Novecento e altre Storie - Antonarelli Maria Teresa - E-Book

Novecento e altre Storie E-Book

Antonarelli Maria Teresa

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Beschreibung

Novecento e altre storie è un libro dagli incastri perfetti, quasi chirurgici. Esistenze che si sfiorano o si fondono, ma comunque inscindibili. Storie che si dispiegano nello spazio temporale di un secolo e più: il Novecento. Maria Teresa Antonarelli, forte di una grande abilità espressiva e abile nel costruire intrecci, disegna dei percorsi di vita genuini e autentici. Grazie ai suoi personaggi, estremamente umani e quindi fragili e fortissimi, eclettici e originali, ci parla anche di un Paese, il nostro, che ha visto migrazioni, ritorni e nuovi approdi. C’è umanità nelle sue parole, ci sono i sogni vivi e infranti di chi partecipa alla vita. Che sia da perdenti o meno.

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Veröffentlichungsjahr: 2015

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Maria Teresa Antonarelli

NOVECENTO

E ALTRE STORIE

www.startpress.it

Nativi Digitali

ISBN 978-88-99125-13-4

© 2015 Start Press - Tuscia Network srl

I Edizione Marzo 2015

Ogni riferimento a persone esistite o esistenti ed a fatti realmente accaduti è del tutto casuale.

... la vanità, quella specie di voglia smisurata di farsi ammirare, di farsi amare senza ricambiare il sentimento, che genera dipendenza, che acceca e alla lunga rende egoisti, non fa bene a nessuno, neanche allo scrittore e nelle sue parole viene fuori, trasuda da ogni virgola, da ogni aggettivo esagerato, da ogni rigo, tanto che spesso ti lasciano un sapore troppo dolce o troppo amaro, finto... Una bella cosa va scritta con leggerezza e lealtà, dev’essere come una carezza, come un abbraccio stretto, come un bacio sincero, come un amore indimenticabile o un bicchiere d’acqua fresca, non come un’autocelebrazione... Detto ciò: scrivete e datevi sempre con generosità, celebrate la bellezza in ogni piccolo gesto, siate leali sempre e la vita, se non vi sorriderà, vi farà meno paura...

Ai miei maestri di vita inconsapevoli, a quelli che mi amano, riamati, a tutti quelli che mi leggeranno con benevolenza, ma, soprattutto, a mio padre.

Il pugnale di Cecco

Raccontava mio nonno che una volta, in tempi remoti, viveva a Lupara un Signore. I poveri antenati dei luparesi erano, nolenti, a costui sottomessi. Lo chiamavano il Principe. Era molto cattivo!... Ed era brutto! Tanto cattivo e tanto brutto che ancora oggi qualche annosa nonnina lo ricorda, fingendo terrore e disgusto, ai cari nipotini, per tenerseli raccolti e buoni.

Fa molto freddo. Gli abitucci sono laceri con qualche rattoppo; il babbo e la mamma sono ai campi e la nonnina li ha in custodia. La casa è tutta lì, in quel tugurio freddo, nero e oscuro, dove non si rinnova un pizzico d’aria: i due pagliericci in disordine, qua e là alcuni sgabelli, dei grappoli di pomodori appesi insieme a qualche “scerta” di cipolle, lì in fondo, da quella mazza, pendono cinque filari di peperoni secchi. In quel piccolo buco nel muro un piatto di stagno sfettucciato contenente un pezzo di baccalà; vicino a questo piatto una bottiglia ricoperta di polvere che non lascia intravedere il contenuto. In quell’angolo, con a destra il misero focolare e alle spalle un forno sconnesso, sta accovacciata la povera vecchia. Quell’angolo una volta era di sua madre; una volta, ancora più lontano nel tempo, di sua nonna; prima ancora era della bisavola e così via. Qui da noi pure allora ci tenevano a certe eredità... Ma lo sguardo della nonna è fisso sui tre marmocchi che vivacemente si trastullano. Eccoli ora vicino a quella mezza porta e minacciano di aprirla per darsi quindi liberi alla strada fangosa e al freddo intenso. “Il Principe! Il Principe!”. E i tre discoli, con gli occhi sbarrati, come folletti si precipitano verso la nonna e affidano le loro testine al grembo della vecchia che sa ridonare a quelle anime sconvolte la serenità con la sua protezione.

Tanto era cattivo! Tanto era brutto!

Era scapolo e viveva lassù, in quel torvo castello, con quattro sbirri. Di questi la sua longa manus era Fratiello, più brutto e più cattivo del suo stesso principale. Quando Fratiello scendeva giù per le viuzze di quell’accolta di casupole affumicate, che pure allora si chiamavano Lupara, era un mormorio sommesso di quella povera gente, un invocar Dio di quelle anime devote, un sussurrare di catenacci. Persino le galline, terrorizzate, scomparivano nel buio di quelle spelonche.

Ogni qualvolta scendeva Fratiello, qualche fattaccio doveva consumarsi: un omicidio, una violentazione, un furto... Quella gente sopportava, il Principe lasciava correre con compiacimento perché gli sapeva essere specchio fedele e nello stesso tempo sapeva far rispettare, e come!, tutti i suoi dispotici desideri e principalmente quel “jus primae noctis”. Gli altri tre sbirri erano pur essi dei malandrini, intendiamoci, perché quando non bastava Fratiello a condurre a termine certe prepotenze, scendevano a dargli una mano, ma si vedeva che lo facevano malvolentieri o per lo meno così davano ad intendere.

Si dice che il “jus primae noctis” fosse un privilegio di certi signori di godersi la giovane sposa prima del legittimo marito. A Cecco però questo fatto non andava proprio giù. Era Cecco un bel giovane contadino, dalla carnagione quasi rosea e dalla folta capigliatura nera. Anche gli occhi erano neri. Era un po’ sbarbatello. Nell’insieme aveva sembianze quasi femminee. Ma era un uomo, Cecco. Che uomo! Ed era forte e robusto. Aveva le stesse sembianze e la stessa corporatura della sua “morosa”, forse perché suo nonno e quello di Mariuccia erano fratelli.

Si riunirono quella notte a casa sua parenti e amici, gente fidata. Non vi erano donne in quella riunione. Le donne, è risaputo, non sanno tenere un cece in bocca. “Sentite”, disse, “ho intenzione di ucciderlo”. Quelle facce restarono esterrefatte. “Non mi sembra”, continuò Cecco, “cosa tanto difficile. Invece di Mariuccia andrò io travestito da donna e nel suo letto lo ucciderò. Ucciderò pure Fratiello che nella notte profonda sorprenderò nel sonno. Lo so, Fratiello dorme nell’atrio del Castello, appena dopo il portone, come un cane da guardia”.

Su quelle facce era scomparsa ogni traccia di terrore. Tutti avrebbero voluto da tempo eliminarlo, ma non avevano mai saputo come fare. Adesso tutto sembra facile. Per questo la fine della chiacchierata di Cecco venne salutata da segni di generale approvazione. Ci fu persino l’abbraccio commosso di Zizì. Si stabilì che tutti avrebbero vegliato, quella notte, e che, se per l’alba Cecco non fosse tornato, avrebbero chiamato pure Sciatterrino, Fardiello, Scalzapede, Scipione u’ Gruosse, Carrettaro e Carmine Capocchione col fratello Peppe. Qualcuno avrebbe voluto includere in questo elenco anche il Faraone, ma fu scartato perché a qualcuno dei congiurati non dava tanta fiducia. Così in quindici avrebbero forzato il portone del Castello e tentato di uccidere quei prepotenti. Sarebbe stato difficile, molto difficile, quasi impossibile, perché il Castello era massiccio e robusto, il portone di ferro e i difensori capaci di tutto, ma non ci pensarono. Stabilirono così e basta. Si salutarono, e ognuno prima di uscirsene credette doveroso dare una forte manata sulla spalla di Cecco, come per dire: “Sta’ tranquillo, coraggio, qui ci sto io...”. Se ne andarono uno alla volta con un certo intervallo, silenziosamente: non si voleva dare all’orecchio.

L’indomani Mariuccia e Cecco si sposarono. Mariuccia non ancora sapeva. A sera piuttosto inoltrata Cecco la chiamò: “Senti, voglio andare da ‘quello’ con tuo padre per chiedergli di rinunziarti”. Qualche volta, chissà perché, il Principe rinunziava al suo “jus”. La poveretta si sciolse in lacrime. “Non andare, ti ucciderà”. “No, voglio andare”. Cecco era deciso.

Chiamò tata N’donio che sapeva e insieme uscirono. Si diressero in casa di Petaulive che la sera innanzi aveva partecipato a quella singolare riunione di parenti e amici. Intanto gli invitati alla festa se ne tornavano alla proprie case alla spicciolata. Sapevano che la Mariuccia era attesa al Castello.

Cecco venne travestito ben bene. Si trovava un po’ impacciato in quel corpetto, in quella gonna. Non vi era abituato, il poveretto. Ma il trucco andava proprio bene. Quel ciuffetto di capelli neri che usciva, birichino, su la fronte, a sinistra, dal risvolto del fazzoletto giallo, gli dava un’aria piuttosto capricciosa. Fece qualche passo, abbozzò una smorfietta, disse qualche cosa con voce eunucoide: furono spontanee le risate di tata N’donio e di Petaulive. Anche Cecco rise, ma durò poco. Tata e Cecco salutarono l’amico che diede la solita significativa manata su la spalla della finta Mariuccia.

Picchiarono forte. Venne ad aprire Fratiello che non seppe trattenere la sua ammirazione per quella giovane contadina. Pensava con gusto che sarebbe stata anche sua l’indomani. A qualunque costo. Scacciò tata N’donio, richiuse fragorosamente il portone e accompagnò la vittima dal suo fortunato Signore. Anche costui fu preso da grande ammirazione e la sua pazza voglia lo spinse ad accompagnarla senza perdere tempo là dove si sarebbe dovuto consumare il fattaccio. “Vengo subito”, disse, “tu intanto spogliati”. Cecco sapeva dominare il momento. Si era appena adagiato fra le coltri che “quello” era già di ritorno. Si spogliò frettolosamente e le fu subito accanto. Fece per abbracciare quel corpo desiderato e... si afflosciò. Non un lamento.

Cecco aveva colpito giusto: il suo coltellaccio gli aveva lacerato il cuore.

Si rivestì subito senza fare rumore e si mise a sedere in un angolo. Era contento di quello che aveva fatto e ogni tanto guardava la sua vittima con soddisfazione e godimento e nel guardarla il suo pensiero correva all’innocente Mariuccia che forse in quel momento era stata informata del vero significato della sua capatina al Castello. Quanto doveva soffrire la poveretta per lui!... Era passato molto tempo, forse due, tre ore e profondo era il silenzio tutto intorno. Si tolse le scarpe, aprì la porta, origliò...: silenzio. Fece qualche passo con le scarpe sotto l’ascella: non sentiva proprio nulla; attraversò cauto quest’altra stanza. “Chi sarà?” pensò. Aveva sentito un qualche cosa. Si arrestò improvvisamente, quindi si accostò alla più vicina parete. Era buio, ma quasi vedeva. Infatti eccola la gradinata che mena giù nell’atrio. Ma sentiva ancora un qualche cosa e con più attenzione si mise ad ascoltare. Quel rumore veniva da sotto ed era monotono, quasi ritmico. Certamente doveva essere Fratiello che russava. Cecco non si sbagliava. Era un russare lieve, tranquillo, Scese piano, piano. La lucerna al di sopra del portone dava una pallida luce nell’atrio. In quell’angolo, supino, su un mucchio di paglia disordinata, dormiva lo sbirro. Non si perdette d’animo, Cecco. Il coltellaccio l’aveva dimenticato nel petto di quell’altro. Gli fu sopra e fece per strozzarlo. Fu un attimo. Ma Fratiello si destava a quell’insolito fastidio, scattando con straordinaria facilità, si rizzava tremendo. “Cosa è successo?” pensava, “Chi è?”. E proprio quando stava per rendersi completamente ragione di quanto gli stava capitando, ricevette un’accettata in mezzo alla fronte che lo fece stramazzare.

“È stato il momento più brutto”, racconterà poi Cecco. L’accetta stava lì, vicino a Fratiello e fu chi sa quale Santo a farmela vedere”.

Aprì il portone e volò alla sua Mariuccia.

Si ebbe i suoi onori, le sue feste.

Raccontava pure mio nonno che degli altri tre sbirri non si seppe più nulla e che il Castello venne razziato e quindi ripulito da quei contadini e che poi uno di questi emerse e se ne impossessò.

Ma non ci fu più il “jus primae noctis”.

“Momento sera”, Luglio 1948

Durante Antonarelli