po’ in compagnia, lei annuì e scese dall'auto ed entrammo in casa.
Appena mia mamma mi vide, mi corse subito incontro e mi abbracciò fortissimo, dai suoi occhi chiari vedevo trasparire tutta la felicità e con voce balbettante ed emozionata disse:
- “Co-co… Complimenti Michele!”.
- “Grazie mamma!”.
- “Ero sicura di te!”.
- “Io non tanto mamma!”.
- “Dai Mic, sei stato fantastico!”, replicò Doriana.
- “Ehi, ciao Doriana, mi fa piacere rivederti, come stai?”.
- “Sto benissimo! Anche a me Manuela fa piacere ritrovarla! Michele è stato fantastico e ha messo a tacere tutti quanti!”.
- “Sì, infatti e mi fa piacere!”.
- “Luca è a letto?”, chiesi incuriosito.
- “Sì Michele, si è addormentato poco fa. Ti ha aspettato con gioia, poi non ce l’ha fatta più ed è crollato!”.
- “Non fa niente mamma, poi domani mattina glielo farò capire anche a lui!”.
- “Mangiate qualcosa ragazzi?”, disse mia mamma.
- “No, mamma, abbiamo mangiato poco fa e siamo tutti e due sazi!”.
- “No, grazie Manuela, siamo molto sazi!”, replicò Doriana.
- “Come credete! Io ragazzi vi saluto che vado a letto, mi sento stasera!”.
- “Tutto bene mamma?”.
- “Sì Michele, tutto bene, non preoccuparti! Sono solo stanca, tutto qua!”.
- “Va bene, 'notte mamma!”.
- “'Notte Signora!”.
- “'Notte a voi ragazzi!”.
Così mia mamma si ritirò a testa bassa nella sua stanza e io andai in cucina con Doriana:
- “Ti fermi un pochino Dory?”.
- “No, amore, sono stanca anche io! Oggi per me è stata una giornata lunga, ma intensa ed emozionante, perché il mio amore da oggi è Dottore!”.
A quel punto mi abbracciò e ci stavamo dando molti baci affettuosi. Sentivo i suoi seni sul mio corpo e provai un piacere indescrivibile.
- “Ti amo Dory!”.
- “Anche io Mic! Hai dato il meglio di te oggi! Complimenti ancora Dottore!”.
- “Grazie Dory! Sei tutta la mia vita Dottoressa!”, feci io per fare una battuta scherzosa.
- “Anche tu, Mic, sei la mia vita! Non ti cambierei con nessun altro al mondo!”.
Nel parlarmi aveva gli occhi piccoli e stanchi, ma nel suo sorriso luminoso di ragazza di 23 anni vedevo un volto colmo di gioia ed entusiasmo, sembrava quella sera dimostrarne molti meno.
Così accompagnai Doriana alla sua auto e ci baciammo ancora intensamente.
Avrei voluto averla sempre vicino a me, anche ora che era notte, per passarla con lei, quando a un certo punto mi disse:
- “Ora Dottore, le dico che la sua Dottoressa deve andare. Ci vediamo domani per la visita, ok?”.
- “Ok Dottoressa! Buonanotte e sogni d’oro!”.
- “Grazie! 'Notte anche a te Dottore!”.
Mise in moto la sua auto e rimasi lì fuori ad aspettare che le sue luci si allontanassero e sparissero nel buio.
Solo allora entrai in casa, mi sentivo ancora un po’ triste, ripensando alla mia figuraccia fatta al mattino, ma nel frattempo cercai di accettarla e pensarla con filosofia. Mentre ero in camera, mi giunsero altre telefonate di complimenti da parte di alcuni parenti e cugini. Ed ecco, finalmente, che questa giornata giunse al termine, mi ero comportato come un bambino di quattro anni e per tutta la giornata mi ero sentito tale, altro che Dottore!
“Ora spengo la luce e mi eclisso!”.
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