Der graue Alltag und sein Licht - Felicitas Rose - E-Book

Der graue Alltag und sein Licht E-Book

Felicitas Rose

0,0
0,49 €

oder
-100%
Sammeln Sie Punkte in unserem Gutscheinprogramm und kaufen Sie E-Books und Hörbücher mit bis zu 100% Rabatt.

Mehr erfahren.
Beschreibung

In ihrem fesselnden Roman "Der graue Alltag und sein Licht" entführt Felicitas Rose die Leser in eine kunstvoll gezeichnete Welt, die das Spannungsfeld zwischen Monotonie und Hoffnung erkundet. Die Protagonistin, gefangen in einem Trott aus täglichen Routinen, beginnt, die leuchtenden Augenblicke des Lebens zu erkennen und zu schätzen. Der literarische Stil ist geprägt von einer sensiblen Prosa, die sowohl poetisch als auch prägnant ist, und in einem zeitgenössischen Kontext von Selbstfindung und der Suche nach Sinn angesiedelt. Roses raffinierte Darstellung der Charaktere und ihre scharfsinnigen Beobachtungen des Alltags erwecken sowohl Melancholie als auch Optimismus. Felicitas Rose, eine aufstrebende Stimme der modernen Literatur, hat sich durch ihre eigene Erfahrung mit den Herausforderungen des Alltags zu dieser Geschichte inspirieren lassen. Ihre Fähigkeit, das banale und das Außergewöhnliche miteinander zu verweben, ist das Ergebnis ihrer vielfältigen Hintergründe als Schriftstellerin und ihrer Biografie, die reich an persönlichen Entdeckungsreisen ist. Mit einem Gespür für menschliche Emotionen behandelt sie Themen wie Isolation, Hoffnung und die transformative Kraft von kleinen Glücksmomenten. "Der graue Alltag und sein Licht" ist ein Muss für jeden Leser, der sich nach einer Geschichte sehnt, die sowohl die Schatten des Lebens thematisiert als auch das Licht findet, das uns alle vereint. Roses tiefgründige Erzählung ist nicht nur eine Reflexion über den Alltag, sondern ein Aufruf, die kleinen Freuden des Lebens zu würdigen. Dieses Buch bleibt lange im Gedächtnis und regt zur selbständigen Reflexion über die eigene Lebensrealität an.

Das E-Book können Sie in Legimi-Apps oder einer beliebigen App lesen, die das folgende Format unterstützen:

EPUB

Veröffentlichungsjahr: 2025

Bewertungen
0,0
0
0
0
0
0
Mehr Informationen
Mehr Informationen
Legimi prüft nicht, ob Rezensionen von Nutzern stammen, die den betreffenden Titel tatsächlich gekauft oder gelesen/gehört haben. Wir entfernen aber gefälschte Rezensionen.



Enrico Costa

Da Sassari a Cagliari e viceversa : guida-racconto

Pubda Good Press, 2025
EAN 8596547870784

Indice

AL LETTORE
I. Zia e cugina.
II. Cugina e zia.
III. Dalla stazione di Sassari. a quella di Tissi-Usini.
IV. I compagni di viaggio.
V. Da Tissi-Usini a Ploaghe.
VI. Alla stazione di Ploaghe.
VII. Da Ploaghe ad Ardara.
VIII. Da Ardara a Chilivani.
IX. A Chilivani.
X. Da Chilivani a Mores.
XI. Da Mores a Torralba.
XII. Da Torralba a Bonorva.
XIII. Le tre gallerie di Bonorva.
XIV. Da Bonorva a Macomer.
XV. Da Macomer a Bauladu.
XVI. Si dileguano le nubi.
XVII. Da Bauladu ad Oristano.
XVIII. Da Oristano a Uras.
XIX. Da Uras a Pabilonis.
XX. Un incidente.
XXI. Da Pabilonis a San Gavino.
XXII. Da San Gavino a Sanluri.
XXIII. Da Sanluri a Villasor.
XXIV. Da Villasor a Decimo.
XXV. A Decimomannu.
XXVI. Da Decimo a Cagliari.
XXVII. A Cagliari.
XXVIII. Le due fidanzate.
XXIX. Gli Sponsali.
XXX. Da Cagliari a Sassari.
DA MACOMER A BOSA
II.
III.
IV.

AL LETTORE

Indice

«..... In questo libricino Enrico Costa ha immaginato una cosa nuova per l’Italia: una specie di Guida in forma di racconto. Giulio Verne ha fatto press’a poco il simile per la Scozia, col suo ultimo romanzo Il Raggio Verde. Se non che il Racconto-Guida del Costa è più pratico, e un viaggiatore vi troverà meglio il suo conto, poichè non vi mancano le notizie positive accanto alle storiche, consigli economici accanto alle descrizioni di costumi e di paesi. Il racconto fu scritto con stile semplice e piacevole, condito di saporite risate e di tenerezze gentili. È insomma un bel libricino, di cui raccomandiamo la lettura a quanti si avviano a visitare quella bella dimenticata che è la Sardegna.»

Questo, fra i molti, è il giudizio pronunciato dalla Rivista Minima di Milano (nel fascicolo di febbraio del 1883, anno XIII) quando per la prima volta apparve il libro di Enrico Costa, col titolo Da Sassari a Cagliari. Altro non aggiungiamo alle parole dell’autorevole periodico, diretto dai valenti letterati Antonio Ghislanzoni e Salvatore Farina.

Le continue ricerche di questa Guida-Racconto — di cui in breve tempo si fecero due edizioni, sebbene già pubblicata nelle appendici di due giornali quotidiani dell’isola — ci consigliarono a ripubblicarla per la terza volta.

Il viaggio Da Sassari a Cagliari fingesi avvenuto nel luglio del 1881 — l’anno susseguente a quello in cui furono inaugurate le Reali ferrovie sarde. L’orario d’allora non è più quello d’oggi; perocchè nei primi anni dell’esercizio il treno partiva da Sassari alle ore 10, anzichè alle 6,40 antimeridiane.

Perchè il lettore sia in grado di poter fare i raffronti dinanzi alle 34 stazioni che si trovano lungo la strada ferrata, abbiamo creduto utile di far precedere a questa prefazione il nuovo Orario delle ferrovie sarde per la linea Sassari-Cagliari e viceversa.

Nel darci l’autorizzazione per la terza ristampa del suo libro, l’Autore ci raccomanda di avvertire i lettori (specialmente i giovani) che molte cose sono cambiate da un ventennio a questa parte. Egli ci scrive:

«Oggi — per esempio — le Stazioni di Sassari e di Chilivani sono due edifizi comodi ed eleganti, mentre nel 1881 non erano che due baracche, o catapecchie, senza tettoie e senz’alcuna comodità; — oggi i passeggieri pranzano con tutto comodo a Macomer, mentre nell’anno suindicato pranzavano in fretta e in furia a Chilivani; — oggi il Nuovo Orario si ostina a chiamar tredici, diciotto, e ventiquattro, quelle ore che nel passato erano chiamate la una, le sei e la mezzanotte; — oggi, infine, la Direzione delle sarde Ferrovie ritiene le zanzare quali complici e sicarie della febbre malarica, mentre vent’anni or sono le considerava come insetti innocui, tutt’al più noiosi ed importuni.»

Se è vero però che sono cambiati i pranzi, gli orologi e le zanzare, è altresì vero che non sono cambiati gli uomini e la natura; epperciò questo libro può ancora correre il mondo sardo, a tutto vantaggio dei passeggieri che si annoiano, o non vogliono annoiare i loro compagni di viaggio.

Valgano le stesse considerazioni per l’altro viaggio umoristico Da Macomer a Bosa, scritto e pubblicato due anni dopo, e da noi riprodotto alla fine del presente volume.

Sassari, Settembre 1901.

L’Editore

I. Zia e cugina.

Indice

Se il Commercio avesse avuto una faccia — parola d’onore! — gli avrei dato un pugno sul muso. Figuratevi! partire nei primi di luglio da Cagliari per Sassari, dove mi fermai due giorni per sbrigare in fretta certe faccende commerciali; prendere a nolo una vettura da Zoppi; recarmi di buon mattino a Sorso per assaggiare certi vini vecchi da spedirsi in Francia; e ripartire poi in tempo per prendere il treno delle 10 antimeridiane, che doveva ricondurmi a Cagliari — erano tutte cose da far crepare un Ceccone, non che un Cecchino, come son io!

Perocchè voglio sappiate, che al fonte battesimale (per un certo riguardo a mio padrino, cavaliere) mi fu imposto il nome di Francesco — nome che conservai per pochi giorni, finchè piacque a mio padre di accorciarmelo con quello economico di Cecco, ed a mia zia di allungarmelo con quello vezzeggiativo di Cecchino.

Taccio delle peripezie del mio secondo stadio, quando cioè le nostre serve, in buona fede, mi storpiavano il nome; e la mia nutrice, baciandomi, esclamava con dolore:

— Povero cherubino! hai gli occhi così belli, e ti chiamano cieco!

Dirò solo: che oggi ho 26 anni e 29 denti — sono molto robusto e ben tarchiato, e nondimeno si continua a chiamarmi Cecchino, con mio sommo dolore, e con soddisfazione della vecchia zia, la quale si ostina a voler vedere in me il ricciutello e roseo nipotino di venti anni fa.

Potete immaginare la mia disperazione quando ogni primo d’anno vengono a visitarmi i teneri miei nipotini, i quali, per un caso singolare, hanno nomi colla desinenza in one.

Essi mi dicono con voce di zanzara:

— A molti anni, zio Cecchino!

Ed io rispondo con voce di toro:

— Grazie, Ottone! — Grazie, Gastone! — Grazie, Timoleone!

Ho tentato in famiglia di farmi chiamare col nome primitivo, ma non ci sono riuscito. E sì che Francesco è il nome di un celebre canonico innamorato!

E sono rimasto Cecchino — e Cecchino scenderò nella tomba, co’ miei cinquanta, settanta, o novant’anni.

È una vera umiliazione; ma che farvi? bisogna ch’io mi rassegni!

***

Prima di cacciarmi in ferrovia, ho bisogno di darvi un’idea del mio individuo — di ciò che fui, di ciò che sono, e di ciò che potrei essere.

Dovete dunque sapere, che io nacqui dai soliti poveri, ma onesti genitori. Non conobbi madre, perchè morì nel darmi alla luce; e contavo appena dodici anni quando perdetti mio padre.

Un buon zio, senza prole, volle educarmi e tenermi seco; una mia zia, pur sorella di mio padre, mi colmò d’attenzioni. Ella amava teneramente i suoi fratelli; e, quando mio padre morì, concentrò in me tutto il suo affetto, perchè rassomigliavo alla buon’anima — come diceva lei.

E per verità avrei desiderato d’esser meno amato da mia zia; perocchè il suo sviscerato amore fu appunto causa del mio odio implacabile per il matrimonio; e ve ne dirò la ragione.

Mia zia erasi maritata con un impiegato delle dogane — un cagliaritano — il quale aveva recato seco la moglie a Genova, dov’era stato traslocato per ragioni di servizio. Mia zia, dopo soli quattr’anni di matrimonio, era rimasta vedova, e pianse amaramente la perdita del suo adorato marito. Però, nella disgrazia, ebbe una fortuna. Un amico del compianto estinto seppe rasciugarle le lagrime, e riuscì co’ suoi leali consigli a mitigare il dolore della vedovella; la quale in ricompensa di tante attenzioni, offrì la mano e passò a nuove nozze col pietoso genovese, che l’aveva consolata mentre era sola, in terra straniera, lontana dai parenti.

— Sarei rimasta eternamente vedova — diceva mia zia al secondo marito — ma, sposandomi all’unico amico della buon’anima, mi sembrerà di continuare le antiche nozze.

Non voglio qui discutere il filosofico ragionamento di mia zia; dirò solo a suo onore, che ella pensava sempre ai fratelli ed ai nipoti lasciati in Sardegna, i quali avevano lo stesso suo sangue — rosso, per lo meno.

Sterile col primo marito, mia zia ebbe un frutto col secondo: una femmina. Il commerciante attaccato alla sua Genova e a’ suoi interessi non si era mai lasciato persuadere ad abbandonare i suoi affari per venire in Sardegna a visitarvi i parenti della moglie.

Ammalatosi gravemente mio padre, e partecipata la infausta notizia alla sorella, costei venne subito a Sassari in compagnia della sua piccola Mariannina, che contava sette anni. Il marito non potè allora accompagnarle, ma promise formalmente che le avrebbe raggiunte a Sassari non appena sarebbe arrivato a Genova un certo barco di coloniali, che aspettava dalle Indie.

***

Morì intanto mio padre, raccomandandomi al fratello ed alla sorella; e l’uno e l’altra gli giurarono che si sarebbero occupati della mia educazione e del mio avvenire.

Mia zia colla piccola Mariannina si fermarono a Sassari cinque mesi, aspettando di giorno in giorno la venuta dello zio commerciante..... che non arrivava mai.

Non potrei descrivere l’affetto che nutriva per me la zia Antonica. Quando mi vedeva scherzare con la sua Mariannina, sentivasi ringiovanire di vent’anni. Ella sorrideva maliziosamente e diceva ai parenti:

— Sono destinati l’uno per l’altra. Cecchino sarà il marito di Mariannina — e Mariannina sarà la moglie di Cecchino.

La zia parlava sul serio; e sul serio i parenti prendevano le parole della zia, la quale voleva effettuare questo matrimonio per eternare la memoria dell’amato estinto. Destinavano noi bambini a far da lapidi commemorative.

Io contavo allora dodici anni e mia cugina otto.

A tavola ci facevano sedere vicini; quando si andava in campagna ci facevano camminare a braccetto, a capo della brigata; e noi sentivamo i parenti ridere e chiacchierare alle nostre spalle.

— È proprio una bella coppia! — essi dicevano. — Sembrano creati apposta, l’uno per l’altra!

Vi era però un serio guaio. Io provava una profonda avversione per la piccola Mariannina — e Mariannina mi voleva bene come il fumo negli occhi.

Figuratevi! — una bambina permalosa, mal educata — una streghetta che si divertiva a tirarmi sul muso i noccioli delle ciriegie e le buccia dell’arancia.

Un giorno che io le tenevo dietro, pregandola che mi restituisse una carrozzina rubatami, mi lasciò cadere sul muso un ceffone che mi fece venir giù il sangue dal naso.

Un’altra volta che essa ruppe una gamba al più caro de’ miei burattini, le diedi un tal pizzicotto, che n’ebbe i segni sul braccio per una settimana.

Vedete bene di qual natura era l’amore che da bambini ci portavamo, e sul quale si fondavano tutti i sogni matrimoniali della zia e dei parenti.

Vi era però una cosa assai strana. Tanto l’uno quanto l’altra ci scambiavamo i dispetti alla chetichella, senza formulare alcun atto d’accusa. Comprendevamo, sebbene bambini, che il nostro buon accordo rendeva felici i nostri parenti in generale — e mia zia in particolare. Eravamo ancora in fasce, e già sentivamo l’utilità delle ipocrisie sociali.

Un giorno che Mariannina versò sul mio compito scolaresco l’inchiostro del suo calamaio, le diedi un leggero colpo sulla mano: ed ella, di rimando, un bel pugno sulla mia tempia destra. Un’ora dopo io aveva l’occhio gonfio e violaceo.

Spaventati i parenti accorsero a me:

— Che hai, Cecchino?

— Ho dato nello spigolo della credenza e... mi son fatto male.

— Egli correva, poverino! — aggiunse con tutta ipocrisia la cuginetta, lanciandomi una occhiata tenera, e quasi pregandomi di convalidare la bugia.

E accadde anche di peggio. Io aveva, come tutti i bambini, una smania per i fucili, i tamburi e le sciabole. Una sera che io aveva messo in fila le sedie del salotto, ed armato di due spalline di carta comandavo il mio reggimento di legno, non so perchè, la cuginetta mi disse pestando i piedi:

— Perchè parli colle sedie, e mi lasci in un canto come uno straccio?

— Perchè le sedie sono più disciplinate di te! — risposi coll’autorità di un generale ad un caporale di settimana.

Ma la mia cuginetta non teneva troppo alla disciplina militare. Furibonda mi strappò la sciabola di mano, e me la lasciò cadere sulla testa, producendomi una ferita non troppo leggera. Ai miei strilli accorse la zia; ma io non mi scomposi:

— Sono caduto sulla spada e... mi sono ferito.

— Non è sua colpa, poverino! — esclamò la ragazza con faccia tosta.

Tutto questo per provarvi come si andava d’accordo fra noi due, e qual dolce preludio si preparava per la nostra futura felicità coniugale, sognata, progettata, e stabilita dal nostro consiglio di famiglia.

Mariannina era brutta; aveva la fronte bassa e coperta per metà da una peluria che la faceva somigliare ad una grossa pesca; aveva il colorito bruno, tendente al verde, ed i capelli raccolti in ciuffo sulla nuca.

Mia cugina mi diceva sempre: — Tu sei magro come un zolfanello, o Cecchino; e con quel naso adunco sembri l’aquilotto che è dipinto sul mio libro di lettura.

— E tu, Mariannina — io le rispondeva — con quel ciuffo, sembri il giapponese che è dipinto sul ventaglio della mamma.

E mentre noi, raccolti in un canto della sala, ci scambiavamo questi complimenti, la madre di mia cugina diceva a mio zio:

— Osservali bene. Non ti sembrano veramente creati l’uno per l’altra? Dio li fa — e Dio li accoppia!

II. Cugina e zia.

Indice

Mia zia e mia cugina — venute a Sassari per una ventina di giorni — vi erano rimaste cinque mesi, sempre aspettando da Genova il benedetto commerciante; il quale, alla sua volta, aspettava sempre dalle Indie il suo carico di coloniali. — Stanca dal lungo aspettare, finalmente la zia si decise di far ritorno a Genova con la bambina.

Non sfumarono però, colla partenza de’ miei parenti, le idee sul nostro matrimonio. In ogni lettera della zia Antonica si accennava sempre a quell’avvenimento in erba; e lo zio non mancava mai di comunicarmelo vagamente, con tutta prudenza, per non mettere in malizia i miei tredici anni. Si voleva, dirò così, ungere la mia tenera memoria, per non farvi irrugginire i ricordi della cuginetta.

Partita la sorella, mio zio si ritirò meco a Cagliari, dove avevamo amici e parenti; e di più era stato colà invitato per concorrere ad un’impresa stradale, che poteva esser fonte di lucrosi benefizî — come la fu di fatto.

I guadagni che traeva dalle sue speculazioni, ed il clima di Cagliari che confaceva alla sua salute, invogliarono e sedussero mio zio a stabilire definitivamente il suo domicilio in quella città. Sapendosi troppo solo, ed abbisognando di qualcuno che mi sorvegliasse, egli ritirò presso di sè una sorella di mia madre — una vecchia sulla cinquantina, la quale non aveva mai voluto sapere di mariti, forse perchè i mariti in erba non vollero mai saper di lei. — La mia zia materna aveva dello spirito ed una certa qual pratica degli affari — motivo per cui aiutava lo zio nella corrispondenza commerciale.

Io rimasi sempre con loro. Fatti gli studi liceali, mio zio mi consigliò di lasciar le scuole per dedicarmi addirittura al commercio; perocché — diceva lui — di medici e di avvocati ce ne sono troppi, e sorpassano di gran lunga il numero degli ammalati e dei delinquenti.

Io dunque aiutavo mio zio negli affari; e siccome avevamo a Sassari un corrispondente socio, così il mio còmpito era quello di andar su e giù per l’isola, come un commesso viaggiatore, per contrattazioni, imprese, aste, e che so io.

Vi dirò francamente che non mi sentivo la vocazione per il commercio — tutt’altro: — lo subivo, e nulla più. Di mente un po’ esaltata, tratto tratto mi divertivo a cacciarmi nelle nuvole, e là mi permettevo di sognare. Qualche occupazione, però, bisognava averla; ed io non volevo recar dispiaceri allo zio, il quale mi amava teneramente e pensava al mio avvenire.

Domanderà il lettore: — ma qual’era la tua vocazione? Non saprei per vero accertarla. Se il dolce far niente fosse stato un mestiere, forse avrei scelto quello.

Pure, mi sentivo contento; non mi mancava nulla, ed ero soddisfatto in tutti i desideri. E sarei stato completamente felice, se la zia stabilita a Genova mi avesse lasciato in pace colle sue stranezze. Ella però, nelle lettere che scriveva al fratello, non mancava mai di mandarmi i saluti a nome della sua Mariannina, dicendo che quanto prima sarebbe venuta a Cagliari per combinare quel certo affare, il quale era sempre in cima a tutti i suoi pensieri. — Per fortuna, il caro zio genovese, colle sue Indie e co’ suoi coloniali, non si decideva ad abbandonar Genova, nè voleva affrontare una traversata di 34 ore di mare per venirci a trovare in Sardegna.

Queste lettere mi avevano perseguitato per ben dieci anni — ma poi erano diventate sempre più rare, o, per meglio dire, mi si leggevano a lunghissimi intervalli.

La zia non mancava mai di prendere informazioni sulla mia condotta, su’ miei costumi, su’ miei studi: e poi scriveva, che la Mariannina s’era fatta grande, belloccia, spiritosa, e che se io avessi fatto da bravo, ecc. ecc.; e qui il Gloria del solito salmo.

Lo ripeto: bastò siffatta insistenza, ed il continuo supplizio della zia, per farmi prendere avversione al matrimonio, che detestavo con tutta l’anima. Amavo la libertà; e quel legame a corso forzoso, quella trista predestinazione, mi producevano uno strano malumore, che non riuscivo a vincere. Capivo il matrimonio come una disgrazia, come una tegola che ci caschi sulla testa, come la forza irresistibile di certi legali; ma non potevo capire il matrimonio premeditato, senza circostanze attenuanti. Mi facevo bensì un’idea del volontariato — non però della Leva matrimoniale.

L’uomo è creato per cader da sè nella pania; ma guai se egli si accorge che lo si vuole impaniare! Vantate la libertà ad uno scappolo — ed egli persisterà a voler diventar schiavo; condannatelo alla schiavitù — ed egli vorrà esser libero ad ogni costo.

E così fu di me. Mia zia scriveva che io facessi da bravo; ed io cercavo di fare il discolo, sperando di allontanare dal mio capo la tegola di mia cugina — di quella fanciulla dalla fronte bassa e pelosa, e dal colorito giallo-olivastro, la quale si era divertita a tirarmi sul muso i noccioli delle ciriegie e la buccia degli aranci.

Vi era un’altra ragione che mi rendeva odiosa mia cugina: il suo nome. Molte volte, mentre passeggiavo per Cagliari ripensando alla mia infanzia, sentivo cantare per le vie quella canzone triviale: Mariannina sta malata; e provavo una stretta al cuore.

Lo ricorderò sempre. La zia Efisia — sorella di mia madre — mi pregò un giorno di recarmi al Mercato per far la spesa. Prendo meco un monello (piccioccu de crobi), e dopo un’ora torno a casa. Giunto sotto la statua di Carlo Felice, il monello comincia a intonare con voce acuta e stridula:

Mariannina sta malata,

L’è vinutu lu dolori.....

Mi rivolsi a quel mascalzone, e gli gridai inferocito:

— Finiscila, maldicente!! — E poi tra me: — fosse ammalata davvero, e crepasse!

Eppure, anche in mezzo a siffatti spasimi, fino all’età di vent’anni non ebbi l’ardire di oppormi al desiderio dello zio, che mi parlava della cuginetta con tanto trasporto.

Un bel giorno mi feci coraggio, e gli dissi risolutamente che non pensavo a prender moglie perchè non ne sentivo il bisogno; e se la cugina a Genova rifiutava i partiti per mio riguardo, faceva una grossa corbelleria; e se poi non trovava mariti lassù, che avesse pazienza, perchè io non doveva servire di para cugine.

Un altro giorno mi spiegai più chiaramente. Dissi allo zio che il matrimonio era un sacramento come l’estrema unzione, e l’amministrarmelo in quel modo significava che mi si credeva un giovine morto — ciò che non era vero, perchè avevo gli occhi aperti ed ero più vivo di quello che credessero i miei parenti.

Come crescevano gli anni, sentivo in me crescere l’avversione per la zia di Genova. Cominciavo a persuadermi che il suo affetto era interessato; che ella cercava di pescare un marito alla figlia — e che io doveva essere il pesce pescato.

Non so dirvi ciò che pensasse mio zio; so solamente che da quel giorno mi lasciò in pace; ed io non pensai che a divertirmi, facendo all’amore anche con tre donne alla volta.

Una domenica, a pranzo, lo zio mi annunziò che la madre di Mariannina m’invitava a Genova per passare un mesetto presso la sua famiglia. Io mi guardai bene dall’accettare, e pregai lo zio di rispondere che gli affari commerciali non permettevano la mia assenza dall’isola.

Un mese dopo ricevemmo la notizia che la zia Antonica aveva deciso di recarsi colla figlia a Cagliari. Un telegramma da Genova ci avrebbe indicato il giorno della partenza, e così noi potevamo assistere al loro arrivo sul molo.

Potete immaginare il mio rammarico! Ogni qual volta entrava un piroscafo nel porto, sentivo venirmi la pelle d’oca. In ogni donna che sbarcava io vedeva Mariannina o la zia Antonica.

Ero appunto in preda a quest’agitazione febbrile nei giorni che da Cagliari mi recai a Sassari ed a Sorso — e da Sorso di nuovo alla stazione di Sassari, per approfittare del treno delle 10, che doveva ricondurmi al centro dei nostri affari e d’ogni mia sventura.

Vedrete ora come vanno le cose del mondo; e come talvolta, fuggendo da una donna, si finisce per cadere in un’altra; — vedrete il mezzo escogitato per liberarmi dalla mia cuginetta, mandando in fumo i progetti della zia; — vedrete come basta talvolta una piccola scintilla per produrre gran fiamma — e come un malanno da noi prescelto si preferisca ad un malanno che ci viene imposto.