La regina e i suoi amanti - Giorgio Cimbrico - E-Book

La regina e i suoi amanti E-Book

Giorgio Cimbrico

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Beschreibung

Un titolo elisabettiano (ne ebbe di amanti la Regina Vergine) per un tentativo di rotta, di circumnavigazione di un mondo così tondo da prevedere ogni tipo di situazioni, ogni gioco di contrasti:la gloria e la vergogna, l’arroganza e l’umiltà, il martirio e la joie de vivre, l’ascesa e la caduta, il miracolo offerto da chi è stato toccato dal demone e i risultati frutto di umanissimi sforzi. Più che una storia ordinata dell’atletica, Regina di tutti gli sport, il libro di Giorgio Cimbrico propone momenti, ricordi - di riporto e diretti -, profili di belli e dannati, capaci di lasciare il segno nello sport che li accomuna e li anticipa tutti nel repertorio delle attitudini e dei gesti, nel desiderio del confronto, nelle motivazioni che germogliano. Così, l’'atletica, più che regina, diviene la smisurata strada maestra che percorre l’India: invita a percorrerla, per percorrersi dentro.

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Veröffentlichungsjahr: 2010

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La regina e i suoi amanti

di Giorgio Cimbrico

Progetto editoriale:

Absolutely Free sas

Grafica e impaginazione:

Francesco Callegher

In copertina:

Usain Bolt,

elaborazione grafica

di Francesco Callegher

© Copyright, 2010

Editrice Absolutely Free - via Rocca Porena, 44 - 00191 Roma

E-mail: [email protected]

È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fotocopia, anche a uso interno o didattico, non autorizzata

ISBN 978-88-904146-7-1

Introduzione

L’atletica è entusiasmante, l’atletica è una porcheria, l’atletica è noiosa, l’atletica va riformata, l’atletica va bene così com’è, l’atletica è strozzata dagli interessi, l’atletica non si vende più bene come prima, l’atletica bella era solo quella antica, l’atletica bella è solo quella di Bolt che è una folgore, l’atletica non è leggera nel senso che nella storia dello sport, dei Giochi, della mia vita è pesantissima. E se c’è qualcosa per cui provo gratitudine, è l’atletica. Sono grato anche a Mozart, a Vermeer e a Shakespeare ma sono sempre stati uno splendido contorno. L’atletica è stata, quasi da sempre, dentro.

E così, provando goffamente a imitare Bruce Chatwin e la sua prefazione a “Road to Oxiana” di Robert Byron (il maestro che Bruce mai conobbe), posso solo dire che ricorderò per sempre Brendan Foster nella calura grondante di Roma andar a sfiorare il record mondiale dei 5000, le ginocchia alte e i piedi detonanti di Quincy Watts che passa a tre metri da me (a Barcellona la tribuna stampa era piuttosto in basso e io avevo proprio un buon posto), i calzettoni con le ranocchie di Sara Simeoni, il Mei-Cova-Antibo, strani Orazi in una Stoccarda piena di rabbia, di commozione, di conti da regolare, il giavellotto di Hannu Siitonen che vibra nell’aria e va a piantarsi vicino alla fettuccia dei 90 metri e i tifosi di Suomi guidati da Juha Vaatainen brindano con la Lapin Kulti che si sono portati da casa e alla fine le lattine sono una montagna, la salita senza fine che porta a Kapsait e le cime azzurrate verso il monte Kenya e i maratoneti che mangiano carne di capra e bevono un tè bigio di latte, gli hot dog gratis del Bislett e la scala stretta che conduce alla sala stampa con le cornicette da cartoleria e dentro le foto biancoenero di Clarke, di Moorcroft, di Coe, mio figlio a due anni mezzo che dice che Mennea è veloce come il lampo e io sono preoccupato perché Pietro ha qualche linea di febbre e l’assalto al mondiale indoor dei 200 è lontano solo qualche ora, la festa africana e le bestemmie di Gabriele Rosa nella curva di Sydney prima, durante e dopo la sfida all’Ok Corral tra Gebre e Tergat, la scoperta in un vecchio armadio del Cus dei primi smilzi annuarietti dell’Atfs, l’incontro con Kitei-Son («Voi siete giovani. Come fate a conoscere un vecchio come me?») che porta difilato alle immagini di “Olympia” e a quelle scarpette morbidissime con l’alluce indipendente, il sole feroce e le ombre della sera a Siviglia nel giorno dell’assalto dei tre spagnoli a Hicham El Guerrouj che vincerà in nome di Allah grande e misericordioso, le martellate di Sedykh, Brera che mi prende a braccetto e dice: «Dammi una mano perché non vedo l’atletica dai tempi di Consolini», Paolo Rosi che urla «Venanzio Ortis» quando Nanto sbuca e infilza Ryffel e Fedotkin sulla collina di Praga, i 7.000 chilometri volati per le 60 yards del nuovo, breve, alchemico avvento di Ben Johnson, io e Dino Pistamiglio che al Lenin facciamo il tifo per Zola Budd e i poliziotti della Militia che ci guardano male, Lasse Viren all’inaugurazione del suo monumento che confessa di aver venduto le quattro medaglie e noi ci rimaniamo male ma con quegli occhi freddi, di ghiaccio, solo quello poteva fare, l’abbraccio di Laura Fogli e Emma Scaunich a Hiroshima ‘85, la cena con Herb Elliott che, raccontò lui, aveva smesso giovanissimo perché aveva vinto tutto e non aveva più stimoli, Lusis che stringe Wolfermann che ha vinto per due centimetri all’ultimo lancio e poi chissà se aveva vinto davvero o se avevano misurato con la fettuccia lenta, Borzov che parte su tre appoggi e tutti si domandano «cosa sarà questa nuova diavoleria?» e dopo si scopre che Faccia da Poker aveva male a una mano, la maglia nera di Peter Snell l’All Black che si allenò anche il giorno del matrimonio, Igor Ter Ovanesian simpatico e paraculo come Walter Matthau, la curva di Berruti, naturalmente, che deve essere stata la prima luce nel buio della mia ignoranza di bambino, il ’68 del Messico e dei record marziani, l’Africa e tutti loro, soprattutto i saltafossi del Kenya, le ragazze della Ddr che non avevano né baffi né barba, i racconti dei vecchi che avevano avuto la fortuna di veder all’opera formidabili vecchi, i sommersi dal doping, i cacciati dal tempio, quelli che sono tornati senza parlare di complotti, quelli che sono spariti. E ora Bolt che lampeggia e tuona, Isinbayeva che ha un’antologia di espressioni vasta come la Biblioteca di Babele o come la Sherazade che siede su cuscini e racconta per mille volte storie sempre diverse. «Usain e Yelena non sono storia, sono cronaca, potevi lasciarli perdere», interviene il critico. Già, può anche esser vero, ma non è la quantità della sabbia passata nella clessidra a determinare l’impatto sull’anima.

E tutti quelli che se ne sono andati e che sono finiti in coccodrilli mai refrigerati, scritti al momento, con commozione autentica perché, invocava Auden «la verità vi prego sull’amore». E se le lacrime sono venute per Pino Dordoni e per Paolo Rosi, la sensazione di venir colpito alla linea di galleggiamento e il desiderio di partecipare alla conservazione della memoria sono state le sensazioni che hanno guidato ricordando tutti gli altri: Emil Zatopek, Fanny Blankers-Koen, Al Oerter (anche querce così cadono), Bob Hayes, Valeri Brumel e tutti gli altri finiti nel regno delle ombre e che sarebbe bello, vestendosi da UlIsse, da Orfeo, andare a incontrare dopo aver superato a nuoto o in zattera le onde di Lete, in un’Ade affollata dove raccogliere materiale di prim’ordine, inedito, capace di far riscrivere molta storia, calare la mannaia su errori, incongruenze, assurdità, bugie di cui alla fine in tanti abbiamo approfittato.

E ora non mi rimane da dire che, oltre all’atletica, la gratitudine va a Augusto Frasca, a Renato Morino, a Alfredo Berra, a Gianni Brera, a Giampaolo Ormezzano, a Roberto L. Quercetani, agli amici che non è il caso di nominare: sanno benissimo di esser dentro quel gran fiume dei cuori. Uno è quello dell’atletica, l’altro è il mio.

Giorgio Cimbrico

Genova, gennaio 2010

Capitolo 1

Londra 1908. Dorando Pietri ed Emilio Lunghi,

i gentiluomini di fortuna dell’atletica italiana

Dopo venti miglia, Emilio si asciugò il sudore che correva giù dal berretto e rallentò il ritmo della pedalata: un caldo dannato, umido, ma Dorando stava andando forte, stava rimontando su Charles Hefferon e aveva un gran margine su Johnny Hayes, un abisso sugli altri. Tom Longboat, l’indiano della tribù Onondaga, stava procedendo come un automa, gli inglesi si erano schiantati da soli, con quelle prime dieci miglia a ritmo assurdo, con quel calore insolito.

Quando erano partiti dal parco di Windsor, una strana atmosfera: sarà stato per quello che era successo il giorno prima, si disse Emilio, dopo una finale dei 400 che aveva riaperto l’ostilità tra la Corona e i coloniali americani: tre di loro contro Whyndan Halswelle, ufficiale scozzese, eroe nella guerra anglo-boera. Sul rettilineo finale, Halswelle aveva mosso all’attacco di Carpenter, aveva ricevuto una spinta, aveva perso l’assetto di corsa: pista invasa da dirigenti inglesi, freddezza e aplomb che erano andati a farsi benedire, squalifica di Carpenter, decisione di ripetere la gara il giorno dopo. Emilio aveva avvertito tensione, senso di attesa, quando quella mattina aveva pedalato – ultimo tratto in salita, prima sudata – verso il parco di Windsor e lì aveva trovato Dorando che scalpicciava con il suo passo corto non per scaldarsi – ne avrebbe avuto di tempo – ma per passare il tempo.

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