Due mezzi volti di un'isola - Cristina Picciolini - E-Book

Due mezzi volti di un'isola E-Book

Cristina Picciolini

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Beschreibung

Eine junge Malerin aus der Toscana und eine ältere Buchautorin aus Sizilien treffen sich in einem fremden Land, daraus entwickelt sich ein Dialog der auch nicht aufhört, als die Malerin entscheidet nach Italien zurückzukehren. Nach einer gewissen Umgewöhnungszeit landet sie in Sizilien, von Sonne, Meer und dieser Welt von Nostalgie und Erinnerung , wie vom Blitz getroffen. Sie lässt sich In Syrakus nieder und ihre Augen sehen, was die sizilianische Freundin nicht sehen kann, daraus entsteht ein Austausch von Betrachtungen der beiden Frauen, die unterschiedlicher nicht sein könnten. Auf der einen Seite der Enthusiasmus über die Entdeckung, auf der anderen der ernüchterte Blick von jemanden der mit anderen Augen sieht. Ist das nur der Generationsunterschied? --- Una giovane pittrice toscana e un'anziana scrittrice siciliana si incontrano in terra straniera, ne nasce un dialogo che non si estingue quando anni dopo la pittrice decide di tornare in Italia. Dopo un periodo di assestamento scende fino in Sicilia e viene folgorata dal sole, dal mare, da quel mondo visto con un misto di nostalgia e riminiscenze di un passato non molto lontano. Si stabilisce a Siracusa: i suoi occhi vedono ciò che l'amica siciliana non può vedere, da qui lo scambio di riflessioni fra le due donne che non potrebbe essere più diverso. Da una parte l'entusiasmo della scoperta e dall'altro lo sguardo disincantato di chi ormai vede con altri occhi. Solo differenze generazionali?

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Seitenzahl: 229

Veröffentlichungsjahr: 2023

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Ai miei genitori che si sono arresi al mio spirito ribelle. Grazie

Maria Cristina Picciolini

ISBN 978-3-943810-88-2

Copyright © 2022, VoG Verlag ohne Geld e.K.

Registergericht München HRA 99261

www.verlagohnegeld.de

Impaginazione: Heinz Weih

In copertina: Maria Cristina Picciolini, Chi sono, 2021

Prodotto nel dicembre 2022BoD, D-22848 Nordstedt

Maria Cristina Picciolini nasce nel 1966 ad Orbetello in provincia di Grosseto.

Si diploma all'accademia di Belle Arti di Firenze.

Dopo l’Accademia insegna, organizzando corsi di disegno e pittura nel suo paese di origine.

Nel 1994 si trasferisce in Germania e fino al 2014 insegna disegno e pittura presso la Freie Akademie di Monaco di Baviera.

Ideatrice e organizzatrice di 150 opere donate da artisti di tutta Europa per l’ospedale di Orbetello.

Ha partecipato a mostre collettive in alcune gallerie tedesche.

Ideatrice e organizzatrice di una collettiva di 26 artisti nella cascina dei conti Jacini nel comune di Tregasio (Brianza)

Dal 2015 vive e lavora a Siracusa come pittrice, illustratrice e autrice.

www.picciolininellarte.com

Come illustratrice:

Distanze, di A.Pellai, 2012

La casa in riva al mare di E. Bellini, 2019

Come autrice:

Mare Magnum, 2014

La vita che mi guarda e ancora mi ispira. Poesie. 2016

Intuizioni d'autore. Saggio. 2016

Lische di pesce. Saggio. 2017

Ada Zapperi Zucker è nata a Catania. A Roma ha iniziato gli studi di canto e pianoforte per poi concluderli alla Musikhochschule di Vienna. Insegna canto in Germania e in Sudtirolo.

Ha collaborato al Dizionario Biografico degli italiani dell’Istituto Treccani, all’Enciclopedia dello Spettacolo e all’Enciclopedia Universo De Agostini.

Cantante lirica ha svolto la sua attività prevalentemente all’estero, soprattutto in Austria e Germania. Col pittore sudtirolese Gotthard Bonell ha studiato pittura e partecipato a diverse mostre.

I suoi scritti letterari hanno ottenuto vari premi nazionali e internazionali, i più importanti sono:

2015

Primo Premio

San Domenichino

per i racconti

La Cucchiara

2012

Primo Premio

Casentino

per il romanzo

Teatro di ombre

2012

Premio

Stiftung Kreatives Alter,

Zurigo, per i racconti

Le inquietudini della sora Elsa

2011

Primo Premio

Chianti

, per il romanzo

Il silenzio

2008

Primo Premio

Giovanni Gronchi,

per i racconti

La scuola delle catacombe

La Sicilia è ricca di ingegni vivacissimi, è la terra vergine che ha incubato nella sua oscura storia risorse sconosciute… Ma essa non è andata di pari passo con le regioni più evolute della Penisola. È rimasta chiusa in un lungo letargo: quelli dei figli che si sono svegliati portano tuttora i segni del torpore… (pag. →)

S.Aglianò, Questa Sicilia, 1982

Indice

Se tu potessi vedere… ancora con i miei occhi

I tuoi occhi… i miei occhi

Fatalità e destino

Fatalismo o immobilismo?

Una luce fuori dal tempo…

L'essenziale

L’arte aiuta a capire chi siamo

Il linguaggio dell'arte

Responsabilità e coraggio…

Un ospite particolare

Einatmen – Ausatmen

60-120: la magia dei numeri

I bei ricordi non hanno un tempo

Storia e preistoria: un incontro

Rosso di Sicilia

Sicilia fra passato e futuro

La mancata percezione del mistero

Compleanno e altro

Speriamo che sia una primavera e non solo un merlo

La Storia e noi

Se tu potessi vedere… ancora con i miei occhi

Siracusa, gennaio 2021

Cara Ada,

stamani portando i cani a spasso verso il mare con quel freddo che di freddo non ha niente in confronto al tuo gelo nordico in questo periodo, ti ho pensata e ho sorriso, perché avrei voluto inviarti una foto, si, sai, una di quelle che fermano il momento e chi la riceve vive quasi lo stesso istante; insomma come si fa con i cellulari moderni, che purtroppo tu ti rifiuti di comprare, e allora io mi irrito un po’, perché non posso farti vedere con i miei occhi questo momento magico che è l’alba del Mediterraneo. Con i miei occhi? Scusa, volevo dire con i tuoi occhi! Poi certo, vorrei raccontarti e farti ricredere di tante cose belle che riguardano questa isola e che ti riguarda, diversamente da quello che tu pensi e molto di più di quello che tu immagini, ma questa è un'altra cosa che richiederebbe altre immagini, altri colori, altre storie e forse una passeggiata seria tra amiche che non si vedono da troppo tempo. Comunque dillo che lo fai apposta… hai un saper fare con gli altri che ti contraddistingue sempre, cioè alla fine trascini tutti quelli che ti vogliono bene a mettersi davanti ad una pagina bianca e a scriverti per raccontarti di noi e di come passa il tempo lontano da te, mentre leggiamo i tuoi libri che ci portano a viaggiare di continuo tra la Sicilia, il resto dell’Italia e quel tuo amore sfrenato che si è fermato nel sud Tirolo, cioè in quella zona di confine che a me non è mai piaciuta tanto, perché ho sempre avuto l’impressione che le persone hanno un cuore con le arterie austriache e le vene italiane, e che quando batte, niente si collega e tutto si annulla. E dunque, quando non si è austriaci e nemmeno italiani, oppure quando si è un po’ di tutti e due, che cosa si è veramente?

Quando mi sono trasferita in Germania, ho capito di essere fortemente italiana.

Ti vedo sai, sorridi con la tua mente vivace, curiosa e tagliente sempre al momento giusto, proprio come l’aria siciliana di stamani. Lo dovresti vedere, il mare disteso, azzurro e calmo, fresco nell’inverno con quella luce chiara e limpida che risalta quel rigo che lo separa dal cielo.

L’unico orizzonte fedele che attende, fa spazio all’amico sole che sale e che diventa così grande che con un po’ di fantasia ci stanno dentro una coppia abbracciata e forse anche un cane al guinzaglio che guardano il mare. Forse dovrei smetterla di vagare con la mente, ma poi so che basta un attimo per agganciarmi a qualche pezzo di realtà che ho vissuto; infatti, ti dirò che ho un ricordo lontano, sai di quelle cartoline romantiche di molti anni fa che arrivavano per posta da Paesi oltre Oceano da amici benestanti che potevano viaggiare.

Già, la parola viaggiare! Nel dizionario dei miei genitori era inesistente, cioè era qualcosa di raggiungibile solo con la mente o con i racconti degli altri. E mio padre, che per natura era curioso e amante della bellezza, ma soprattutto non conosceva né l’invidia e nemmeno la gelosia, e che quando la trovava negli altri, la riteneva anche stupida, ricordo che mi diceva sempre, che se nella vita non puoi viaggiare fisicamente, lo devi fare inevitabilmente con l’immaginazione. Da piccola, ammetto che non li capivo tanto tutti questi discorsi, poi nel tempo ho capito che mi hanno aiutato ad usare bene l’immaginazione. Ero una bambina vivace e instancabile. Me ne stavo sempre tra il giardino e il viottolo che mi portava dalle mie amiche e al mare. Poi però crescendo, nel periodo dell’adolescenza, come per tutti i giovani, gli spazi iniziavano a starmi stretti e il desiderio fisico di vedere oltre l’orizzonte si faceva sentire. Mi ricordo che un giorno, mentre stavo aspettando mia madre che finisse di farsi i capelli dalla parrucchiera, sfogliavo delle riviste di moda e all’improvviso sbucò, da una pubblicità a fondo pagina, l’immagine di un’olandesina vestita con l’abito tradizionale che pubblicizzava un viaggio ad Amsterdam. Rimasi così colpita da quella immagine che tornando a casa chiesi a mia madre di comprarmi per carnevale un vestito proprio come l’olandesina. Dissi a me stessa, che se non avessi potuto viaggiare fisicamente avrei voluto sentirmi addosso qualcosa che mi facesse sentire altrove. Lei mi guardò e mi promise che l’avrebbe fatto, però prima partì una ramanzina che sembrava non la moglie di mio padre, ma la gemella!

Mi guardò fissa negli occhi, e quella volta devo dire che fu molto incisiva: «nella vita non devi raggiungere chissà quali mete, la vita ci pensa a tua insaputa a mostrarti il tuo cammino; è che devi solo imparare ad osservarlo con attenzione perché è proprio in quello spirito di osservazione e in quello che tu veramente desideri che puoi scoprire gli strumenti che ti servono per vedere con chiarezza la bellezza di cui sei circondata.» Ma io a dieci anni, quasi undici, di tutto questo discorso, avevo assimilato solo la parola, strumento, e dunque pensavo che per raggiungere quello che volevo, bastasse suonare un violino, o un flauto, insomma per me lo strumento era altro, era magia! Povera mamma e povero babbo, pensavano che fossi un’adulta capace di intendere e di volere, come erano stati loro a quindici anni quando crescevano e si confrontavano assieme ai loro fratelli. E invece avevano davanti a sé la loro unica figlia, coccolata e servita di tutto punto, talmente in simbiosi con la natura che era quasi pronta a staccare il cordone, per conoscere la vita al di fuori di sé stessa.

Cara Ada, ma ti rendi conto, di cosa mi parlavano i miei genitori, soprattutto mio padre… di bellezza!! Cioè, quest’uomo che aveva fatto solo la quinta elementare, ultimo di otto figli, orfano a diciotto anni di entrambi i genitori, e aveva iniziato a lavorare che era un adolescente e a trent’anni era già un uomo con delle radici addosso da far paura, mi parlava di bellezza! E tra le righe mi diceva che senza il sacrificio, la volontà e anche quel timore perenne di non farcela, non sarebbe mai riuscito a dare un senso a tutta la sua vita.

Ecco, a volte penso che mi porto addosso le sue orme sul cemento.

E poi i suoi sorrisi, che sono stati più importanti di tutti, perché mi hanno sempre suscitato fiducia, speranza e un abbraccio nell’anima. A volte penso: ma non è in fondo tutto questo che mi ha permesso di scegliere e fare quello che ho voluto? Non so, ho la sensazione che ogni bambino dovrebbe avere alla nascita una specie di ‘giuramento’ da parte dei genitori, impregnato di fiducia, stimoli e ascolto. Poi però, se penso a mio padre, che apparentemente non aveva ricevuto niente di tutto questo e nonostante tutto sapeva trasmettermi delle cose importanti, allora mi si annulla ogni certezza.

Tornando ai viaggi, senza dubbio per noi che vivevamo al centro dell’Italia, anche la Sicilia era una meta lontanissima, ma per te che c’eri nata e che per esigenze della tua famiglia eri pronta a lasciarla, probabilmente tutto sembrava raggiungibile.

Non so se te l’ho mai raccontato, ma dalla mia nascita fino all’età di 27 anni ho vissuto nella bassa Maremma, ai confini con il Lazio, cioè in quella zona dove il popolo degli etruschi ha lasciato un segno molto ben visibile ancora oggi. Devi sapere, che ovunque io giocassi da piccola, ero sempre tra rocce e reperti archeologici e, senza rendermi conto, mi muovevo tra storie vissute di naviganti e commercianti che erano passati di là. Quando giocavo spostavo sassi, scavavo nella terra e mi nascondevo tra le grotte facendo finta che qualcuno mi stesse cercando. Nel frattempo, ero circondata da perenni odori di rosmarino, salvia e menta con un sottofondo di mare che richiamava spesso la mia attenzione, perché devi sapere che quando il vento cambiava e arrivava lo scirocco le onde sbattevano talmente forte sulla roccia che gli schizzi arrivavano fino alla vetrata del salotto. Ancora oggi quando sento quegli odori, rivedo quella bambina con lo sguardo e le orecchie sempre tese.

La memoria del gioco ho la sensazione che racchiuda la chiave per sentire il proprio destino.

Fino all’età di sette anni ho vissuto in una casa su una scogliera molto alta. Era bianca con le persiane celesti e un patio molto grande che richiamava lo stile greco per i colori e lo stile spagnolo nella distribuzione degli spazi. Nonostante sia un ricordo lontanissimo, ho ancora nitida l’immagine di me in quella casa dove negli occhi avevo il mare, due tartarughe e un cane di cui non ricordo più il nome. Ricordo che gironzolavo instancabilmente tra dentro la casa e fuori in giardino marcando sempre la mia presenza con degli zoccoli di legno rossi che indossavo da maggio fino a ottobre. In testa avevo tanti riccioli scuri sempre spettinati che con il vento di scirocco diventavano capricciosi e risaltavano la mia irrequietezza che poi in fondo, era solo tanta curiosità. Ci fu un giorno che ricordo molto bene. C’era molto vento che fischiava ed entrava dalle fessure delle finestre con una forza quasi bestiale. Avevo cinque anni e delle gambe velocissime, così iniziai a correre dal corridoio della mia camera verso il salotto, con quel rischio e quel coraggio che anticipa l’avventura, cioè che le vetrate potessero rompersi per la grande forza della tempesta che stava arrivando. Mi posizionai in ginocchio sul divano con il mento appoggiato sullo schienale e la faccia rivolta verso l’orizzonte che era un’immensa schiuma bianca. Quando arrivò il primo schizzo, sobbalzai e lanciai un urlo che non so se fosse di gioia o di paura. Poi nell’attesa dell’onda successiva, iniziai a contare i secondi con il pollice, l’indice, il medio e l’anulare, lasciando al mignolo l’ultimo fremito di quando sarebbe arrivato il prossimo schianto. Sì, le onde si schiantavano e facevano un boato pazzesco ed era chiaro che passione e paura per il pericolo vivevano insieme e dentro di me. A differenza di altri, dove le tempeste incutono paura, io non so perché ne ero misteriosamente attratta al punto da farne il mio gioco preferito, la mia sfida. Ecco, in quei momenti, a mia insaputa, il tempo non aveva né regole e né appuntamenti, la burrasca aveva solo il suo tempo, mentre la mia testa di bambina sperimentava la forza della natura e la mia forza interiore. Avrei voluto avere la possibilità di registrare tutto da qualche parte, giusto per riascoltare quei suoni e ricordarmi di me tutte le volte che poi mi sarei sentita sola. Si, sola!

La solitudine e la fantasia spesso diventano le migliori amiche, soprattutto da piccoli.

Devi sapere, che la casa era circondata da molto verde e molta roccia; c'era una scalinata in cemento e ferro battuto costruita apposta per scendere nella calata a mare. La scogliera era molto alta e per tutti quei sette anni, mi fu vietato severamente di scendere da sola perché mi sarei sfracellata nella roccia ancora prima di farmi risucchiare dalle onde. A forza di dirmelo lo capii bene a tre anni e anche a quattro, ma con cinque anni e tutta la curiosità che avevo, persi quel senso di responsabilità che mi faceva sentire piccola. Un giorno di agosto, mentre i miei genitori riposavano, dove l’afa si faceva sentire e il caldo superava i 30 gradi, mi avventurai. Era da giorni che nessuno trovava il tempo di portarmi al mare ed io annoiata da questo mondo di adulti, cioè di grandi lavoratori e basta, lo feci con determinazione e solo con il gran desiderio di farmi un bagno, assaporando quella voglia di sentirmi grande che uno conosce bene, quando vive da figlio unico.

Cosa feci quell’estate del 1971? Presi, il mio piccolo zaino, aprii il cancello di casa e mi incamminai per un chilometro lungo la strada che porta alla spiaggia, dove ero solita andare con il babbo. Dopo duecento metri, incontrai un signore che tagliava delle siepi, ricordo che mi guardò all’inizio di striscio, poi con sospetto, poi spense la motosega e si mise le mani sui fianchi, osservandomi fino alla curva. Eh, certo, un dubbio gli passò per la testa del perché io fossi sola, in fin dei conti che ci faceva una bambina di cinque anni giù per una strada trafficata da auto e motorini dove nelle ore più strane facevano pure a gara? Nel frattempo, passò un’ora buona da quando i miei si svegliarono e non mi trovarono. In un primo momento non si resero conto della mia assenza, poi dopo aver accertato che non ero in nessuna parte della casa e del giardino, si misero le mani nei capelli e piangendo si scapicollarono giù per quella scala che porta alla calata, perché solo li potevo essere finita, tra le rocce e il mare. Dunque, mentre io rischiavo di perdere i miei genitori, che volevano buttarsi in mare per cercarmi con tutte quelle onde portate dal vento, io mi ero sistemata, col mio asciugamano, sulla spiaggia, proprio vicino al baretto di Enrico. Mi ritrovarono dopo un paio d’ore, perché qualcuno si allarmò vedendo questa bambina tutta sola al mare; ma nessuno poteva immaginare nemmeno lontanamente cosa ero stata capace di fare nella mia apparente incoscienza, mascherata già da quel senso di responsabilità. Mia madre quando mi vide così tranquilla sdraiata sul mio asciugamano sulla spiaggia non ebbe nemmeno la forza di arrabbiarsi, e mio padre scoppiò a ridere; insomma che dire, diciamo che mi andò bene e che questa prima avventura della mia vita, portò la consapevolezza ai miei genitori di avere una figlia che andava seguita e assecondata un po’ di più e a me portò la conferma che ero diventata importante per loro.

I bambini quando giocano molto da soli, all’improvviso poi chiedono attenzione, ed io lo facevo brutalmente.

Non ti nascondo che seguirono tante altre avventure un po’ per la voglia di libertà, un po’ perché mi sentivo sicura delle mie azioni e un po’ per fare un dispetto in più ai miei genitori che di farmi un fratellino non ne avevano proprio voglia. Nel frattempo, la mia fantasia cresceva in quegli anni ma nessuno se ne accorgeva veramente. Ero diventata un po’ come le piante selvatiche intorno casa, cioè selvatica con l’odore di selvatico addosso.

Ho saputo che ha nevicato molto ieri notte da voi a Monaco, qua al sud invece, sul bordo degli scogli nascono fiorellini gialli e viola, chissà se ti fa un certo effetto o se ti affiora un dolce ricordo?

Maria Cristina

I tuoi occhi… i miei occhi

München, febbraio 2021

Mia cara,

mi proponi di gettare uno sguardo su un mondo che non vedo più, che fa parte di un passato per me ormai assai remoto: la Sicilia vista con gli occhi di una non siciliana! Non sei la prima. La mia isola ha affascinato già nel passato una quantità di forestieri, soprattutto grandi personalità di cultura internazionale, come tu sai. La Sicilia è in ogni caso la parte più esotica dello Stivale, con testimonianze di antichissime civiltà, altrove quasi scomparse, partendo dai Sicani di circa tre mila anni fa, per passare ai Siculi, ai Fenici, Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Aragonesi… e ognuno ha lasciato tracce ancora visibili, oltre a noi siciliani, mescolati e rimescolati a questi popoli!

Ma non affascina un siciliano. E forse mi sbaglio, come sempre. Infatti, nonostante non abbia nessuna intenzione di vivere in Sicilia, ogni volta che torno mi sembra di scoprire una terra sconosciuta, ricca di cultura o meglio di passato culturale; in ogni caso esotica e del tutto diversa dai miei ricordi infantili.

Hai mai pensato perché?

Ognuno di noi vede in un modo tutto suo particolare, a seconda delle situazioni ma anche dell'età. Stranamente le stesse cose, lo stesso cielo, tanto per citare qualcosa di assai comune, viene visto ogni volta, da ogni singola persona, in modo diverso. Un fenomeno interessante che ci dà la misura della complessità di ogni essere umano; forse anche gli animali non sono esenti da queste manifestazioni di carattere visivo. Chi lo sa? In fondo neanche il singolo individuo sa spiegare il mistero della diversità delle sue percezioni. Dipende dal bagaglio di conoscenze e soprattutto di esperienze che ognuno si porta dentro, che alla fine influisce anche sul nostro modo di vedere? E si può dire la stessa cosa riguardo a quell'insieme di percezioni che formano il nostro mondo fuori di noi: suoni, colori… già, i colori!

Tu più di ogni altra dovresti sapere cosa significa per te un colore piuttosto di un altro, ma non soltanto questo: in un certo particolare colore solo tu vedi ciò che nessun altro può vedere. Ma non basta: scegliere un colore significa ogni volta prendere una decisione, cercare di risolvere un problema che va molto più in profondità di quanto si creda. Tu lo sai meglio di me che ogni pittore ha dei colori preferiti e, anche se questo processo avviene in fase inconscia, in realtà c'è dietro una lunga elaborazione, un confluire di ricordi magari lontani e già cancellati sul piano cosciente, ma ben stabili su altri, più importanti piani.

Ci hai mai pensato?

Io sono sempre affascinata da questi fenomeni oscuri, da questo continuo lavorio del nostro cervello; da questo continuo confronto fra conscio e inconscio; fra ciò che pensiamo di volere liberamente mentre al contrario siamo guidati da forze a noi sconosciute, nascoste nel profondo più profondo, tanto più potenti e irriducibili: un motore instancabile che ci aiuta, che guida le nostre scelte, decide per noi, ma anche sovverte il nostro modo di vedere, sentire, capire. Se ci pensi bene, il nostro cervello è più o meno il padrone assoluto di ogni nostra azione, pensiero, desiderio oltre che dei famosi sentimenti. Per lo meno questa è la mia sensazione, quasi fossi in mano di una forza che va oltre la mia volontà… d'altra parte cos'è la volontà?

Chiudo l'ennesima digressione.

Mentre scrivo vedo dalla finestra (la mia scrivania è proprio davanti alla finestra, ricordi?) che sta di nuovo nevicando; posso dire che da un momento all'altro i tetti delle case di fronte sono bianchi; sui rami dell'albero, qui davanti a me, cominciano ad ammucchiarsi veri cuscinetti di neve: si ripete il grande momento magico che anche tu conosci. So già che le mie nipotine, Anne e Lilly guardano incantate da dietro i vetri della finestra: la neve per loro è sempre motivo di gioia sfrenata. Appena attraversano la strada, infatti, si trovano in un grande prato dove fra l'altro c'è anche uno Spielplatz con scivolo e altri giochi. Ma loro preferiscono scivolare lungo tutto il prato con una specie di padella di plastica sulla quale si siedono, sfiorando la neve. Recentemente mia nuora mi ha mandato una foto (non a me perché naturalmente non ho uno Smartphone ma a mio marito): queste deliziose bambine sembravano essere uscite direttamente da un letamaio. Ha scritto solo che le avrebbe infilate vestite nella vasca da bagno! Infatti, a forza di scivolare anche la neve finisce e si ritrovano sulla terra nuda. Ma neanche questo le scoraggia.

Al contrario, cosa significa per me la neve? Il mio primo incontro con questo fenomeno atmosferico avvenne a Roma, credo poco prima che finisse la guerra. Nessuna esplosione di gioia, nessuna attesa di insperati divertimenti ma solo paura di scivolare: le mie scarpe erano inadatte per andarci sopra, senza contare i vestiti, sì, i vestiti, perché non avevo un cappotto, e il freddo. Lo sapevi che ai miei tempi in Sicilia pochissime persone possedevano un cappotto? Mia madre fu costretta a comprarmene uno, già confezionato (allora un lusso senza fine) proprio a Roma, subito dopo la fine della guerra. In realtà in Sicilia l'inverno non è mai freddo, forse dovrei scrivere ‘era’, perché forse adesso è cambiato qualcosa. Ad ogni modo, finché ho vissuto in Sicilia, non ho mai avuto bisogno di un cappotto. Questo per concludere con la neve e la nostra percezione diversa su uno stesso fenomeno. Tu mi scrivi del mare, della tua fascinazione alla vista della linea dell'Orizzonte lontana, ma sempre presente, che sembra separare la terra in due parti. E il sole che si tuffa nel mare per poi risorgere. Ogni giorno uguale. Ogni giorno lo stesso miracolo, e io rispondo con la neve. Che dire? Forse perché avevo il mare a due passi, da bambina, i miei genitori non mi portarono mai sulla spiaggia, alla Plaia, che non ho mai visto, ma in montagna, sull'Etna. Da qui forse il mio amore per le montagne, per le Alpi, per tutto ciò che si eleva verso il cielo? Non so. So solo che quando i miei bambini erano piccoli, ogni anno dovevo andare al mare per le vacanze di Pentecoste (le due prime settimane di giugno, ricordi?) e per me si trattava di un vero sacrificio, perché… quasi non oso dirlo, perché non amo il mare. Ne ho già scritto altrove e ogni volta sento di dire un'enormità. Inoltre, il mare ha per me un'attrazione particolare, nel senso che mi invita ad andare oltre, ad attraversarlo, a cercare altre terre, altri luoghi: dipenderà dallo stretto di Messina? Passare quello stretto ha sempre significato avventurarsi sul Continente (lo sai che almeno ai miei tempi l'Italia era il Continente per antonomasia? Adesso forse è cambiato anche questo), uscire dalle strettoie di un'isola e con essa dai limiti che la sua civiltà, la sua storia millenaria, in qualche modo imponeva e forse ancora impone.

Le bellezze naturali, i resti di quelle antiche civiltà, mi hanno sempre dato il senso del passato che incombe, che schiaccia, che limita. Una sorta di decadenza continua, un non riuscire a liberarsi dalle macerie di un passato non sempre glorioso, anzi spesso opprimente, specie se penso a tutti i problemi legati al nucleo familiare, al rapporto uomo-donna, padri e figli. Già nella prima infanzia avevo notato questo sistema: due pesi due misure. Da una parte i fratelli cui era permesso uscire, giocare con i compagni, divertirsi come volevano; dall'altra io sempre chiusa in casa, senza amichette, senza neanche il desiderio di averne… non si desidera ciò che non si conosce? Le mie compagnucce di scuola vivevano come me e non ci incontravamo mai fuori della scuola, ci pensi? La mia amica del cuore, con la quale percorrevo il lungo tratto di strada casa-scuola, non è mai venuta a casa mia né io a casa sua. Non si usava e basta. Tu vieni dalla Toscana e non puoi capire cosa significa essere nata in Sicilia, da una famiglia tipicamente e atipicamente siciliana, averne subito le restrizioni da parte materna, e il desiderio di evasione da parte paterna. Cioè messa fra due poli che più contrastanti non potevano essere.

Lo stretto di Messina: l'unica possibilità di scappare dall'isola, secondo il punto di vista di mio padre che addirittura volle che le sue ceneri venissero disperse nelle sue acque e non nella tomba di famiglia, dove arrivò l'urna vuota. Ma anche di questo ho raccontato altrove. Dall'altra parte mia madre che mai l'avrebbe attraversato e… infatti riposa nella terra dalla quale mai si sarebbe separata.

Bellissimo l'episodio della tua infanzia, il tuo desiderio di andare da sola al mare. Già allora si annunciava la donna che sei poi diventata. Per fortuna hai avuto genitori che hanno accettato, anche se un po' preoccupati, questo tuo straordinario impulso o volontà di indipendenza. So di altri genitori che in una situazione simile ti avrebbero affibbiato come minimo un paio di schiaffoni con l'aggiunta di chissà quali rimproveri e proibizioni future. Complimenti! Hai avuto fortuna.

Io a cinque anni ho fatto ben altre esperienze: bombardamenti notturni, un viaggio verso una terra sconosciuta (Roma) per sfuggire all'arrivo degli alleati (e ci siamo messi nelle mani dei tedeschi diventati di colpo nemici), quindi paura di qualcosa che incombeva, qualcosa di estremamente pericoloso. Ne ho scritto in un libro, dal punto di vista delle vendite piuttosto sfortunato: Un'infanzia quasi felice. Certo. La gente vuole leggere solo di infanzie felici… tutti vogliono vedere nell'infanzia il periodo più felice della vita, dimenticando i momenti di grande infelicità, la disperazione di non essere capiti, le delusioni, le frustrazioni, le paure ingiustificate che normalmente costellano l'infanzia di tutti.

Come vedi, ho sbagliato il titolo.

A proposito di titoli, ti svelo un segreto editoriale, che poi è il segreto di Pulcinella: un libro si vende quasi sempre per via del titolo.